XVII Domenica
Tempo ordinario (A)
Matteo 13, 44-55
- Lettura dal primo libro dei Re 3,5.7-12
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male. - Salmo 118 (119)
R. Quanto amo la tua legge, Signore! - Lettura dalla lettera di san Paolo ai Romani 8,28-30
Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.

- Vangelo secondo Matteo 13,44-52
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».
Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Gesù nel tesoro nascosto ci dà la certezza della felicità
Ermes Ronchi
Un contadino e un mercante trovano tesori. Accade a uno che, per caso, senza averlo programmato, tra rovi e sassi, su un campo non suo, resta folgorato dalla scoperta e dalla gioia. Accade a uno che invece, da intenditore appassionato e determinato, gira il mondo dietro il suo sogno.
Due modalità che sembrano contraddirsi, ma il Vangelo è liberante: l’incontro con Dio non sopporta statistiche, è possibile a tutti trovarlo o essere trovati da lui, sorpresi da una luce sulla via di Damasco, oppure da un Dio innamorato di normalità, che passa, come dice Teresa d’Avila, “fra le pentole della cucina”, che è nel tuo campo di ogni giorno, là dove vivi e lavori e ami, come un contadino paziente.
Tesoro e perla: nomi bellissimi che Gesù sceglie per dire la rivoluzione felice portata nella vita dal Vangelo. La fede è una forza vitale che ti cambia la vita. E la fa danzare.
«Trovato il tesoro, l’uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». La gioia è il primo tesoro che il tesoro regala, è il movente che fa camminare, correre, volare: per cui vendere tutti gli averi non porta con sé nessun sentore di rinuncia (Gesù non chiede mai sacrifici quando parla del Regno), sembra piuttosto lo straripare di un futuro nuovo, di una gioiosa speranza.
Niente di quello di prima viene buttato via. Il contadino e il mercante vendono tutto, ma per guadagnare tutto. Lasciano molto, ma per avere di più. Non perdono niente, lo investono. Così sono i cristiani: scelgono e scegliendo bene guadagnano. Non sono più buoni degli altri, ma più ricchi: hanno investito in un tesoro di speranza, di luce, di cuore.
I discepoli non hanno tutte le soluzioni in tasca, ma cercano. Lo stesso credere è un verbo dinamico, bisogna sempre muoversi, sempre cercare, proiettarsi, pescare; lavorare il campo, scoprire sempre, camminare sempre, tirar fuori dal tesoro cose nuove e cose antiche.
Mi piace accostare a queste parabole un episodio accaduto a uno studente di teologia, all’esame di pastorale. L’ultima domanda del professore lo spiazza: «come spiegheresti a un bambino di sei anni perché tu vai dietro a Cristo e al Vangelo?». Lo studente cerca risposte nell’alta teologia, usa paroloni, cita documenti, ma capisce che si sta incartando. Alla fine il professore fa: «digli così: lo faccio per essere felice!». È la promessa ultima delle due parabole del tesoro e della perla, che fanno fiorire la vita.
Anche in giorni disillusi come i nostri, il Vangelo osa annunciare tesori. Osa dire che l’esito della storia sarà buono, comunque buono, nonostante tutto buono. Perché Qualcuno prepara tesori per noi, semina perle nel mare dell’esistenza.
Avvenire
Il vero tesoro
Enzo Bianchi
Siamo giunti all’ultima parte del discorso con cui Gesù rivolge alla folla e ai discepoli l’annuncio del regno dei cieli: oggi ascoltiamo le parabole del tesoro e della perla, assai simili tra loro, e quella della rete gettata nel mare.
Nelle prime due parabole ci sono due figure diverse in scena, un bracciante agricolo e un ricco gioielliere: sono loro ad agire, eppure non sono i protagonisti del racconto. I veri protagonisti sono piuttosto il tesoro e la perla, che con la loro sola presenza causano le azioni dei due uomini. Il contadino, che probabilmente non è ricco, trova un tesoro in un campo non suo; allora con molta sapienza «lo nasconde subito; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». Il gioielliere, che è in cerca di perle preziose, quando «ne trova una di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra». Uno non è ricco, l’altro è molto ricco, ma entrambi – ed è questo che è decisivo – vendono tutto quello che possiedono per potersi impadronire del tesoro e della perla. In loro non c’è nessun rimpianto, non fanno un sacrificio, bensì un affare!
