XIX domenica
Tempo ordinario (A)
Matteo 14,22-33

Signore salvami

Primo libro dei Re 19,9a.11-13a
Fèrmati sul monte alla presenza del Signore.

Lettera di san Paolo ai Romani 9,1-5
Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli.

Vangelo secondo Matteo 14,22-33
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».


La mano tesa di Dio quando crediamo di affondare
Ermes Ronchi

Gesù dapprima assente, poi come un fantasma nella notte, poi voce sul vento e infine mano forte che ti afferra. Un crescendo, dentro una liturgia di onde, di tempesta, di buio.
È commovente questo Gesù che passa di incontro in incontro: saluta i cinquemila appena sfamati, uno a uno, con le donne e i bambini; profumato di abbracci e di gioia, ora desidera l’abbraccio del Padre e sale sul monte a pregare. Poi, verso l’alba, sente il desiderio di tornare dai suoi. Di abbraccio in abbraccio: così si muoveva Gesù.
A questo punto il Vangelo racconta una storia di burrasca, di paure e di miracoli che falliscono. Pietro, con la sua tipica irruenza, chiede: se sei figlio di Dio, comandami di venire a te camminando sulle acque.
Venire a te, bellissima richiesta. Camminando sulle acque, richiesta infantile di un prodigio fine a se stesso, esibizione di forza che non ha di mira il bene di nessuno. E infatti il miracolo non va a buon fine.
Pietro scende dalla barca, comincia a camminare sulle acque, ma in quel preciso momento, proprio mentre vede, sente, tocca il miracolo, comincia a dubitare e ad affondare. Uomo di poca fede perché hai dubitato? Pietro è uomo di poca fede non perché dubita del miracolo, ma proprio in quanto lo cerca. I miracoli non servono alla fede. Infatti Dio non si impone mai, si propone. I miracoli invece si impongono e non convertono. Lo mostra Pietro stesso: fa passi di miracolo sull’acqua eppure proprio nel momento in cui sperimenta la vertigine del prodigio sotto i suoi piedi, in quel preciso momento la sua fede va in crisi: Signore affondo!
Quando Pietro guarda al Signore e alla sua parola: Vieni!, può camminare sul mare. Quando guarda a se stesso, alle difficoltà, alle onde, alle crisi, si blocca nel dubbio. Così accade sempre. Se noi guardiamo al Signore e alla sua Parola, se abbiamo occhi che puntano in alto, se mettiamo in primo piano progetti buoni, noi avanziamo. Mentre la paura dà ordini che mortificano la vita, i progetti danno ordini al futuro.
Se guardiamo alle difficoltà, se teniamo gli occhi bassi, fissi sulle macerie, se guardiamo ai nostri complessi, ai fallimenti di ieri, ai peccati che ricorrono, iniziamo la discesa nel buio.
Ringrazio Pietro per questo suo intrecciare fede e dubbio; per questo suo oscillare fra miracoli e abissi. Pietro, dentro il miracolo, dubita: Signore affondo; dentro il dubitare, crede: Signore, salvami!
Dubbio e fede. Indivisibili. A contendersi in vicenda perenne il cuore umano. Ora so che qualsiasi mio affondamento può essere redento da una invocazione gridata nella notte, gridata nella tempesta come Pietro, dalla croce come il ladro morente.


Finirà questa notte?

Quando abbiamo paura, la notte sembra non finire mai. (…) Confesso che ogni tanto sono stato tentato di pensare che Dio ci abbia ormai abbandonato.

Una tempesta provvidenziale?

Nel Vangelo di questa domenica scopriamo però che talvolta il Signore permette che la comunità, stretta dentro la barca insieme a Pietro, attraversi la notte, abbia il vento contrario e sia funestata dalla tempesta. Dio lo permette affinché la comunità ritrovi e rinnovi la sua fede in Lui. Il testo dice infatti che Gesù “costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva”. Dopo aver sfamato le folle, Gesù aveva consegnato ai discepoli il pane avanzato: dodici ceste! Possiamo immaginare che ciascun discepolo abbia portato con sé una cesta di quel pane, che diventa anche segno della premura e della fedeltà di Dio. Eppure, pur avendo ancora con sé quel pane, non appena sono nella difficoltà, dimenticano facilmente quello che hanno vissuto.

Gesù sembra costruire una pedagoga per i discepoli, un percorso che fa emergere quello che hanno capito e quello che si portano nel cuore. Sono dunque ‘costretti’ ad attraversare il lago. Quel passaggio sulle acque implica per un ebreo sempre il rischio della morte, in virtù delle tempeste frequenti che attraversavano il ‘mare di Galilea’. Ma probabilmente in quell’occasione non badano al pericolo, perché hanno ancora il cuore pieno di entusiasmo: hanno vissuto un momento di successo con il loro maestro, un momento di trionfo, di cui anche loro hanno goduto in termini di immagine e di popolarità. E così, forse in maniera un po’ incosciente e superficiale, intraprendono a tarda sera quella traversata.

Un’attesa estenuante

Ma, proprio come nella vita, capita che arrivino i momenti in cui il vento non è favorevole. Le tempeste accadono. A volte scende una notte terribile sulla nostra vita. Ci agitiamo, perdiamo la speranza, cerchiamo di reagire, ma ci rendiamo conto di non farcela da soli. Invochiamo il Signore, ma sembra assente. Dio non ci ascolta, forse si è dimenticato di noi.

A ben guardare, infatti, Gesù non arriva subito a soccorrere i suoi amici: hanno cominciato il viaggio verso sera, ma Gesù arriva solo alla fine della notte! Se i discepoli credono di vedere un fantasma, non hanno tutti i torti: sono atterriti e stanchi. Lungo la notte agitata dalle onde saranno stati attraversati da pensieri terribili. Quando hai paura, quando hai perso la speranza, anche se il Signore arriva, ti sembra un fantasma: non riesci a credere che sia possibile. Sei talmente convinto di essere stato abbandonato, che fai fatica a credere che Dio abbia trovato un modo per raggiungerti.

