Partenza da Emmaus
Missione e catechesi nella Chiesa
Lettera pastorale
Anno pastorale 1983/84
Carlo Maria Martini

[13] I testi del Nuovo Testamento sulla missione ci mettono di fronte all’urgenza del compito missionario.

Se ci lasciamo semplicemente afferrare da questo clima di urgenza e lo confrontiamo con le risorse attuali delle nostre comunità, corriamo il rischio di incappare in quegli atteggiamenti paralizzanti, che i vangeli attribuiscono agli apostoli, quando Gesù diede loro l’incarico di dare da mangiare alle folle nel deserto.

Dai racconti evangelici raccogliamo un ventaglio di reazioni significative. C’è la constatazione della esiguità dei mezzi disponibili: “ci sono solo cinque pani e due pesci” (Mt 14,17; Mc 6,38; Lc 9,13). Il quarto vangelo sottolinea la sproporzione: “ma non è nulla per tanta gente!” (Gv 6,9). Emerge, poi, una possibilità operativa: “a meno che non andiamo noi a comprare cibo per tutta questa gente” (Lc 9,13). Ma la possibilità è avvolta da risentimento e scetticismo: “Ma come? Dovremmo andare a comprare pane per un valore di duecento monete d’argento dar da mangiare a tutti?” (Mc 6,37). Anzi, è giudicata del tutto impraticabile: “Duecento monete d’argento non basterebbero neppure per dare un pezzo di pane a tutti” (Gv 6,7). La conclusione è che sembra saggia la posizione di disimpegno assunta dai discepoli fin dall’inizio: “Il luogo è isolato e ormai è tardi. Lascia andare tutta questa gente, in modo che possa comprarsi qualcosa da mangiare nelle campagne e nei villaggi qui intorno” (Mc 6,36; Mt 14,15; Lc 9,12).

Anche noi, talvolta, proviamo le stesse reazioni, quando l’urgenza del compito missionario attraversa la nostra coscienza: sgomento per l’esiguità delle nostre risorse; progetti operativi in altalena tra illusione e scetticismo; rassegnazione a una situazione che appare bloccata.

Come superare questi atteggiamenti?

Nel racconto della moltiplicazione dei pani il vangelo di Giovanni inserisce una annotazione stimolante. Dopo aver riferito la domanda di Gesù a Filippo: “Dove potremo comprare il pane necessario per sfamare tanta gente? “, Giovanni annota: “Gesù sapeva benissimo quello che avrebbe fatto, ma diceva così per mettere alla prova Filippo” (Gv 6,6). La situazione di urgenza in cui Gesù mette i discepoli è una “prova”: pone i discepoli di fronte alla loro povertà e li dispone ad accogliere la rivelazione di Gesù come Messia che ha pietà del suo popolo, celebra col suo popolo il convito della gioia messianica, procura miracolosamente il cibo al popolo nel deserto.

Anche per noi il disagio, in cui ci colloca l’urgenza della missione, deve diventare una prova che ci fa prendere coscienza delle nostre povertà umane e ci apre alle possibilità del Vangelo. In effetti i testi neotestamentari sulla missione non ci presentano solo la sua urgenza, ma anche il suo significato profondo di obbedienza alla forza che si sprigiona dal di dentro del Vangelo. Proprio la crisi in cui ci mette l’urgenza della missione può condurci a riscoprirne il significato profondo. La situazione di disagio può condurre alla decisione di obbedienza, alla decisione di chiudere gli occhi e buttarsi.

[14] Per esemplificare quanto ora si è detto, dobbiamo ritornare agli aspetti problematici della vita ecclesiale e della vita sociale, a cui ho fatto cenno nell’introduzione. Dobbiamo sforzarci di collocare questi problemi, incertezze, difficoltà, compresi anche i nostri limiti colpevoli, nell’orizzonte della missione, così come ci è stata presentata dalla Bibbia.

La missione è l’irradiamento incontenibile dell’energia, della autorevolezza, della pienezza vitale promananti dal Vangelo, come lieto annuncio di Gesù, Figlio di Dio venuto a salvarci, morto e risuscitato per noi, principio, norma e giudice della storia umana.

a) L’autorevolezza di Gesù, la sua potenza salvifica, la sua autenticità umana presentano aspetti diversi tra loro strettamente connessi.

-C’è una autorevolezza fondamentale che è alla base di tutto e consiste nel fatto che la vicenda umana di Gesù, essendo la storia del Figlio stesso di Dio, è parola di Dio per ogni uomo, rivela il disegno di Dio, è verità, vita, speranza per l’umanità.

