L’attentato terroristico avvenuto al Pride di Berlino la sera del 25 luglio scorso – che ha causato l’uccisione di una donna polacca di 65 anni e il ferimento di una trentina di manifestanti – ha suscitato ampia eco e profonda emozione. Tra i vari commenti mi ha molto colpito quanto dichiarato da una attivista nel discorso pronunciato sul palco della cerimonia di commemorazione. Mi ha colpito mentre stanno tornando di caldissima attualità le discussioni circa i migranti, dopo la Ceuta di fine luglio e nel timore di una nuova Ceuta per il ferragosto.

Di: Bruno Felice Duina
Data: 9 Agosto 2026
Per gentile concessione di
https://labarcaeilmare.it
I fatti
L’attentato al Pride di Berlino del 25 luglio 2026 è risultato essere un atto terroristico perpetrato da un giovane cittadino tedesco di origini libanesi legato ad ambienti islamisti radicali, già noto alle autorità e considerato un simpatizzante dell’Isis, ucciso alcune ore dopo dalla polizia durante un tentativo di arresto.
Il giorno successivo all’attentato, si è tenuta una intesa cerimonia commemorativa in una Berlino profondamente turbata. Fra i molti discorsi, mi hanno particolarmente colpito le parole, certamente sincere, pronunciate da una attivista dal palco:
«Quello che mi ha scioccato è stato che la prima cosa che ho pensato è stata: spero che non sia un immigrato, spero che sia una persona bianca cristiana, ma non era così»
Quale speranza?
La speranza ha assunto storicamente valenze assai variegate: dalla speranza cristiana ἐλπίς di cui ai profondi concetti teologici dell’apostolo Paolo (soprattutto 1 Tessalonicesi), alla Spes ultima dea dei Latini (tanto cara al nostro Ugo Foscolo), fino all’ironica incerta laetitia di Baruc Spinoza.
Nel caso dell’attivista di Berlino, tuttavia, si tratta di un concetto di speranza molto più semplice (forse dovrei dire più rozzo), ossia la precisa aspettativa che le cose si svolgano secondo le nostre pre-convinzioni, aldilà della realtà dei fatti che invece, come amava ripetere Papa Francesco, «hanno la testa dura».
Lo stigma: «bianco e cristiano»
Possiamo supporre che, almeno in parte, siamo in presenza di un fenomeno di bias di conferma, dove fino ad evidentissima prova contraria, si vuole che le cose accadano secondo i nostri soggettivi punti di vista, delle nostre chiavi di interpretazione della realtà.
Ma alla base della scioccante affermazione dell’attivista di Berlino credo vi sia qualcosa di più profondo, ossia lo stigma verso una precisa categoria di persone: vale a dire un segno, una caratteristica distintiva che genera forte disapprovazione sociale verso chi ne è portatore – in questo caso «bianco e cristiano», in quanto associato all’espressione di valori moralmente negativi.
Per i Greci lo στίγμα era, infatti, il marchio impresso a fuoco sulla pelle degli schiavi e dei criminali per segnarli a vista.
Il sonno della ragione genera mostri
Quando l’uomo abbandona l’uso intellettualmente onesto e rigoroso della ragione (la Ragion Pura direbbe Kant) nella attenta e aperta valutazione del mondo e delle azioni che ci circondano, in un virtuoso confronto tra idea e realtà, tra ipotesi e verifica dei fatti, ma si lascia condizionare (o sopraffare) dall’interesse di parte, dall’ideologia, dal fanatismo, dall’odio, dal pregiudizio e dallo stereotipo come appunto «bianco e cristiano», ecco allora che la mente si smarrisce e si apre inevitabilmente alla paura, all’ignoranza e alla follia, ed così che “Il sonno della ragione genera mostri”, per citare una bellissima acquaforte del 1797 di Francisco Goya.
Ecco allora che chi la pensa diversamente, la controparte sia in campo politico o istituzionale o sociale (ma perché no anche ecclesiale), non è più un avversario con cui dibattere attraverso un leale, franco, serrato confronto fatto anche di ascolto e riconoscimento reciproco della dignità dell’altro, ma diventa un “pària”, un nemico da abbattere: «Écrasez l’infâme» come amava scrivere Voltaire.