XXIV Settimana del Tempo Ordinario
Commento di Paolo Curtaz 


Lunedì 14 Settembre (FESTA – Rosso)
ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

Nm 21,4-9   Sal 77   Fil 2,6-11   Gv 3,13-17: Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo.

Martedì 15 Settembre (Memoria – Bianco)
Beata Vergine Maria Addolorata

Eb 5,7-9   Sal 30   Gv 19,25-27: Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!

Mercoledì 16 Settembre (Memoria – Rosso)
Santi Cornelio e Cipriano

1Cor 12,31-13,13   Sal 32   Lc 7,31-35: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.

Giovedì 17 Settembre (Feria – Verde)
Giovedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Cor 15,1-11   Sal 117   Lc 7,36-50: Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.

Venerdì 18 Settembre (Feria – Verde)
Venerdì della XXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Cor 15,12-20   Sal 16   Lc 8,1-3: C’erano con lui i Dodici e alcune donne che li servivano con i loro beni.

Sabato 19 Settembre (Feria – Verde)
Sabato della XXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Cor 15,35-37.42-49   Sal 55   Lc 8,4-15: Il seme caduto sul terreno buono sono coloro che custodiscono la Parola e producono frutto con perseveranza.

Domenica 20 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Is 55,6-9   Sal 144   Fil 1,20-24.27   Mt 20,1-16: Sei invidioso perché io sono buono?


NOTA: Quando questa festa ricorre in domenica, si proclamano le tre letture qui indicate; se la festa ricorre in settimana, si sceglie come prima lettura una delle due che precedono il Vangelo; il Salmo responsoriale è sempre lo stesso.


L’esaltazione della santa Croce ci fa conoscere un aspetto del suo cuore che solo Dio stesso poteva rivelarci: la ferita provocata dal peccato e dall’ingratitudine dell’uomo diventa fonte, non solo di una sovrabbondanza d’amore, ma anche di una nuova creazione nella gloria. Attraverso la follia della Croce, lo scandalo della sofferenza può diventare sapienza, e la gloria promessa a Gesù può essere condivisa da tutti coloro che desideravano seguirlo. La morte, la malattia, le molteplici ferite che l’uomo riceve nella carne e nel cuore, tutto questo diventa, per la piccola creatura, un’occasione per lasciarsi prendere più intensamente dalla vita stessa di Dio.
Con questa festa la Chiesa ci invita a ricevere questa sapienza divina, che Maria ha vissuto pienamente presso la Croce: la sofferenza del mondo, follia e scandalo, diventa, nel sangue di Cristo, grido d’amore e seme di gloria per ciascuno di noi.

Secondo la tradizione la regina Elena, madre dell’Imperatore Costantino, in questa giornata portò a Costantinopoli le presunte reliquie della croce di Cristo miracolosamente ritrovate durante il suo pellegrinaggio a Gerusalemme.
Santa croce. Beata croce. Così evidente e così misteriosa. Capita e vilipesa. Stravolta e sfregiata, soprattutto da noi discepoli del Nazareno. Croce che, pure, per noi discepoli rappresenta il punto di non ritorno dell’amore di Dio. La parola definitiva di Dio sul mondo, il dono totale e assoluto di sé. Questo significa, secondo le intenzioni di Gesù, il prendere la croce. Donarsi, totalmente, come Dio ha saputo fare. Allora perché della croce, stravolgendone il significato, abbiamo colto l’aspetto dolente? Come una penitenza da sopportare, un regalo non gradito voluto da Dio (che non manda mai nessuna croce! Scherziamo?) che umilmente sopportiamo… Non è così: da strumento di tortura raffinato e preverso la croce è diventata l’emblema della misura dell’amore senza misura di Dio. È questo amore che oggi esaltiamo, non il dolore che essa porta con sé. Perché amare, lo sappiamo bene anche noi uomini, spesso richiede sacrificio e incomprensione. Oggi esaltiamo l’amore donato, lo poniamo in alto nelle nostre scelte, appeso alle nostre case perché irradi, con la sua logica, tutta la nostra vita.

Lunedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 7,1-10: Neanche in Israele ho trovato una fede così grande.

