La vita eterna secondo il teologo tedesco, il quale nel 1983 scrisse «Vita eterna?»; egli riteneva che la vita eterna non fosse né una ricompensa né una minaccia, ma un abbraccio.

di Ramón Fandos
4 Agosto 2026
Per gentile concessione di
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Qualcuno, non qualcosa

La scienza descrive molto bene ciò che siamo: cellule, neuroni, chimica. Ma nessun esame del sangue può rilevare la libertà o l’amore. Noi esseri umani abbiamo coscienza, responsabilità, sete di verità, apertura all’infinito. Non siamo qualcosa che accade: siamo qualcuno che ama. «Voi siete dèi» (Gv 10,34; Sal 82,6). Figli che condividono l’essenza del Padre.

E se sei qualcuno – non qualcosa -, la morte biologica non può essere tutta la tua verità. Un certificato di morte spiega cosa è successo al tuo corpo. Non spiega chi sei.

La morte è reale. La paura, no.

Nessuno banalizzi la morte. Non è un aneddoto che ci capita: ci spezza davvero. Gesù non si è presentato alla tomba di Lazzaro offrendo facili consolazioni: ha lacrimato (Gv 11,35). La morte è reale. Ma la fede ci dice che non ha l’ultima parola.

Küng lo ha espresso magistralmente: morire non significa cadere nel nulla, ma morire verso Dio. La morte non è una fine: è la porta attraverso cui si esce dal tempo ed si entra nell’Amore. E questo Amore non può fare a meno di amare: è l’anti-male (1Gv 4,8). Pertanto, il binomio «Dio ti ama, ma potresti finire all’inferno» è il sintomo più evidente di una religione malata a cui non è mai interessato il Vangelo. Una religione che inocula il virus solo per poi vendere la medicina.

Resuscitare non è respirare di nuovo.

Lazzaro è uscito dalla tomba… per morire di nuovo. Questa non è resurrezione: è rianimazione, è una proroga. La resurrezione di Gesù è qualcosa di completamente diverso. I vangeli lo rivelano con un piccolo dettaglio: entra con le porte chiuse e i suoi amici non lo riconoscono. Vale a dire, attraversa la morte e si trasforma: entra nella vita di Dio. Non torna indietro, a questa vita; continua il suo cammino verso l’eternità.

Come dice Paolo: «Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale» (1 Cor 15, 42-44). Non si tratta di continuità, ma di trasformazione. Il seme non si conserva, ma diventa una spiga. Chi si aspetta dal cielo una fotocopia ingrandita di questa vita, nutre una speranza errata.

L’eternità non è un lungo periodo di tempo

L’eternità è l’assenza di tempo. Non è quantità: è pienezza. Presenza totale. Amore che non si logora più né si frammenta.

E qui Küng e i mistici si danno la mano. Gesù ha detto: «Io Sono la porta» (Gv 10,9). E dove si apre questa porta? Nel presente. «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio» (Gv 17,3). Parla al presente, non al futuro. La vita eterna non inizia quando moriamo; inizia quando amiamo. Chi prega in silenzio, chi si raccoglie, chi abita nel momento presente con Dio, già la sta toccando. Santa Teresa non ha aspettato di morire per entrare nel Castello Interiore. E questa mistica non è per le élite: è di tutti e per tutti.

Non è il Dio dei morti, ma dei viventi.

Quando i sadducei hanno cercato di ridicolizzare la risurrezione con la parabola della vedova dai sette mariti, Gesù non ha risposto con la metafisica dell’anima. Ha risposto con fedeltà: «Io Sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe; non sono il Dio dei morti, ma dei viventi» (Mc 12, 26-27).

Ecco cosa sostiene Küng. Gesù non dice: «Avete dentro di voi qualcosa di immortale». Dice: «Qualcuno fedele vi sostiene». Noi restiamo perché siamo amati da un Amore che non abbandona ciò che ama. Il fondamento della mia persona non è in me: è in Colui che mi sostiene. Come il bambino che dorme serenamente non perché sia forte, ma perché sua madre è al suo fianco. Una madre la cui sola presenza scaccia la paura e lo fa sentire al sicuro, eterno. Dio è Qualcuno che con la sua presenza ci dice: «tu non morirai». E Dio non dice le cose tanto per dirle.

Dono, non ricompensa

Ecco perché la vita eterna non si guadagna: si riceve. Nessuno ha chiesto al buon ladrone di confessarsi, di essere un buon cristiano o di obbedire alla Chiesa. «Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43). Oggi. Senza esame, senza logica del debito, senza alcun calcolo di meriti. E Barabba, che significa «il figlio del padre», ha trovato la salvezza senza chiederla, senza cercarla, senza nemmeno sapere che esistesse. Questa è la firma di Dio: «che io non perda nulla di tutto ciò che mi hai dato» (Gv 6,39). Siamo predestinati alla salvezza. Siamo stati salvati, come Barabba, prima ancora di nascere, senza nemmeno sapere cosa significasse questo.

Uno scandalo per i contabili della grazia, per quei funzionari della fede che dimenticano di non essere Chiesa più di quanto lo sia chiunque di noi che facciamo parte del popolo di Dio; e, al tempo stesso, una buona notizia per coloro che riconoscono in tutto questo una grazia che trabocca e libera.

E se tutto questo fosse un racconto?

In fin dei conti, ognuno di noi crede alla storia che si racconta. Ciò che conta non è la storia in sé, ma esaminare cosa faccia di noi la storia che accettiamo come vera: se ci rende persone migliori, se ci avvicina a tutti gli esseri umani senza distinzione di razza o di altra condizione, o se, al contrario, ci trincera in ideologie chiuse che, in pratica, ci allontanano dal prossimo.

E resta ancora una questione. Max Horkheimer, ebreo, agnostico, filosofo della Scuola di Francoforte, confessò il suo desiderio che «il carnefice non trionfi sulla vittima innocente». Se il nulla ha l’ultima parola, il carnefice vince. Gli abusati restano abusati per sempre, chi è ridotto al silenzio, lo sarà per sempre, le vite spezzate, spezzate irrimediabilmente. La resurrezione non è una consolazione per codardi: è la giustizia di Dio per le vittime. « Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore » (Rm 8, 38-39).

Küng offre una ragionevole fiducia. La ragione apre la porta. La fiducia la varca.

Alla fine, la storia che mi serve, quella che mi rende una persona migliore, è credere che morire non significhi spegnersi. È come stare addormentato sulla spiaggia e svegliarsi nel letto. Non sai come ci sei arrivato. Non c’è bisogno di saperlo. Chi ti ama, ti ha portato in braccio. E dall’altra parte non c’è un tempo senza fine: c’è un Amore senza fine. Che non è la stessa cosa. È infinitamente meglio.

Come diceva il mio amico e maestro Salvador Toro: «Quando moriremo, saremo con Lui».

«Dove sono io, là sarà anche il mio servo» (Gv 12,26)

Articolo pubblicato il 1.8.2026 nel Blog dell’autore in “Religión Digital” (www.religiondigital.org); Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli