Mentre divampa la discussione sugli immigrati, sulla impossibile solidarietà dell’Occidente e sull’Europa, ci pare molto utile questa riflessione che la nostra collaboratrice Jessica Todaro ci manda dallo Zambia, dove si trova con il marito, per motivi di lavoro.
Per questo articolo suggeriamo di guardare su YouTube oppure leggere la lectio magistralis che l’allora cardinale Joseph Ratzinger fece al Senato il 13 maggio 2004.

Di: Jessica Todaro
Data: 15 Agosto 2026
Per gentile concessione di
https://labarcaeilmare.it
Un malanno dell’anima
C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso.
Con queste parole rivolte al Senato, nel 2004 Ratzinger diagnosticava alla società europea un malanno dell’anima colpevole di un atteggiamento che, a distanza di oltre vent’anni, pare ancora determinante dell’epoca. Sfugge alle conoscenze dell’autrice se questa spietata autocritica senza cognizione di cosa conservare e cosa edificare sia mai appartenuta ad altre società, in altri tempi – ma appartiene di certo ai nostri, nella nostra Europa.
La civiltà europea di giudicarsi
Proprio quella capacità di sottoporsi a giudizio, che oggi sembra essersi trasformata in una condanna senza appello, è una delle grandi peculiarità della civiltà europea. L’Occidente ha imparato a processare se stesso, a riconoscere i propri crimini, a mettere in discussione persino istituzioni che per millenni erano parse naturali e immutabili.
Bene, verrebbe da dire, senza autocritica è impossibile migliorare. È però dalla storia occidentale, e non malgrado essa, che sono maturati l’universalità dei diritti umani, il principio dell’uguaglianza fondamentale degli uomini, il rifiuto della schiavitù come condizione moralmente ammissibile. Una conquista, quest’ultima, la cui portata storica rischiamo paradossalmente di non comprendere più. La schiavitù ha accompagnato pressoché ogni grande civiltà umana, dall’antichità fino all’età moderna – la nozione che gli indiani d’America usassero schiavi neri nelle loro piantagioni fa rizzare i peli sulla nuca a molti. Eppure, è stato l’Occidente cristiano a trasformare progressivamente l’abolizione della schiavitù in un principio universale, fino a pretendere che valesse non soltanto per sé, ma per l’uomo in quanto uomo.
Ma bisogna giudicarsi senza disprezzarsi. Ammonimento di Ratzinger
Ratzinger non ha chiesto all’Europa di assolversi, ma di giudicarsi senza disprezzarsi.
Ricordare Auschwitz e il colonialismo senza dimenticare Chartres e le università, le guerre combattute sul suo suolo senza cancellare la filosofia, il diritto, la scienza, la lunga e tormentata elaborazione della dignità della persona.
Perché una memoria che seleziona soltanto la colpa non è più coscienza storica: diventa una forma di amnesia speculare, incapace di raccontare ciò che siamo tanto quanto un roseo narcisismo.
L’autocritica rischia dunque di trasformarsi nella patologia indicata da Ratzinger: non più l’esame di coscienza di una civiltà abbastanza sicura di sé da riconoscere i propri peccati, ma la convinzione che nella propria eredità non vi sia, in fondo, più nulla che meriti di essere custodito e celebrato.
E senza smarrirsi
L’articolo di Bruno Duina riguardo l’attentato al Pride di Berlino rileva, nel contesto di una problematica più ampia, una tendenza analoga: speriamo che l’attentatore sia bianco e cristiano, e non nero e musulmano, altrimenti ci tocca pure leggere questa tragedia da un punto di vista complesso. Sarebbe ironico se non fosse surreale, però, che la cultura che si sarebbe preferito biasimare è proprio quella che, con tutte le sue contraddizioni, ha reso possibile la stessa manifestazione del Pride.
Bisognerebbe guardarsi bene dal cedere a questa modaiola tendenza. Odiare chi si è non porta a correggere il proprio tiro, ma a perdere la propria identità, e dunque i propri confini, il senso di sé, la propria bussola morale lungamente raffinata nei secoli. Si tratta di una tendenza culturalmente suicida, e proprio per questo i giovani europei hanno tanta fame di identità; la sinistra spesso si innamora delle battaglie (peraltro patriottiche) altrui, ora di Cuba, ora della Cina, ora della Palestina, ma inorridisce al concetto di amore per la propria patria, quella per cui però (e di nuovo invertiamo il ragionamento) sono morti i partigiani che celebriamo. Eh sì, c’è una differenza sostanziale tra sostenere la pace e la fine di un genocidio con l’innamorarsi politicamente di una battaglia di liberazione nazionale. Nessuna delle due posizioni è errata, entrambe sono sostenibili, ma la seconda applicata agli altri ed esecrata per sé narra di un notevole smarrimento identitario.
E per mostrare il volto di Dio, che ama poveri, vedove, orfani e stranieri
La tendenza dei linguaggi politici del nostro tempo è di perdere la capacità di complessità. La storia delle popolazioni umane, invece, è inevitabilmente complessa, e composta sia da fattori che la coscienza di oggi trova arretrati e disumani, sia da fattori (valori e lotte) che hanno costituito la stessa coscienza odierna.
Riconoscersi nella propria identità è essenziale per poter amare gli altri. Abbracciare la propria cultura è necessario per poter accogliere quella straniera.
Certo, noi possiamo e dobbiamo imparare da ciò che è sacro per gli altri, ma proprio davanti agli altri e per gli altri è nostro dovere nutrire in noi stessi il rispetto davanti a ciò che è sacro e mostrare il volto di Dio che ci è apparso – del Dio che ha compassione dei poveri e dei deboli, delle vedove e degli orfani, dello straniero; del Dio che è talmente umano che egli stesso è diventato un uomo, un uomo sofferente, che soffrendo insieme a noi dà al dolore dignità e speranza.
Se non facciamo questo, non solo rinneghiamo l’identità dell’Europa, bensì veniamo meno anche ad un servizio agli altri che essi hanno diritto di avere.