È tutto un gioco di cortesie il rapporto fra il centurione e gli ebrei, e fra Gesù e il centurione. È un uomo buono, non solo ha collaborato al finanziamento della sinagoga, ma prende a cuore le sorti di un suo subalterno, disturbando addirittura l’ospite di Pietro. È un uomo buono e pieno di fede: non ha bisogno della presenza del Rabbì, gli basta una parola così come egli, con una parola, riesce a comandare ai suoi subalterni senza preoccuparsi di verificare l’esecuzione dell’ordine. Si stupisce, il Signore, sorride alla fede cristallina di questo pagano simpatizzante per l’ebraismo. Com’è bello stupire il Signore con la nostra fede! Com’è bello pensare che egli possa commuoversi davanti ai nostri gesti pieni di fiducia e di abbandono! E com’è bello sapere che questi gesti di fede non provengono necessariamente dai credenti, dai devoti, ma anche da chi, come il centurione, è ai margini della religiosità. Dio sa vedere la fede non solo nei suoi figli e si sa stupire di chi, pur non avendolo conosciuto, pur conducendo una vita difforme dai precetti del vangelo, pone dei gesti di fede cristallina come, ahimè, noi discepoli a volte non sappiamo porre.

Il mondo ha tanto bisogno di compassione e la festa di oggi ci dà una lezione di compassione vera e profonda. Maria soffre per Gesù, ma soffre anche con lui e la passione di Cristo è partecipazione a tutto il dolore dell’uomo.
La liturgia ci fa leggere nella lettera agli Ebrei i sentimenti del Signore nella sua passione: “Egli nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte”. La passione di Gesù si è impressa nel cuore della madre, queste forti grida e lacrime l’hanno fatta soffrire, il desiderio che egli fosse salvato da morte doveva essere in lei ancora più forte che non in Gesù, perché una madre desidera più del figlio che egli sia salvo. Ma nello stesso tempo Maria si è unita alla pietà di Gesù, è stata come lui sottomessa alla volontà del Padre.
Per questo la compassione di Maria è vera: perché ha veramente preso su di sé il dolore del Figlio ed ha accettato con lui la volontà del Padre, in una obbedienza che dà la vera vittoria sulla sofferenza.
La nostra compassione molto spesso è superficiale, non è piena di fede come quella di Maria. Noi facilmente vediamo, nella sofferenza altrui, la volontà di Dio, ed è giusto, ma non soffriamo davvero con quelli che soffrono.
Chiediamo alla Madonna che unisca in noi questi due sentimenti che formano la compassione vera: il desiderio che coloro che soffrono riportino vittoria sulla loro sofferenza e ne siano liberati e insieme una sottomissione profonda alla volontà di Dio, che è sempre volontà di amore.

Una spada che attraversa il cuore. La facile profezia del vecchio Simeone potrebbe essere rivolta a quasi ogni genitore. Avere un figlio e crescerlo richiede una dose di fatica e di pazienza che, in certi momenti, diventa quasi dolore fisico. Ma in questa giornata in cui celebriamo la memoria popolare di Maria addolorata parliamo di qualcosa di diverso dall’inevitabile sofferenza di ogni genitore. E nemmeno vogliamo soffermarci troppo sullo strazio di una madre che perde un figlio, forse il peggior dolore che possiamo immaginare, in quel modo drammatico. Se oggi ricordiamo Maria sotto la croce è, invece, per il suo coraggio, per la sua condivisione alla scelta del Figlio di giungere fino in fondo al suo percorso, senza cedere, senza smettere di proclamare il volto del Padre fino a morirne. Maria mette da parte il suo dolore, dolore che potrebbe spezzare la sua fede, e dimora sotto la croce senza capire, ma credendo. Crede contro ogni speranza, crede che, in qualche modo, la promessa ricevuta dall’angelo trent’anni prima si realizzi. Crede, la madre. Dimora senza cedere. E a quella forza, oggi, ci ispiriamo per affrontare gli inevitabili momenti di sofferenza che la vita ci riserva.

Martedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 7,11-17: Ragazzo, dico a te, àlzati!