Ciò che accade a queste due persone accade a tanti altri uomini e donne: il Regno è da essi intravisto, è trovato quando si manifesta all’improvviso oppure quando è cercato, e la scelta sapiente è quella di vendere tutto per entrarne in possesso. Così hanno fatto i discepoli di Gesù: chiamati da lui, «abbandonato tutto lo seguirono» (Lc 5,11; cf. Mt 4,20.22); così non ha fatto il giovane ricco, che all’invito di Gesù: «va’, vendi ciò che possiedi, dallo ai poveri … poi vieni e seguimi», non ha avuto il coraggio di fare questo, e dunque «se n’è andato triste, poiché aveva molti beni» (Mt 19,21-22). La sequela di Gesù, che esige un pronto e radicale distacco, nasce dall’aver trovato un dono inaspettato: il regno dei cieli fattosi vicinissimo in Gesù stesso (cf. Mt 4,17). Chi segue lui non dice: «Ho lasciato», ma: «Ho trovato un tesoro»; e non umilia nessuno, non si sente migliore degli altri, ma è semplicemente nella gioia per aver trovato tale tesoro. Davvero la misura dell’essere discepolo di Gesù non è il distacco dalle cose, bensì l’appartenenza a lui che è il tesoro vero, la perla preziosa: come dice Paolo, «a causa sua ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,8).
Questa impazienza va applicata a se stessi, non agli altri: è quanto ci insegna l’ultima parabola, quella in cui Gesù paragona il regno dei cieli «a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci». Come accanto al grano cresce la zizzania (cf. Mt 13,24-30), così vengono pescati pesci buoni e pesci cattivi: quando poi la rete è tirata a riva, i primi sono raccolti nei canestri, gli altri sono gettati via. Ma è fondamentale accogliere l’interpretazione fornita da Gesù: «Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni». Ancora una volta egli ci ammonisce sul fatto che questa separazione avverrà solo nel giorno del giudizio, e spetterà a Dio e a nessun altro: se al presente «il Padre fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni» (Mt 5,45), poiché è paziente e misericordioso e non vuole che alcuno perisca ma piuttosto si converta (cf. 2Pt 3,9), chi siamo noi per ergerci a giudici degli altri? Finché siamo in tempo dovremmo piuttosto pensare a convertirci per accogliere il Regno che viene, ricordando le parole di Agostino: «Nell’ultimo giorno molti che si ritenevano dentro si scopriranno fuori, mentre molti che pensavano di essere fuori saranno trovati dentro»…
A conclusione del suo lungo discorso Gesù afferma, rivolto ai suoi discepoli: «ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Con queste parole ci affida la grande responsabilità di interpretare il tesoro delle Sante Scritture alla luce del Regno vissuto e annunciato da lui: «in Cristo», infatti, «sono nascosti tutti i tesori della sapienza di Dio» (Col 2,3).
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Gesù Cristo, tesoro da scoprire, amare e condividere
Romeo Ballan, MCCJ
La ricerca di un tesoro nascosto è sempre appassionante; l’incanto di una perla preziosa accende la fantasia… Tesoro e perla (Vangelo), scoperti in forma gratuita, rimandano direttamente alla parola di Gesù: “Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21). Il discorso parabolico di Gesù, che raggruppa sette parabole (Mt 13), si conclude con le tre parabole odierne: il tesoro nascosto (v. 44), la perla preziosa (v. 45-46) e la rete da pesca (v. 47-48). Il tesoro e la perla si ricollegano idealmente alle parabole (anteriori) del seminatore, del granellino di senape e del lievito; mentre la zizzania e la rete hanno una dinamica simile tra loro.
Le sette immagini sono vie didattiche, usate da Gesù per introdurre i suoi discepoli alla comprensione della realtà misteriosa del Regno di Dio, o Regno dei cieli. Tutte e sette inducono ad una scelta di valore: il discepolo deve optare; l’oggetto di tale opzione è Gesù stesso, perché è Lui la pienezza Regno. Il tesoro è Dio che si manifesta nella vita, azioni e parole di Gesù. Il Regno è il progetto, il sogno di Dio che si manifesta nella vita di Gesù. Egli è il seme buono, la Parola che il Padre semina nel campo del mondo, con la capacità di trasformarlo dal di dentro, per la forza intrinseca del granellino di senape e del pizzico di lievito. Egli è il tesoro nascosto e la perla preziosa da ricercare e da preferire a qualsiasi altro valore, facendo spazio a Lui, solo a Lui, evitando così il pericolo di essere buttati via come la zizzania e i pesci cattivi (v. 48).