Nel caso dei discepoli poi si tratta di un modo inusuale e sorprendente: Gesù li raggiunge nell’unico modo possibile, ma fino ad allora impensabile, arriva camminando sulle acque. E se le acque sono simbolo di morte, perché ci possono sempre far sprofondare nell’abisso, Colui che cammina sulle acque non può che essere Colui che ha vinto la morte, cioè il Risorto. La comunità vive, o rilegge, la sua esperienza pasquale, battesimale: l’incontro con il Risorto che ci salva.

Il rischio della fede

A quel punto, la cosa più importante non è che la tempesta finisca, ma avere la certezza che Dio non si è dimenticato di me. Per questo Pietro non pensa a tirare Gesù nella barca o a chiedergli di fermare la tempesta, ma vuole andare verso Gesù, vuole rinnovare la sua fede in lui. E per farlo deve rischiare, deve affrontare la paura di morire. Ma è la comunità stessa che è chiamata a rinnovare la fede in mezzo alla tempesta.

Pietro accetta di fare quell’esperienza a nome della comunità. Mette i piedi fuori dalla barca e si incammina verso Gesù. E fino a quando mantiene il suo sguardo fisso su Gesù riesce a camminare sulle acque della morte, ma nel momento in cui distoglie lo sguardo da Gesù e lo riporta sui suoi limiti personali, sulla forza del vento e sulla sua povera umanità, non può che sprofondare!

E in quel momento Pietro fa sulla sua pelle l’esperienza battesimale: sprofonda e viene salvato. Pietro si rende conto che da solo non riesce ad andare da nessuna parte, ma proprio mentre sprofonda sotto il peso dei suoi limiti, sperimenta anche che c’è una mano che lo afferra e lo tira fuori dalle acque infide della morte.

Nella paura, la comunità rinnova la sua fede. L’esperienza di Pietro lascia una traccia nella vita della comunità, la segna per sempre. Infatti nel testo troviamo due espressioni che sembrano formule liturgiche che probabilmente la comunità usava nella preghiera: “Signore, salvami!” e “Tu sei veramente il Figlio di Dio!”. In fondo, la nostra vita spirituale è un cammino proprio tra queste due invocazioni, tra la paura di morire che ci fa gridare e l’esperienza di essere salvati.

Leggersi dentro

– Come affronti i momenti in cui la tempesta si abbatte sulla tua vita e il vento è contrario?
– In che modo oggi puoi rinnovare la tua fede in Gesù?

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“Coraggio, Io sono, non abbiate paura!”
Enzo Bianchi

Nella XVIII domenica per annum  abbiamo la lettura del racconto della moltiplicazione dei pani secondo Matteo (cf. Mt 14,13-21). Le folle, sapendo che Gesù è andato in disparte, in un luogo solitario, lo seguono dalle loro città e lo precedono sull’altra riva del lago di Genesaret. Scendendo dalla barca Gesù, sorpreso di vedere tante persone, è colto da viscerale compassione e, dopo aver donato “la parola del Regno” e aver guarito i malati, dona loro il pane condiviso, in modo che tutti siano saziati.

Subito dopo, rinviate le folle alle loro case, costringe i discepoli a salire sulla barca e a fare ritorno alla riva da cui erano partiti. Rimasto solo, sale sul monte, in disparte, a pregare, e venuta la sera è ancora là in preghiera solitaria. Secondo il quarto vangelo, dopo la moltiplicazione dei pani, quella gente in attesa di un liberatore politico che faccia regnare la giustizia e colmi tutti i poveri di cibo, vorrebbe proclamare Gesù Re Messia, ed è per questo che Gesù si ritira sul monte tutto solo (cf. Gv 6,14-15). Ecco dunque Gesù in solitudine e in preghiera, sulla montagna, luogo non abitato, dove trova silenzio e quiete, montagna che per la Bibbia è il luogo delle grandi rivelazioni di Dio. Sappiamo che Matteo presenta la montagna come luogo della tentazione di Gesù (cf. Mt 4,8-19), della proclamazione del discorso del Regno (cf. Mt 5-7), della trasfigurazione (cf. Mt 17,1-8), della missione consegnata ai discepoli dal Risorto (cf. Mt 28,16-20). Ma qui è luogo di solitudine e di preghiera.

Per noi umani la solitudine può essere buona o cattiva ma non possiamo dimenticare che essa è una dimensione essenziale della nostra vita, perché non è solo la verità più profonda che incontreremo nella morte ma resta una dimensione da cercare, da vivere per essere pienamente noi stessi nella libertà, per potere, in assenza di voci umane, ascoltare la voce di Dio che parla a ciascuno di noi nel cuore. Gesù nella solitudine è un’icona che dovremmo tenere più presente, proprio perché, nella sua umanità piena e assoluta, assunta nell’incarnazione, ha cercato nella solitudine la volontà del Padre, ha sentito e vissuto la propria vocazione messianica in un modo altro rispetto all’attesa dominante di un Messia potente e dominatore; ha lottato nella solitudine contro le tentazioni, vincendo Satana grazie all’unico sostegno della Parola di Dio, custodita, interpretata e pregata nel cuore. Nella solitudine Gesù si è preparato ad acconsentire alla logica della croce, al perdono dei suoi nemici, all’amare i suoi discepoli fino alla fine (cf. Gv 13,1). Ha vissuto almeno trent’anni di solitudine prima della sua missione pubblica, dunque la solitudine non è stata per lui luogo di assenza ma di presenza di Dio.

E la vera solitudine, per essere luogo di tale presenza, deve essere piena di preghiera. Ecco perché i vangeli testimoniano a più riprese che Gesù si ritirava in disparte per pregare. Ma cos’era la preghiera di Gesù? Innanzitutto ascolto di Dio, del padre, l’“Abba” (Mc 14,36), come egli lo invocava, educato dall’ascolto delle sante Scritture del suo popolo. Gesù le leggeva, le meditava, le interpretava, le pregava, le contemplava, operazione che per lui, come per ogni essere umano, avveniva nel cuore, organo centrale in cui ciascuno può discernere la voce di Dio: senza questo passaggio della parola di Dio nel cuore umano, la Parola stessa non raggiunge l’uomo, dunque non può essere efficace. In questa sosta sulla montagna, dopo il segno-miracolo della moltiplicazione dei pani e dopo aver ricevuto “l’applauso” dalle folle, Gesù ancora una volta ascolta il Padre e sceglie nuovamente di essere il Messia povero, debole, che accetta anche il fallimento umano della sua missione, il Messia preda delle sofferenze, del rigetto e della morte ignominiosa del maledetto sulla croce (cf. Gal 3,13). Questo è il Gesù che la chiesa e ciascuno di noi dobbiamo avere presente nel nostro vivere quotidiano, nella nostra lotta, nei nostri fallimenti, nelle nostre fragilità.

Ma ecco che improvvisamente il Gesù solitario e orante sulla montagna diventa il Gesù Signore sulle acque in tempesta. La barca dei discepoli, durante la traversata notturna del lago, si trova in mezzo alla tempesta, è sbattuta dalle onde a causa del forte vento contrario. Sembra una notte interminabile in cui i discepoli lottano contro i marosi, nel buio fitto e nella paura. Come non vedere in questa barca un’icona della comunità di Gesù, della chiesa? I padri della chiesa hanno sempre interpretato così questa barca lontana dalla riva e sbattuta dalle onde (apò tês ghês apeîchen basanizómenon hypò tôn kymáton). In ogni ora della storia la barca dei discepoli di Gesù incrocia venti contrari e tempeste: non può essere diversamente in questo mondo, dove contro i discepoli di Gesù si scatenano spesso opposizioni, inimicizie, persecuzioni. Qualcuno dice che quello attuale è un tempo in cui “la barca si è riempita di acqua fino quasi a capovolgersi”, ed è vero; ma io direi che sempre, oggi come ieri, finché la barca non approderà alle rive del regno di Dio, sarà così. Il vero problema non sta nella tempesta ma nella paura di quanti sono sulla barca, perché la paura è segno di poca fede nel Signore il quale, anche se non è sulla barca, è tuttavia il Signore della terra e del mare, di tutta la storia che, nelle sue mani, resta e resterà storia di salvezza.

Verso la fine della notte i discepoli sulla barca vedono qualcuno che cammina sulle acque venendo verso di loro; ma invece di cogliere in quella figura Gesù il Signore, pensano che sia un fantasma e hanno paura fino a gridare. Ma Gesù, stando sulle acque, li rassicura: “Coraggio, Io sono, non abbiate paura!”. Non è un fantasma che mette paura, ma è Gesù, Signore sugli abissi della morte, sui vortici e sui marosi della vita, che viene e chiede di sconfiggere la paura, di esercitare il coraggio e la fede, la fiducia, perché lui è “Io sono”. Ecco apparire sulle labbra di Gesù il Nome santo e glorioso di Dio rivelato a Mosè (cf. Es 3,14) e ripetuto dai profeti: “Io sono” (Egó eimi). Colui che sembra assente, in verità è presente più che mai, e la sua barca resta la sua barca, sia che lui non vi sia sopra, sia che si trovi su di essa e dorma appoggiato a un cuscino (cf. Mc 4,37; Mt 8,24). E sempre, quando Gesù ci viene incontro, prima che discerniamo pienamente la sua presenza, ci dice: “Coraggio, non temete!”.

Pietro, secondo Marco e Matteo il primo chiamato (cf. Mc 1,16; Mt 4,18), reagisce dicendo: “Signore (Kýrie), se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Egli vorrebbe essere dotato dei poteri di Gesù, vorrebbe essere Signore delle acque, e allora quasi lo tenta: lo chiama Signore, con fede, ma cosa vuole provare? Gesù gli risponde: “Vieni!”, e Pietro scende dalla barca e cammina sulle acque verso di lui; ma non appena sente la potenza del vento, ha paura e comincia a sprofondare, gridando: “Signore, salvami!”. Ha provato, ma non è stato capace di rimanere in piedi sulle acque del mare di Galilea e, affondando, deve comprendere la propria debolezza, la propria incapacità di stare a galla, il che lo porta a invocare il Signore. Lo ripeto, Pietro comprende la propria fragilità e debolezza: quella di un “uomo di poca fede” – come Gesù lo definisce – che ha paura, che a volte tenta il Signore, ma che in ogni caso è riportato alla consapevolezza della propria miseria. È così che impara la verità di quell’esclamazione profondamente cristiana che sarà coniata da Bernardo di Clairvaux: “Optanda infirmitas!”, “O desiderabile, beata debolezza!” (Discorsi sul Cantico dei cantici 25,7).

Sì, Gesù accetta la debolezza della nostra fede e ci tende la mano ogni volta che noi cadiamo o sprofondiamo. Pietro conoscerà ancora questa esperienza, quando, dopo aver rinnegato Gesù, si sentirà nuovamente tendere da lui la mano, attraverso lo sguardo del Signore che si volta verso di lui (cf. Lc 22,61). “Kýrie eleíson!”, “Signore, abbi pietà di me!”, ecco la preghiera del cristiano sempre, preghiera che nel profondo del cuore deve essere presenza costante, pronta a diventare parole che si fanno invocazione, in ogni momento di consapevolezza della propria fragilità.

Poi Pietro e Gesù risalgono sulla barca e il vento cessa. Allora tutti gli altri si prostrano davanti a Gesù e confessano: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”, mostrando di aver compreso la parola di Gesù (“Io sono”) e riconoscendo in lui il Signore, il Kýrios. Il cammino della chiesa, di ogni comunità cristiana, di ciascuno di noi, conosce e conoscerà contrarietà, ore di paura, sofferenze e fatiche. Chi pensa che Gesù Cristo sia un “fantasma”, un abbaglio, mostra di non avare la fede necessaria per dirsi ed essere suo discepolo e non riesce ad andare verso di lui, a raggiungerlo. Ma chi ha fede, a costo di camminare su acque in tempesta – metafora efficacissima –, riesce a stare dietro a Gesù, a incontrarlo come il Signore che gli dice: “Non avere paura, Io sono!”.

Le letture di oggi ci riportano a un tema di fondo. Com’è Dio? Cosa fa con tutta la sua forza? Cosa c’entra Dio con la mia vita? Come si manifesta?Sono le domande che ogni persona si fa, presto o tardi; in un modo o nell’altro. Inutilmente alcuni ‘atei’ vorrebbero negare questa realtà. Le tappe della manifestazione di Dio e i percorsi dell’uomo alla ricerca del suo Signore e Padre vanno dalla creazione a Cristo, alla testimonianza dei credenti. È questo il filo conduttore che unisce le letture odierne. In modo libero e sorprendente, Dio si manifesta agli uomini: dapprima nella creazione del mondo e di ogni persona; in seguito per mezzo delle alleanze e dei profeti; e, finalmente, nell’evento unico e definitivo di Gesù Cristo, Dio fattosi carne, che accompagna la storia umana.

Alla manifestazione gratuita di Dio, normalmente fa seguito la risposta da parte dell’uomo, in una ricerca spesso travagliata e incerta. Tutte le religioni e le filosofie dei popoli sono un segno e il risultato del desiderio profondo che Dio ha iscritto nel cuore delle persone e delle culture: Chi è Dio? Dove abita? Cosa fa?… Le religioni naturali sono differenti secondo le epoche e le culture, ma hanno un’origine comune: cioè, l’aspirazione umana ad un rapporto con la divinità. Questo è il terreno religioso naturale nel quale i missionari incontrano i popoli fin dal primo annuncio del Vangelo.

La teologia cristiana, fin dai suoi inizi (sec. II°, con i santi Giustino e Ireneo), insegna agli operai del Vangelo che devono scoprire i “semi del Verbo”, cioè i valori umani e spirituali presenti nelle culture. Per l’azione del Verbo, per mezzo del quale tutte le cose furono create (cfr. Col 1,15-17), e grazie alla presenza dello Spirito Santo, protagonista della missione (cfr. RMi 21s), tali valori si trovano già nelle culture dei popoli, prima ancora che vi si annunci Il Vangelo di Cristo. Proprio per la loro origine divina, tali valori costituiscono già una buona preparazione per accogliere il Vangelo. La presenza del Verbo e dello Spirito, che precedono l’arrivo del missionario, crea una speciale sintonia fra Vangelo e culture, che, in generale, facilita la ricezione del messaggio cristiano. Cristo arriva come pienezza della rivelazione di Dio, come dono gratuito, ma non per questo è opzionale o alternativo. Viene opportuno l’invito di Papa Francesco a cercare e lasciarsi incontrare da Cristo.

Oltre alla prima rivelazione, basata sulla creazione, Dio si riserva l’iniziativa di manifestarsi nel modo, nel tempo e nelle persone che Egli vuole. Nel caso di Elia (I lettura) la manifestazione di Dio avviene con segni diversi da quella a Mosè, pur realizzandosi sullo stesso monte. Elia è reduce dalle pendici del monte Carmelo, dove l’eccessivo zelo e il fanatismo l’hanno spinto fino alla crudele carneficina dei profeti di Baal (cfr. 1Re 18); ora Elia ha bisogno di convertirsi: riconoscere Dio non attraverso segni forti (vento impetuoso, terremoto, fuoco), ma nel “sussurro di una brezza leggera” (v. 11-12). In mezzo al mare in burrasca e fra le grida dei discepoli per paura di fantasmi (Vangelo), Gesù si rivela prima come orante solitario sul monte (v. 23) e poi come portatore di pace e sicurezza: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!” (v. 27). Come in altre epifanie di Gesù, il risultato finale è la fede dei discepoli (v. 33). Più ampiamente, è la comunità missionaria di Matteo che, provata dalle incipienti persecuzioni e dalla “poca fede” (v. 31), rinnova l’adesione al Signore risorto, invocandolo con il titolo pasquale di Kurios (v. 28.30).

Nella storia delle persone e dei popoli si alternano spesso epoche di apertura e di chiusura al mistero di Dio, periodi di indifferenza, resistenza e perfino rifiuto. Davanti a queste situazioni alterne, il missionario conserva un atteggiamento umile e orante: la forza per la missione viene dalla fede e dalla preghiera. È il caso di Paolo (II lettura), che sente “un grande dolore e una sofferenza continua” (v. 2) per i suoi fratelli e consanguinei (v. 3). Purtroppo, la maggioranza del popolo ebraico, pur avendo ricevuto lungo i secoli ben otto privilegi inestimabili (v. 4-5), si è chiusa al Cristo, che “da loro proviene secondo la carne”, senza riconoscerlo come il Salvatore, morto e risorto, come “Dio benedetto nei secoli” (v. 5).

Il mistero del popolo eletto si allaccia alla realtà missionaria di tanti popoli che non si sono ancora aperti al Vangelo, salvo in piccole minoranze. Pensiamo alla Cina, India, Giappone, al mondo buddista, islamico… Ma pensiamo pure alle grosse percentuali di persone battezzate, che hanno perduto il senso vivo della fede e conducono un’esistenza lontana da Cristo e dalla Chiesa; hanno bisogno, quindi, di essere rievangelizzate (cfr. RMi 33). Certamente tutte queste persone, bisognose di una chiamata o di un risveglio, non sono fuori dell’azione salvifica di Cristo, che è il Salvatore di tutti, marimane sempre il mistero della loro chiamata e perseveranza nella fede in Cristo e della loro appartenenza alla Chiesa. Anche per loro Dio ha il suo progetto e i suoi tempi. A noi non è dato di conoscere i tempi e i modi in cui lo Spirito attua l’incontro salvifico di ogni persona con Cristo (GS 22). Ma la certezza che questo incontro si realizza, sostiene la speranza del missionario, anche quando la barca è agitata dalle onde (Vangelo) e il vento è contrario (v. 24).


Tensioni, conflitti, incomprensioni hanno sempre accompagnato i rapporti chiesa-mondo, ma ancor più si sono evidenziati con l’avvento dell’empirismo e del razionalismo che hanno caratterizzato il pensiero dei secoli XVII e XVIII. La visione puramente naturalistica del mondo e la fiducia incondizionata nella ragione parvero minare le fondamenta stesse della fede e del soprannaturale. Le ricerche storiche e archeologiche del secolo XIX dimostrarono le evidenti incongruenze legate all’interpretazione tradizionale della Bibbia.

Dettata dai sospetti e dalle paure, la risposta dei credenti non fu subito serena e il movimento di purificazione delle idee, del linguaggio e delle pratiche religiose subì ritardi, battute d’arresto, ripensamenti e involuzioni. Oggi è già possibile evidenziare i grandi cambiamenti che, stimolati dalle provocazioni secolari, sono stati realizzati specialmente dopo il Concilio Vaticano II. Dallo studio e dalla meditazione della parola di Dio, finalmente in mano ai cristiani, sta emergendo e viene consegnata al mondo, pur in mezzo a contraddizioni, un’immagine di Dio non più imprigionata in categorie arcaiche, un nuovo volto di uomo, una chiesa più evangelica e la proposta di una società basata su valori autentici.

Era già accaduto qualcosa di simile ai tempi del profeta Elia, come ci racconterà la prima lettura. Un cambiamento di mentalità ancora maggiore fu richiesto da Gesù ai suoi discepoli, come risulterà dal brano evangelico. Il cammino della conversione non è ancora concluso. Non solo nei segni dei tempi, ma anche attraverso le critiche severe dei non credenti, lo Spirito invita i cristiani a proiettare gli sguardi, le menti e i cuori oltre gli orizzonti angusti in cui il timore di crescere rischia di mantenerli prigionieri.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Anche se devo attraversare una valle oscura, non temo, perché tu, Signore, sei con me”.

Prima Lettura (1 Re 19,9-13)

In quei giorni essendo giunto Elia al monte di Dio, l’Oreb, 9 entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: 11 “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

Siamo nella prima metà del IX secolo a.C. quando Omri, un generale abile e risoluto, con una rivolta prende il potere. Il Libro dei re lo ricorda in modo sbrigativo – gli dedica sei versetti soltanto (1 Re 16,23-28) – ma i rivolgimenti politici, sociali e soprattutto religiosi avvenuti durante gli undici anni del suo regno hanno segnato profondamente la storia d’Israele. Costruì una nuova capitale sul monte di Samaria, introdusse nuove tecniche agricole, incentivò il commercio, favorì la cultura, rafforzò l’esercito. In breve tempo riuscì a fare di Israele una nazione ricca e potente.

Per consolidare le alleanze con i regni vicini ricorse soprattutto ai matrimoni. Di questi, uno ebbe conseguenze drammatiche: quello fra suo figlio Acab e l’intrigante, ambiziosa e tanto affascinante quanto perfida Gezabele, la figlia di Et-baal, il re di Tiro.

Fu l’inizio dell’apostasia dal Signore perché l’ammaliante principessa straniera pretese subito che in Israele venissero adorati Baal e Ashera, le divinità della sua terra. Per loro fece costruire uno splendido tempio in Samaria e impose il loro culto come religione ufficiale del regno.

In questo periodo di tensioni “sorse Elia profeta, simile al fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola” (Sir 48,1). Veniva dal Galaad, la terra al di là del Giordano, ai confini del deserto, “era un uomo peloso; una cintura di cuoio gli cingeva i fianchi” (2 Re 1,8) e conduceva una vita austera. Si rese subito conto della “colonizzazione” delle menti e delle coscienze portata avanti dalla regina e intervenne per denunciare il pericolo della corruzione religiosa e morale. Nonostante i suoi sforzi e il suo coraggio però non riuscì a convincere il popolo a rimanere fedele al Signore. Al colmo della disperazione, un giorno si sfogò con il suo Dio: “Gli israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita” (1 Re 19,14).

È a questo punto che inizia la nostra lettura.

Per sfuggire a Gezabele che lo vuole uccidere, Elia fugge, prende la via del deserto e va verso il monte di Dio, l’Oreb, il Sinai dove, quattrocento anni prima, Mosè ha parlato con il Signore. Giuntovi, entra in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore lo invita a uscire e ad attendere una sua manifestazione.

Ecco scatenarsi un vento impetuoso e gagliardo tanto da spaccare le rocce, dopo il vento ci sono un terremoto e un fuoco (vv. 11-12). Erano questi – secondo il profeta – i segni inequivocabili del passaggio del Signore. In mezzo a questi fenomeni impressionanti, infatti, Dio si era sempre presentato in passato ai suoi servi fedeli. A Mosè si era manifestato nel fuoco, fra lampi, tuoni e mentre il monte tremava dalle fondamenta (Es 19,16-19) e anche Baal, il dio di Gezabele, appariva nella tempesta e nell’uragano, cavalcava le nubi, scagliava le folgori e volteggiava nel turbine.

Elia rimase sorpreso che il Signore non fosse nel vento impetuoso, nel terremoto e nel fuoco.

“Dopo il fuoco ci fu un mormorio di un vento leggero” (v. 12). Elia, come l’udì, si coprì il volto con il mantello: aveva compreso che era quello il momento in cui passava il Signore. Dio si era rivelato in un modo completamente nuovo.

La traduzione del v. 12 va corretta. Il testo originale ebraico non parla di “vento leggero”, ma di una voce di silenzio leggero udita dal profeta. Fu nel silenzio che Elia colse la rivelazione del Signore e diede un balzo in avanti nel suo cammino di fede. Il Dio in cui fino allora aveva fermamente creduto conservava i tratti arcaici delle divinità pagane: era forte, tremendo, sempre pronto a mostrare la sua forza contro i nemici, era colui che sul monte Carmelo si era confrontato con Baal e aveva vinto (1 Re 18,20-40). Ora Elia capiva: non era il Signore che lo aveva spinto a sgozzare nel torrente Kison i profeti di Baal, ma la falsa immagine che di lui si era fatta.

Nella “voce di silenzio leggero” era giunto a scoprire il vero volto del suo Dio, aveva capito che il suo “zelo per il Signore” altro non era che fanatismo; si era reso conto che la convinzione di “essere rimasto solo” ad adorare il Signore derivava dal dogmatismo e dall’intolleranza. Erano settemila gli uomini che in Israele non avevano piegato le ginocchia a Baal, ma Elia non se n’era accorto (1 Re 19,18). “Su! – gli dice il Signore – Ritorna sui tuoi passi” (1 Re 19,15), trasformato interiormente dalla “voce di silenzio leggero” che hai ascoltato.

L’esperienza spirituale di Elia può essere ripetuta da chiunque sappia fare il silenzio dentro di sé, da chiunque ponga a tacere le voci fuorvianti che gli hanno inculcato una falsa immagine di Dio e, nella riflessione pacata e calma della Bibbia e del vangelo, si lasci inondare dalla vera luce, quella che brilla sul volto di Cristo.

Seconda Lettura (Rm 9,1-5)

1 Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dá testimonianza nello Spirito Santo: 2 ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. 3 Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. 4 Essi sono israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, 5 i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

Il saggio Qoelet affermava: “Chi accresce il sapere, aumenta il dolore” (Qo 1,18). Potremmo chiosare: anche chi accresce l’amore aumenta il dolore. Il pensiero di un figlio, di un fratello, di una sorella che fanno scelte insensate e che si rovinano la vita ci rattrista profondamente, ci accompagna in ogni momento come un’ossessione, vela di amarezza e malinconia anche i momenti di gioia. Non ci rassegnamo al fatto che queste persone care si lascino sfuggire la felicità che potrebbero facilmente cogliere. Amiamo la chiesa e la vorremmo come l’ha sognata il suo Sposo: pura come “il narciso di Saron, come un giglio delle valli” (Ct 2,1). Invece la vediamo, a volte, collusa o inconsapevole connivente con i poteri di questo mondo, esitante, poco evangelica.

Che deve fare chi soffre per amore? Nulla se non continuare ad amare e ad attendere, con la pazienza di Dio, che il seme del vangelo compia il prodigio della conversione dei cuori.

L’esempio di Paolo è illuminante. Egli ha sentito profondamente il dramma del rifiuto di Cristo da parte del suo popolo. Gli stava tanto a cuore la salvezza d’Israele che – dice ricorrendo a un paradosso – sarebbe stato disposto addirittura a essere scomunicato e separato da Cristo, se questo fosse servito a ricuperare il suo popolo (v. 3). Le sue parole accorate ricordano quelle di Mosè che intercedeva: “Ora tu perdona il loro peccato, se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto” (Es 32,32).

Paolo non riusciva a capacitarsi che il popolo eletto, i figli di Abramo, gli eredi delle promesse fatte ai patriarchi avessero rifiutato il messia di Dio (vv. l-2).

Quando scrive ai Romani sono passati quasi trent’anni dalla morte e risurrezione di Gesù. Durante questo tempo ha cercato in ogni modo di annunciare Cristo ai suoi fratelli israeliti senza ottenere alcun risultato, anzi, accentuandone l’opposizione.

Negli ultimi due versetti (vv. 5-6) sono elencati i privilegi che Israele ha ricevuto da Dio; l’ultimo, il più importante di tutti, è il fatto che Cristo è figlio di questo popolo.

Pur nella tristezza presente, c’è un pensiero che consola l’Apostolo: le promesse di Dio sono irrevocabili e se egli ha permesso l’indurimento di Israele, se ha “rinchiuso tutti nella disobbedienza, è per usare a tutti misericordia” (Rm 11,29.32).

 È il pensiero che deve consolare chiunque soffre per amore: la storia di ogni uomo si concluderà comunque con la salvezza.

Vangelo (Mt 14,22-33)

22 Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. 23 Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.
24 La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. 25 Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. 26 I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: “ È un fantasma” e si misero a gridare dalla paura. 27 Ma subito Gesù parlò loro: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”.
28 Pietro gli disse: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”. 29 Ed egli disse: “Vieni!”.
Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. 30 Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. 31 E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”.
32 Appena saliti sulla barca, il vento cessò. 33 Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: “Tu sei veramente il Figlio di Dio!”.

Videocommento

“Su, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino” – disse l’angelo del Signore ad Elia in fuga verso il deserto. Il profeta si alzò, mangiò, bevve e “con la forza datagli da quel cibo, camminò quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb” (1 Re 19,7-8).

A questo famoso racconto del dono del pane e dell’acqua da parte dell’angelo ad Elia, fa seguito la rivelazione del Signore narrata nella prima lettura.

Nel brano evangelico la scena si ripete: i discepoli, alimentati con il pane offerto da Gesù (Mt 14,13-20), ora ricevono l’ordine di mettersi in movimento, di entrare nella barca e dirigersi verso l’altra riva. Come Elia, sono attesi da una rivelazione del Signore.

Ci sono diversi particolari strani in questo episodio. Non è facile trovare una ragione dell’ordine dato da Gesù: perché li fa partire da soli? Dove devono andare a quell’ora? Perché non va con loro? Come mai impiegano tante ore ad attraversare il lago? Non pare che sia a causa del maltempo perché egli sale tranquillo sul monte a pregare e vi rimane fin verso il mattino (v. 25). Sorprendenti sono soprattutto la pretesa di Pietro di voler camminare sulle acque e – trattandosi di un provetto nuotatore (Gv 21,7) – la sua paura di affondare.

Questi dettagli singolari insospettiscono l’esegeta. Sono un invito ad accostarsi al brano con circospezione perché non si tratta del racconto di un prodigio, ma di una pagina di teologia redatta con immagini bibliche.

Alcune di queste immagini sono ben note. L’oscurità della notte, anzitutto, è presente, con la sua carica di significati negativi, in numerosi testi dell’AT. Ricordiamo, ad esempio, il salmista che, nella notte del suo dolore, grida al Signore senza trovare riposo (Sal 22,3). È con questa tenebra che i discepoli si devono confrontare. Venuta la sera, Gesù “li costringe” (è questo il verbo impiegato nel testo originale) ad entrare nella barca e a dirigersi verso “l’altra riva”. Si ha l’impressione che essi siano restii, che vogliano rimanere accanto al Maestro, ma questi, dopo averli nutriti con il suo pane, vuole che partano, che intraprendano da soli il rischioso viaggio. Il cibo che ha dato loro rappresenta la sua parola e la sua stessa persona presente nel sacramento dell’eucaristia. Nutriti da questo duplice pane, essi hanno la forza necessaria per portare a termine la difficile traversata.

Se Gesù fosse visibilmente presente sulla barca, le tenebre si dissolverebbero; invece il buio è fitto.

Venuta la sera (v. 13) – diciamolo subito – indica, nel linguaggio simbolico dell’evangelista, la conclusione della giornata di Gesù, è la fine della sua vita, è il momento in cui egli “sale sul monte” da solo, si allontana dalle folle ed entra definitivamente nel mondo di Dio. Ecco perché i discepoli si ritrovano nell’oscurità. Il buio è l’immagine del disorientamento, del dubbio che coglie anche il credente più convinto. In certi momenti, persino chi è animato da una solida fede si sente solo, fa l’esperienza angosciante del silenzio di Dio e si chiede se le sue scelte, i suoi sacrifici, il suo impegno per il bene abbiano un senso.

Poi c’è il vento contrario. Gli israeliti hanno fatto l’esperienza del “vento impetuoso scatenato da oltre il deserto” che investe e abbatte le case (Gb 1,19), conoscono il “vento orientale che squarcia le navi” (Sal 48,8) e il “vento burrascoso” che solleva i flutti, squassa le imbarcazioni trascinandole negli abissi e che fa barcollare come ubriachi i marinai (Sal 107,26-27).

L’autore della Lettera agli efesini impiega questa immagine per descrivere i ragionamenti insensati degli uomini, la mentalità di questo mondo opposta a quella di Cristo. Ai cristiani delle sue comunità Paolo ricorda: “Noi non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini” (Ef 4,14).

Le acque erano nell’AT immagine delle forze che portano verso la morte. Il salmista, afflitto da una grave malattia che lo sta conducendo alla tomba, grida al Signore: “Stendi le mani dall’alto, scampami e salvami dalle acque profonde” (Sal 144,7); un altro, ottenuta la guarigione, racconta: “Mi circondavano flutti di morte, mi travolgevano torrenti impetuosi… ma Dio stese la mano, mi prese e mi trasse fuori dalle acque profonde” (Sal 18,5.17). Al suo popolo il Signore promette: “Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno” (Is 43,2).

Le acque hanno sempre messo paura agli israeliti. Solo il Signore – dicevano – non teme i turbini e le burrasche. Egli che, con la sua parola, ha separato “le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento” (Gn 1,7) è il solo capace di placare la violenza dei flutti (Sal 107,25-30), egli è l’unico che “cammina sulle onde del mare” (Gb 9,8).

Se si tiene presente questo simbolismo, si comprende lo spavento dei discepoli: temono di venire travolti dalle forze del male e della morte, sono al buio e non scorgono il Maestro accanto a loro. Una situazione drammatica, ma inevitabile e la devono affrontare.

La barca era agitata dalle onde. Il testo originale impiega qui il verbo greco basanízo che propriamente significa sottoporre alla prova. Il básanos era la pietra durissima usata in Lidia per verificare, mediante un violento sfregamento, se un metallo era pregiato o vile.

Le onde tormentano, quasi torturano i discepoli, ma sono la prova necessaria cui devono essere sottoposti se vogliono uscirne maturati.

Verso la fine della notte ecco apparire Gesù, camminando sulle onde del mare, come solo Dio era capace di fare (Gb 9,8). I discepoli non lo riconoscono, credono di avere a che fare con un fantasma. Davvero singolare questa loro reazione! Che è successo? Come mai non lo riconoscono?

