Che cosa significa, oggi, affermare che «il Verbo si è fatto carne»? E fino a dove si estende quella carne: soltanto all’umanità o all’intero universo vivente?
È da queste domande che prende avvio la riflessione del teologo Paolo Gamberini, che nel saggio Dalla Deep Incarnation alla cristologia epifanica si confronta con una delle proposte più originali della cristologia contemporanea: la Deep Incarnation elaborata dal teologo danese Niels Henrik Gregersen. Una prospettiva che, alla luce della biologia evolutiva, dell’ecologia e della cosmologia, allarga il significato dell’Incarnazione oltre l’essere umano, fino a comprendere l’intera trama della vita e del cosmo.
Gamberini accoglie questa svolta, ma la conduce verso una domanda ulteriore e più radicale: se Dio è presente in tutta la creazione, che cosa rende Gesù Cristo unico? È davvero necessario pensare che Dio agisca o sia presente in lui in modo diverso rispetto al resto del creato? Oppure l’unicità di Gesù può essere compresa come la manifestazione piena e definitiva di una presenza divina che sostiene da sempre ogni essere?
Da qui nasce la proposta di una «cristologia epifanica». Al centro non vi è un Dio che a un certo punto entra in un mondo dal quale era assente, ma un Dio da sempre presente nella realtà e che in Gesù diventa pienamente riconoscibile. La distinzione decisiva non è quindi tra una presenza divina ordinaria e una presenza straordinaria, ma tra presenza e manifestazione: Dio è universalmente presente, mentre le creature manifestano quella presenza in modi differenti. Gesù ne rappresenta la trasparenza insuperabile.
Il risultato è una rilettura ambiziosa dell’Incarnazione e dell’unicità cristologica. Cristo non sarebbe l’eccezione alla struttura della realtà, ma la sua epifania più compiuta: colui nel quale diventa visibile ciò che, secondo Gamberini, sostiene ontologicamente ogni creatura. Una tesi che intreccia cristologia, metafisica e cosmologia e che invita a ripensare il rapporto tra Dio, il mondo e l’uomo a partire non dalla distanza, ma dalla relazione.

Paolo Gamberini:
Dalla Deep Incarnation alla cristologia epifanica
13 giugno 2026
https://paologamberinisj.home.blog
Per gentile concessione dell’autore

Introduzione

Tra gli sviluppi più significativi della cristologia contemporanea vi è la teologia della Deep Incarnation di Niels Henrik Gregersen. Sviluppata in dialogo con la biologia evoluzionistica, la teologia ecologica e la cosmologia contemporanea, la Deep Incarnation cerca di superare i limiti antropocentrici che hanno spesso caratterizzato la comprensione cristiana dell’Incarnazione. Anziché considerare l’Incarnazione esclusivamente come relazione di Dio con l’umanità, Gregersen sostiene che il Verbo fatto carne entri nell’intera matrice dell’esistenza creaturale. Attraverso i concetti di tutta la carne (sarx), del corpo esteso di Cristo e della solidarietà cosmica, la Deep Incarnation recupera dimensioni del mistero cristiano che sono spesso rimaste poco sviluppate nella teologia moderna.[1]

Il significato di questa proposta è considerevole. Affermando che l’Incarnazione abbraccia non solo l’umanità ma l’intera comunità del creato, la Deep Incarnation offre una cristologia in grado di confrontarsi con le concezioni scientifiche contemporanee dell’interconnessione della vita. Cristo non è più inteso semplicemente come il redentore dell’umanità, ma come il portatore del destino del cosmo stesso.

Il presente saggio parte da un profondo apprezzamento di questo risultato. Tuttavia, l’espansione cosmologica della cristologia solleva un’ulteriore questione riguardante la presenza divina e l’azione divina. La Deep Incarnation distingue ripetutamente tra la presenza universale di Dio all’interno del creato e l’autoidentificazione unica di Dio in Gesù Cristo. Mentre Dio è presente in tutta la storia evolutiva del mondo, l’Incarnazione rimane un evento singolare in cui il Logos si incarna in modo unico in Gesù di Nazareth. Questa distinzione preserva l’unicità cristologica, ma introduce anche un importante problema teologico. Se l’azione divina si differenzia in forme generali e particolari, tale differenziazione implica una corrispondente differenziazione all’interno di Dio?

Questa domanda diventa particolarmente significativa se considerata alla luce delle dottrine classiche della semplicità e dell’immutabilità divine. La teologia cristiana ha tradizionalmente sostenuto che l’essere di Dio e l’azione di Dio sono identici. Dio non esiste prima e poi agisce. Piuttosto, Dio è pura attualità (actus purus). Se l’azione divina è identica all’essere divino, allora la pluralità attribuita alle azioni divine richiede un attento esame.

Il quadro metafisico del Monismo Relativo offre una risposta costruttiva a questo problema. Il Monismo Relativo sostiene che l’atto creativo di Dio è eternamente uno, semplice e indivisibile. La Creazione, l’Incarnazione e la Resurrezione non sono azioni divine distinte, ma manifestazioni distinte dello stesso atto eterno di amore che si dona. Ciò che appare come pluralità non appartiene a Dio, ma ai modi finiti attraverso i quali la creazione riceve e manifesta la realtà divina. Questa relazione può essere espressa simbolicamente attraverso la formula “x = x + y”, dove “x” significa la pienezza infinita di Dio e “y” significa la creazione. La creazione è reale, eppure non contribuisce in alcun modo alla perfezione di Dio. I molti logoi manifestano il Logos senza aggiungere nulla al Logos stesso.

La tesi centrale di questo saggio è che l’intuizione più profonda della Deep Incarnation può essere preservata solo ricollocando l’unicità cristologica dall’azione divina differenziata alla perfetta manifestazione creaturale. Cristo è unico non perché Dio sia più presente in lui che altrove, ma perché la presenza eterna del Logos diventa perfettamente trasparente in lui. Il risultato è ciò che può essere definito una Cristologia epifanica, in cui l’Incarnazione è interpretata come la manifestazione suprema della relazione che fonda eternamente tutta la creazione.

