Giuridicamente la differenza è chiara: quelli del 1° novembre sono i Santi che ci precedono e vedono Dio faccia a faccia, quelli del 2 novembre… tutti gli altri.

di Lilia Sebastiani
12 Ottobre 2026
Per gentile concessione di
https://rocca.cittadella.org

Parlando della festa dei Santi – di “tutti” i Santi, dunque non solo di quelli canonizzati, non solo dei riconosciuti, non solo dei ‘conosciuti’ –, in un articolo di tanti anni fa auspicavo – impossibile sogno liturgico! – che le due categorie potessero unificarsi in una Festa della comunione dei Santi. Una comunione a cui non sono estranei gli Angeli, che incarnano la vicinanza di Dio nella nostra vicenda umana: così attenta, anche se talvolta per noi così poco sperimentabile. Figure simboliche eppure realissime, che esprimono l’amore, l’attenzione, la vicinanza unica di Dio. Ho sempre amato molto – e mi torna alla mente ora senza essere richiamata – la Preghiera dell’Angelo amico di don Michele Do:

«Donaci o Signore, un angelo amico
che ci riveli e ci faccia sentire la tua bontà ed il tuo amore
e ci renda capaci di pietà verso ogni creatura.
Donaci un angelo di comunione con cui poter condividere i doni (…),
che custodisca la nostra anima, che vegli sulla nostra vita, che guidi il nostro cammino.
Ci sia egli sempre vicino col il suo volto luminoso,
e ci conduca a Te, ai tuoi santi, a coloro che amiamo e ci amano
e anche a coloro che non ci amano e facciamo fatica ad amare…
E in questa festa di luce e di pensiero, che anticipa il momento ‘totale’ della nostra attesa, fin da ora pensiamo a quelli che abbiamo amato, e che non sono perduti né lontani, ma andati avanti, «gli amici che hanno raggiunto le dimensioni più alte in questa gioconda, lieta, festosa fraternità di tutti i santi».

IL SANTO, UN SOLITARIO CHE GENERA COMUNIONE

La vita eterna – che noi, di qui, tendiamo a vedere nel migliore dei casi come un dopo-morte –, è ingresso nella vita senza ombre né limite. È partecipazione, comunione e comunicazione senza fine. L’in-esse, l’esserci, sfocia naturalmente nell’essere-per; gli uni negli altri, nel compimento pieno della presenza.

La santità possibile ‘qui’ è molto diversa dalla santità ‘oltre’; non però del tutto diversa, perché l’una e l’altra hanno a che fare con la nostra umanità e resterebbero incomunicabili, inconoscibili, senza quella. Ognuno di noi ricorda o può ricordare di aver incontrato qualcuno che offriva spontaneamente agli altri, più spesso senza parole, la visione che aveva maturato: visione che partiva dalla ricerca umana, cogliendone le segrete tensioni a un oltre che si svela e risplende sul volto di Cristo immagine di Dio, facendo brillare il volto del mistero, quell’immagine di Dio da svegliare all’evidenza nel cuore dell’uomo per ricordargli come la Parola si sia fatta carne affinché la carne possa farsi parola, e attingere la pienezza divina per cui è stata creata. Per i Santi che parlano più vivamente al nostro cuore, il Cristianesimo salva e redime attraverso l’ascensione e la trasfigurazione.

Chiaramente questo non è, non può essere un fatto di massa, pur se riguarda tutti almeno come proposta. La nostra epoca ci ha abituato ai grandi raduni, anche ispirati da nobile entusiasmo, che sul momento colpiscono e commuovono, poi si dissolvono senza lasciare traccia. Non c’è solitudine più grande che in certe aggregazioni superficiali e banalizzanti. I santi non vivono in branco. La vita nello spirto di branco è agli antipodi del vivere nello Spirito. Solo quando si esce dal branco si può cominciare a fare comunione.

