Servono 50mila firme per la proposta di legge popolare per istituire il Dipartimento della Difesa Civile Non Armata e Non Violenta. Perché la pace si costruisce giorno per giorno

di Paola Springhetti
5 Agosto 2026
Per gentile concessione di
https://www.vinonuovo.it
Quando ho letto della campagna “Un’altra difesa è possibile”, mi è venuto in mente quel 1972 in cui nacque il diritto all’obiezione di coscienza: il Parlamento approvò la legge n. 772 “Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza”, che sanciva il diritto all’obiezione per motivi morali, religiosi e filosofici, istituendo quindi il servizio civile, che sostituiva il servizio militare e quindi era obbligatorio. Dopo almeno trent’anni di testimonianze profetiche, dibattiti, processi e carcere per gli obiettori, qualche cosa cambiava, anche se rimaneva un atteggiamento punitivo nei confronti di chi faceva obiezione di coscienza: chi rifiutava il servizio militare veniva sottoposto ad una “valutazione” da parte di una giuria formata da psicologi militari, che dovevano valutare le reali motivazioni del giovane in questione. Inoltre il servizio civile sostitutivo durava due anni (il servizio militare uno).
Bisognò aspettare il 1989 perché si stabilisse la pari durata per il servizio militare e quello civile. E nel 2005 fu finalmente sospeso il servizio di leva obbligatorio, mentre restò il servizio civile nazionale, cui si può accedere per libera scelta. L’abolizione della leva fu dettata da motivazioni economiche, più che da motivazioni ideali, ma fu comunque un passo avanti storico. La leva era orientata alla guerra, il servizio civile alla pace e al bene comune, ma anche alla «difesa armata e non violenta della Patria».
Credere nella pace significa anche credere nel cambiamento. Diventare artigiani di pace significa lavorare – un passo alla volta, con calma ma determinazione – per costruire le condizioni all’interno delle quali possa crescere una cultura di pace, ma anche per costruire strutture di pace.
Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), nel 2025 l’Italia ha speso 48,1 miliardi di dollari (circa 44 miliardi di euro) in spese militari: il 20% in più rispetto all’anno precedente, il 57% in più rispetto a 10 anni fa. Per la pace spendiamo – quando le spendiamo – parole; per la guerra spendiamo soldi e fatti. Anche per questo la pace è impotente.
Ora però c’è la possibilità di costruire cambiamento.
Il 16 marzo 2026 è stata deposta in Cassazione una nuova proposta di legge per l’istituzione di un Dipartimento della Difesa Civile Non Armata e Non Violenta, collocato presso la Presidenza del Consiglio. Il Dipartimento avrà tra i suoi compiti quello di coordinare i Corpi civili di pace e un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, in sinergia con protezione civile e il servizio civile universale. Si finanzierà attraverso tramite un Fondo nazionale, alimentato dalla Legge di Bilancio e dalla possibilità dei contribuenti di destinare il 6 per mille dell’IRPEF senza oneri aggiuntivi.
Viviamo in tempi in cui ogni giorno scoppia un nuovo conflitto, in cui il bullismo diventa il nuovo stile istituzionale, in cui le guerre ibride alimentano a suon di fake news le paure dei cittadini e quindi l’odio. In cui la sicurezza sembra – sembra – l’obiettivo più importante da raggiungere. Ma la vera sicurezza non si costruisce con le armi e con la limitazione delle libertà: si fa con la prevenzione, il dialogo, la mediazione sociale e la cooperazione internazionale.
Per questo serve un Dipartimento della Difesa Civile Non armata e Non Violenta che, tra l’altro, è coerente con il dettato costituzionale che obbliga il nostro Paese a ripudiare la guerra.
È così partita la campagna “Un’altra difesa è possibile”, promossa dalla Conferenza nazionale Enti di Servizio Civile, dalla Rete Italiana Pace Disarmo, da Sbilanciamoci!. L’obiettivo è raccogliere 50.000 firme per portare in Parlamento la proposta di legge popolare. Obiettivo difficile da raggiungere, in un contesto mediatico che rifiuta questo tipo di notizie e di dibattiti e in un mondo di social network governati da algoritmi che puniscono questo tipo di contenuti. Ma possiamo ancora farcela.
Ma cambiare non è solo una speranza, è una possibilità. È possibile firmare sul sito del Ministero della Giustizia, a questo link.