Ricorderemo la caldissima estate del 2026 come quella nella quale abbiamo capito che il nostro stile di vita è diventato una minaccia alla nostra stessa sopravvivenza. Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 15 settembre 2026

Dalla civiltà dell’inquinamento alla barbarie del caldo
di: Stefano Feltri
16 settembre 2026
Per gentile concessione di
http://www.settimananews.it

Dopo quasi tre mesi di pausa, mi sono chiesto da quale argomento ripartire con Revolution, la trasmissione-podcast quotidiana che conduco per Radio3: le notizie non mancano certo in questi giorni di settembre.

C’è l’evoluzione della guerra in Iran, che si estende allo Yemen, con le milizie Houthi che prendono il controllo anche dello stretto di Bab el Mandeb nel Mar Rosso. E così i due stretti principali dai quali transita petrolio diventano uno strumento militare di Teheran nella resistenza agli Stati Uniti: la Repubblica islamica restringe direttamente i transiti da quello di Hormuz, gli Houthi ora possono fare lo stesso tra Yemen e Gibuti.

Ci sono i mercati in tensione, con il petrolio che va sopra i 108 dollari e gli indici azionari che oscillano tra nuova inflazione, politica economica americana fuori controllo e bolla dell’intelligenza artificiale.

E poi c’è appunto l’AI, con i fondatori delle principali aziende del settore che preparano quotazioni in Borsa per raccogliere decine di miliardi di dollari mentre ci raccontano anche che, forse, prima di diventare redditizia l’intelligenza artificiale ci ucciderà tutti con un attacco chimico o biologico senza antidoti o con agenti artificiali che prendono il controllo di Internet o di qualche batteria di droni.

Tutte questioni importanti, certo, che non mancherà occasione di approfondire. Eppure sembrano tutti dettagli, minuzie, rispetto a una vicenda più grande, più urgente. O meglio, sono tutti aspetti secondari dell’unica grande storia che ha dominato la nostra estate e che c’entra con la fonte dell’energia che ci serve e le nostre scelte di consumo. Mai, dai tempi del Covid, avevamo vissuto in maniera così diretta e condivisa una minaccia esistenziale al nostro stile di vita e alla nostra incolumità: il caldo.

Secondo il servizio di monitoraggio dell’Unione europea, Copernicus, agosto 2026 è stato il mese più caldo mai registrato nella storia, alla pari con luglio 2023. Ma il fatto che abbiamo già avuto così caldo deve preoccuparci, non rassicurarci: significa che queste temperature stanno diventando la nuova normalità.

caldo estivo

La temperatura media della Terra a livello globale ad agosto 2026 è stata 1,65 gradi più calda che nell’epoca pre-industriale. L’ultima volta che avevamo superato la soglia critica, fissata dall’accordo di Parigi del 2015 in 1,5 gradi sopra la media pre-industriale, era stato a novembre 2025.

Ma queste sono medie, che includono terra e mare, oceani e poli. Ognuno può trovare il record che gli conferma la percezione della sua estate: le temperature nell’Europa occidentale sono state 2,54 gradi sopra la media del periodo 1991-2020. Per dare un’idea, la terribile estate del 2003, la prima in cui i giornali parlavano della strage di anziani per il caldo, aveva registrato temperature sopra la media di 1,98 gradi.

Questione di sopravvivenza

Le statistiche lasciano sempre un po’ indifferenti, ma credo che in molti abbiamo sperimentato la stessa sensazione tra luglio e agosto: che la temperatura fosse una minaccia, che le nostre funzioni corporee fossero in parte compromesse dal caldo, e quelle cerebrali ridotte. Tutti abbiamo dovuto rivedere le nostre scelte organizzative di vita, gli spostamenti, la quantità di minuti sotto il sole. I servizi del genere Studio Aperto che hanno alimentato decenni di satira, con i consigli su come evitare le ore più calde e bere tanto, non fanno più ridere.

caldo estivo

Chi poteva, è fuggito dalle città, ma trovare rifugio non era poi così facile: le località di mare che per anni consentivano di godere della brezza e di un po’ di sollievo, ora sono calde quanto i centri urbani. Senza aria condizionata non si può sopravvivere. Ma che senso ha comprare una seconda casa lontana per chiudersi dentro con il condizionatore?