1. La Deep Incarnation e l’espansione cosmologica della cristologia

Uno dei contributi più originali della teologia contemporanea è la proposta di Gregersen della Profonda Incarnazione. Contro le interpretazioni che limitano l’Incarnazione al rapporto tra Dio e l’umanità, la Profonda Incarnazione colloca Cristo nel contesto più ampio dell’intero ordine creato. Il Verbo fatto carne entra non solo nella condizione umana, ma nelle condizioni biologiche, materiali ed ecologiche condivise da tutti gli esseri viventi.

Il fondamento biblico di questa proposta risiede nell’affermazione giovannea secondo cui “il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14). Gregersen insiste sul fatto che sarx non dovrebbe essere ridotto alla sola natura umana. Nell’uso biblico, la carne denota l’esistenza creaturale in quanto tale: finita, vulnerabile, incarnata e mortale. Di conseguenza, l’Incarnazione significa l’ingresso di Dio nell’intero regno della vita creaturale. Assumendo l’umanità di Gesù, il Logos assume anche le condizioni evolutive e materiali attraverso le quali quell’umanità è venuta all’esistenza.

Gregersen definisce la Profonda Incarnazione come la visione secondo cui il Logos di Dio si è fatto carne in modo così completo che, assumendo la vita di Gesù di Nazareth, Dio ha abbracciato anche le condizioni materiali dell’esistenza creaturale[2]. L’Incarnazione riguarda quindi non solo gli esseri umani, ma l’intera storia della vita. Cristo partecipa non solo alla sofferenza umana, ma alle realtà più ampie della vulnerabilità, della lotta e della morte che caratterizzano il processo evolutivo stesso.

Questa prospettiva cosmologica trasforma il significato di Gesù. Gregersen descrive Gesù come un microcosmo in cui il macrocosmo diventa presente.[3] L’umanità di Gesù non è distaccata dalla natura, ma è l’espressione concentrata della più ampia storia evolutiva che l’ha prodotta. Il corpo di Gesù contiene in sé l’intera storia biologica della vita sulla terra. Di conseguenza, quando il Logos assume l’umanità di Gesù, il Logos entra in solidarietà con la più ampia comunità del creato.

Questa intuizione conduce Gregersen a uno degli aspetti più creativi della sua teologia: il concetto del corpo esteso di Cristo. L’Incarnazione non può essere limitata al solo corpo storico di Gesù. L’incarnazione di Cristo si dispiega attraverso tre dimensioni interconnesse. In primo luogo, c’è il corpo storico di Gesù di Nazareth. In secondo luogo, c’è il corpo ecclesiale, la comunità che partecipa alla vita e alla missione di Cristo. In terzo luogo, c’è il corpo cosmico, il creato più ampio abbracciato dall’Incarnato. L’Incarnazione si estende quindi dall’individuo al comunitario e infine al cosmico. Il corpo di Cristo diventa una realtà relazionale che abbraccia l’intera rete della vita.

Una tale prospettiva consente alla teologia cristiana di confrontarsi con le concezioni scientifiche contemporanee dell’universo. La biologia evolutiva ha rivelato la continuità che collega tutte le forme di vita. L’ecologia ha dimostrato l’interdipendenza tra organismi e ambienti. La Deep Incarnation integra queste intuizioni nella cristologia, affermando che il significato di Cristo si estende all’intero processo evolutivo.

Le implicazioni per la soteriologia sono altrettanto profonde. La salvezza non può più essere intesa semplicemente come il salvataggio delle anime umane da un mondo decaduto. La redenzione riguarda la guarigione e il compimento dell’intera creazione. La sofferenza degli animali, la fragilità degli ecosistemi e la mortalità insita nell’esistenza biologica appartengono alla realtà abbracciata dal Verbo incarnato.

Al centro della proposta di Gregersen c’è la convinzione che Cristo sia la profonda coinerenza della realtà. Attingendo a Colossesi 1,17 — “in lui tutte le cose sono tenute insieme” — egli interpreta Cristo come il principio di unità che abbraccia la molteplicità del creato.[4] Cristo non è semplicemente legato al creato dall’esterno, ma è presente all’interno delle sue strutture più profonde.

Deep Incarnation rappresenta quindi un’espansione decisiva della cristologia tradizionale. Sfida i presupposti antropocentrici, integra intuizioni ecologiche ed evolutive e reimmagina l’Incarnazione come un evento di significato cosmico. Estendendo il significato del Verbo fatto carne fino a comprendere l’intera comunità del creato, Gregersen apre nuove possibilità per comprendere la relazione tra Cristo, la natura e il destino del cosmo.

Tuttavia, questa espansione solleva anche una questione più profonda. Se Cristo è davvero Colui in cui tutte le cose sono tenute insieme, allora la questione non è più semplicemente fino a che punto si estende l’Incarnazione. La domanda più fondamentale riguarda la natura dell’azione divina che fonda tale estensione. Cristo rivela un intervento divino unico all’interno della realtà, o rivela la verità più profonda della realtà stessa? È questa domanda che conduce direttamente al problema dell’azione divina.

2. La cristologia identitaria e il problema dell’azione divina

L’espansione cosmologica della cristologia proposta dalla Deep Incarnation si basa su una particolare comprensione dell’identità di Dio rivelata in Gesù Cristo. Il progetto di Gregersen non è semplicemente una reinterpretazione ecologica dell’Incarnazione; esso si fonda su una visione teologica plasmata in modo significativo dalla Cristologia Identitaria di Richard Bauckham e dalla comprensione relazionale di Cristo di Dietrich Bonhoeffer. Insieme, queste prospettive forniscono il quadro concettuale attraverso il quale la Deep Incarnation comprende la relazione tra Dio, Cristo e la creazione.

