«MI ALZERÒ, ANDRÒ DA MIO PADRE»
Teshuvah (Luca 15,11-32)

1. Approfondimento esegetico

Il contesto narrativo
La parabola che i cristiani chiamano abitualmente “del figlio prodigo” appartiene a un gruppo di tre racconti – la pecora smarrita, la moneta perduta, il figlio ritrovato – che Luca colloca insieme al capitolo quindici, tutti introdotti dalla medesima circostanza: farisei e scribi mormorano perché Gesù «accoglie i peccatori e mangia con loro» (Luca 15,2). È importante che l’educatore comunichi ai ragazzi questo contesto polemico: la parabola non nasce come racconto edificante isolato, ma come risposta diretta a chi contesta la scelta di Gesù di frequentare chi la religione ufficiale considerava perduto.

Il movimento del ritorno
Il figlio minore, dopo aver preteso e sperperato la propria parte di eredità, si ritrova a pascolare porci per fame, in una condizione di degradazione totale per un ebreo del tempo. È a questo punto che il testo registra il passaggio decisivo: «Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”» (Luca 15,17-19). L’espressione “ritornò in sé” traduce un movimento che precede ogni gesto esteriore: prima del cammino fisico verso casa, c’è un rientro nella propria verità, un riconoscimento onesto della propria condizione, senza scuse né minimizzazioni.

L’accoglienza che precede la confessione
Il dato più sorprendente del racconto, che l’educatore farà bene a sottolineare con forza, è che il padre non attende la fine della confessione preparata dal figlio per accoglierlo: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Luca 15,20). Il figlio riesce a pronunciare solo la prima parte del discorso preparato – «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio» (Luca 15,21) – perché il padre lo interrompe, rivolto ai servi, ordinando la festa. La misericordia, in questo racconto, non è la ricompensa di una confessione completa e ben formulata, ma precede e supera la confessione stessa.

Un parallelo veterotestamentario: Davide e Natan
Il libro di Samuele offre un parallelo prezioso, più antico e di tono diverso. Dopo aver commesso adulterio con Betsabea e fatto uccidere il marito di lei, Davide viene affrontato dal profeta Natan, che gli racconta una parabola apparentemente innocua su un uomo ricco che ruba l’unica pecora di un povero; solo dopo che Davide, sdegnato, ha condannato l’uomo del racconto senza riconoscersi in esso, Natan pronuncia la sentenza decisiva: «Tu sei quell’uomo!» (2 Samuele 12,7). La confessione di Davide è immediata e senza infingimenti: «Allora Davide disse a Natan: “Ho peccato contro il Signore!”» (2 Samuele 12,13). A differenza del figlio della parabola, che matura la propria teshuvah nella solitudine della fame, Davide ha bisogno di uno specchio esterno – la parabola di Natan – per riconoscere ciò che aveva fatto: due vie diverse verso lo stesso movimento di ritorno.

La radice ebraica del ritorno
Vale la pena che l’educatore condivida con i ragazzi più grandi un’osservazione filologica: il termine ebraico teshuvah, spesso tradotto con “conversione” o “pentimento”, deriva dalla radice shuv, che significa semplicemente “tornare” o “girarsi”. Non indica anzitutto un sentimento di rimorso, ma un movimento fisico di direzione: chi fa teshuvah non si limita a provare dispiacere per l’errore commesso, ma inverte concretamente la rotta del proprio cammino. È lo stesso appello che i profeti rivolgono ripetutamente a Israele, per esempio in Gioele: «Tornate a me con tutto il cuore» (cfr. Gioele 2,12), un invito a un movimento, non solo a un’emozione.

2. Ripresa teologico-filosofica ampliata

Il cuore inquieto: Agostino
Agostino, di cui abbiamo già incontrato la scena del giardino milanese nella seconda giornata di questo percorso, ha condensato l’intera logica della teshuvah in un’intuizione che apre le sue Confessioni: l’uomo è stato fatto per Dio, e il suo cuore resta inquieto finché non trova riposo in lui. È un’immagine potente per questa giornata: l’irrequietezza, l’insoddisfazione, persino l’errore ripetuto non sono, in questa prospettiva, semplici difetti da correggere, ma segni di una direzione sbagliata che il cuore stesso, nella sua inquietudine, continua a segnalare, come una bussola che non smette di indicare un nord anche quando il viandante cammina verso sud.

La teshuvah come categoria del pensiero ebraico: Martin Buber
Martin Buber, di cui abbiamo già incontrato la filosofia del dialogo nella seconda giornata, ha dedicato pagine specifiche, all’interno della propria opera sul pensiero chassidico, al tema della teshuvah, descrivendola non come un evento isolato e definitivo, ma come un movimento continuamente rinnovabile: non “mi sono convertito” una volta per tutte, ma “torno” ogni volta che me ne accorgo, senza che il numero delle volte precedenti tolga valore al ritorno presente. Questa intuizione è preziosa per correggere un’immagine spesso diffusa fra i ragazzi, secondo cui la conversione sarebbe un evento straordinario e irripetibile: la tradizione ebraica suggerisce invece che il ritorno possa e debba accadere molte volte, ogni volta con pari dignità.

