Santa tra le più popolari del Novecento, Teresa di Lisieux sembra a prima vista lontana dalle immagini tradizionali della mistica, fatte di estasi, visioni e fenomeni straordinari. Eppure proprio la sua «piccola via», radicata nella quotidianità, nella fiducia e nell’abbandono, offre una chiave sorprendentemente moderna per comprendere l’esperienza spirituale. Il suo itinerario umano e religioso, segnato dalla fragilità, dal desiderio di santità e infine dalla prova radicale del silenzio di Dio, continua a parlare con singolare forza al nostro tempo.

Chiesa cattolica di San Pietro (Millersburg, Ohio) – Teresa di Lisieux © Nheyob/Wikimedia
Traduzione di:
Teresa de Lisieux
Dominique Salin
https://www.laciviltacattolica.es
N.B. Nella traduzione è stato tralasciato l’apparato delle note.
Davvero una mistica? La santa più celebre del XX secolo, senza dubbio. Ma mistica? Tra le rappresentazioni tradizionali dell’esperienza mistica, ciò che più colpisce l’immaginario comune è anzitutto lo straordinario, lo spettacolare, il «soprannaturale». Il soprannaturale si manifesta attraverso l’estasi, il rapimento, la levitazione, le stimmate. A questo linguaggio del corpo fa eco un linguaggio articolato, talvolta oscuro, che sembra anch’esso provenire da un altro mondo: il linguaggio della profezia, dell’oracolo, della glossolalia. Senza dimenticare, naturalmente, i «miracoli»: guarigioni, bilocazioni e così via.
Nulla di tutto questo si trova in Teresa di Lisieux. Nessun elemento soprannaturale osservabile, ma ciò che lei chiama la sua «piccola via», la sua «piccola dottrina»: quella che le sue consorelle definirono «la via dell’infanzia», benché Teresa non abbia mai usato questa espressione. La «piccola via», questa consacrazione del banale, del quotidiano, del semplice, di ciò che non oltrepassa la norma, in breve dell’insignificante, può essere considerata un autentico cammino di esperienza mistica? Forse sì: un’esperienza in sintonia con il nostro tempo.
Una santa di successo
Se c’è qualcosa di straordinario e «miracoloso» nella storia di Teresa, lo si trova anzitutto nel successo editoriale di Storia di un’anima. Un anno dopo la sua morte, il libro fu stampato in 2.000 copie. Era destinato soprattutto agli altri conventi carmelitani e agli amici del Carmelo. Era infatti consuetudine che, dopo la morte di una carmelitana, venisse distribuita agli altri Carmeli e ai loro conoscenti una «circolare», una sorta di necrologio che spesso comprendeva note e scritti della defunta. Con questo spirito Teresa redasse il suo ultimo scritto autobiografico, il Manoscritto «C», tre mesi prima di morire, su richiesta della priora. Teresa sapeva perfettamente che il racconto della sua vita sarebbe stato utilizzato per redigere quella sorta di necrologio. Non c’è quindi alcun miracolo né alcuna profezia nelle parole che pronunciò negli ultimi giorni a proposito della pubblicazione dei suoi scritti e dell’effetto che avrebbero potuto avere sulle anime. Quando afferma serenamente che quella lettura «farà molto bene alle anime», Teresa pensa naturalmente alle carmelitane e alla rete di amici e benefattori che avrebbero ricevuto il suo necrologio. E aggiunge, dal letto di morte: «Ce ne sarà per tutti i gusti, tranne che per le vie straordinarie» (9 agosto 1897).
Chi avrebbe potuto immaginare allora che quegli scritti avrebbero oltrepassato la cerchia ristretta degli amici del Carmelo, che avrebbero avuto una tale risonanza e che un intero secolo si sarebbe riconosciuto in essi? Nel giro di pochi mesi, le 2.000 copie iniziali andarono esaurite. Alla fine di quell’anno, le vendite avevano già raggiunto le 4.000 copie. Venticinque anni dopo, quando si decise di pubblicare i Novissima Verba («Ultime parole»), anch’essi accolti con enorme successo, Storia di un’anima aveva venduto 200.000 copie, un risultato straordinario per l’epoca. Due anni dopo la morte di Teresa, i pellegrini si recavano già a pregare sulla sua tomba, cominciavano a circolare racconti di guarigioni miracolose e Storia di un’anima veniva tradotta in inglese. Tale è la forza della parola scritta! Il vero miracolo, se così si può chiamare, sta nella straordinaria rapidità con cui si diffuse la figura di Teresa. Durante la guerra del 1914-18, la sua fotografia era nei portafogli dei soldati di entrambi gli schieramenti, francesi e tedeschi.