Secondo Bauckham, le prime comunità cristiane non si limitavano ad attribuire funzioni divine a Gesù o a considerarlo un essere umano dotato di un’ispirazione unica. Piuttosto, includevano Gesù nell’identità stessa dell’unico Dio di Israele.[5] La questione decisiva non è quindi quali attributi divini possieda Gesù, ma se Gesù partecipi all’identità unica di Dio.

Questo passaggio dagli attributi divini all’identità divina ha conseguenze importanti. La domanda non è più cosa Dio possiede, ma chi Dio rivela di essere. In Gesù Cristo, l’identità di Dio si rivela come amore che si dona. La sovranità divina si manifesta non attraverso il dominio, ma attraverso la solidarietà. Il Cristo crocifisso diventa l’interpretazione definitiva dell’essere di Dio.

Gregersen fa propria questa intuizione e la estende a livello cosmologico. Se l’identità di Dio si rivela come amore che si dona, allora il rapporto di Dio con la creazione non può essere inteso semplicemente come causalità esterna. La rivelazione di Dio in Cristo significa la partecipazione di Dio all’esistenza stessa delle creature. Attraverso l’Incarnazione, Dio entra nelle realtà della vulnerabilità, della finitezza, della sofferenza e della mortalità che caratterizzano il mondo creato.

Un’influenza altrettanto importante è la famosa descrizione di Bonhoeffer di Cristo come pro me (“per me”). Bonhoeffer insiste sul fatto che Cristo non può essere compreso a prescindere dalla sua relazione con gli altri. Cristo non è innanzitutto un soggetto isolato che successivamente sceglie di relazionarsi con l’umanità. Il suo stesso essere consiste nell’essere-per-gli-altri.

Questa intuizione introduce una comprensione fondamentalmente relazionale della cristologia. La relazione non è secondaria all’identità di Cristo; appartiene alla sua stessa costituzione. Cristo esiste come dono, comunione e donazione di sé. L’essere-per-gli-altri non è una delle tante attività, ma la forma stessa dell’esistenza di Cristo.

Gregersen riconosce il significato di questa ontologia relazionale per la Deep Incarnation. Se l’esistenza di Cristo è intrinsecamente relazionale, allora la sua relazione non può essere limitata alla sola umanità. L’essere-per-gli-altri che caratterizza Cristo si estende necessariamente alla più ampia comunità del creato. La Deep Incarnation può quindi essere intesa come un’estensione cosmologica della cristologia pro me di Bonhoeffer.[6] A questo punto, tuttavia, emerge un’importante questione teologica.

Sia Bauckham che Gregersen distinguono tra la presenza universale di Dio nel creato e l’identificazione unica di Dio in Gesù Cristo. Dio è presente ovunque come Creatore e Sostenitore, ma è presente in modo unico in Cristo attraverso l’Incarnazione. La presenza divina viene quindi intesa secondo diverse modalità. Gregersen fa ripetutamente affidamento su tale distinzione. Dio è presente “nel, con e per” il creato in generale, ma Dio si incarna in modo unico in Gesù Cristo. L’Incarnazione rappresenta una forma speciale di presenza divina. Cristo non è semplicemente una manifestazione tra le altre, ma l’incarnazione decisiva del Logos.

Questa distinzione appare necessaria per preservare l’unicità cristologica. Se la presenza di Dio in Cristo fosse identica alla presenza di Dio in tutte le creature, si potrebbe temere che l’Incarnazione perdesse il suo significato distintivo. Di conseguenza, la teologia contemporanea distingue spesso tra azione divina generale e azione divina speciale. La creazione, la provvidenza e il sostegno appartengono alla prima categoria; l’Incarnazione e la Resurrezione appartengono alla seconda.

La Deep Incarnation presuppone quindi una comprensione differenziata dell’azione divina. Dio agisce universalmente in tutta la creazione, ma agisce anche in modo particolare in Gesù Cristo. L’unicità di Cristo dipende da questa distinzione. A prima vista, una tale posizione appare del tutto ragionevole. Tuttavia, solleva un problema teologico fondamentale. Se l’azione divina è differenziata, ciò implica una corrispondente differenziazione all’interno di Dio? La teologia cristiana classica ha costantemente sostenuto che l’azione di Dio è identica all’essere di Dio. Dio non esiste prima e poi agisce. L’agere di Dio è identico all’esse di Dio. Di conseguenza, qualsiasi pluralità venga introdotta nell’azione divina sembra implicare una pluralità all’interno di Dio stesso.

Il problema diventa particolarmente acuto quando si considera la distinzione tra presenza divina generale e speciale. Se Dio è più presente in Cristo che altrove, la presenza divina sembra ammettere dei gradi. Se Dio agisce in modo diverso nell’Incarnazione rispetto alla creazione, l’azione divina appare differenziata. Tuttavia, la differenziazione, la successione e la variazione appartengono all’ordine creato piuttosto che alla vita divina.

Non è in questione l’unicità di Gesù. Il Monismo Relativo afferma pienamente la singolarità di Gesù. La domanda riguarda il fondamento di tale unicità. Gesù è unico perché Dio agisce in lui in modo diverso rispetto ad altrove? Oppure Gesù è unico perché l’unico atto divino eterno si manifesta perfettamente in lui? La prima possibilità colloca l’unicità cristologica dalla parte di Dio. La seconda colloca l’unicità cristologica dalla parte del creato. La Deep Incarnation segue in gran parte la prima via. Il Monismo Relativo propone il secondo. Per capire perché, dobbiamo prima esaminare le implicazioni della semplicità divina e dell’unità dell’azione divina. La questione dell’unicità cristologica dipende in ultima analisi dalla questione di come agisce Dio. Se l’azione di Dio è eternamente una, allora la pluralità osservata all’interno della creazione deve essere spiegata non attraverso un’azione divina differenziata, ma attraverso una manifestazione creaturale differenziata.