L’estate 2026 è stata la prima a essere dominata dalla politica dell’aria condizionata, che ha animato feroci dibattiti in Francia e non solo. Otto Paesi hanno introdotto indicazioni di legge sulle temperature: Bangladesh, Cambogia, Malesia, Singapore e Sri Lanka hanno stabilito che negli uffici sono consentite solo temperature tra i 24 e i 26 gradi. Alle Seychelles il governo ha chiesto di spegnere l’aria condizionata almeno un giorno a settimana.

Il Pakistan ha introdotto vincoli di legge alle misure contro la dispersione termica, sempre più stringenti per i nuovi edifici. La domanda globale di elettricità per l’aria condizionata è cresciuta del 50% in dieci anni, dal 2015, ed è arrivata a 2.900 Terawatt-ora, più dell’intera domanda di energia elettrica dell’Unione Europea. Nel 2024, anno con ondate di calore molto intense, le spedizioni globali di condizionatori hanno raggiunto 200 milioni di unità.

E questo è solo l’inizio. Perché soltanto il 40 per cento della popolazione mondiale ha accesso all’aria condizionata, ma l’80 per cento ne sperimenta il bisogno.

Quanto a noi europei, sappiamo già cosa ci aspetta: un futuro all’americana o alla giapponese, dove il tasso di penetrazione dell’aria condizionata è al 90 per cento, mentre oggi in Europa è al 23 per cento. Significa edifici con finestre sigillate, troppo freddi in estate, troppo caldi in inverno, in un ribaltamento costante della percezione climatica.

È una delle tante evoluzioni che ci attendono e che renderanno la nostra vita un po’ più simile a quella della pandemia, con la differenza che giardini e terrazzi non saranno spazi di sicurezza dalla minaccia, com’era al tempo del virus, ma i più pericolosi e meno allettanti.

Le cronache dell’estate 2026 recuperano, in modo forse inconsapevole, lessico e toni da pandemia: a Roma il comune ha dovuto spingere anziani e persone fragili verso i cinema, non tanto per i film ma per l’aria condizionata, a Sanremo hanno usato il teatro del festival come un rifugio di emergenza, a Firenze hanno organizzato rifugi climatici, da Bari a Torino, comuni, prefetture e farmacie si sono preoccupati di come far arrivare farmaci e viveri ad anziani che non potevano uscire senza rischiare la vita.

In Sicilia, a Palermo, in caso di temperature insostenibili anche a settembre si passerà alla didattica a distanza, come durante la pandemia.

Secondo i dati del ministero dell’Istruzione, su 39.351 mila edifici scolastici censiti, appena 2.835 dichiarano di avere l’aria condizionata, di quasi 13.000 non abbiamo dati, gli altri ne sono privi. Il ministero guidato da Giuseppe Valditara ha annunciato 20 milioni di euro, cioè appena 842 euro di media per ciascuno dei 23.739 edifici che non dichiarano di avere un impianto attivo.

In molte parti d’Italia si è discusso di rinviare l’inizio dell’anno scolastico al primo ottobre, lo ha chiesto pure il sindaco di Benevento Clemente Mastella. Ma in un anno ci devono essere almeno 200 giorni di lezione, e se cominci tardi poi come puoi arrivare a fine giugno o inizio luglio quando farà ancora più caldo?

E i genitori come gestiscono figli minori in città ancora calde a fine estate per settimane e settimane senza scuola?

Verso la barbarie

Se mettiamo insieme i pezzi, è facile capire perché l’estate 2026 rappresenta un punto di non ritorno. Non tanto per la consapevolezza di quello che sta succedendo, ma perché per la prima volta ci siamo accorti che la crisi climatica impatta ogni aspetto delle nostre esistenze. Non soltanto la scelta tra auto elettrica o a benzina.