Come spiegare un successo simile per una vita così breve e apparentemente poco spettacolare come quella di Thérèse Martin, morta a 24 anni? Talvolta si è detto che era giunto il momento di reagire contro il giansenismo, che per troppo tempo aveva irrigidito la pietà cattolica. La «via della carità» rispondeva alle attese inconsce della religiosità popolare. L’affettività religiosa poteva proiettarsi su una figura insieme femminile e infantile, vergine e bambina, perfettamente in sintonia con il sentimentalismo caratteristico di una certa estetica della Belle Époque, illustrata soprattutto nella pittura e nella letteratura dal preraffaellismo e dal simbolismo nella loro fase finale.
Probabilmente c’è qualcosa di vero in questo genere di spiegazione. Ma il successo di Teresa è sopravvissuto ampiamente alla sensibilità fin de siècle, alla reazione contro il giansenismo e allo spirito vittoriano che aveva avvelenato la borghesia. Cinquant’anni dopo la sua morte, e ancora oggi, sensibilità cristiane che non possono certo essere definite sdolcinate o decadenti continuano a trovare nei suoi scritti ragioni per vivere e per credere. Un esempio è la Mission de France, che nel 1941 pose la propria esistenza e la propria spiritualità sotto il segno di Teresa, a Lisieux. E certamente questa missione non rappresentava una forma particolarmente sentimentale della sensibilità cristiana. Teresa — già patrona delle missioni insieme a san Francesco Saverio — fu proclamata Dottore della Chiesa da Giovanni Paolo II nel 1997. In definitiva, l’intero XX secolo sembra riconoscere in questa «piccola fiore» la linfa vigorosa capace di nutrirlo.
La sua esperienza si trova anzitutto nei suoi scritti. Soltanto da circa cinquant’anni possiamo leggerli nel loro testo autentico. Storia di un’anima non rappresenta il testo originale, ma una raccolta e riorganizzazione dei tre scritti di Teresa, i Manoscritti A, B e C. Sommando tutti i suoi scritti, il risultato è notevole, soprattutto per una persona morta a 24 anni, che aveva lasciato la scuola a 13 e che non era né un’intellettuale né una grande lettrice. Inoltre, la vita al Carmelo le lasciava poco tempo per scrivere, circa un’ora al giorno.
Di che cosa parlano questi scritti? Soprattutto di un Dio che si nasconde nel quotidiano, nel banale, nell’insignificante, nel piccolo, talvolta nell’irrilevante. Molte persone, affrontando senza preparazione né commento ciò che Teresa aveva scritto, hanno lasciato cadere il libro dalle mani. Per cinquant’anni gli storici hanno dovuto lavorare duramente per far emergere, da testi apparentemente stucchevoli, la straordinaria esperienza spirituale che essi esprimono, ma che si trova tra le righe. Per mezzo secolo Teresa fu ammirata per ragioni che non sempre erano quelle giuste. E i teologi non la presero sul serio fino a quando Urs von Balthasar scrisse su di lei nel 1950.
Scegliere tutto
Due celebri espressioni di Teresa possono servire da epigrafe per evocare la sua breve esistenza e la sua personalità. La prima risale alla prima infanzia, in occasione di un episodio che, secondo lei, riassume tutta la sua vita. Un giorno sua sorella Léonie le disse che voleva farle un regalo e le chiese di scegliere un oggetto tra i piccoli tesori contenuti in un cestino. Teresa esclamò: «Scelgo tutto!» e prese l’intero cestino. La santa commenta: «Questo piccolo episodio della mia infanzia è il riassunto di tutta la mia vita. Più tardi, quando compresi che cosa fosse la perfezione, capii che per diventare santa bisognava soffrire molto, cercare sempre ciò che è più perfetto e dimenticare se stessi. Compresi che vi erano molti gradi di perfezione e che ogni anima era libera di rispondere agli appelli di Nostro Signore, di fare poco o molto per Lui, in una parola, di scegliere fra i sacrifici che Egli domanda. Allora, come nei giorni della mia infanzia, esclamai: “Dio mio, scelgo tutto. Non voglio essere una santa a metà”».
