Paolo Gamberini
15 settembre 2026
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Per gentile concessione dell’autore

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo stavano presso la croce di Gesù, sua madre, la sorella di sua madre Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora vedendo la madre e accanto a lei, il discepolo che egli amava disse alla madre Donna, ecco tuo figlio poi disse al discepolo ecco tua madre Ed è e da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

La sequenza con cui abbiamo iniziato questa liturgia cantava: Stabat Mater dolorosa.

Maria stava. E questo verbo – stare – ritorna con forza nel Vangelo di Giovanni. Il Vangelo non dice che Maria comprendeva. Non dice che riusciva a dare un senso a ciò che stava accadendo. Il Vangelo dice semplicemente che stava.

Ci sono momenti nella nostra vita in cui non possiamo far altro che “stare”. È capitato a tutti: andare in ospedale a visitare una persona cara. Dopo le parole inevitabili – spesso più di convenienza che di verità – arriva quel momento di silenzio, un po’ scomodo, in cui non sappiamo più cosa dire. E proprio lì, piano piano, in modo dolce e costante, nasce il desiderio di restare. In quei momenti ci affidiamo allo stare come alternativa al comprendere.

Il senso non lo si dà con le spiegazioni: lo si dà corporalmente, stando accanto al letto, tenendo una mano, senza dire nulla. E questo accade anche nella nostra vita quotidiana. Può capitare una sera, tardi, prima di coricarti: non capisci perché ti stia succedendo ciò che stai vivendo. Eppure, il corpo comprende. Il corpo sa. Ti siedi. Stai. E lasci che quella sorgente di vita, anche a tarda notte, possa bisbigliare qualcosa dentro di te.

La lettera agli Ebrei dice che Gesù «imparò l’obbedienza da ciò che patì». Anche qui c’è un verbo che parla dello stare: imparare. Gesù imparò a stare. A non scendere dalla croce, a non fuggire. Imparò a restare, come un albero con radici profonde e nascoste.

C’è poi un terzo elemento nella scena evangelica di oggi. Oltre allo stare e all’imparare, c’è qualcosa di più profondo: la conseguenza dello stare. Se avete notato la dinamica della scena: è ciò che nasce quando siamo capaci di restare. «Gesù, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio”». Dove erano rivolti gli occhi della madre? A Gesù. Dove erano rivolti gli occhi di Giovanni? A Gesù.

Quando stiamo male, cerchiamo di radicarci in questo sguardo altrui. Ma Gesù è talmente radicato nel Padre da compiere un gesto inaudito: distoglie lo sguardo della madre da sé e lo rivolge verso Giovanni. «Ecco tuo figlio». E distoglie lo sguardo di Giovanni da sé e lo rivolge verso la madre. «Ecco tua madre». Nello “stare” nasce il distacco: la capacità di non aggrapparsi, di non trattenere, di non chiudersi nel proprio dolore. È un distacco che genera vita.

Concludo con una frase che porto con me ogni volta che l’acqua arriva alla gola, quando la tentazione di fuggire è forte. Sono parole di Timothy Radcliffe: «Noi dobbiamo amare le persone in modo che esse siano libere di amare gli altri più di noi».

Gesù si distacca da chi amava, e proprio in questo permette alla madre di generare di nuovo un figlio: «Ecco tuo figlio». E permette al discepolo di trovare una madre: «Ecco tua madre». Chiediamo allora allo Spirito il dono della contemplazione: di essere capaci di stare, anche nel dolore, perché così il dolore diventi fecondo, generatore di amore liberante.