La comunione non fa massa: ognuno cammina sulla sua strada, ma è sostenuto dalle presenze ‘alte’ di amicizia che chiamiamo comunione dei santi. Non ci sono più lontananze, né di spazio, né di tempo. In certi momenti privilegiati non c’è più distanza tra cielo e terra. Siamo nella dimensione di Dio, nella dimensione del suo Spirito che non conosce lontananze. In questa, pur essendo soli, si è in comunione. Nessuno più dei solitari è capace di comunione.

UOMO DI PACE E CAMBIAMENTO

Sembra questo il monachesimo – eterno, universale, essenziale – di cui tutti abbiamo bisogno: il monaco vero vive ‘disseminato’ ovunque, come dice la Lettera a Diogneto (al cap. V): i cristiani sono immersi ovunque nel mondo. Queste parole inizialmente riferite a monaci o comunque a persone che conducono vita religiosa per definizione, dovrebbero valere per tutti i cristiani, in ogni stile di vita e in ogni ambiente. Il richiamo iniziale è comunque al monaco: uomo capace di stare in piedi da solo e di camminare da solo, custodendo dentro di sé il proprio specifico. Questo è il monaco, e la chiesa dei primi tempi è costituita da monaci. Sappiamo che il mònachos è il ‘solitario’, originariamente “colui che vive solo”, e la definizione riguarda gli eremiti come i cenobiti, e dovrebbe riguardare anche quelli che vivono nel mondo.

Il santo è visto da molti come un pacificatore: un uomo di pace in sé e fuori di sé. Ciò è vero, ma questo ideale di pacificazione richiede un serio e serrato discernimento, un ascolto autentico delle contraddizioni, oggi più di sempre. . Il principale compito dei santi sembra proprio quello di creare tensioni, tormenti e inquietudini. L’evangelizzazione diventa possibile solo quando si è abitati da una inquietudine che spinge alla ricerca di quanto ci manca.

ALLE ORIGINI DELLA FESTA

Le radici della festa di Ognissanti risalgono ai primi secoli del cristianesimo, quando le comunità cristiane cominciarono a commemorare i martiri, coloro che avevano dato testimonianza della fede con la vita. E già nei primi tempi si sentiva con forza il bisogno di non dimenticare coloro che in molti casi non avevano nemmeno un nome, ma avevano il maggiore dei titoli di gloria: quello di aver testimoniato la fede fino a versare il proprio sangue. A Roma e in Oriente esistevano già dal IV secolo celebrazioni dedicate ai martiri non ricordati in un giorno specifico nel calendario.

La data del 1° novembre si deve a papa Gregorio III (731-741): egli dedicò un oratorio nella Basilica di San Pietro “a tutti i santi”, e papa Gregorio IV, nel IX secolo, estese la festa alla Chiesa universale. La scelta non avvenne per caso. Il mese di novembre, nella simbologia cristiana, è il tempo della memoria e della speranza, e coincide con il momento in cui inizia la ‘morte apparente’ dell’anno.

È un giorno in cui, sia in senso naturale sia in senso spirituale, dominano i temi della luce, della riconoscenza e della speranza.

Ormai tutti sanno che in Inghilterra, nel Medioevo, la vigilia di Ognissanti era chiamata All Hallows’ Eve (da cui deriva la parola “Halloween”).

Oggi la notte del 31 ottobre è diventata una consuetudine banale e obbligata, una specie di carnevale con risvolti macabri; ma in origine era una festa profondamente cristiana, una veglia di preghiera in onore dei Santi; connessa, sembra, con la festa pagana di Samhain.

La festa di Ognissanti non è un ricordo nostalgico del passato, ma una memoria che vivifica il presente. È l’invito di Dio a non accontentarsi della mediocrità, a non seguire le mode del mondo, a vivere la fede con coerenza, speranza e coraggio.

Essere santi non significa certo essere perfetti, ma lasciarsi attraversare dalla Grazia: fino a diventare capaci di rifletterla come in uno specchio.

Di origini antichissime, per alcuni studiosi la festa di Ognissanti prima della sua cristianizzazione, affondava le radici nel paganesimo, con la festa di Samhain, il capodanno celtico, in cui i morti potevano tornare in visita nei luoghi che avevano frequentato.