L’altra espressione di Teresa si trova nel non meno celebre passo in cui racconta la scoperta della via dell’Amore. Sente in sé la vocazione di tutte le vocazioni: guerriero, sacerdote, apostolo, dottore, martire. Scopre allora che la sua vocazione le contiene tutte: «Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa e questo posto, o Dio mio, sei tu che me lo hai dato: nel Cuore della Chiesa, mia Madre, sarò l’Amore… Così sarò tutto… così il mio sogno si realizzerà!». «Scelgo tutto!». «Sarò tutto!». Per lo psicologo, ciò che qui si esprime è più della classica megalomania infantile: è una formidabile volontà di vivere, un’affermazione di sé. L’esistenza di Teresa fu una vittoria sul desiderio di morte.
Desideri di morte
Jean-François Six, nel suo libro sull’infanzia di Teresa, e Jacques Maître hanno mostrato chiaramente il peso terribile della morte nei desideri dei genitori di Teresa, soprattutto di sua madre: un peso di morte inconscio, naturalmente. Bisogna ricordare che Louis e Zélie Martin — sposatisi relativamente tardi e convinti entrambi di essere casi di vocazione religiosa incompiuta — trascorsero i primi sei mesi di vita coniugale in assoluta continenza, per volontà dell’uno e, a quanto pare, per ingenuità dell’altra. Seguendo il consiglio di un confessore, posero fine a questa situazione e, in tredici anni, Zélie diede alla luce nove figli, dei quali soltanto cinque sopravvissero. Teresa fu l’ultima. Portava il nome di un’altra piccola Teresa, nata e morta tre anni prima di lei. Altri tre bambini — due maschi e una femmina — morirono anch’essi in tenera età. Quattro «piccoli angeli» l’attendevano in cielo. Questa attesa segnò profondamente la sua infanzia. In famiglia si avvertì molto presto la nostalgia del cielo.
Quando Teresa nacque, nel 1873, suo padre aveva 50 anni e sua madre 41. Zélie era sfinita dalle gravidanze e soprattutto dal lavoro: dirigeva un gruppo di merlettaie. Era un’attività impegnativa e redditizia: nel giro di pochi anni, secondo i calcoli dei biografi, grazie a Zélie suo marito divenne un agiato proprietario. Ma lei si era letteralmente uccisa di lavoro: morì di cancro a 45 anni. Attorno alla culla della piccola Teresa c’erano quattro sorelle, destinate tutte a diventare religiose:
- Marie, del Sacro Cuore, 13 anni. È la seconda a entrare nel Carmelo, quando Teresa ha 13 anni.
- Pauline, Madre Agnese, 12 anni. Teresa la sceglie come figura materna. Pauline è la prima a entrare nel Carmelo, quando Teresa ha nove anni. Questo evento segna l’inizio della vocazione di Teresa.
- Léonie, 10 anni. È l’ultima a diventare religiosa, ma non carmelitana: entra tra le Visitandine due anni dopo la morte di Teresa, dopo un’infanzia difficile e molti dubbi sulla propria vocazione.
- Céline, suor Genoveffa, 4 anni. Entra nel Carmelo dopo Teresa, che sarà la sua maestra delle novizie.
Se prima di Teresa vi furono tante morti, fu perché il grembo materno sembrava distillare la morte. La maggior parte dei figli soffrì di enterite, una grave infiammazione intestinale. Teresa rischiò di morire per questa malattia. È una sopravvissuta. Quando la concepì, sua madre sapeva già di avere da anni un tumore al seno, che l’avrebbe presto condotta alla morte. L’infanzia di Teresa è una serie di vittorie sulla morte. Tre, soprattutto, come vedremo. Prima di tutto, Teresa è un formidabile desiderio di vita.
Desiderio di vita
Come sfuggì Teresa alla morte? La prima volta rifiutando il seno avvelenato della madre. A 15 giorni di vita presenta sintomi di enterite. A un mese è «molto malata». A 40 giorni rifiuta il seno e rischia di morire di fame. La madre, esausta e disperata, ricorre all’aiuto di una balia, Rose Taillé, che praticamente trascina fino a casa propria. Teresa si attacca al seno di Rose e si nutre avidamente. È salva. Vive con Rose fino a 15 mesi. È una bambina meravigliosa. Questa quasi-risurrezione è la seconda nascita di Teresa. Ne vivrà altre due: altre due vittorie sulla morte lungo il cammino verso la vera vita.
