FLORENSKIJ, MARTIRE RUSSO,
la fede del grande scienziato e teologo ortodosso.

Pavel Florenskij è il più grande teologo russo dell’età contemporanea. La colonna e il fondamento della verità (scritto nel 1914, recentemente riproposto in Italia dalle edizioni San Paolo) è considerato uno dei capolavori della teologia contemporanea. Matematico, filosofo, teologo, sacerdote, padre di famiglia, Florenskij ha unito gli studi scientifici, che considerava uno dei presupposti della fondazione dell’essere, con un’altrettanto viva passione per le scienze umane. Ma soprattutto, come ha scritto Bulgakov: “L’attuale opera di padre Pavel non sono più i libri da lui scritti, le sue idee e parole, ma egli stesso, la sua vita”.

Florenskij nasce a Evlach (Azerbaigian) il 9 gennaio 1882. All’inizio del 1900 raggiunge Mosca, dove si iscrive alla facoltà di Matematica presso la quale si laurea nel 1904 discutendo una tesi (Sulle caratteristiche delle curve piane come luoghi di violazione del principio di discontinuità), che suscita molta sorpresa e interesse tra gli accademici, i quali gli offrono subito la possibilità di continuare il suo lavoro di ricerca in ambito universitario. Negli stessi anni segue anche corsi di filosofia e si iscrive all’Accademia Teologica di Mosca. Nel 1908 consegue la licenza in Teologia e viene chiamato a ricoprire, nella medesima facoltà, la cattedra di Storia della Filosofia. Gli studi matematici camminano di pari passo e, dall’intrecciarsi delle conoscenze, elabora tesi che seguono un’impostazione simbolista: esplora il concetto di “insieme” (Sui simboli dell’infinito. Studio sulle idee di G. Cantor) che raccoglie nell’unità la molteplicità e rende possibile la relazione dell’infinito con il finito, del relativo con l’assoluto attraverso il “numero trans-finito” che è il luogo della presenza dell’uomo nel mondo; affronta il tema dell’oltre il limite intrinseco all’uomo (in Empiria ed empirismo) che nel mondo empirico guarda al di là della realtà effettuale. Nel 1910 si sposa con Anna Gencintova e nel 1911 viene ordinato sacerdote della Chiesa Ortodossa. Dal 1911 al 1917 è direttore della prestigiosa rivista teologica “Messaggero teologico”.

Dopo la rivoluzione del 1917, a differenza di molti altri intellettuali russi, resta in patria accanto alle comunità religiose oggetto di soprusi e di una falsa propaganda denigratoria. Malgrado sia guardato con ostilità per la sua professione di fede, gli conferiscono incarichi importanti in due istituti di Stato: l’Amministrazione centrale per l’elettrificazione della Russia e l’Istituto elettrotecnico di Stato. Sono le sue competenze tecnico scientifiche che gli consentono ancora di essere tollerato dal regime e gli permettono di continuare ad esprimere la propria appartenenza alla Chiesa ortodossa. Verso la fine degli anni Venti i tratti del regime diventano più persecutori e Florenskij nel maggio del 1928 viene arrestato perché considerato soggetto socialmente pericoloso. Viene condannato a tre anni di confino, ma poi liberato qualche mese dopo la condanna.
Nel febbraio del 1933 viene nuovamente arrestato e condannato a dieci anni di lager, in Siberia, nell’isola di Solovki dove, al posto di un antico monastero, ere stato costruito un gulag. Nonostante si trovi a vivere una condizione disperata prosegue le sue ricerche scientifiche, pervenendo a importanti scoperte tra le quali la produzione di un liquido antigelo. Dal gulag non uscirà più e la sua morte resterà un mistero per molti anni. Solo recentemente, dopo più di cinquanta anni dalla sua morte, sono venuti alla luce gli atti segreti del KGB che raccontano gli ultimi tragici eventi che portarono alla sua fucilazione avvenuta l’8 dicembre del 1937 in una località vicino a Leningrado, rimasta sconosciuta. Florenskij, dopo aver opposto una tenace resistenza alle accuse contro di lui, accetta le false imputazioni, poiché seppe che la sua confessione avrebbe determinato la liberazione di altri detenuti nel gulag. Questi fatti testimoniano la centralità che l’amore ha avuto non solo nel suo pensiero, ma anche nella vita e particolarmente toccante risulta l’ultima lettera inviata alla famiglia: «È chiaro che il mondo è fatto in modo che non gli si possa donare nulla se non pagandolo con sofferenza e persecuzione. E tanto più disinteressato è il dono, tanto più crudeli saranno le persecuzioni e atroci le sofferenze. […]. Per il proprio dono, la grandezza, bisogna pagare con il sangue» (Non dimenticatemi, Milano 2000, pp. 374-375).

a cura di Annalisa Margarino
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