Non siamo di fronte a un brano di cronaca, ma a una pagina di teologia. Matteo sta descrivendo, con il linguaggio biblico, la situazione delle comunità cristiane del suo tempo “tormentate” da tante prove, angosciate da dubbi e soprattutto disorientate per il fatto di non avere più visibilmente con loro il Maestro che avrebbe infuso in loro sicurezza e coraggio.

L’evangelista le vuole illuminare: Gesù è sempre accanto ai discepoli, tutti i giorni, fino alla fine del mondo, come ha promesso (Mt 28,20), ma non fisicamente, come quando percorreva le strade della Palestina; è presente in modo diverso, come un fantasma. È questa la pallida immagine impiegata nei vangeli per descrivere il Risorto e la sua nuova condizione di vita. Quando, nel giorno di Pasqua, egli appare in mezzo ai discepoli riuniti, essi “spaventati e stupiti, credono di vedere un fantasma” (Lc 24,37).

Non è facile rendersi conto della sua presenza. Solo agli occhi della fede egli diviene riconoscibile.

La seconda parte del brano (vv. 28-33) contiene il dialogo fra Gesù e Pietro. Inizia con la richiesta dell’apostolo: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque” (v. 28). La sua domanda è strana, ma solo per chi la prende in senso letterale. Se la si intende nel contesto simbolico di tutto il racconto, allora il significato risulta subito chiaro. Pietro, il primo dei discepoli, contempla il Maestro – il Risorto – che ha attraversato le acque della morte, ora cammina sul mare, è nel mondo di Dio. Sa di esser chiamato a seguirlo nel dono della vita, ma la morte lo spaventa, teme di non farcela e chiede al Signore che sia lui a comunicargli la forza.

Finché tiene gli occhi fissi sul Maestro, riesce ad andare verso di lui, ma quando la sua fede viene meno, quando comincia a dubitare della scelta che ha fatto, affonda e ha paura di venire sommerso, di perdere la vita.

 È la descrizione della nostra condizione. “Vieni verso di me” – ripete oggi il Risorto ad ogni discepolo – non temere di perdere la vita; se esiti, la morte ti farà paura, se invece ti fiderai della mia parola, le acque della morte non ti spaventeranno, le attraverserai e mi raggiungerai nella risurrezione.

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Il vangelo di questa domenica ci parla di una barca in difficoltà e dell’aiuto che il Signore mette nell’infondere coraggio ai naviganti impauriti. Che questo vangelo abbia molto da dire alla nostra stretta attualità è scontato, la chiave che scelgo è quella dell’ironia dello street artist Banksy. Nel 2016 decide di lavorare a tre immagini nella zona portuale di Calais, città ormai famosa per la così detta “giungla”, ovvero il grande campo di fortuna costruito dai rifugiati in attesa di potersi imbarcare verso il Regno Unito. Racconto brevemente le prime due per poi soffermarmi sulla terza che fa da illustrazione al commento al vangelo.
La prima rappresenta Steve Jobs, il fondatore della Apple, che scappa con un sacco in una mano e nell’altra uno dei primi modelli dei suoi computer: Macintosh 128k del 1984. Per coglierne la satira basta il commento scritto dallo stesso Banksy:

«Spesso siamo portati a credere che gli immigrati prosciughino le risorse di un certo paese, ma Steve Jobs era figlio di un immigrato siriano. Apple è la società più redditizia al mondo, paga oltre 7 miliardi di dollari all’anno in tasse ed esiste solo perché gli Stati Uniti hanno accettato di accogliere un giovane uomo da Homs»

Il secondo lavoro a ridosso del porto rappresenta un bambino con alle spalle una valigia che guarda con un cannocchiale rivolto verso il mare, che è l’orizzonte non solo immaginario, ma anche fisico della spiaggia. Quindi guarda verso il Regno Unito, o simbolicamente verso il futuro. Sul cannocchiale però poggia minaccioso un avvoltoio che punta verso di lui, a ricordare che il suo destino non sarà per nulla facile.

Il terzo lavoro è una citazione di un famoso quadro francese “La zattera della medusa” (1819) di Théodore Géricault

Banksy, La zattera della medusa (da Géricault), Calais, 2016, stencil e pittura acrilica su muro

Questo quadro è un emblema della fierezza francese al pari della “Vittoria che guida il popolo” (1830) di Eugène Delacroix che riprende lo schema compositivo della zattera. La scelta della citazione ha quindi dei chiari richiami all’orgoglio nazionale dei francesi e a quei principi di “libertà, uguaglianza e fraternità” che a Calais sembrano dimenticati.
Il quadro originale di Géricault narra di un episodio avvenuto nel 1816 in cui per una serie di negligenze la fregata francese Méduse rimase incagliata sulle coste della Mauritania. Oltre 250 persone si salvarono grazie alle scialuppe, le rimanenti 150, la ciurma, dovettero essere imbarcate su una zattera di fortuna, lunga 20 metri e larga 7; di queste ultime persone soltanto 12 si salvarono. Lascio al lettore tutti i collegamenti tra la storia del 1816 e i barconi di oggi.
L’occhio di Banksy è attento alla scelta del muro sul quale è già colorato uno zoccolo azzurro sul quale appone l’immagine della zattera trasformando quella striscia di colore nella linea dell’orizzonte.
Su quella linea si staglia una nave che continua sulla sua rotta mentre i naufraghi cercano di attirarne l’attenzione.
Anche su questa immagine Banksy ha lasciato un suo caustico commento:

«Non tutti siamo fortunati allo stesso modo».

E noi, discepoli di Gesù, riusciremo ancora a tendere una mano e a dire “Coraggio, non abbiate paura”?

Per approfondire:
Sito ufficiale di Banksy

a cura di Elia Fiore
http://www.monasterodibose.it