3. Il monismo relativo e l’unità dell’azione divina

La tensione teologica identificata nel capitolo precedente emerge da una questione fondamentale riguardante la natura dell’azione divina. Se l’unicità cristologica si fonda su una forma speciale di agenzia divina, allora si deve spiegare come tale differenziazione possa essere conciliata con le dottrine classiche della semplicità, dell’immutabilità e dell’eternità divine. Il monismo relativo affronta questo problema sostenendo che l’azione divina deve essere intesa come una, eterna e indivisibile. La pluralità osservata all’interno della creazione non appartiene a Dio, ma alle condizioni finite attraverso le quali la creazione riceve e manifesta l’atto divino.

Il punto di partenza del monismo relativo è l’affermazione classica secondo cui Dio è actus purus, pura attualità senza composizione, successione o potenzialità. Dio non diventa ciò che non è. Né Dio passa da uno stato all’altro. In Dio non vi è distinzione tra essenza ed esistenza, soggetto e attività, essere e azione. Dio non possiede prima l’essere e poi compie azioni. L’azione di Dio è l’essere di Dio in atto. Per questo motivo, la tradizione classica ha ripetutamente affermato che l’agere di Dio è identico all’esse di Dio. Il creare, il sostenere, il redimere e l’autocomunicarsi di Dio non sono operazioni divine separate. Sono diverse prospettive concettuali sull’unica realtà eterna che è Dio.

Questo principio ha profonde implicazioni per la teologia. Si parla spesso di Dio che crea il mondo, si incarna, risuscita Gesù dai morti, ispira i profeti o santifica i credenti. Un tale linguaggio è indispensabile per descrivere la storia della salvezza. Tuttavia, può facilmente suggerire che Dio compia azioni consequenziali corrispondenti a momenti successivi della storia.

Dal punto di vista del teismo classico, tuttavia, il divenire appartiene alle creature piuttosto che a Dio. Il divenire temporale caratterizza l’esistenza finita. Dio, al contrario, è la pienezza dell’essere stesso. Nulla può essere aggiunto a Dio, e nulla può essergli tolto. Di conseguenza, la relazione di Dio con la creazione non può comportare alcun aumento, diminuzione o modifica della realtà divina. Il monismo relativo propone quindi una distinzione tra due prospettive.

Dal punto di vista di Dio (sub specie Dei), esiste un solo atto eterno di amore che si dona. Questo atto non ha né inizio né fine. Non si intensifica né diminuisce. Dio non è più attivo in un momento piuttosto che in un altro, né più presente in una creatura piuttosto che in un’altra. La pienezza della comunicazione divina di sé è eternamente completa. Dal punto di vista della creazione (sub specie creaturae), tuttavia, questo unico atto eterno è ricevuto nelle condizioni di temporalità, finitezza e differenziazione. Ciò che dal lato di Dio appare come un’unica realtà indivisibile, dal lato della creazione appare come una molteplicità di eventi che si dispiegano nel corso della storia. La pluralità appartiene alla ricezione di Dio da parte della creazione, non a Dio stesso.

Questo principio può essere espresso attraverso la formula fondamentale del monismo relativo “x = x + y”, dove x indica Dio e y indica la creazione. L’equazione non nega la realtà della creazione. Né riduce la creazione a Dio. Piuttosto, esprime la relazione asimmetrica tra Creatore e creatura. La creazione è reale, eppure non aggiunge nulla alla pienezza di Dio. Dio rimane pienamente Dio con o senza la creazione. La relazione è costitutiva ma non additiva (Dio + Creazione = Dio). La formula salvaguarda quindi due verità contemporaneamente. Primo, la creazione è genuinamente reale. Secondo, la creazione non aggiunge nulla alla perfezione di Dio. Se la creazione contribuisse in qualche modo a Dio, allora Dio diventerebbe più di Dio. La pienezza divina dipenderebbe da qualcosa di esterno a sé stessa. Una tale conclusione contraddirebbe la nozione stessa di Dio come pienezza inesauribile dell’essere.

Allo stesso tempo, la creatura non è illusoria. La creatura esiste realmente, ma la sua esistenza consiste interamente nella relazione con Dio. La creazione non possiede alcun fondamento ontologico indipendente. Il suo essere è relazionale in tutto e per tutto. Esistere come creatura significa esistere attraverso l’atto di donazione di sé di Dio. La stessa struttura può essere illustrata attraverso un’analogia matematica. Il numero “10” rimane immutato nelle sue molteplici espressioni (5×2 = 30÷3 = 8+2 = 12−2). Questa analogia offre un modello metafisico per comprendere la presenza divina e la manifestazione creaturale. L’atto divino rimane eternamente identico a se stesso. Ciò che varia sono le forme finite attraverso le quali quell’atto diventa visibile.

Lo stesso principio può essere espresso in termini cristologici. I molti logoi non aggiungono nulla al Logos. Né sono esterni al Logos. Piuttosto, il Logos si manifesta attraverso la pluralità dei logoi pur rimanendo numericamente e ontologicamente uno. I molti rivelano l’Uno senza aumentare l’Uno (cfr. 1 x 1 x 1 x 1 x 1 x 1 x 1 x 1 x 1 x etc… = 1). Questa comprensione ha importanti implicazioni per l’azione divina. Se la creazione stessa è la manifestazione dell’unico atto divino eterno, allora la distinzione tra azioni divine generali e speciali diventa problematica. Non si può propriamente dire che Dio sia più creativo in un luogo piuttosto che in un altro. Ogni creatura dipende interamente dallo stesso atto di auto-comunicazione divina.

Nessuna creatura può diventare più creata di quanto già sia. Nessuna creatura può essere sostenuta da Dio più di quanto già lo sia. L’atto creativo di Dio di donare l’essere non ammette alcuna intensificazione, poiché è già assoluto. Di conseguenza, l’Incarnazione non può essere intesa come un aumento della presenza divina. Né la Resurrezione può essere intesa come un aumento del potere divino. Lo stesso atto creativo eterno con cui Dio dà l’esistenza a ogni creatura è l’atto attraverso il quale Gesù esiste, l’atto attraverso il quale la creazione è sostenuta e l’atto attraverso il quale tutte le cose raggiungono il loro compimento.

Ciò che differisce non è qualcosa dal lato di Dio, ma dal lato creato della realtà. Ciò che differisce è la ricezione e la manifestazione di Dio da parte della creazione. Se l’azione divina è una, semplice e indivisibile, allora l’unicità cristologica non può fondarsi su un’azione divina differenziata. L’unicità di Gesù deve invece essere ricercata all’interno della manifestazione creaturale dell’unico atto divino. La domanda quindi non è più: perché Dio agisce in modo diverso in Gesù? La domanda diventa: come si manifesta perfettamente in Gesù l’unico atto divino eterno? La risposta a questa domanda richiede un’ulteriore distinzione, che diventerà il perno concettuale del resto di questo saggio: la distinzione tra presenza e manifestazione.

4. Presenza e manifestazione

L’argomentazione sviluppata finora ha portato a una conclusione decisiva. Se l’azione divina è identica all’essere divino, allora Dio non può agire in modi multipli senza introdurre pluralità nella vita divina stessa. L’unico atto eterno di Dio rimane semplice, indivisibile e universalmente presente. Tuttavia, questa conclusione solleva immediatamente un’ulteriore domanda. Se la presenza di Dio è una e universale, come può la teologia spiegare la rivelazione, la santità, la profezia e, soprattutto, l’unicità di Gesù? La risposta proposta dal monismo relativo dipende da una distinzione fondamentale tra presenza e manifestazione.

Questa distinzione funge da ponte concettuale tra la semplicità divina e l’unicità cristologica. Senza di essa, la teologia è costretta a una delle due alternative insoddisfacenti. O Dio è ugualmente presente ovunque e Gesù perde la sua unicità, oppure Gesù rimane unico perché Dio è più presente in lui che altrove, compromettendo così la semplicità divina. La presenza si riferisce all’eterna auto-comunicazione di Dio. La manifestazione si riferisce ai modi finiti attraverso i quali tale auto-comunicazione diventa visibile all’interno del creato. La presenza appartiene a Dio. La manifestazione appartiene al creato.

La presenza di Dio è universale perché ogni creatura esiste attraverso la partecipazione all’atto divino dell’essere. Non c’è luogo in cui Dio sia assente. Non c’è creatura al di fuori dell’abbraccio creativo di Dio. Se Dio è il fondamento di ogni essere, allora la presenza di Dio è un e necessariamente coestensiva alla creazione stessa. Questa universalità deriva direttamente dalla logica della creazione. Una creatura non può esistere indipendentemente dall’atto che le dà l’esistenza. La presenza divina non è qualcosa che viene aggiunto alla creazione dopo che questa esiste già. Piuttosto, la presenza divina costituisce la possibilità stessa dell’esistenza della creazione.

Di conseguenza, la presenza divina non ammette gradi. Una creatura può essere più o meno consapevole di Dio secondo la sua modalità creaturale. Una creatura può essere più trasparente a Dio. Una creatura può manifestare Dio in modo più pieno di un’altra. Ma nessuna creatura può possedere più presenza di Dio di un’altra. Affermare il contrario implicherebbe che Dio dona il Suo essere  in modo parziale in un luogo e pienamente in un altro. Eppure l’atto divino non ammette alcuna parzialità o discriminazione. L’autocomunicazione di Dio è completa ovunque sia presente.

La distinzione diventa più chiara attraverso l’analogia della luce e di una vetrata. La luce stessa rimane una e indivisa. Non diventa rossa, blu, verde o dorata. Eppure, mentre attraversa lastre di vetro di diversi colori, appare in una moltitudine di forme. La diversità non appartiene alla luce, ma al mezzo attraverso il quale la luce si manifesta. Lo stesso principio si applica alla presenza divina. La presenza di Dio è come la luce. Gli esseri creati sono come la vetrata colorata. Le variazioni appartengono alla creazione, non a Dio. Ciò che appare come una pluralità di manifestazioni divine riflette la pluralità delle ricezioni delle creature.

Una seconda analogia approfondisce questa intuizione. Consideriamo un raggio di luce bianca che attraversa un prisma. La luce bianca rimane una, eppure la sua ricchezza diventa visibile attraverso la differenziazione. Il prisma non crea i colori. Rivela i colori già contenuti nella luce stessa. Questa immagine è particolarmente utile per comprendere la relazione tra il Logos e i logoi. Il Logos non è un’astrazione uniforme che sta dietro alla creazione. La ricchezza dei molti logoi è già presente nella pienezza del Logos.

La creazione non aggiunge diversità in Dio; la creazione manifesta la ricchezza inesauribile già contenuta nell’eterna auto-espressione di Dio. Il prisma rivela quindi una verità importante: la manifestazione non crea la realtà. La manifestazione svela la realtà. I colori non sono prodotti dal prisma. Sono rivelati dal prisma. Allo stesso modo, la rivelazione non produce la presenza divina. La rivelazione svela la presenza divina. La storia della salvezza può quindi essere interpretata non come il progressivo avvento di Dio, ma come il progressivo svelarsi ad una coscienza di una presenza che è sempre stata lì.