Con l’immagine del tesoro e della perla Gesù si allaccia alle tradizioni, favole e romanzi di molti popoli riguardo alla ricerca leggendaria e pazzesca di tesori e di perle. Guardando il Vangelo e la tradizione cristiana, il Regno dei cieli è molteplice nella realtà e nelle espressioni: per Gesù il Regno dei cieli è anzitutto Dio stesso amato, goduto, condiviso e annunciato. Il Regno è la bellezza della grazia divina, che ci rende conformi all’immagine del Figlio (II lettura); è la missione da portare ai popoli che ancora non conoscono Cristo; è la fedeltà all’amore familiare; è la vocazione di consacrazione; è un progetto di bene da realizzare; è la sapienza del cuore che Salomone chiede e ottiene da Dio (I lettura), quale dono più importante di una vita lunga, della ricchezza o della vittoria sui nemici
Per Gesù scoprire il “tesoro” è scoprire il senso della vita; è scoprire che Lui stesso da tale senso. Per questo valore supremo, per Gesù Cristo, i martiri hanno dato la vita, i missionari lasciano la famiglia e la patria, il cristiano rinuncia a tante cose. Con gioia e determinazione! (v. 44). Le parabole sottolineano il momento della scoperta del tesoro e della perla: “pieni di gioia”. Scegliere Gesù e la strada delle Beatitudini, vuol dire scegliere la strada che ci fa gustare pienamente la vita. Perché nell’incontro con Gesù e il suo Vangelo “nasce e rinasce la gioia”. Pensare che essere cristiano/a è “un regalo-un tesoro” significa concepire la fede non come una rinuncia o un carico di doveri, ma come un’energia vitale, che trasforma la vita in un rapporto costruttivo e gioioso con la natura, con gli altri, con Dio. Questo è il tesoro che Dio ci offre, è questo il vero senso della vita.
In una parola, il tesoro è Cristo, dono totalmente gratuito; il Regno nella sua pienezza è Gesù Cristo stesso, conosciuto, amato, annunciato, condiviso. Il Papa S. Paolo VI ce ne ha lasciato una viva testimonianza nella appassionata omelia missionaria del 29 novembre 1970, davanti a due milioni di persone nel “Quezon Circle” di Manila: «Guai a me se non predicassi il Vangelo! (1Cor 9,16). Gesù è il Cristo, Figlio del Dio vivo. Egli è il Maestro dell’umanità, e il Redentore. Egli è il centro della storia e del mondo. Egli è colui che ci conosce e che ci ama. Egli è il compagno e l’amico della nostra vita. Egli è l’uomo del dolore e della speranza… Io non finirei più di parlare di Lui. Egli è la luce, è la verità, anzi egli è ‘la via, la verità, la vita’ (Gv 14,6). Egli è il pane, la fonte d’acqua viva per la nostra fame e per la nostra sete, egli è il pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello… A tutti io lo annunzio: Gesù Cristo è il principio e la fine; l’alfa e l’omega. Egli è il re del nuovo mondo. Egli è il segreto della storia. Egli è la chiave dei nostri destini. Egli è il mediatore, il ponte fra la terra e il cielo; Egli è il Figlio dell’uomo, perché Egli è il Figlio di Dio, eterno, infinito; è il figlio di Maria… Gesù Cristo! Ricordate: questo è il nostro perenne annunzio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra, e per tutti i secoli dei secoli» (cfr. Liturgia delle Ore, II lettura, Dom. XIII T. O.). Anche oggi, Gesù Cristo è il tema primario della vita cristiana, dell’annuncio missionario, perché la maggior parte della famiglia umana non Lo conosce ancora. Per questo occorre un maggior numero di testimoni e annunciatori!
“La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”. (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n. 1).

Gerrit Dou (su disegno di Rembrandt), Parabola del tesoro nascosto, 1630 circa, olio su legno, 70,5 x 90 cm, Museo di Belle Arti di Budapest
L’insperato del Vangelo
Antonio Savone
Avete compreso tutte queste cose?
È la domanda che affiora sulle labbra di Gesù nell’intimità della casa dove vede radunati attorno a sé i suoi discepoli. Di fronte a loro Gesù apre il suo cuore invitandoli a prendere coscienza della fortuna che è loro capitata nell’averlo incontrato.