-Questa autorevolezza viene espressa ed esercitata nell’autorevolezza personale con cui Gesù agisce nella storia, prende delle decisioni, chiama a sé le persone umane, istituisce degli strumenti concreti per far giungere a ogni uomo il suo messaggio e la sua forza di vita.

– Così si arriva alla autorevolezza storico-culturale, con cui Gesù raggiunge effettivamente gli uomini nella loro concretezza storica, nelle circostanze diversissime in cui ognuno vive, nelle mutevoli condizioni culturali che accompagnano l’evoluzione degli uomini, dei popoli e dell’umanità intera.

b) A questi aspetti dell’autorevolezza di Gesù corrispondono altrettante caratteristiche della missione.

-C’è la missione esistenziale: ogni uomo è chiamato a offrire la propria esistenza a Cristo, a lasciarsi plasmare dal suo Spirito, a diventare discepolo di Gesù. La vita dei credenti, che, attraverso la quotidiana ricerca della santità, si conforma sempre più alla vita di Cristo, diventa una testimonianza missionaria. Qui l’elemento decisivo è l’entusiasmo con cui il credente, avendo fatto la scoperta di Cristo, sente il bisogno di comunicare a tutti la gioia dell’incontro con Cristo, come principio di verità e di speranza.

-Il credente, però, si assume questa missione in obbedienza a Cristo, sapendosi mandato da lui, aderendo alle forme e agli strumenti che gli permettono di collegarsi con la volontà storica di Gesù: è la missione istituzionale, che chiama in causa la vita della Chiesa nella sua concreta visibilità. Qui l’elemento decisivo è la vigilanza critica e creativa con cui i cristiani aprono allo Spirito di Cristo i riti, le istituzioni, le iniziative e le tradizioni della vita ecclesiale, così che non diventino fine a se stessi, ma siano un segno vivo della volontà di Gesù, un indice puntato verso di lui, una città posta sulla montagna, visibile e aperta a tutti.

-La Chiesa manifesta veramente Gesù Cristo quando mostra che in lui ogni uomo è capito, amato, perdonato, salvato. La Chiesa quindi dove andare a ogni uomo così com’è, per fargli vedere come deve essere; deve abbracciare l’uomo con tutto il suo corredo di qualità, di speranze, di peccati, di problemi, per indicargli il cammino, anzi per camminare insieme con lui verso Gesù Cristo: è la missione culturale, che vede come elemento decisivo il discernimento spirituale, cioè una consuetudine così profonda con lo spirito del Vangelo e della tradizione cristiana e, insieme, un’esperienza così viva, reale, interiore, meditata delle diverse situazioni umane, da riuscire a dire: qui siamo di fronte a un fatto umano aperto allo Spirito Santo; qui invece ci imbattiamo in un modo di pensare e di agire che è incompatibile con il Vangelo; in questo momento, per questo uomo, per questa comunità umana, il Signore ci chiede questo preciso pronunciamento e questo concreto atteggiamento; qui c’è una slealtà da smascherare; qui invece una intenzione sincera da apprezzare e perfezionare; questo problema, questa sofferenza, questo peccato implorano una presenza evangelica concretata in questo gesto; ecc.

c) Dinanzi a questi aspetti della missione possiamo fare alcuni rilievi.

– Anzitutto ne cogliamo gli aspetti diversi, scoprendo delle interdipendenze tra la dedizione esistenziale alla missione, la sua configurazione ecclesiale, la sua attuazione nella storia degli uomini.

– Inoltre scorgiamo un elemento comune, che si attua nei vari aspetti, cioè il superamento di una visione dell’esistenza, delle istituzioni, dei fenomeni culturali come fondati in se stessi. La prospettiva missionaria attraversa queste realtà, le illumina dal di dentro e ne dischiude il senso autentico, che è quello di disporsi all’obbedienza a Dio e alla dedizione al Vangelo.

– Infine intuiamo, nella luce delle precedenti riflessioni, che cosa significa interpretare le difficoltà che la missione incontra nella vita ecclesiale e nella vita sociale come una “prova”: se vengono colte nella loro vera portata provocatoria, esse non conducono necessariamente a una nuova azione umana, che corregge una precedente azione lacunosa, ma chiamano piuttosto l’opera dell’uomo a rigenerarsi nell’accoglimento della iniziativa prioritaria di Dio.

Quando Gesù “mise alla prova” Filippo e gli altri apostoli, perché sfamassero le folle nel deserto, non voleva che essi progettassero una iniziativa umana atta allo scopo, ma che prendessero coscienza della loro incolmabile sproporzione e si rendessero disponibili per l’opera miracolosa che egli stesso avrebbe compiuto.

[15] Dovremmo ora riesaminare in questa prospettiva le difficoltà della vita ecclesiale e della vita sociale già accennate, completandone l’elenco che voleva essere solo esemplificativo. Lasciando i dettagli di questo compito alla meditazione dei singoli credenti e alla discussione delle comunità, che dovranno scendere al concreto in rapporto alle diverse situazioni personali e locali, vorrei qui tracciare un cammino ideale, che permetta di accettare e di superare la “prova”, costituita da queste difficoltà, mediante il passaggio dall’opera degli uomini all’azione di Dio. Tale cammino comprende tre tappe.

a) La prima tappa ci avvicina alla scoperta dell’azione di Dio, facendoci toccare con mano la povertà dei nostri interventi. E’ la tappa dell’umiltà. Le tensioni tra Esaù e Giacobbe, cioè tra i vari aspetti dell’azione pastorale, così come le difficoltà di presenza nella società attuale, per quanto ci facciano soffrire, non devono essere attenuate o accantonate. Proprio la sofferenza, vissuta con lucidità e semplicità, ci educa a capire che il compito missionario, affidatoci da Gesù, ci supera da ogni parte. Nessuno ha in mano soluzioni definitive. Tutti abbiamo bisogno dell’apporto complementare degli altri. Possiamo imparare da ogni fratello di fede e da ogni uomo di buona volontà.

b) Purtroppo dinanzi a situazioni complesse la nostra volontà, non trovando la strada dell’azione libera e gioiosa, può imboccare la strada del risentimento, dello scoraggiamento o dell’arroganza: insomma la strada del peccato.

Nei confronti dei fratelli di fede compiamo giudizi temerari, atti di squalifica, gesti di diffidenza. Nei confronti di chi non condivide la nostra fede alziamo le spalle dicendo: che ci posso fare? Nei confronti di tanti uomini che hanno immensi bisogni materiali e spirituali, facciamo fatica ad avvicinarci con attenzione e con amore, a dare tutto l’aiuto che ci è possibile. Sono queste le “prove” più penose, perché fanno uscire alla luce la tremenda realtà della nostra durezza di cuore. Ma queste prove possono anche divenire occasione per avvicinarci alla forza del Vangelo, se ci sollecitano a chiedere e a concedere il perdono. Nella gioia di essere perdonati e di perdonare comincia a rendersi presente la novità del Vangelo, che è lieto annuncio della misericordia del Padre per noi peccatori.

Il Sinodo dei Vescovi, che sarà dedicato al tema della riconciliazione, ci aiuterà a coltivare atteggiamenti di perdono dentro la comunità e verso tutti gli uomini.

L’Anno Santo della Redenzione, poi, ci fa “aprire le porte a Cristo Redentore”, anzitutto accogliendo la forza liberatrice del suo perdono.

c) Quando il perdono ha sciolto la nostra durezza di cuore e ci ha aperti alla gioia evangelica, cominciamo a vedere le cose con occhi nuovi. I cinque pani e i due pesci, una volta che i discepoli ebbero abbandonato l’impossibile progetto di risolvere con mezzi propri il problema della fame della gente, cessarono di essere la prova della loro impotente povertà e cominciarono ad apparire come l’umile offerta umana nella quale si sarebbe rivelata la prodigiosa ricchezza di Dio.

Così anche le tensioni della comunità, i faticosi tentativi missionari nostri e dei nostri fratelli, le iniziative magari lacunose e bisognose di verifica cominciano ad apparire ai nostri occhi, purificati dall’umiltà e dal perdono, il segno iniziale, il germe di una presenza di Dio che è sempre all’opera. Il cammino che ci avvicina a Dio diventa preghiera. Celebriamo, adoriamo, ringraziamo Dio per la sua multiforme presenza in mezzo a noi e lo invochiamo perché i nostri poveri pani e pesci, le incertezze, le povertà, i limiti delle nostre persone e delle nostre comunità non siano un ostacolo alla sua presenza, ma si lascino attraversare e trasformare da essa. Cominciamo a dimorare nel mistero di Dio, nel mondo spirituale di Gesù, nella ricchezza inesauribile del Vangelo.