I profeti non portano Dio nella storia. Essi svelano la presenza di Dio all’interno della storia. I santi non possiedono più Dio degli altri. Essi manifestano la presenza di Dio con maggiore trasparenza. L’esperienza mistica non introduce una nuova realtà divina nel mondo. Il movimento non va dall’assenza divina alla Sua presenza. Il movimento va dall’opacità della creatura alla sua trasparenza alla presenza divina. Lo stesso vale per l’Incarnazione. L’Incarnazione non può essere intesa come il momento in cui Dio entra per la prima volta nella creazione, come se Dio e la creazione fossero realtà precedentemente separate. Un tale modello suggerisce inevitabilmente un cambiamento in Dio. Presuppone una transizione dalla non-incarnazione all’incarnazione, dalla distanza alla vicinanza, dall’assenza alla presenza. Il Monismo Relativo propone un’interpretazione diversa. Il Logos non entra in relazione con la creazione per la prima volta in Gesù. Il Logos è il fondamento ontologico attraverso il quale la creazione esiste in primo luogo. L’Incarnazione quindi rivela piuttosto che stabilire la relazione tra Dio e la creazione. La novità appartiene alla manifestazione. La novità non appartiene a Dio.

Ciò che appare nel tempo come “Dio che diventa uomo” è la rivelazione storica di una verità eterna: che la creazione è sempre esistita nell’atto di donazione del Logos. La distinzione tra presenza e manifestazione apre quindi la strada a una nuova comprensione dell’unicità cristologica. Se la presenza divina è universale, Gesù non può essere unico perché Dio è presente solo in lui. Se l’azione divina è una, Gesù non può essere unico perché Dio agisce in modo diverso in lui. L’unicità di Gesù deve essere compresa in modo diverso. Egli è unico perché la presenza eterna del Logos diventa perfettamente trasparente in lui. L’Incarnazione non è l’eccezione alla realtà. È la manifestazione suprema della verità più profonda della realtà.

5. Unicità cristologica: Logos e Logoi

La distinzione tra presenza e manifestazione ci permette di tornare alla questione centrale di questo saggio: l’unicità di Gesù come il Cristo. Se la presenza divina è universale e l’azione divina è una, allora l’unicità cristologica non può fondarsi su una concentrazione privilegiata della realtà divina in Gesù. Una tale posizione reintrodurrebbe proprio quella differenziazione all’interno dell’azione divina che il monismo relativo cerca di evitare. La domanda deve quindi essere riformulata. La questione non è se Dio sia presente in modo unico in Gesù (totus Christus), ma come l’unica presenza divina si manifesti in lui in modo unico.

Questa riformulazione conduce direttamente al rapporto tra il Logos e la pluralità dei logoi. Il concetto dei logoi occupa un posto centrale nella visione teologica di Massimo il Confessore. Per Massimo, ogni creatura possiede il proprio logos, la propria identità, significato, vocazione e scopo unici all’interno della sapienza divina. I molti logoi non sono né realtà indipendenti né frammenti distaccati del Logos. Piuttosto, essi esistono all’interno del Logos e traggono la loro intelligibilità dal Logos. La molteplicità del creato partecipa all’unità del Verbo divino[7]. La relazione tra Logos e logoi fornisce un importante fondamento ontologico per il monismo relativo. Il mondo non è composto da entità autosufficienti esternamente correlate a Dio. Ogni creatura esiste attraverso la partecipazione al Logos. La creazione è quindi intrinsecamente relazionale. Il suo essere non è auto-fondato, ma fondato sul Logos. Il Prologo del Vangelo di Giovanni esprime questa visione con notevole chiarezza: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui nulla è stato fatto” (Gv 1,3).

Il Logos è la condizione ontologica attraverso la quale ogni essere esiste. Ogni creatura partecipa quindi al Logos prima di qualsiasi riconoscimento cosciente di tale partecipazione. La stessa intuizione appare in Colossesi: “In lui tutte le cose sussistono” (Col 1,17). Il testo non si limita ad affermare che tutte le cose sono state create attraverso il Logos. Dichiara che tutte le cose attualmente sussistono all’interno del Logos. La relazione è continua e costitutiva. La creazione non sta al di fuori del Logos come un oggetto esterno. La creazione esiste all’interno del campo relazionale stabilito dal Logos.

Questa prospettiva ha profonde conseguenze cristologiche. Se tutte le creature partecipano al Logos, allora l’unicità di Cristo non può consistere in una partecipazione negata agli altri. L’unicità di Cristo deve risiedere altrove. A questo punto il monismo relativo introduce una distinzione tra partecipazione e manifestazione. La partecipazione è universale. La manifestazione è differenziata. Ogni creatura partecipa al Logos perché ogni creatura esiste attraverso il Logos. Tuttavia, non ogni creatura manifesta il Logos con uguale trasparenza.

I logoi non sono aggiunti al Logos, ma manifestazioni del Logos. Il significato di questa affermazione si estende oltre l’ontologia fino alla cristologia stessa. Gesù partecipa al Logos come ogni creatura partecipa al Logos. Tuttavia, Gesù differisce da tutte le altre creature nel modo di tale partecipazione. La sua esistenza diventa totalmente trasparente al Logos che la fonda. Gesù non possiede più Logos delle altre creature. Né il Logos è più presente in Gesù che altrove. Piuttosto, la relazione tra Logos e umanità si manifesta perfettamente in Gesù. Ciò che è universalmente vero si è reso storicamente visibile in lui. Ciò che è ontologicamente presente diventa visibile in questo Verbo incarnato. Ciò che è implicito in tutta la creazione diventa esplicito nell’uomo Gesù.  A questo punto emerge la nozione di una cristologia epifanica.

La cristologia tradizionale ha spesso interpretato l’unicità di Gesù attraverso il linguaggio dell’eccezione. Gesù è unico perché in lui avviene qualcosa che non avviene in nessun altro luogo. L’Incarnazione è quindi intesa come una singolare interruzione all’interno della struttura ordinaria della realtà. Il Monismo Relativo propone un approccio diverso. Gesù è unico non perché costituisce un’eccezione alla realtà, ma perché rivela la verità più profonda della realtà stessa. L’unicità cristologica è epifanica piuttosto che di eccezione. L’unicità di Gesù risiede nella manifestazione piuttosto che nell’esclusione.