Avete compreso? domanda Gesù. In realtà il verbo significa molto di più: siete capaci di stabilire connessioni nuove – finora insospettate – nella vostra vita? Siete in grado di gustare – ecco la sapienza di cui fa richiesta Salomone: questa, infatti, non è legata a una capacità intellettiva ma alla possibilità di sentire il sapore delle cose – ciò di cui siete protagonisti? Come a dire: vi rendete conto?
Intravvedere connessioni nuove gustando la vita: ecco il senso della vita cristiana che arriva a mettere in gioco tutto pur di non perdere questa occasione, questa opportunità. Come di fronte a un tesoro, come di fronte a una perla di grande valore.
Tesoro prezioso, infatti, fare esperienza di un Padre che porta scritto il mio nome sul palmo della sua mano. Perla di grande valore sapere che Dio ti si è fatto vicino e che davanti ai suoi occhi io valgo il dono del Figlio suo. Questa è la vita eterna – la vita piena, dirà Gesù nel vangelo di Gv –: conoscere te e colui che hai mandato. Il senso della vita: sapere di fronte a quale Dio stai.
Tesoro prezioso sapere che la mia vita è disseminata di possibilità nuove, perla di grande valore accogliere un Dio di fronte al quale io non sono mai equiparabile al male compiuto ma al bene che ancora posso far fiorire.
Tesoro prezioso sapere che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. Perla di grande valore sapere che da sempre sono conosciuto da Dio e chiamato a diventare conforme all’immagine del Figlio suo. Io, come il Figlio Gesù.
Tesoro prezioso, perla di grande valore riconoscere che anche la mia vita è raggiunta da un e-vangelo, da questa lieta notizia.
Avete compreso tutte queste cose?
Una domanda che travalicando i tempi raggiunge anche noi e ci fa misurare come annaspiamo, balbettiamo. Linguaggio poco conosciuto, infatti, quello del cristianesimo (solo il cristianesimo o non addirittura la vita stessa?) come scoperta di un tesoro e motivo di gioia. Abbiamo talmente posto l’accento su un cristianesimo di rinunce che abbiamo finito per perdere di vista la grazia di avere incontrato il vangelo. Continuiamo a proporre gesti da compiere senza mai introdurre le persone nella grazia che rappresenta l’incontro con il Signore Gesù.
Un cristianesimo per dovere che finisce per produrre uomini e donne rassegnati, mai attraversati da un brivido o da una passione. Ciò che rivela, infatti, la preziosità di una esperienza o di una persona incontrata è la gioia che suscita in noi. Che cosa c’è di prezioso nella mia vita?
Eccoci allora confrontati con due figure che con il loro modo di agire ci fanno comprendere cosa significa per la loro esistenza la scoperta di cui fanno esperienza. Due uomini che nel loro lavoro quotidiano – uno fa il contadino, l’altro il mercante – trovano qualcosa di insperato. Due uomini anzitutto capaci di attenzione, di consapevolezza. Per nessun altro merito trovano quel che trovano. Voce del verbo accorgersi. Si accorgono, infatti, di un qualcosa che è in mezzo ad altre cose. Non diverso doveva essere quel campo da tutti gli altri. Quanti tesori disseminati in quei campi comuni che sono le nostre esistenze! Mancano, però, occhi capaci di attenzione. Non così per quei due uomini. E così osano anche a costo di essere ridicolizzati. È la gioia provata dalla scoperta che mette in moto questi due. È la gioia di una esperienza che fa scegliere e, se è il caso, rinunciare. La gioia, l’unico metro per misurare la validità di una scelta. E la gioia, si sa, la si legge nel volto.
Un tesoro da scoprire, una perla da trovare. Come a dire: non va inventato, ma solo riconosciuto. C’è già. Per questo è necessario fare nostra la preghiera di Salomone: dammi un cuore docile, capace cioè di lasciarsi istruire. Il dono della sapienza: che consiste appunto nel conciliare ciò che a prima vista appare inconciliabile, nel riconoscere che il regno di Dio è in mezzo a noi, nello scoprire che anche in quel campo incolto che a volte può apparire la mia vita, c’è nascosto qualcosa di prezioso. Dio viene, è già all’opera, anche qui, anche ora. Ciò che manca è la capacità di riconoscerlo, il dono del discernimento.
Sapienza è riconoscere la preziosità di questo tempo visitato da Dio aprendosi alla sorpresa di una rete che raccoglie un po’ di tutto e perciò va onorata la gradualità evitando l’impazienza degli zelanti.
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La gioia di scoprire un tesoro
Fernando Armellini
L’archeologo Carter rimase per alcuni istanti stupefatto, allibito, quasi paralizzato quando, introdotta una candela in un pertugio della tomba inviolata di Tutankhamon, scorse il tesoro più ricco mai scoperto. I tre amici che erano con lui lo interpellavano con insistenza, ansiosi di sapere cosa lo avesse ammaliato. Riuscì a farfugliare: “Cose meravigliose, cose meravigliose!”. Non fosse per questo tesoro, di Tutankhamon – un faraone della XVIII dinastia, morto diciannovenne – ricorderemmo a malapena il nome.
Salomone visse nello sfarzo: “Ho accumulato – diceva – argento e oro, ricchezze di re e di province, insieme con le delizie dei figli dell’uomo” (Qo 2,8), ma non furono questi i tesori che lo resero famoso.
“Tesoro” è l’epiteto più ricorrente sulla bocca degli innamorati. Non si può vivere senza legare il cuore a un tesoro; neppure Dio può farne a meno, infatti “si è scelto Israele” (Sal 135,4).
Il tesoro dei saggi è la sapienza: “Vale più scoprire la sapienza che le gemme. Non la eguaglia il topazio d’Etiopia; con l’oro puro non la si può scambiare” (Gb 28,18-19). Ad essa i rabbini dedicavano tempo ed energie perché sta scritto: “Mediterai su di essa giorno e notte” (Gs 1,8) e commentavano: “Va’ e cerca quale ora non è né giorno né notte e consacrala alle altre scienze”.
Nella scelta del tesoro ci si può anche ingannare, perché è facile prendere abbagli, confidare in ciò che è inconsistente, inaffidabile. Gesù ci mette in guardia: “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,19-21).
La vita va investita, non si può non scegliere; su un tesoro bisogna puntare. Quale?
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore”.
Prima Lettura (1 Re 3,5.7-12)
5 In Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte e gli disse: “Chiedimi ciò che io devo concederti”. 7 Ora, Signore mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide mio padre. Ebbene io sono un ragazzo; non so come regolarmi. 8 Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che ti sei scelto, popolo così numeroso che non si può calcolare né contare. 9 Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male, perché chi potrebbe governare questo tuo popolo così numeroso?”.
10 Al Signore piacque che Salomone avesse domandato la saggezza nel governare. 11 Dio gli disse: “Perché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te né una lunga vita, né la ricchezza, né la morte dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento per ascoltare le cause, 12 ecco faccio come tu hai detto. Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente: come te non ci fu alcuno prima di te né sorgerà dopo di te.
Non furono né tranquilli né felici gli ultimi anni del regno di Davide: sommosse, rivolte, tentativi di sbalzarlo dal trono. Negli intrighi per ottenere il potere ben tre dei suoi figli perirono di morte violenta. I disordini continuarono finché Salomone riuscì a impossessarsi del potere. Non fu un guerriero come suo padre, non c’erano nemici da combattere, fu un uomo di pace. Ereditò un grande regno che doveva essere mantenuto unito e governato con giustizia ed equità. Ci riuscì.
Fu un abile politico, un grande costruttore, un uomo ricchissimo, ma divenne famoso per la sua saggezza. Nell’AT il suo nome è citato circa trecento volte e significa “pace”, “prosperità”. Da tutto il mondo accorrevano a Gerusalemme per conoscerlo e per ascoltarlo. La visita più celebre fu quella della regina di Saba che, ammirata per la sua sapienza esclamò: “Era dunque vero quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto e sulla tua saggezza! Beati i tuoi uomini, beati questi tuoi ministri che stanno sempre davanti a te e ascoltano la tua saggezza! Nel suo amore eterno per Israele il Signore ti ha stabilito re perché tu eserciti il diritto e la giustizia”. (1 Re 10,6-9).
Da dove gli veniva tanta sapienza? Ce lo racconta la lettura di oggi.
Prima di iniziare a governare, Salomone andò al santuario di Gabaon per offrire sacrifici. Durante la notte il Signore gli apparve in sogno e lo invitò ad esprimere un desiderio; qualunque cosa avesse chiesto gli sarebbe stata concessa. Non domandò nulla per sé: né ricchezza, né salute, né la vittoria contro i nemici (v. 11).
Era giovanissimo quando Davide, su suggerimento di Betsabea – la moglie di Uria, divenuta poi la favorita – lo aveva designato come suo successore. Si rendeva conto di essere ancora inesperto ed era cosciente di quanto sia facile per chi comanda lasciarsi corrompere dalla frenesia del potere e commettere errori e ingiustizie. Chiese a Dio “un cuore docile per rendere giustizia al suo popolo e per distinguere il bene dal male” (v. 9). Fu esaudito. Il Signore gli concesse un cuore saggio e intelligente come non ci fu prima di lui né mai ci sarà (v. 12).
Fu l’inizio della sua fortuna: “Ti concedo – disse il Signore – anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e gloria come nessun re ebbe mai” (v. 13). Dalla sapienza gli derivarono tutti gli altri beni. La regina di Saba, “quando ebbe ammirato tutta la saggezza di Salomone, il palazzo che egli aveva costruito, i cibi della sua tavola, gli alloggi dei suoi dignitari, l’attività dei suoi ministri, le loro divise, i suoi coppieri e gli olocausti che egli offriva nel tempio del Signore, rimase senza fiato” (1 Re 10,4-5).
Ci trovassimo di fronte alla lampada di Aladino e potessimo esprimere un desiderio, probabilmente non chiederemmo “un cuore capace di ascoltare la voce del Signore”. Non abbiamo la saggezza di Salomone: non abbiamo capito che la “sapienza di Dio” non solo non esige la rinuncia ad alcuno vero bene, ma è la fonte di ogni bene.
Seconda Lettura (Rm 8,28-30)
28 Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29 Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30 quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.
È facile credere che Dio esiste e che ha creato il mondo, più difficile credere nella sua provvidenza e, nonostante i segni apparentemente contradditori che verifichiamo ogni giorno, concludere che egli riuscirà comunque a condurre a buon fine il suo progetto.
Le parole con cui inizia la lettura sono un invito alla speranza: nulla di ciò che accade sfugge a Dio, nulla può coglierlo di sorpresa. Egli fa sì che “tutto collabori al bene” e alla realizzazione della salvezza (v. 28).
Nella seconda parte del brano (vv. 29-30) vengono ricordate le tappe del cammino che porta alla salvezza. C’è anzitutto la predestinazione eterna: Dio sceglie coloro che sono destinati a divenire suoi figli; poi c’è la chiamata: attraverso la predicazione, a coloro che sono predestinati viene annunciato il vangelo e rivolto l’invito ad accoglierlo. Alla chiamata segue la giustificazione cioè la trasformazione interiore che avviene nel battesimo. Infine c’è la glorificazione, il momento in cui la nuova condizione di figli di Dio diviene manifesta.
Di tutto questo processo, il momento che ci lascia un po’ sconcertati è il primo: la predestinazione. Significa forse che Dio sceglie alcuni e rifiuta altri? Assolutamente no. Vuol dire che, prima ancora di venire chiamati alla salvezza, gli uomini, tutti gli uomini, sono oggetto dell’amore eterno di Dio. Naturalmente, solo una parte di loro avrà la fortuna di venire a conoscenza del vangelo e di ricevere il battesimo; ma Dio vuole che anche tutti gli altri si salvino (1 Tm 2,4).
Vangelo (Mt 13,44-52)
44 Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
45 Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46 trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
47 Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48 Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49 Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50 e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
51 Avete capito tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”. 52 Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.
Videocommento
Capita spesso agli archeologi di rinvenire, sotto i pavimenti delle abitazioni, casse o vasi contenenti monete. Sono stati probabilmente collocati là dai proprietari prima di darsi a una precipitosa fuga. Nell’imminenza di una guerra o di un’invasione nemica, tutti cercavano di nascondere in fretta ciò che avevano di prezioso e non potevano portare con sé, sperando di poterlo ricuperare un giorno, non appena fosse passato il pericolo. I veri padroni però molte volte non tornavano e la casa veniva occupata da altri che non avevano alcun sospetto della ricchezza che giaceva sotto i loro piedi.
Al tempo di Gesù si favoleggiava molto su tesori scoperti per caso. Si raccontava di poveri braccianti che, intenti a dissodare con l’aratro un campo non loro, accidentalmente urtavano contro un ostacolo, si chinavano per controllare ed ecco apparire un contenitore traboccante di monili, gemme, gioielli, pietre preziose. La fantasia popolare amava cullarsi con questi sogni di inattesi colpi di fortuna.
La prima parabola del vangelo di oggi (v. 44) riprende una di queste storie: per puro caso un uomo scopre, nel campo in cui sta lavorando, un tesoro; lo nasconde di nuovo, poi va, vende tutto ciò che possiede e compera quel campo.
Molti si sono soffermati a disquisire sul comportamento morale di quest’uomo e sulla liceità dell’operazione finanziaria da lui compiuta, ma non è questo il punto. Ha incuriosito i commentatori anche il fatto che il tesoro, dopo il ritrovamento, viene di nuovo nascosto. Apparentemente illogico e superfluo, questo dettaglio è invece prezioso: porta a supporre che il bracciante, attratto dall’inconfondibile sfavillio di un oggetto d’oro che affiorava dal terreno, abbia subito intuito che, sotto le zolle, poteva celarsi una ricchezza immensa e, per non perderne neppure una briciola, abbia deciso di comperare tutto il campo.
Siamo così introdotti nella parabola: il tesoro di cui Gesù parla è il regno dei cieli, la condizione nuova in cui entra chi accoglie la proposta delle beatitudini. Ha un valore incalcolabile e, solo progressivamente, viene scoperto da chi è deciso a puntare su di esso la propria vita.
Il fatto che questo tesoro sia trovato per caso indica la sua gratuità: Dio lo offre agli uomini senza alcun loro merito; non è un premio per le loro opere buone.
C’è però un comportamento da assumere di fronte a questo dono. Chi lo scopre non può avere esitazioni, perplessità, dubbi. Se tentenna, perde tempo prezioso, l’occasione favorevole può sfuggirgli e non ripresentarsi più. La decisione va presa con urgenza, la scelta non è dilazionabile. Non si può mancare all’appuntamento con il Signore.
Poi bisogna puntare tutto. Non si chiede di rinunciare a qualcosa, ma di spostare tutti i propri pensieri, le proprie attenzioni, i propri interessi, i propri sforzi sul nuovo obiettivo.
Il tesoro – come avverrà anche con la perla – non è acquistato per essere rivenduto e tornare in possesso dei beni di prima, ma per tenerlo in sostituzione di quanto, fino a quel momento, aveva dato senso alla vita. La scoperta del regno di Dio comporta un cambiamento radicale. È questo il significato della decisione di “vendere tutti i propri averi per comperare il campo”.
È quanto è accaduto a Paolo, il giudeo irreprensibile e fanatico, convinto che la Toràh era il tesoro che gli avrebbe dato la salvezza. Un giorno, sulla via di Damasco, ha incontrato Cristo, e tutto quello che per lui poteva costituire un guadagno fu considerato una perdita. “Di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore – dichiara – ho lasciato perdere tutto e tutto considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo” (Fil 3,7-8).
Un simile cambiamento provoca sorpresa, meraviglia, stupore. Chi non ha scoperto lo stesso tesoro non riesce a capacitarsi, non trova una spiegazione che giustifichi la novità di vita di chi è entrato nel regno di Dio.
Chi ha visto il contadino vendere tutto per comperare il campo deve aver pensato che era impazzito: la terra brulla e sassosa della Palestina non giustificava simili sacrifici. Egli solo era cosciente della sua scelta: stava concludendo l’affare della sua vita.
Chi conosceva Paolo – il rabbino scrupoloso osservante della legge – e improvvisamente l’ha visto abbandonare le sue sicurezze per puntare tutto su un uomo giustiziato l’ha considerato un folle: “Sei pazzo, Paolo – gli dice il procuratore Festo – la troppa scienza ti ha dato al cervello!” (At 26,24). Invece egli aveva trovato il bene più prezioso, “Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani” (1 Cor 1,23).
Da un segno, però, tutti – i vicini del contadino e i correligionari di Paolo – avrebbero dovuto capire che stava agendo con lucidità e a ragion veduta: la gioia. Chi ha capito di avere tra le mani un inatteso e insperato tesoro non può che essere colmo di gioia: “Sono pervaso di gioia” (2 Cor 7,4) – assicura l’Apostolo – “ho provato grande gioia nel Signore” (Fil 4,10); “il regno di Dio è gioia” (Rm 14,17).
Insomma, chi osserva il volto raggiante di chi ha scoperto il regno di Dio dovrebbe intuire che ha intravisto, come l’archeologo Carter, “cose meravigliose”.
La seconda parabola (vv. 15-16) è detta gemella della precedente e contiene lo stesso messaggio. Si diversifica per alcuni dettagli significativi: il protagonista anzitutto non è un povero bracciante, ma un ricco mercante che gira il mondo con un obiettivo ben preciso: trovare perle.
Nell’antichità le perle erano pregiate quanto lo sono oggi i diamanti. Venivano pescate nel mar Rosso, nel golfo Persico e nell’oceano Indiano e, nell’epoca imperiale, erano considerate la cosa più preziosa, tanto da divenire proverbiali. Afrodite, la dea dell’amore e della bellezza, era venerata come la dea delle perle; un bambino molto amato era detto “perla”; di un uomo saggio si diceva che aveva una bocca da cui uscivano perle; le dodici porte del cielo – scrive il veggente dell’Apocalisse – “sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla” colossale, meravigliosa (Ap 21,21).
Essendo ritenute di gran pregio, Gesù le ha scelte come immagine del tesoro inestimabile che egli offriva: il regno di Dio.
A differenza del contadino che s’imbatte per caso in un tesoro, il mercante trova la perla dopo un’estenuante ricerca. Le due scoperte sono frutto una della fortuna, l’altra del proprio impegno.
Il comportamento del mercante è l’immagine dell’uomo che cerca appassionatamente ciò che può dare senso alla sua vita e riempire di gioia i suoi giorni
Le due parabole si completano: il regno di Dio, da un lato è dono gratuito di Dio, dall’altro è anche frutto dell’impegno dell’uomo.
La terza parabola (vv. 47-50) riprende il tema introdotto domenica scorsa dalla parabola del grano e della zizzania. L’immagine è presa dalla pesca sul lago di Tiberiade dove erano impiegate grandi reti a strascico che catturavano pesci buoni, ma anche pesci non commestibili o impuri (Lv 11,10-11). Sulla spiaggia i pescatori procedevano alla separazione. Così – dice Gesù – avviene nel regno dei cieli.
Secondo la concezione degli antichi il mare era il regno delle forze diaboliche, nemiche della vita. Ai discepoli è affidata la missione di “pescare uomini”, sottraendoli al potere del male. Passioni incontenibili, egoismi, cupidigie li avviluppano come onde impetuose che, come un vortice, li trascinano verso l’abisso. Il regno dei cieli è una rete che li tira fuori, li fa respirare, li porta verso la luce, verso la salvezza.
In questa rete non vengono accolti soltanto i buoni e i bravi, ma tutti, senza distinzione. Il regno di Dio non si presenta oggi allo stato puro; nella comunità cristiana va serenamente ammessa, accanto al bene, la presenza del male e del peccato. Nessuno, anche se impuro, deve sentirsi escluso o essere emarginato. Questo è il tempo della misericordia e della pazienza di Dio che “non vuole che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2 Pt 3,9).
Certo, giungerà il momento della separazione e Matteo, com’è solito fare, ne parla servendosi del linguaggio drammatico dei predicatori del suo tempo; impiega le immagini con cui nella Bibbia è descritta la distruzione dei nemici del popolo d’Israele (Ez 30; 38-39): i giusti entreranno nella pace e i malvagi saranno puniti in una prigione infuocata.
Nella letteratura rabbinica si parla spesso di questo giudizio di Dio, non per minacciare la punizione eterna ai peccatori, ma per mettere in risalto l’importanza del tempo presente e l’urgenza delle decisioni da prendere oggi: ogni attimo sprecato è definitivamente perso e gli errori commessi in questo mondo avranno conseguenze eterne. L’eventualità di dissipare, di sperperare la propria esistenza puntandola su “tesori” sbagliati è tutt’altro che remota. Tuttavia, alla fine, la separazione non sarà tra buoni e cattivi, ma tra bene e male: solo il bene entrerà in cielo, tutte le negatività verranno annientate prima… dal fuoco dell’amore di Dio.
Il discorso di Gesù si conclude con la domanda: “Avete capito?” e con il richiamo all’opera dello scriba (vv. 51-52). La domanda è rivolta ai discepoli, a coloro che hanno trovato il tesoro e la perla preziosa. Il regno dei cieli che ora possiedono è stato preparato attraverso l’AT (le cose vecchie) e realizzato in Cristo (le cose nuove). I cristiani sono invitati a rendersi conto, a prendere coscienza, attraverso lo studio delle sacre Scritture, dell’immenso dono che hanno ricevuto da Dio.