Nain, la fiorita. Un piccolo villaggio immerso nelle colline poco distante da Nazareth. Ma la fiorita è appassita: un grave lutto ha colpito la piccola comunità. Gesù assiste alla scena di un funerale: un figlio unico di madre vedova viene condotto fuori dal villaggio per essere sepolto. Figlio unico di madre vedova: sembra l’inizio del più terribile dei racconti drammatici. E così è. Gesù prova compassione, non è indifferente a quanto accade, non fa finta, non assume un volto di circostanza come spesso facciamo noi. Il verbo usato per indicare lo stato d’animo di Gesù indica uno strazio interiore, un laceramento, un movimento viscerale. Non è indifferente al dolore il nostro Dio, non si bea nella sua perfezione, non ha paura delle proprie emozioni. E interviene: il bambino viene restituito alla madre. Quanti interrogativi suscita questa pagina! Dio ama la vita, si commuove agisce, questo dice questo episodio. Ma, d’altra parte, quanti altri figli unici di madre vedova sono rimasti nel sepolcro? Fra poco un altro figlio unico di madre vedova, Gesù, morirà per sconfiggere definitivamente la morte.

CORNELIO (210 c. – 253), pontefice e pastore di animo grande e misericordioso, molto operò per il recupero e la riconciliazione dei cristiani che avevano ceduto alle persecuzioni, mentre difese l’unità della Chiesa contro gli scismatici novaziani, confortato dalla solidarietà di san Cipriano. Morì a Civitavecchia (Roma), esiliato dall’imperatore Gallo, e fu sepolto nel cimitero di Callisto.
CIPRIANO (Cartagine, Tunisia, 210 c. – Sesti, presso Cartagine, 14 settembre 258), convertitosi dal paganesimo nel 245, divenne vescovo di Cartagine nel 249. Fra i massimi esponenti, insieme a Tertulliano, della prima latinità cristiana, nel suo magistero diede un notevole contributo alla dottrina sull’unità della Chiesa raccolta intorno all’Eucaristia sotto la guida del vescovo. Morì martire nella persecuzione di Valeriano.
I loro nomi sono nell’elenco del Canone Romano.

Mercoledì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 7,31-35: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.

Siamo un popolo di incontentabili, siamo sempre scontenti di ciò che abbiamo, passiamo il tempo a lamentarci. Come i bambini che litigano e non si mettono d’accordo sul gioco da fare, anche noi abbiamo sempre pronta un’interminabile lista di cose che Dio dovrebbe fare per fare bene il proprio mestiere! I giudei accusavano il Battista di esagerare nell’ascesi e Gesù di essere un festaiolo! Invece di interrogarsi su loro stessi, di cogliere la profezia nell’uno e nell’altro atteggiamento, passavano il tempo a piagnucolare e a lamentarsi. Come spesso facciamo anche noi! Nei confronti di Dio, anzitutto, che sarà buono e onnipotente ma fa delle cose veramente incomprensibili! Per non parlare del Papa e della Chiesa! Siamo onesti: non saremmo molto più preparati e capaci noi di gestire la situazione? Insomma: se facciamo di noi stessi il punto di riferimento dell’universo, tutto ci sembra inadeguato, da cambiare. Il nostro mondo si sta imbarbarendo, assistiamo al declino della nostra civiltà e il livello dello scontro è altissimo in tutti i campi, tutti hanno urgenza di esprimere un’opinione autorevole (quasi sempre improvvisata…). E se la piantassimo?

Giovedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 7,36-50: Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.

Gesù vuole salvare la peccatrice e Simone il fariseo. Entrambi. Entrambi sono delle prostitute: la donna si concede per poter sopravvivere e sopporta il pesante giudizio dei benpensanti e degli uomini religiosi. Simone cerca approvazione e manifesta la sua apertura mentale invitando il discusso rabbino che ridicolizza i farisei. E Gesù li salva entrambi con delicatezza: va al di là dell’apparenza con la donna che compie una serie di gesti ambigui e scabrosi. Sciogliersi i capelli era un gesto intimo riservato al talamo, impensabile compierlo in pubblico. Ma non c’è seduzione nel suo gesto, solo l’assenza di vocabolario: è l’unico ambiguo linguaggio che la donna conosce. Gesù lo sa e lo apprezza, va al di là dell’apparenza e lo accoglie come manifestazione d’amore. Simone è una bella persona ma esprime giudizi taglienti. Il suo ragionamento contorto sfocia in una certezza: Gesù certamente non è un profeta altrimenti non si farebbe contaminare da donne come quella. Gesù, per salvarlo, come fece Natan con Davide, si appella alla sua giustizia senza umiliarlo, senza rimproverarlo: sarà Simone a giudicare Simone. Geniale.

