Cosa dice ai contemporanei una tradizione come quella del culto delle reliquie? Forse è tempo di cambiare?

Luca Crapanzano
21 Settembre 2026
Per gentile concessione di
http://www.vinonuovo.it
La tentazione di fermare la tradizione, come se fosse un museo delle cere, è stata fortissima e continua a esserlo anche oggi. Un mondo segnato dal progresso tardomoderno che ha erroneamente interpretato sé stesso come negazione della tradizione, ha spinto la tradizione a interpretarsi impropriamente come negazione del progresso. In un interessante testo di Andrea Grillo, edito da Qiqajon, dal titolo significativo e lapidario La tradizione è nel divenire, ci si sofferma in particolare ad analizzare alcuni ambiti del rapporto tra forma rituale e tradizione; un contributo a pensare e a vivere il progresso come tradizione e la tradizione come progresso, sia per la fede che per la ragione.
Abbiamo infatti bisogno di ricomprendere l’importanza del concetto di traditio per capire non solo la vita cristiana ma la vita umana tout court. Abbiamo bisogno, oggi in una forma del tutto nuova, di una tradizione in movimento, dinamica, che diviene. Ed ecco che la domanda che si impone è la seguente: alcune forme rituali o di pietà popolare che non hanno l’aggancio simbolico nel mondo attuale, che peso hanno nella tradizione così concepita? In altri termini e per fare un esempio concreto: il bacio che il sindaco di Catania dà al teschio di Sant’Agata – gli articoli locali lo definiscono sacro in una disconoscenza evidente della teologia già a livello terminologico – ha un valore che entra nella tradizione della venerazione delle reliquie o appare piuttosto come un imbarazzante teatrino apulo-siculo? È vero che nella tradizione cristiana il culto delle reliquie sottolinea l’importanza del corpo destinato alla gloria della resurrezione ma è vero anche che la nostra tradizione storica conosce pagine tristissime legate a tale culto, quali la vendita o la loro trasformazione in feticcio portafortuna; deriva che portò la Chiesa già nel 1215 con il Concilio Lateranense IV a vietare di mostrare le reliquie fuori dai reliquiari per evitare furti e commerci. Ed è ancora il CIC del 1983 a ribadire con il canone 1190 il divieto di vendere e di acquistare reliquie, con buona pace di molti siti e-commerce che propongono quotidianamente reliquie di prima, di seconda e di terza classe con prezzi variabili e che possono arrivare anche a migliaia di euro. Le reliquie sono state sempre venerate dal popolo santo di Dio – il diario di Egeria del IV sec. racconta che i pellegrini per portarsi a casa un pezzo della reliquia della Croce del Cristo la mordessero invece di baciarla – ma le caratteristiche che dovrebbero accompagnare tale venerazione sono la discrezione, la preghiera e il riferimento all’autore della santità, Cristo Gesù.
Orbene ci chiediamo, oggi, all’interno della complessa storia che stiamo vivendo e in obbedienza al Vangelo che chiede cieli nuovi e terra nuova nonché il nuovo culto cristico in Spirito e Verità (Gv 4,34-24), può il linguaggio delle reliquie suscitare la risposta di fede nelle nuove generazioni? Sicuramente attira, vuoi per motivi storici identitari o per ragioni sentimentali o forse anche sociologiche, secondo i dettati di M. Foucault, ma questo non basta per annacquare la riflessione e archiviare serenamente tale linguaggio come tradizionale e le nostre domande come pourparler o radical chic. Ogni linguaggio vivo si evolve e tutto ciò che resta identico si estingue. Dovremmo dunque con molta serenità riflettere sui nostri linguaggi, sul loro uso e sulle loro conseguenze, nonché sulla percezione che il mondo ad extra ha delle nostre modalità celebrative, dall’ostensione del corpo di san Francesco per gli 800 anni dalla morte del Santo a quello di Sant’Agata per i 900 anni del ritorno in Sicilia delle sue reliquie, per non parlare delle migliaia di peregrinazioni da una parrocchia all’altra delle reliquie del Beato Carlo Acutis. Cosa rivela il proliferare di reliquie che visitano parrocchie e oratori, con tanto di accoglienza festosa all’ingresso delle città mentre i poveri annaspano nei centri sociali e molte giovani famiglie scappano per mancanza di lavoro? Sicuramente un grande desiderio di concretezza, di toccare con mano la realizzazionee storica della santità in una persona reale, ma dall’altro potrebbe indicare uno scivolamento in forme sorpassate di pietà popolare che riducono il corpo del santo in feticcio. “Ma le persone vengono almeno, mentre se propongo una lectio divina non viene quasi nessuno” – così un mio confratello ad una mia domanda circa l’ennesimo pellegrinaggio parrocchiale di reliquie o di vere statue della Madonna. Non voglio risolvere in poche battute la complessa questione, ma basta “avere la parrocchia piena” – in alcune occasioni però – per rispondere alla vocazione di annuncio della comunità cristiana o serve piuttosto a tranquillizzare per un po’ le nostre coscienze dinanzi ad una crisi di significanza più ampia?