Teshuvah e metanoia: una precisazione necessaria
È utile che l’educatore chiarisca ai ragazzi la differenza fra la categoria biblica di teshuvah e quella, spesso usata come sinonimo nella catechesi corrente, di metanoia, termine greco del Nuovo
Testamento che significa letteralmente “cambiamento di pensiero” o “oltre la mente”. Mentre metanoia insiste sul mutamento interiore del modo di pensare, teshuvah insiste sul movimento fisico del corpo che cambia direzione: le due categorie non si oppongono, ma si completano, ricordando che una vera conversione comprende sia una trasformazione del pensiero sia un cambiamento concreto e verificabile di comportamento.

3. Sezione psicologico-antropologica

La differenza fra colpa e vergogna
Un contributo decisivo della psicologia clinica contemporanea, sviluppato in particolare a partire dagli studi di Helen Block Lewis e ripreso da numerosi autori successivi, distingue con chiarezza fra il senso di colpa, che riguarda una valutazione negativa di un’azione specifica compiuta (“ho fatto una cosa cattiva”), e il senso di vergogna, che riguarda una valutazione negativa dell’intera persona (“sono cattivo”). Questa distinzione è decisiva per l’accompagnamento educativo di adolescenti che
attraversano esperienze di fallimento o di errore: mentre il senso di colpa, se elaborato correttamente, può motivare un cambiamento costruttivo – esattamente come accade al figlio della parabola – il senso di vergogna tende a paralizzare, a spingere all’isolamento e alla convinzione di non poter più cambiare nulla, perché il difetto non riguarderebbe un’azione ma l’identità stessa della persona.

L’importanza dello specchio esterno
Il confronto fra il figlio della parabola, che giunge da solo al proprio “ritornare in sé”, e Davide, che ha bisogno della parabola di Natan per riconoscersi, offre all’educatore uno spunto psicologicamente prezioso: non tutti gli adolescenti raggiungono da soli la consapevolezza di un proprio errore, e questo non è segno di minore sensibilità morale, ma spesso semplice bisogno di un aiuto esterno – un adulto, un amico, una circostanza – che funga da specchio, come la parabola di Natan ha fatto per Davide. L’educatore non deve dunque attendere passivamente che il ragazzo giunga da solo alla propria teshuvah, ma può, con la dovuta delicatezza, offrire occasioni di specchio, senza mai sostituirsi al giudizio che solo il ragazzo stesso può infine pronunciare su di sé.

L’autoperdono come processo, non come evento
Gli studi di psicologia clinica sul perdono di sé, distinti da quelli sul perdono accordato ad altri, mostrano che l’autoperdono autentico non consiste nel minimizzare l’errore commesso, ma nel riconoscerlo pienamente e insieme nel rifiutare di lasciare che quell’errore definisca in modo permanente l’immagine di sé. È un processo che richiede tempo e che spesso necessita del sostegno di una relazione esterna accogliente – come il padre della parabola – per potersi compiere: raramente un adolescente riesce a perdonare pienamente se stesso senza aver prima sperimentato, almeno una volta, di essere accolto da altri nonostante l’errore commesso.

4. Sezione letteraria

Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo
Il romanzo racconta il lungo travaglio interiore di Raskol’nikov dopo l’omicidio di un’usuraia, un travaglio che attraversa il tentativo di giustificare razionalmente il proprio gesto, l’isolamento crescente, la febbre fisica e morale, prima di giungere, nell’epilogo ambientato in Siberia, a un principio di rinnovamento reso possibile dalla presenza fedele di Sonja. È un romanzo che permette di mostrare ai ragazzi come la teshuvah, nella grande letteratura, non sia mai un evento istantaneo e indolore, ma un processo lungo, spesso doloroso, che attraversa fasi di resistenza prima di giungere all’accoglienza della propria colpa.

Alessandro Manzoni, I promessi sposi: la conversione dell’Innominato
All’interno del romanzo già incontrato nella terza giornata di questo percorso, il capitolo dedicato alla conversione dell’Innominato – il potente signore feudale dedito al male, sconvolto dall’incontro con Lucia e da una notte di lotta interiore che lo conduce infine dal cardinale Federigo Borromeo – costituisce una delle pagine più intense della letteratura italiana sulla teshuvah. Anche qui, come nel racconto di Giacobbe già incontrato nella quinta giornata, la conversione passa attraverso una notte di lotta insonne, prima di sfociare in un incontro che la rende visibile e stabile.

5. Sezione artistica

Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1668-1669)
Fra le ultime opere dipinte da Rembrandt van Rijn prima della morte, oggi conservata al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, questa grande tela raffigura il momento dell’abbraccio: il figlio inginocchiato, a capo rasato come chi ha vissuto in condizione servile, i sandali consumati e un piede scalzo e ferito, affonda il volto nel grembo del padre, che lo accoglie posando su di lui due mani dipinte in modo significativamente diverso fra loro – una più delicata, quasi materna, l’altra più grande e ferma, quasi paterna in senso tradizionale – a suggerire, secondo molti commentatori, che l’accoglienza divina raccolga in sé tanto la tenerezza materna quanto la fermezza paterna. Sulla destra, in penombra, la figura del figlio maggiore osserva la scena senza parteciparvi, mantenendo viva nel dipinto stesso la tensione, presente nel testo evangelico, fra chi è tornato e chi non se n’era mai andato. Il teologo Henri Nouwen ha dedicato a questo dipinto un intero libro, divenuto un classico della spiritualità
contemporanea, raccontando come la contemplazione prolungata di quest’opera lo abbia accompagnato in un proprio personale cammino di conversione: un dato che l’educatore può condividere con i ragazzi per mostrare come un’opera d’arte, guardata a lungo e non solo osservata di sfuggita, possa diventare essa stessa un luogo di teshuvah.