A questo proposito, sembra davvero anacronistico che il governo Meloni abbia fatto quasi un decreto a settimana e speso oltre due miliardi di euro per tagliare di poco le accise sui carburanti, in modo da non aggravare la spesa per le vacanze delle famiglie e da evitare troppi rincari dovuti all’incremento nei costi dei trasporti.

Qualche decina di euro in più di costo della benzina per un paio di mesi è ben poca cosa rispetto allo sconvolgimento da caldo e ai costi che comporta, non soltanto per i consumi elettrici.

Chiunque abbia in famiglia bambini piccoli o parenti anziani potrà senza fatica contare quante centinaia, più spesso migliaia, di euro comporta ormai la mera sopravvivenza a luglio e agosto.

Molti lavori, già a inizio estate, sono stati dichiarati incompatibili con le temperature in certe fasce orarie: dagli operai dell’edilizia ai rider, attività economica che svanisce e Pil che si riduce.

Le scuole spariscono a metà giugno, ci sono pochi, costosi, centri estivi. Ma quale organizzazione di una famiglia con due genitori che lavorano è compatibile con un centro estivo che finisce alle 16, quando perfino i parchi sono ancora inaccessibili per le alte temperature?

E come si assistono gli anziani non del tutto autosufficienti in città invivibili, dove i servizi si diradano come se fossimo ancora negli anni Ottanta delle lunghe villeggiature fuori porta, con le badanti che – giustamente – hanno diritto anche loro a un po’ di ferie?

Chi non ha risorse è condannato a subire il caldo e le sue conseguenze, chi ha budget elevati a disposizione vede comunque svanire il valore di case al mare diventate fornaci mentre comincia la corsa a montagne sempre più lontane in cerca del fresco.

Il nostro stile di vita fondato sulle energie fossili ha fatto collassare l’ambiente in cui viviamo e adesso l’ambiente deformato dalle emissioni climalteranti sta facendo collassare il nostro stile di vita.

Il fatto che non si parli soltanto di questo, e che la politica cerchi in ogni modo di rimuovere o rinviare il problema, inizia a sembrare una strana forma di suicidio collettivo.

La nostra civiltà si è fondata sull’inquinamento, ora sperimentiamo la barbarie del caldo.

L’estate del coprifuoco climatico

Ferdinando Cotugno è il più noto giornalista climatico in Italia, scrive per Domani e altre testate.

  • Questa estate è stata davvero diversa dalle altre? Per la prima volta è diventato impossibile sostenere che fa caldo e ha sempre fatto caldo?

L’estate del 2026 è stata la più calda delle serie storiche. Per dare un termine di paragone, un agosto italiano medio fra il 1950 e il 1980 era di poco più di 20 gradi.

Nel 2026 la temperatura media di agosto è stata di 25,6 gradi, quindi 5 gradi in più rispetto alle estati che può ricordare un cinquantenne, un sessantenne, un settantenne: quelle che usiamo come base per misurare il cambiamento.

È uno sbalzo termico enorme. Questi sono dati del Consiglio nazionale delle ricerche, il CNR, e questa è una di quelle volte, non tantissime, in cui le nostre percezioni e i dati sono perfettamente allineati.

Numeri e corpi ci dicono la stessa cosa: in questa estate ha fatto un caldo insopportabile, peraltro con un’estensione temporale sempre più lunga.

Quando parliamo di estate, ormai parliamo di un periodo che quest’anno, per le ondate di calore, è andato dalla fine di maggio all’inizio di settembre.

  • La crisi climatica sta generando anche nuove solitudini: anziani che non possono uscire di casa, bambini che non riescono ad andare a scuola perché manca l’aria condizionata, luoghi di aggregazione deserti. Secondo te come reagiremo a questo effetto poco previsto del riscaldamento?

Qui siamo nel campo delle osservazioni della società, quindi un po’ meno esatto di quello dei dati. Però sì, la mia sensazione è che questa sia stata un’estate da punto di non ritorno anche per la percezione climatica.

Ho sentito normalizzarsi sempre più l’idea del lockdown climatico, l’idea che ci sia una specie di coprifuoco: uscire durante un’ondata di calore è diventato qualcosa di percepito come pericoloso, che è necessario evitare, che fa star male.