Venerdì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 8,1-3: C’erano con lui i Dodici e alcune donne che li servivano con i loro beni.

È un piccolo inserto lucano sfuggito certamente a qualche copista sessista. Scherzi dello Spirito Santo! Così, grazie a questi tre versetti, veniamo a conoscenza del fatto che nel gruppo più stretto dei discepoli c’erano anche delle donne che vivevano con il gruppo dei seguaci itineranti. Conosciamo anche il nome di alcune di esse e il loro compito: mettersi a servizio del Regno con i loro beni. Collaboratrici a tutti gli effetti, non badanti degli apostoli o colf del Nazareno! Alle donne Gesù affiderà il compito essenziale dell’annuncio della sua resurrezione dai morti: il loro compito è fondamentale per lo sviluppo della fede cristiana! Cosa di difficile comprensione anche oggi, ed assolutamente inaccettabile in una cultura chiusa in cui una donna non aveva diritto di parola in pubblico, non poteva uscire di casa da sola, figuriamoci dormire fuori dalle mura domestiche! Gesù è un uomo libero e ci porta a diventare liberi, a superare le distinzioni di genere, a scavalcare e confondere i ruoli. Davanti a Dio non c’è più né uomo né donna, giudeo o greco, schiavo o libero. Diventiamo capaci di vivere da liberi e di liberare, superiamo gli steccati delle culture per abbracciare la novità sconcertante del vangelo!

Sabato della XXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 8,4-15: Il seme caduto sul terreno buono sono coloro che custodiscono la Parola e producono frutto con perseveranza.

Dalla Parola nasce la fede, la Bibbia è Dio-in-azione, lo sappiamo bene. Quanti, fra noi, hanno ascoltato con cuore nuovo il Vangelo, scoprendo in esso un significato inatteso e una forza che li ha spinti alla conversione? E la Parola è la protagonista della parabola di oggi, la Parola che Dio getta a piene mani nei nostri cuori. Ma Gesù ci avverte: non basta che il seme cada, bisogna lottare e faticare affinché cresca e produca frutto nelle nostre vite. Lottare perché l’avversario cerca di togliere la Parola dalla nostra vita, sa bene quanto è pericolosa, dal suo punto di vista! Lottare significa conservarla nel cuore, leggerla con assiduità, prenderla come punto di riferimento. Quante parole ascoltiamo ogni giorno! La Parola deve svettare sulle altre: perché non scrivere una frase del vangelo domenicale da tenere a portata di sguardo? E la Parola porta frutto solo se il terreno del nostro cuore ne favorisce la crescita: con la costanza e la perseveranza. Se siamo in crisi o in difficoltà facciamo in modo che la Parola sia presente nella nostra tenebra, lasciamola illuminare le nostre fatiche. E perseveriamo leggendola e meditandola, come abbiamo imparato a fare con questo piccolo sussidio…

Gesù ci svela quanto la sua logica sia diversa dalla nostra e la superi.
Nella sua vigna c’è spazio per tutti e ogni ora può essere quella giusta. Così come ogni nostra situazione di vita deve essere la vigna che ci è affidata per curarla e metterla in grado di portare molto frutto e questo non per rinchiuderci egoisticamente in un ambito ristretto ma per riconoscerci, a partire dal concreto dell’esistenza, “lanciati sulle frontiere della storia”, per essere cioè veri evangelizzatori e missionari.
Siamo tutti pronti a riconoscerci tra gli operai che hanno accettato l’invito della prima ora, ma quale potrà essere la chiamata che il Signore ci riserva per l’ultima ora, per la sera della nostra vita?
Riconoscersi tra i chiamati alla salvezza deve significare renderci disponibili ad accogliere ogni chiamata, anche la meno gratificante, la più difficile e dolorosa.