Teresa, infatti, non è fuori pericolo. Questa bambina, già psicologicamente fragile, ma i cui primi anni mostrano una sorprendente vitalità fisica e morale, perde la madre per un cancro quando ha quattro anni. Una prova terribile. Ma è più tardi che, in due occasioni, compaiono inquietanti somatizzazioni e sorprendenti guarigioni. La seconda crisi esplode — quasi per caso! — quando Pauline entra nel Carmelo nell’autunno del 1882: Teresa ha nove anni. Durante l’inverno soffre di mal di testa, insonnia, eruzioni cutanee. Poi compare una malattia nervosa: convulsioni, deliri. Il medico è molto pessimista. A Pentecoste del 1883 Teresa guarisce grazie alla statua della «Vergine del Sorriso», collocata sopra il suo letto. È una guarigione spettacolare, ma passiva; la si potrebbe definire una vittoria passiva. La terza crisi, invece, è diversa: è interamente psicologica e spirituale.
Questa crisi è più lunga e progressiva. Tutto comincia con una crisi di scrupoli nel maggio 1885, provocata dal ritiro preparatorio per il rinnovo della Comunione, predicato da padre Domin nella scuola che Teresa frequenta da tre anni. La sua predicazione potrebbe essere definita «terroristica»: «Il peccato è dappertutto!». Teresa ha 12 anni. È prigioniera di tormentosi scrupoli che ruotano attorno a una domanda: «La mia malattia nervosa dell’inverno 1882 fu reale? Non finsi forse di essere malata? La Vergine mi guarì davvero?». La crisi inizia nell’inverno 1885-86 con mal di testa insopportabili. Teresa deve lasciare la scuola, dove non tornerà mai più. Nell’estate del 1886 subisce un altro colpo quando viene a sapere della partenza di Marie, che per lei era stata la seconda figura materna.
Nel mese di ottobre, grazie alle suppliche rivolte ai suoi «piccoli angeli», viene liberata dagli scrupoli. È un primo passo. «Ero davvero insopportabile — racconta — per la mia eccessiva sensibilità». Per qualsiasi motivo, la «piccola regina» piangeva, e poi «piangeva per aver pianto». Nel Natale del 1886 avviene il «miracolo». Il Buon Dio la fece «crescere in un istante […]. Mi rese forte e coraggiosa, mi rivestì della sua armatura […]. La fonte delle mie lacrime si prosciugò […]. Fu il 25 dicembre 1886 che ricevetti la grazia di uscire dall’infanzia, in una parola, la grazia della mia completa conversione». Come avvenne?
Al ritorno dalla Messa di mezzanotte arriva il momento del rituale delle scarpe nel camino, equivalente alle calze di Natale. Teresa sente il padre ormai anziano dire, pensando che lei non lo ascolti: «Bene, per fortuna è l’ultimo anno…». Ha 13 anni. Ma non crolla. «Reprimendo le lacrime, scesi rapidamente le scale e, contenendo i battiti del cuore, presi le mie scarpe […]. La piccola Teresa aveva ritrovato la forza d’animo che aveva perduto a quattro anni e mezzo, e l’avrebbe conservata per sempre!». Teresa insiste sul carattere definitivo della sua conversione: «In quella notte di luce cominciò il terzo periodo della mia vita, il più bello di tutti». Quello stesso giorno, poche ore più tardi, Paul Claudel, presso il secondo pilastro all’ingresso del coro della cattedrale di Notre-Dame di Parigi, ascoltando il Magnificat dei Vespri di Natale cantato dai bambini, riceve il dono della fede in Dio: la fede in ciò che chiamerà «l’eterna infanzia di Dio». Teresa esce dall’infanzia. O meglio, abbandona l’infantilismo per entrare nella vera infanzia spirituale.