Gesù non rivela una presenza divina assente altrove. Egli rivela la presenza divina che già sostiene tutte le cose. Egli non svela una relazione esistente solo in se stesso. Egli svela la relazione che costituisce l’essere di ogni creatura. Il Vangelo di Giovanni indica ripetutamente questa dinamica. Gesù dichiara: “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,11). Eppure lo stesso Vangelo estende questa partecipazione ai discepoli: “Affinché tutti siano uno. Come tu, Padre, sei in me e io sono in te, così anche loro siano in noi” (Gv 17,21). La differenza sta tra manifestazione perfetta e manifestazione incompleta.

Lo stesso schema ricorre in tutti gli scritti paolini. Paolo parla di Cristo come Colui in cui tutte le cose sono tenute insieme, ma parla anche di “Cristo in voi” (Col 1,27).

L’universale e il particolare sono inscindibili. Gesù manifesta in modo unico ciò che opera universalmente. Il mistero rivelato in Gesù è lo stesso mistero che sostiene il cosmo. Questa prospettiva getta anche nuova luce sulla teologia della Profonda Incarnazione di Gregersen. Una delle intuizioni più importanti di Gregersen è il rifiuto del Logos disincarnato (Logos asarkos). Il Logos è sempre legato all’incarnazione, ma non è vincolato a un solo incarnato. Il Logos diventa incarnato in tutte le creature (totum Christi).

Non c’è mai stato, non c’è e non ci sarà mai un Logos completamente distaccato dalla creazione[8]. Il Monismo Relativo afferma con forza questa intuizione. Tuttavia, la radicalizza ulteriormente. Se il Logos è eternamente identificato con i logoi, allora l’incarnazione non può essere intesa come una decisione divina occasionale. La relazione tra Logos e creazione appartiene al significato stesso del Logos. L’Incarnazione diventa quindi la rivelazione suprema di una relazione che è eternamente costitutiva della realtà stessa. L’unicità di Gesù risiede proprio qui.

Egli è colui in cui la relazione eterna tra Logos e logoi diventa pienamente trasparente. Il punto in cui la creazione diventa interamente trasparente al proprio fondamento ontologico. Ciò ci permette di formulare la tesi centrale della cristologia epifanica: Cristo non è unico perché il Logos è assente altrove, ma perché il Logos si manifesta perfettamente in lui. O, detto in altro modo: l’unicità di Gesù non risiede in una presenza divina unica, ma in una trasparenza divina unica.

Una tale formulazione preserva simultaneamente l’universalità della presenza divina, l’unità dell’azione divina e la singolarità di Gesù Cristo. Il Logos è universalmente presente. I logoi partecipano universalmente. Gesù si manifesta in modo unico. Questa triplice affermazione prepara la strada a una reinterpretazione della stessa unione ipostatica. Infatti, se l’unicità di Cristo risiede nella perfetta manifestazione piuttosto che in un’azione divina differenziata, allora la dottrina tradizionale dell’Incarnazione deve essere riconsiderata di conseguenza.

6. Reinterpretare l’unione ipostatica

I capitoli precedenti hanno progressivamente sviluppato i fondamenti concettuali di una cristologia epifanica. Partendo dall’espansione cosmologica della cristologia di Gregersen, abbiamo esaminato il problema dell’azione divina differenziata, il quadro metafisico del monismo relativo, la distinzione tra presenza e manifestazione e l’identità del Logos con la pluralità dei logoi. Questi temi convergono ora sulla questione dogmatica centrale della teologia cristiana: il significato dell’unione ipostatica.

La dottrina dell’unione ipostatica è tradizionalmente servita come grammatica teologica attraverso la quale la Chiesa articola il mistero di Gesù Cristo. Il Concilio di Calcedonia affermò che Cristo è una sola persona in due nature, divina e umana, senza confusione, mutamento, divisione o separazione. Lo scopo di questa formulazione non era quello di spiegare il mistero in modo esaustivo, ma di salvaguardare simultaneamente la piena divinità e la piena umanità di Cristo[9].

La Deep Incarnation estende le implicazioni di Calcedonia in senso cosmologico. Sottolineando che l’umanità assunta dal Logos è inseparabile dalla più ampia matrice evolutiva ed ecologica della creazione, Gregersen sostiene che l’Incarnazione abbraccia tutti i viventi. Gesù diventa il punto in cui il destino della creazione e il destino di Dio si incontrano.

Il monismo relativo condivide questa ambizione cosmologica. Tuttavia, propone un’interpretazione diversa della stessa unione ipostatica. Se il Logos è già il fondamento ontologico di tutti i logoi, allora la creazione non è mai esistita al di fuori della sua partecipazione al Logos. Come dichiara la Lettera ai Colossesi, “in lui tutte le cose sono tenute insieme” (Col 1,17). La relazione tra Dio e la creazione non è quindi stabilita dall’Incarnazione storica. È presupposta dalla creazione stessa.

Ogni creatura esiste attraverso il Logos, all’interno del Logos e grazie al Logos. Di conseguenza, l’Incarnazione deve essere interpretata come il mistero della relazione tra il divino e l’umano fin dall’inizio della creazione. L’unione ipostatica non stabilisce tale relazione, ma svela l’identità tra il creato e l’increato.  Questa affermazione riassume la tesi centrale della cristologia epifanica. L’Incarnazione non può essere intesa principalmente come l’instaurazione di una nuova relazione tra Dio e la creazione (x + y), ma piuttosto come la perfetta manifestazione della relazione che fonda eternamente la creazione nell’essere di Dio (x = x + y). Ciò che appare in modo unico in Gesù non è una relazione assente altrove, ma una relazione perfettamente rivelata. La distinzione è sottile ma decisiva.