Questo ha riportato il clima nelle preoccupazioni quotidiane delle persone dopo un anno relativamente tranquillo, privo di grandi incidenti climatici.

Ricordiamo che negli anni precedenti tutti gli autunni e le primavere erano stati caratterizzati da grandi disastri. Poi c’è stato un anno tranquillo e purtroppo in Italia lo si è usato per spazzare via il tema del clima dall’attenzione.

Ma la realtà vince sempre e quindi il clima si è imposto da solo sull’agenda e nelle percezioni. Secondo me sarà molto presente nelle elezioni amministrative. Nella politica nazionale si parlerà tanto di energia e di caro energia, ma credo poco di mitigazione e cambiamento climatico.

Nelle amministrative, invece, il verde urbano, il refrigerio urbano, la gestione dell’adattamento urbano saranno il tema. Anche perché si è capito quanto possa essere trasformativo un sindaco o una sindaca. Dagli esempi positivi, Londra e Parigi, e da quelli negativi, come Milano, si vede la differenza.

Secondo me si voterà per questa differenza e sulla credibilità di chi porterà un piano solido per cambiare una città e renderla più adatta alla lotta alla crisi climatica.

Anche perché città climaticamente inabitabili per quattro mesi l’anno sono città che vedono deperire il proprio patrimonio, le proprie prospettive, anche il valore degli immobili. Quindi secondo me ci sarà una domanda trasversale di buone idee, buone pratiche, misure di adattamento, strumenti. Se ne parlerà tanto.

  • I negazionisti hanno rapidamente cambiato posizione: adesso non negano più l’aumento delle temperature ma l’utilità delle politiche per contrastarlo. Anche a livello europeo sembra che la spinta per politiche incisive sia svanita. È troppo tardi per tutto?

Secondo me dobbiamo distinguere il negazionismo in senso stretto, che trovo, e anche i dati lo mostrano, piuttosto marginale nella nostra società. Marginale, ma purtroppo sovra rappresentato nelle istituzioni − il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è un negazionista climatico − e nei media italiani.

Però non è nemmeno questo il punto. Il punto è uno scontro fra interessi energetici e interessi collettivi. In questo scontro non c’è nessun negazionista: ci sono gruppi di interessi diversi, con priorità diverse. Non c’è una scala morale di priorità, ma ci sono priorità che corrispondono a interessi più generali, con una proiezione più lunga nel tempo, e ci sono interessi invece molto più ristretti.

Purtroppo questi interessi, che non sono interessi negazionisti, sono interessi fossili, che è una cosa attiva, ma diversa. In Italia stanno vincendo perché hanno molto ascolto nel governo e nei mezzi di comunicazione. Anche la scelta di Giorgia Meloni di andare di nuovo nella direzione di una maggiore estrazione di gas e petrolio in Italia non è tanto una scelta negazionista: è una scelta in cui un gruppo di interesse ha vinto sull’interesse generale.

Secondo me è questo lo scontro ed è così che dobbiamo leggerlo. Questa lettura si può fare a livello di un paese tutto sommato piccolo come l’Italia e si può poi traslare sull’Unione europea, su scala mondiale, sul conflitto fra Stati Uniti e Cina. Sono visioni diverse dell’economia, dell’energia, della società, con effetti diversi. Purtroppo la visione fossile, la visione di chi oggi estrae, continua a estrarre ed estrarrà sempre più idrocarburi, non è compatibile con l’abitabilità di questo pianeta.

Questo ce l’ha detto anche l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sull’obiettivo dell’Accordo di Parigi di limitare il riscaldamento a un grado e mezzo: un obiettivo sostanzialmente fallito, che ci lascia come unica opzione l’overshoot, cioè superare la soglia di sicurezza, stare chissà quanti decenni al di sopra e poi ritornare al di sotto.

Questa è la nostra migliore opzione al momento. È un’opzione che ci ha garantito non il negazionismo climatico: tutte queste sciagure non arrivano per il negazionismo climatico, ma per una serie di interessi economici. Secondo me a questi interessi economici non va nemmeno dato l’alibi del negazionismo climatico.