Il resto è noto. Prima il suo ingresso nel Carmelo dopo il celebre viaggio a Roma. Quando prende l’abito, il padre viene internato per demenza. Teresa emette la professione a 17 anni. Nel 1895 scrive il Manoscritto «A», in cui racconta l’infanzia, la giovinezza e l’ingresso nel Carmelo. A Pasqua del 1896, a 23 anni, soffre la prima emottisi. Entra nella notte spirituale dalla quale non uscirà mai più, quella che chiamerà la sua «prova della fede e della speranza». In settembre, durante il ritiro, scrive il Manoscritto «B», la sua dottrina, la sua «piccola via», quella dell’amore, per la sorella Marie. Nell’aprile 1897 comincia la sua vita da malata. Pauline inizia a registrarne le parole. In giugno viene trasferita in infermeria, dove scrive a matita il Manoscritto «C», al ritmo di due pagine al giorno. Infine, il 30 settembre 1897, muore soffocata dopo atroci sofferenze.
Desideri di santità
«Ho sempre desiderato essere santa». In Teresa, sorprendentemente, il desiderio di vivere assume molto presto la forma di un desiderio di santità, e di una santità nella sua versione più «militante»: quella di Giovanna d’Arco. Giovanna non era ancora stata canonizzata. Da quando lo storico Michelet l’aveva sottratta al purgatorio, era diventata una figura di grande importanza per l’epoca, sia tra i cattolici sia tra i non cattolici, in un contesto di secolarizzazione. Teresa stessa racconta l’origine di questo desiderio nelle sue prime letture da bambina: «Leggendo i racconti delle gesta patriottiche delle eroine francesi, in particolare quelli della Venerabile GIOVANNA D’ARCO, sentivo un grande desiderio di imitarle. Mi sembrava di sentire in me lo stesso ardore che le animava […]. Pensai di essere nata per la gloria». Dice al padre nel 1888: «Cercherò di essere la tua gloria diventando una grande santa». L’anno seguente, in un biglietto a una carmelitana, scrive: «Chieda a Gesù che io diventi una grande santa». Si potrebbero moltiplicare le citazioni. Sempre: «una grande santa». Veemenza e perseveranza del desiderio, espresso con chiarezza e serenità.
Non è un dettaglio secondario che la figura di santa che continuamente si impone al suo pensiero sia quella di Giovanna d’Arco: una donna-bambina e una valorosa soldatessa. Teresa è affascinata da Giovanna. Le dedica due opere teatrali nelle quali interpreta personalmente il suo ruolo. In Teresa c’è una vena guerriera e cavalleresca. Ricordiamo il celebre passo nel quale, riflettendo sulla propria vocazione ed evocando i suoi «grandi desideri», scrive: «Sento la vocazione di Guerriero, di Sacerdote, di Apostolo, di Dottore, di Martire; insomma, sento il bisogno, il desiderio di compiere per te, Gesù, tutte le opere più eroiche… Sento nella mia anima il coraggio di un Crociato, di uno Zuavo Pontificio: vorrei morire su un campo di battaglia per la difesa della Chiesa…».
Bisogna prendere queste parole alla lettera. La bambina viziata e capricciosa, con una predisposizione alla nevrosi, trova nelle sue convinzioni religiose un’energia indomabile e serena che le permette di diventare una vera adulta, affrontando in modo insolito le prove della vita monastica, prove poco spettacolari ma estenuanti. Questo è il ritratto tracciato da una consorella in una lettera a una carmelitana di un altro monastero, quando Teresa aveva 20 anni: «Suor Teresa di Gesù Bambino. Novizia e gioiello del Carmelo, la sua favorita […]. Alta e forte, con un’aria infantile, un timbro di voce e perfino un’espressione che nascondono una saggezza, una perfezione e una perspicacia proprie di una persona di 50 anni. Anima sempre serena e padrona di sé, in tutto e con tutti. Una santina che si darebbe a Dio senza confessione, ma birichina al punto da fare tutto ciò che vuole. Mistica e comica allo stesso tempo, tutto le sta bene. […] Sa farti piangere di devozione e, con la stessa facilità, farti ridere a crepapelle durante le nostre ricreazioni». In questo bellissimo ritratto ciò che colpisce soprattutto è il perfetto dominio di sé. Ancora più sorprendente è l’energia che permette a Teresa di affrontare, oltre alla rigorosa vita comunitaria, il dolore fisico e la morte per soffocamento senza ricorrere alla morfina.