La Deep Incarnation si chiede quanto profondamente Dio entri nella creazione. Il Monismo Relativo si chiede come la creazione manifesti la relazione divina che già la sostiene. Nel primo caso, l’uomo Gesù stabilisce la comunione. Nel secondo, Gesù rivela la comunione. L’Incarnazione, quindi, non introduce Dio in un mondo dal quale era assente. Piuttosto, rivela la verità più profonda di un mondo che è sempre esistito nell’atto di donazione di sé di Dio. Gesù è unico perché la relazione eterna tra Logos e logoi diventa in lui del tutto trasparente. La sua umanità non offre alcuna opacità alla rivelazione di sé del Logos. Nessuna resistenza.

La relazione tra Creatore e creatura appare in lui con una chiarezza insuperabile. In questo senso, Gesù può essere inteso come la perfetta realizzazione della vocazione più profonda dell’umanità. Ciò che rimane implicito nella creazione diventa esplicito in lui. Ciò che rimane frammentato nella storia diventa unificato in lui. Ciò che rimane parzialmente manifesto negli altri diventa perfettamente manifesto in Gesù. L’unione ipostatica rivela quindi la verità più profonda della creazione stessa. La relazione tra divino e umano, infinito e finito, Logos e logoi, creato e increato non è limitata a Gesù solo come autoidentificazione di Dio con questo essere umano, ma con ogni creatura. Essa costituisce la struttura ontologica della realtà. Ciò che avviene in modo unico in Gesù è la completa manifestazione della matrice della realtà. L’Incarnazione non è quindi l’eccezione alla realtà, ma la sua regola e grammatica. È l’epifania suprema della verità più profonda della realtà.

Conclusione: dalla Profonda Incarnazione alla Cristologia Epifanica

La Deep Incarnation rappresenta uno dei risultati più significativi della cristologia contemporanea. Estendendo il significato dell’Incarnazione oltre l’umanità per abbracciare l’intera matrice dell’esistenza creaturale, Gregersen ha fornito una visione teologica in grado di coinvolgere la biologia evolutiva, la coscienza ecologica e la cosmologia contemporanea. Gesù emerge non solo come redentore dell’umanità, ma come portatore del destino del cosmo stesso.

Tuttavia, questo saggio ha sostenuto che la Deep Incarnation rimane dipendente da una comprensione differenziata dell’azione divina. Al fine di preservare l’unicità cristologica, essa distingue tra la presenza universale di Dio nella creazione e la particolare autoidentificazione di Dio in Gesù il Cristo. Sebbene questa distinzione salvaguardi con successo la singolarità dell’Incarnazione, solleva importanti questioni riguardanti la semplicità divina e l’unità dell’azione divina.

Il Monismo Relativo affronta queste questioni da una prospettiva diversa. L’azione di Dio è identica al suo essere (in Deo agere est esse). L’atto divino è eternamente uno, semplice e indivisibile. La resurrezione non rappresenta un nuovo atto di Dio, ma la piena manifestazione della ricezione creaturale dell’unico atto eterno dell’identificazione di Dio con il creato.  La formula fondamentale del Monismo Relativo, “x = x + y”, esprime questa relazione asimmetrica tra Creatore e creatura. La creazione è reale, ma non contribuisce in alcun modo alla pienezza di Dio (Dio + Mondo = Dio).

La distinzione tra presenza e manifestazione costituisce il centro concettuale della presente proposta. La presenza appartiene a Dio; la manifestazione appartiene alla creazione. La presenza di Dio è universale perché ogni creatura esiste attraverso la partecipazione all’atto divino dell’essere. La manifestazione è differenziata perché le creature rivelano quella presenza secondo le loro capacità finite.

In questo contesto, l’unicità cristologica assume una nuova interpretazione. Gesù rimane unico, definitivo e insuperabile. Tuttavia, la sua unicità non si fonda su una speciale azione divina di localizzazione esclusiva del Logos. Si fonda piuttosto sulla perfetta manifestazione dell’unico atto divino presente in tutte le cose. L’unicità cristologica è quindi epifanica piuttosto che esclusiva. Gesù non è unico perché il Logos è assente altrove. Gesù è unico perché il Logos si manifesta perfettamente in lui (totus Christus) e quando il Logos sarà manifestato perfettamente in tutti i logoi, il Logos si manifesterà come il Cristo (totum Christi). “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

L’incarnazione – l’identificazione di Dio con il creato – non avviene solamente in un momento storico e in una creatura (l’uomo Gesù), ma accade ab aeterno.  Il Logos non entra in relazione con il mondo in un momento. L’increato si identifica nel suo Logos con creato. Allo stesso tempo, con il termine “incarnazione” si intende anche il momento in cui il mondo riconosce di essere sempre esistito all’interno del Logos. Il risultato è una cristologia epifanica in cui Gesù è inteso come l’epifania definitiva della relazione eterna tra Logos e logoi, la manifestazione insuperabile dell’unico atto divino in cui tutte le cose vivono, si muovono e hanno il loro essere. In Gesù, la creazione non incontra un Dio che viene, ma un Dio che era sempre già lì. “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!” (Gen 28,16).


[1] Niels Henrik Gregersen, “The Extended Body of Christ: Three Dimensions of Deep Incarnation” and “Deep Incarnation: Opportunities and Challenges,” in Incarnation: On the Scope and Depth of Christology, ed. Niels Henrik Gregersen (Minneapolis: Fortress Press, 2015).

[2] Gregersen, “The Extended Body of Christ,” 225.

[3] Gregersen, “The Extended Body of Christ,” 227.

[4] Gregersen, “The Extended Body of Christ,” 244.

[5] Richard Bauckham, God Crucified: Monotheism and Christology in the New Testament (Grand Rapids: Eerdmans, 1998), 4.

[6] Gregersen, “Deep Incarnation: Opportunities and Challenges,” 364.

[7] Massimo il Confessore, Ambigua 7, PG 91, 1080–1081.

[8] Gregersen, “The Extended Body of Christ,” 236–239.

[9] Concilio di Calcedonia (451), Definizione di fede, in Decrees of the Ecumenical Councils, a cura di Norman Tanner (Londra: Sheed & Ward, 1990), 86–87.