Questo aspetto viene in qualche modo continuato nella Commemorazione dei fedeli defunti, il 2 novembre. Le notizie non sono certissime, ma sembra certo che, mentre la festa di Ognissanti (con qualunque nome la si chiami) è molto antica e si ritrova già in epoche pagane, la Commemorazione dei defunti viene celebrata a partire dal 998, precisamente il 13 maggio secondo sant’Efrem di Siria.

Questa data coinciderebbe con la festa romana per l’anniversario della Dedicatio Sanctae Marie ad Martyres, ovvero del giorno in cui il Pantheon divenne una chiesa dedicata alla Vergine Maria e a tutti i martiri. Per alcuni studiosi è proprio da questa festa, e da una comprensibile esigenza pastorale di sostituzione, che potrebbe derivare la celebrazione di Tutti i Santi.

Una devozione specifica per questa giornata può essere una sorta di dialogo – interiore, ma anche in qualche modo ritualizzato con i propri santi prediletti; anche se ognuno ha i suoi, le predilezioni non feriscono la comunione dei santi, che sono tanti e diversi ma non incomunicabili fra loro e certo non soffrono di gelosie.

Proprio in questa festa gioiosa la chiesa ci chiede di ascoltare le Beatitudini, le proclamazioni fatte da Gesù e rivolte a tutti coloro che si mettono in ascolto, manifesto della vita rinnovata secondo la logica del Regno.

Quante erano le Beatitudini in origine, e come erano formulate? Quali parole avrà usato Gesù? Sappiamo che il testo di Matteo presenta notevoli differenze rispetto a quello di Luca.

La stessa parola “beati” non è nemmeno presente in tutte le lingue, e quando si tenta di sostituirla con “felici” il risultato non è solo letterariamente improprio, ma abbastanza fuorviante. La felicità quasi contraddice la beatitudine; perlomeno in quanto è sempre individuale. E quelli che Matteo chiama ‘beati’ (in ebraico ashré) non potrebbero mai essere chiamati ‘felici’, oggi non diversamente da allora.

Quello che sentiamo con certezza, al di là degli aspetti letterari, è che le Beatitudini – ben diverse in questo dai precetti del Decalogo – non sono prescrizioni, ma indicazioni di senso.

È comunque importante rilevare che il cammino di santità è anche ricerca di senso, ricerca della felicità. E l’universalità è aperta alla particolarità: sembra voler sottolineare in modo speciale questo aspetto papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate del 16.11.2024 «per il ricordo nelle Chiese particolari dei propri Santi, Beati, Venerabili e Servi di Dio».

I SANTI DELLA PROPRIA TERRA E DELLA “PORTA ACCANTO”

Con questa Esortazione Apostolica papa Francesco ha riproposto ai fedeli discepoli di Cristo del mondo contemporaneo la chiamata universale alla santità, riprendendo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, il quale ha ricordato che «tutti coloro che credono nel Cristo, di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità» (LG n.40), e ha sottolineato l’importanza della santità “feriale” e della “porta accanto” di cui la Chiesa sparsa nel mondo è ricca da sempre.

Infatti la santità, pur essendo una sinergia divino-umana, significa in primo luogo fare spazio all’azione di Dio che «è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5, 5).

«Nel corso dell’anno liturgico la Chiesa onora pubblicamente, in date e modalità prestabilite, i Santi e i Beati. Tuttavia, mi pare importante che tutte le Chiese particolari ricordino in un’unica data i Santi e i Beati, come anche i Venerabili e i Servi di Dio dei rispettivi territori. Non si tratta di inserire una nuova memoria nel calendario liturgico, ma di promuovere con opportune iniziative al di fuori della liturgia, oppure di richiamare all’interno di essa, ad esempio nell’omelia o in altro momento ritenuto opportuno, quelle figure che hanno caratterizzato il percorso cristiano e la spiritualità locali. Pertanto, esorto le Chiese particolari, a partire dal prossimo Giubileo del 2025, a ricordare e onorare queste figure di santità, ogni anno al 9 novembre, Festa della dedicazione della basilica lateranense».