Lei stessa descrive il proprio coraggio negli ultimi giorni di vita. Bisogna apprezzare la modestia e l’umorismo con cui si esprime: «Mi hanno ripetuto talmente tanto che ho coraggio, e poiché è così poco vero, mi sono detta: “Bene, dopotutto non bisogna far fare brutta figura alla gente!”. E così, con l’aiuto della grazia, mi sono messa ad acquistare quel coraggio. Ho fatto come un guerriero che, sentendosi lodare per il suo valore, pur sapendo in fondo di essere un codardo, finirebbe per vergognarsi degli elogi e vorrebbe meritarli». Questa forza di fronte alle pulsioni di morte è al cuore di ciò che Teresa chiamava la sua «piccola dottrina», la sua «piccola via».
La «piccola dottrina»
È ormai chiaro che la «piccola dottrina» di Teresa, la sua «piccola via», non è la continuazione né la consacrazione di un’esperienza infantile. Al contrario, passa attraverso una rottura con l’infanzia, con i sogni di gloria, di eroismo, di santità eroica che appartenevano alla sua fanciullezza. Questi sogni di eroismo e santità furono riconosciuti da Teresa come un tentativo di sfuggire all’angoscia della morte e della finitezza. L’angoscia davanti alla morte e alla finitezza, così come l’«umiliazione» che esse comportano, vengono affrontate, accettate e sopportate con Gesù, che ha attraversato la stessa angoscia della morte e della finitezza. La «piccola via» consiste nell’abbandono nelle mani del Padre, nella fiducia assoluta in Lui. Nella rinuncia a confidare in se stessi. Nella rinuncia a considerarsi come origine. Nell’accettare di ricevere se stessi come dono. La «piccola via» comincia il giorno in cui l’anima può riconoscere, come fece Teresa, con semplicità e gioia: «Non ho opere». Vale a dire: non ho opere da presentare a Dio, non ho meriti di cui vantarmi, sto davanti a Dio a mani vuote, come un bambino. Questa è l’esperienza fondamentale, nella sua formulazione «teologica»: «Non ho opere». Troviamo questa espressione esattamente all’inizio e alla fine degli scritti di Teresa.
Fin dall’inizio, nella prima pagina del Manoscritto «A», Teresa si interroga «sul mistero della sua vocazione, di tutta la sua vita e soprattutto sul mistero dei privilegi di Gesù per la sua anima…». Nulla potrebbe essere più conciso né più rivelatore. Come esprime Teresa questo mistero? Prende in prestito la formula da san Paolo, nella Lettera ai Romani: «Dio usa misericordia con chi vuole e ha pietà di chi vuole averla. Non dipende dunque né dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia». Nulla di ciò che sono è opera mia, ma di Dio. Alla fine degli scritti di Teresa ritroviamo la stessa affermazione teologica: «Non ho opere». Scrive: «Sono molto contenta di andare presto in Cielo, ma quando penso a questa parola del Buon Dio: “Ecco, io porto con me la mia ricompensa, per rendere a ciascuno secondo le sue opere”, mi dico che, per quanto mi riguarda, si troverà in grande imbarazzo! Non ho opere! Non potrà dunque ricompensarmi “secondo le mie opere”… Ebbene! Mi ricompenserà “secondo le sue proprie opere”».
Che sorprendente esegesi di questo versetto dell’Apocalisse! Teresa contraddice con assoluta serenità la parola di Dio. O meglio, ne offre un’interpretazione molto libera che, in altri tempi, avrebbe potuto essere accusata di luteranesimo. Dio non ha bisogno delle nostre opere; non saremo giudicati per le nostre opere. Questa convinzione è profondamente radicata in Teresa. La ritroviamo, per esempio, nel Manoscritto «B». Legge nel Salmo 49: «Non ho bisogno dei capri dei vostri greggi […]. Offri a Dio sacrifici di lode e di ringraziamento». E commenta: «Ecco dunque tutto ciò che Gesù esige da noi. Non ha affatto bisogno delle nostre opere, ma soltanto del nostro amore»; «In effetti, Gesù non domanda grandi azioni, ma soltanto abbandono e gratitudine».
San Paolo aveva scritto: «essere unito a lui, non con la mia giustizia — quella che viene dalla Legge — ma con quella che nasce dalla fede in Cristo, quella che viene da Dio e si fonda sulla fede». Ciò che Teresa riscopre, con un’audacia e un senso teologico che potrebbero sfuggirci, è in fondo la dottrina paolina della giustificazione mediante la fede: il trionfo dell’amore sulla giustizia. È in questa luce che bisogna comprendere la sua famosa offerta del 9 giugno 1895: la sua «Offerta di me stessa come Vittima d’Olocausto all’Amore Misericordioso del Buon Dio». Se ci fermassimo alle parole «vittima» e «olocausto», potremmo provare un certo rifiuto di fronte a una teologia sacrificale e vittimista, a quella spiritualità della sofferenza «tipica dell’epoca» nella quale sembrerebbe iscriversi. In realtà, si tratta di una preghiera dalla teologia molto solida: l’essere umano non può raggiungere la giustizia da se stesso, ma soltanto attraverso Dio.