A chi era rivolta quella parabola? Gesù parlava sì ai discepoli, ma sappiamo che anche tanti farisei andavano ad ascoltarlo, ed erano soprattutto loro che voleva convertire. Quindi sembra proprio che quella parabola fosse rivolta a loro: voleva far loro capire che ciò che conta davanti a Dio non sono le osservanze minuziose di tutta una vita, ma il cambiamento del cuore. Se questo accoglie la voce di Dio può essere salvo istantaneamente: ecco gli operai dell’ultima ora. Mentre se non lo accoglie non basta neanche tutta una vita di osservanze minuziose. Si può essere nella vigna con i piedi, ma non cambia una virgola se il cuore rimane fuori. Ciò che conta è il cuore. Quindi credo che gli operai dell’ultima ora fossero i peccatori perdonati e quelli della prima ora fossero i farisei.

* Meritocrazia?
Ciò che scandalizzava i farisei era proprio il fatto che Gesù trattava i peccatori come grandi amici e addirittura parenti stretti. Altro che meritocrazia! Ma guarda un po’, pensavano tra di loro,Egli frequenta e ama quelli che non lo meritano e non noi che osserviamo perfettamente la legge.
Questo, a volte, lo pensiamo anche noi: Dio ci ama se e quando lo meritiamo. Mentre invece Dio ci ama perché non sa fare altro. Staremmo freschi se no! Certo che dobbiamo anche meritarlo, ma Lui ci ama per primo perché è amore, non può non amare. E’ morto in croce per noi infinitamente prima che noi nascessimo, quindi ci ha amati molto prima che noi fossimo in grado di meritare qualcosa. Ci ama perché è Padre e noi siamo il tesoro più prezioso che possiede. Noi possiamo anche andarcene, ma Lui rimane sempre padre e continuerà ad amarci e ad aspettarci.

* L’arte della fuga
Ma ciò che mi è rimasto maggiormente impresso di questa parabola è la vigna. Tutti abbiamo una vigna: qual è questa vigna? E’ il nostro cuore. E siamo tutti dei vignaioli, indipendentemente dal lavoro che facciamo. Tutti dobbiamo sudare quattro camice per lavorare questo cuore: dobbiamo incessantemente zapparlo, rivoltarlo, renderlo morbido, altrimenti diventerà duro come pietra e sarà invaso dai rovi e dalle spine. In altre parole, dobbiamo stare sull’attenti, sempre sul chi va là, sempre vigilanti sull’agire interiore perché è quello che determina l’agire esteriore, non il contrario. Mentre oggi vediamo che l’uomo fugge a gambe levate questo stare a tu per tu con se stesso, lo terrorizza addirittura: si dà al divertissement come diceva Pascal, pur di evitare questo spettacolo. L’uomo moderno ha imparato e addirittura perfezionato l’arte della fuga. E’ questo il disastro della società attuale: vivere solo al di fuori. Così non si fa mai l’esperienza né di avere un Padre che è nei cieli, né di essere figli e tantomeno di essere perdonati. Proprio come i farisei. Per evitare questo rischio eccovi una bella preghiera di Don Tonino Bello:

* L’Ala di riserva
“Ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto. Possono volare solo rimanendo abbracciati. A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore, che anche Tu abbia un’ala solo. L’altra la tieni nascosta: forse per farmi capire che anche Tu non vuoi volare senza di me. Per questo mi hai dato la vita: perché io fossi tuo compagno di volo. Insegnami, allora, Signore, a librarmi, a volare con Te.
Perché vivere non è “trascinare la vita”, non è “strappare la vita”, non è “rosicchiare la vita”.
Vivere è abbandonarsi, come un gabbiano, all’ebbrezza del vento!…
Vivere è assaporare l’avventura della libertà!
Vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia di chi sa di avere nel volo un “partner” grande come Te!… Ma ti chiedo perdono, Signore, anche per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi.
Per i voli che non ho saputo incoraggiare, per l’indifferenza con cui ho lasciato razzolare nel cortile, con l’ala penzolante, il fratello infelice che avevi destinato a volare nel cielo”.

da http://www.lachiesa.it