Lo sviluppo delle confraternite e della pietà popolare può essere aiutato dalla luce del magistero conciliare e della sinodalità

Missionario laico Biagio Conte abbracciando Papa Francesco

di Rocco Gumina
13 Agosto 2026
Per gentile concessione di
https://www.vinonuovo.it

Qualche giorno fa mi sono ritrovato a riflettere – presso il santuario della Madonna del Ponte nell’arcidiocesi di Monreale in Sicilia – su temi come l’evangelizzazione, il laicato e la pietà popolare, insieme a diversi esponenti di confraternite riunite per un momento di spiritualità e di formazione.

Il mio intervento era orientato alla ricerca di un profilo di laico-confrate missionario del Vangelo nel mondo odierno. Per sviluppare la tematica, ho riletto alcuni documenti tanto del Concilio Vaticano II quanto del recente magistero dei vescovi siciliani al fine di intrecciarli al percorso sulla sinodalità avviato nel settembre del 2021 e voluto fortemente da papa Francesco.

Dalle pagine del Nuovo Testamento, riprese dall’assise conciliare, risulta evidente che la Chiesa nasca da un mandato missionario che coincide con l’annuncio del Vangelo a tutte le genti, nessuno escluso. Ciò fa della comunità ecclesiale una realtà dinamica, estroversa, aperta e mai statica o conservatrice. Con la ricezione del sacramento del battesimo, poi, il credente fa l’esperienza della morte e della resurrezione di Gesù, pertanto entra nel mistero di salvezza come protagonista della proclamazione del Regno. La natura missionaria della Chiesa e il dovere da parte dei cristiani di testimoniare il Vangelo conducono ad una sorta di perenne conversione-riforma personale e comunitaria. Infatti, l’introduzione al mistero di Cristo offre al credente un percorso che dispone al cambiamento di mentalità riguardo ai costumi, al modo di vivere in famiglia, sul lavoro e nella società. Questo stile, oltre ad allontanarsi da orientamenti esistenziali controproducenti, incoraggia ad interpretare l’esperienza di fede nell’integralità della relazione fra corpo e spirito, fra storia e spiritualità, fra ricerca del bene comune e preghiera.

Come ci ricorda il Concilio Vaticano II, il laicato partecipa alla missione regale, profetica e sacerdotale di Cristo attraverso la specifica indole secolare: «Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio» (Lumen gentium, 31). Di conseguenza i laici, e fra questi gli appartenenti alle confraternite, vivono in famiglia, nella società, nel posto di lavoro e lì sono chiamati a testimoniare e ad annunciare il Vangelo. Così al laicato spetta di illuminare e di ordinare tutto il mondo a Cristo. In tal modo non può esserci opposizione fra lavoro e Vangelo, fra società e Vangelo, fra politica e Vangelo, fra famiglia e Vangelo. Invece tramite il lavoro, l’impegno per la città, la vita familiare, il laico vive e comunica la buona novella nel rispetto della laicità del mondo ovvero della naturale bontà di tutto il creato: «dappertutto e in ogni cosa (i laici) devono ricercare la giustizia del Regno di Dio» (Apostolicam actuositatem, 7).

Inoltre va registrato che il vissuto delle confraternite è legato a filo doppio alla pietà popolare. Questa è incoraggiata e normata dalla Chiesa poiché in genere è un esercizio che prepara alla liturgia ossia all’incontro con Cristo. Così, la religiosità popolare è un’espressione di spiritualità che va curata, riscoperta, sostenuta ma non disprezzata poiché è un mezzo di adesione e di sviluppo della fede purché eviti settarismi, chiusure e fondamentalismi. La pietà popolare, assai diffusa nel Mezzogiorno, è ricca di valori e consente un approccio semplice a rilevanti verità di fede come la misericordia di Dio, la provvidenza, l’amore vicendevole, l’esercizio della pazienza e la ricerca della giustizia nella quotidianità. Difatti, per Paolo VI, se ben orientata: «questa religiosità popolare può essere sempre più, per le nostre masse popolari, un vero incontro con Dio in Gesù» (Evangelii nuntiandi, 48). Ne deduciamo che non possiamo rassegnarci ad osservare la degenerazione della religiosità popolare in folklore, in allestimento di sagre paesane e talvolta persino in cellule della malavita. All’inverso, una pietà popolare sanata e purificata da un lato custodisce e delinea una sorta di umanesimo cristiano-mediterraneo; dall’altro riconosce, denuncia e invita a superare alcune forme di degenerazione del maschile connesse al patriarcato, alla violenza, all’alcolismo, alla superstizione, alla ludopatia, alla pornografia. Pertanto, per i vescovi siciliani, dobbiamo riscoprire: «l’importanza grande della pietà popolare come esperienza e come riserva di valori da custodire e incrementare […] in cui emerga l’intreccio fra il dirsi divino e la coscienza umana, fra la tenacia della fede e il vigore dell’ethos» (Convertitevi, 3.3).

Il cammino delle confraternite, infine, è innestato in quello della Chiesa la quale di recente, e a livello universale, si è confrontata sulla straordinaria importanza della sinodalità come criterio per accertare la propria vitalità. Il sinodo sulla sinodalità avviato da Bergoglio è stato un’occasione per mettersi in cammino nella logica dell’ascolto della Scrittura, dello Spirito e della creatività dei fedeli. Se, come detto diverse volte negli scorsi anni, la sinodalità è la forma reale della Chiesa ne deduciamo che questa – più che preoccuparsi dell’inquietudine e dell’immaginazione – dovrebbe lasciarsi mettere in crisi dall’ascolto. Un ascolto da esercitare a partire dalle periferie interne del popolo di Dio (soggetti allontanati, carismi non riconosciuti e umiliati, profili non accolti) e capace di andare oltre il paternalismo di maniera al fine di favorire la comunione-complessità delle parzialità. Insomma, un ascolto in grado di sostenere la franchezza e il coraggio volti a sollevare i problemi, ad affrontare le sfide, a concedere a tutti e a tutte un reale protagonismo per il tramite della comunione vissuta sul serio, non a chiacchiere.

In conclusione, dalla riflessione sul laico-confrate missionario del Vangelo nel mondo odierno si delinea un profilo fondato su tre pilastri. Il primo coincide con la consapevolezza credente che spinge a partecipare alla missione della Chiesa nel mondo. Un mondo da cui non si fugge ma che si assume per trasformarlo. Poi l’attenzione al contesto intesa come capacità di conoscere e interagire con il proprio territorio al fine di contrastare la cultura della morte e promuovere quella della vita. Ultimo pilastro è l’esperienza ecclesiale da vivere nella franchezza dell’ascolto attento, della mediazione, dell’accoglienza della pluralità. Da queste fondamenta affiora – per dirla con lo scritto A Diogneto – una sorta di paradossale cittadinanza dei cristiani, e dunque dei confrati, i quali nel mondo non si distinguono per lingua, regione abitata, costumi, tradizioni, medaglioni o abitini, bensì per la qualità della loro vita dalla quale sorge l’amore per Dio e per gli uomini e le donne.