Teresa comincia esprimendo il proprio desiderio di servire Dio, di compiere la sua volontà: «In una parola, desidero essere Santa, ma sento la mia impotenza e ti chiedo, o Dio mio, di essere tu stesso la mia Santità». E al centro del suo atto di offerta troviamo questa affermazione: «Alla fine di questa vita comparirò davanti a te con le mani vuote, perché non ti chiedo, Signore, di contare le mie opere. Tutta la nostra giustizia è imperfetta ai tuoi occhi. Perciò voglio rivestirmi della tua stessa Giustizia e ricevere dal tuo Amore il possesso eterno di Te stesso». Questa è l’essenza della «piccola dottrina» di Teresa.
Sconfiggere l’Angelo del Giudizio
Questa «piccola dottrina» dell’Amore sconfigge il giansenismo, ancora presente nella coscienza e nella sensibilità cattolica all’inizio del XX secolo. Teresa, a quanto pare, ne era consapevole. È noto che il giansenismo vedeva Dio soprattutto come giudice. Teresa spiega perché sentì il bisogno di fare questa offerta all’amore: «Pensavo alle anime che si offrono come vittime alla Giustizia di Dio, con lo scopo di deviare e attirare su di sé i castighi riservati ai colpevoli; questa offerta mi sembrava grande e generosa, ma ero ben lontana dal sentirmi incline a farla». Ammirevole eufemismo! In realtà, Teresa rifiuta completamente questa immagine di un Dio giustiziere, un Moloch che esige il proprio tributo dai colpevoli. Questa immagine era molto diffusa ai suoi tempi. E non si può dire che l’immagine di un Dio perverso e sadico sia del tutto scomparsa dalla nostra coscienza… C’erano anime, come dice Teresa, pronte a offrirsi come vittime sostitutive. Poco adatto a me, dice; se gli altri vogliono offrirsi, lo facciano, ma io no.
Non occorreva guardare molto lontano. Gli storici del Carmelo hanno scoperto che, il giorno prima che Teresa pronunciasse la sua «Offerta come vittima d’olocausto all’Amore misericordioso» — e non alla Giustizia —, era giunto al monastero un particolare necrologio che senza dubbio fu letto in refettorio. Era quello di suor Maria di Gesù, carmelitana di Luçon, che «si offrì molto spesso come vittima alla Giustizia divina». La stessa testimonianza rivela che la sua agonia, il Venerdì Santo del 1895, fu terribile. La morente lasciò sfuggire questo grido d’angoscia: «Soffro i rigori della Giustizia divina!… La Giustizia divina!… La Giustizia divina!…». E ancora: «Non ho abbastanza meriti, bisogna guadagnarli». Può essere edificante, ma è molto lontano dalla spiritualità di Teresa.
È questa spiritualità della fiducia nella povertà spirituale, questa spiritualità dell’abbandono, che in fondo spiega l’attrazione esercitata dalla figura di Teresa. Ma questa fiducia — che è un altro nome della fede — non fu semplice come si potrebbe pensare. Perché questo abbozzo del ritratto di Teresa non resti troppo incompleto, bisogna evocare il lato oscuro della sua esperienza di Dio. Dio era stato il sole della sua vita; ma gli ultimi diciotto mesi della sua esistenza trascorsero in una fitta notte spirituale, della quale non conobbe mai la fine. È importante comprendere la portata di questa esperienza.
La prova delle tenebre: il Dio nascosto
Alla fine della sua vita, Teresa sperimenta ciò che in seguito, nel secolo della Shoah e dei Gulag, diventerà una prova largamente condivisa: il mistero di un Dio che si nasconde nella storia degli uomini più di quanto «si riveli» in essa. Dio si è nascosto ai suoi occhi, si è sottratto allo sguardo della sua fede, al punto che Teresa si vede, come dice, «seduta alla tavola dei peccatori», collocata tra coloro che affermano: «Dio non esiste».
Teresa non si dilunga molto nel racconto di questa esperienza. Tocca a noi leggere tra le righe. La sua evocazione occupa quattro pagine del Manoscritto «C». All’improvviso, nei primi giorni di Pasqua del 1896, diciotto mesi prima della morte, il pensiero del Cielo, di Dio, di Cristo — un pensiero che l’aveva sempre incantata e che era stato la fonte della sua gioia e della sua vita spirituale — smette di dirle qualcosa. Dio tace. Quando prega, si trova davanti a un muro. Nessuna apertura. Nella propria vita ha l’impressione di essere in un tunnel buio. Tenebre dense, nebbia. Sono parole sue. Prima non riusciva a credere, per citarla, «che esistessero empi senza fede. Credevo che dicessero cose contrarie al loro stesso pensiero quando negavano l’esistenza del Cielo». Ora afferma che «Gesù le ha fatto sentire che esistono davvero anime che non hanno fede». «Quando voglio far riposare il mio cuore, stanco delle tenebre che lo circondano, ricordando la patria luminosa alla quale aspiro, il mio tormento raddoppia. Mi sembra che le tenebre prendano la voce dei peccatori e mi dicano, prendendomi in giro: “Tu sogni la luce, una patria impregnata dei più dolci profumi; sogni il possesso eterno del Creatore di tutte queste meraviglie; credi che un giorno uscirai dalle nebbie che ti avvolgono. Avanti, avanti! Rallegrati della morte, che non ti darà ciò che speri, ma una notte ancora più profonda: la notte del nulla”».
C’è anche questa confidenza, fatta oralmente a Madre Agnese poche settimane prima della morte: «Se sapesse — mi disse — quali pensieri terribili mi ossessionano! Preghi molto per me, perché non ascolti il demonio, che vuole seminare in me tante menzogne. È il ragionamento dei peggiori materialisti che si impone al mio spirito: in futuro, con continui progressi, la scienza spiegherà tutto in modo naturale, si conoscerà la ragione di tutto ciò che esiste e che è ancora un mistero, perché restano ancora molte cose da scoprire…, eccetera, eccetera». Nessuno attorno a lei sospettava la profondità di questa notte della fede. Teresa continuava a essere così allegra e serena, piena di senso dell’umorismo. Sapeva e sperimentava davvero che cosa fosse la fede pura. Credere quando si hanno alcune ragioni per credere può essere un atto di fede. Ma credere quando tutte le ragioni per credere scompaiono è l’inizio della fede pura, della fede mistica.
Conclusione
L’esperienza teresiana indica la vita quotidiana, con la sua banalità e la sua apparente mancanza di senso, come il luogo dell’esperienza mistica. La vita monastica come vita familiare. Il mistero di Nazaret. Anche Charles de Foucauld visse questa mistica dell’interrare l’amore nella quotidianità e nella semplicità. Il nostro tempo si riconosce in questa modestia. Questo tipo di santità parla a tutti coloro che sono stanchi di cercare il senso nell’eccezionale e desiderano trovarlo nella vita ordinaria. Perfino in ciò che appare più insignificante dentro il quotidiano.
Senza dubbio esiste una profonda sintonia tra Teresa e il nostro tempo. Basta osservare che, nella letteratura moderna, in autori così diversi come Kafka, Bernanos, Ionesco o Beckett, i personaggi rappresentati sono molto lontani dagli eroi tradizionali della letteratura. Si tratta in genere di figure comuni, di «antieroi», come è stato detto, per esempio, di Meursault, il protagonista de Lo straniero di Albert Camus. Lo stesso vale per Teresa: a prima vista non ha nulla di una santa eroica o folgorante, di una Giovanna d’Arco o di una Teresa d’Avila.
D’altra parte, la letteratura moderna testimonia ciò che resta la grande novità del nostro tempo e il suo enigma: il silenzio di Dio, l’assenza di Dio, l’apparente assenza di Dio nella storia degli uomini. Teresa ne sapeva qualcosa. Oggi la sua vita quotidiana ci è facilmente accessibile grazie al lavoro degli storici recenti. Essi ci rivelano una quotidianità infinitamente più ricca e complessa di quanto immaginassero le stesse sorelle di Teresa. Ma una quotidianità che, in ogni caso, si svolse sotto il segno della fiducia e dell’abbandono nel Dio della misericordia. Una santità alla portata di tutti.
