L’articolo propone una riflessione teologica e antropologica sulla struttura della persona umana, sulla sua apertura agli altri e sulla sua destinazione alla comunione con Dio-Trinità (continuazione)

3. Da Dio-Trinità a Dio-Trinità:
Itinerario e meta suprema dell’esistenza umana e della storia

Dio è assoluto e autosufficiente in sé stesso, ma non è un Assoluto inerte e chiuso su se stesso come un’esistenza statica e sterile. Dio è un assoluto di vita, di relazione, di comunicazione di amore.

Por questo, dopo una lunga riflessione durata secoli e dopo che Gesù di Nazaret ci diede la suprema rivelazione ci ciò che Dio è, la tradizione biblica arriva concepire Dio come Trinità, come eterna relazione e comunicazione interpersonale nell’interno dello stesso Dio, nel quale la realtà divina si comunica integralmente e totalmente dal Padre al Figlio; e questa ineffabile comunicazione dei due è lo Spirito Santo di Dio.

Per tanto, Dio, il gran vivente e la Vita stessa, il grande amante e l’Amore stesso, è un assoluto di comunicazione e di relazione, che può comunicarsi e darsi al massimo. La comunicazione totale, eterna e perfetta di Dio è la Trinità eterna. È la comunicazione di Dio nell’interiore di se stesso, dentro di se stesso, che genera la comunione ineffabile tra Padre, Figlio e Spirito Santo.

Perciò, il Dio Unitrinitario, in quanto comunicazione eterna e necessaria, è anche il Dio creatore, che si comunica liberamente e gratuitamente a una realtà che esiste in virtù della sua stessa volontà di comunicarsi e come oggetto di questa comunicazione libera e gratuita. Sorge così l’uomo, immagine di Dio, voluto liberamente da Dio per entrare in relazione con lui e farlo partecipare della sua vita.

La Trinità crea dal nulla quello che non era e che passa a essere in virtù dell’atto creatore divino. Così la Trinità si autolimita per il fatto della creazione dal nulla, giacché fa sorgere qualcosa differente da Lei. Il creato è della Trinità, viene dalla Trinità, va verso la Trinità, riflette la Trinità, ma non è la Trinità.

In questo modo, «la Trinità non volle rimanere rinchiusa nella sua splendida comunione trinitaria; i divini Tre non solo si amano reciprocamente, ma vollero compagni nella comunione nell’amore. La creazione sorse da questa volontà delle Divine Persone di incontrarsi con il differente (che esse stesse crearono) per poter includerlo nella loro comunione eterna. In questo consiste il significato teologico della creazione» (Leonardo Boff).

Per tanto, la Divina Rivelazione ci dà questa buona notizia: la creatura umana di fatto, cioè, per esplicita volontà divina, è destinata a entrare e partecipare alla vita dei divini Tre.

Esiste Dio onnipotente ed eterno, e esiste l’uomo distinto da Dio, totalmente dipendente da Lui. L’uomo non è un essere «autonomo», ma esiste in quanto «si riceve» continuamente dall’ «Altro Assoluto », che è Dio-Trinità.

In effetti, Dio è presente nell’uomo come Essenza, cioè con la sua divinità, che nell’uomo si fa presente e si manifesta come principio dinamico della sua esistenza, come forza e capacità vitale, che ci mantiene nell’esistenza, creandoci momento per momento e, quindi, come azione che opera, come intelligenza infinità che ci conosce e come amore che ci ama nello stesso istante in cui ci dà l’esistenza.

Per la sua stessa struttura, l’uomo dipende da Dio totalmente, ma è anche totalmente autonomo per dono dello stesso Dio, per questo è intimamente inclinato all’incontro con lui, facendo uso della sua libertà (cfr. Discorso di Paolo davanti all’Areòpago di Atene, At 17,22-34).

Ma, che significa che l’uomo è «di fatto» destinato a partecipare alla vita di Dio-Trinità e che per la struttura del suo essere è inclinato all’incontro intimo con i divini Tre? Se esiste questa finalità nel nostro essere, come e quando si realizza?; come (con quali segni) si manifesta?

La risposta a questa domanda ci è data dalla Rivelazione, che ci propone due dati fondamentali.

3.1. Carattere trinitario della creazione

Il nostro Dio, Creatore del cielo e della terra, è il Dio-Trinità.

L’uomo da se stesso mai sarebbe arrivato a scoprire la natura intima del suo Creatore, e avrebbe continuato a cercare «andando come a tentoni» (At 17,27). Ma lo stesso Dio, per sua libera iniziativa, volle rivelarsi all’uomo. E si rivelò come Trinità.

Dio è Trinità e solo esiste come Trinità: Dio è così ricco nel suo Essere Infinito che ha bisogno di possedere se stesso tre volte, in tre modi differenti; vive nello stesso tempo tre modalità distinte di esistenza: vive come Padre, come Figlio e come Spirito Santo.

Per tanto, chi crea il mondo, chi salva il mondo è Dio-Trinità. Se consideriamo l’atto creatore «dal’esterno», cioè dagli effetti, la creazione ci appare come opera di un unico Principio Creatore e, per tanto, diciamo che Dio è il Creatore del cielo e della terra; ma se consideriamo l’atto creatore «dall’interno», cioè nella sua origine, allora l’atto creatore ci appare come opera realizzata dal Creatore-Trinità.

Da questo primo dato nascono alcune conseguenze importanti:

Dio è Trinità e la creazione è opera delle Tre Persone divine: in ogni creatura in virtù dello stesso atto creatore, è presente Dio-Trinità. Essendo Dio, il Dio-Trinità e giacché Dio è presente in noi mantenendoci nell’esistenza con la sua azione creatrice continua, è logica conseguenza che nel nostro essere non è presente «un Dio generico» ma il Dio-Trinità: Dio è sempre Trinità e dove egli è presente, è presente con tutta la sua realtà; dove è presente l’Essere infinito, lì è presente Dio-Trinità, giacché Dio esiste solo così.

La creazione intera è coinvolta nel circuito delle relazioni intratrinitarie: il Padre è la causa originale (fontale), che crea per mezzo dell’intelligenza (il Figlio) e dell’amore (lo Spirito Santo). La creazione deve essere intesa come l’opera propria del Padre, che nel «generare» il Figlio esprime in Lui tutte le possibili immagini e somiglianze del Padre e del Figlio nello Spirito Santo.

Il Padre crea per il Figlio nello Spirito Santo. Ciò significa che sotto l’azione dello Spirito Santo la creazione è introdotta nella comunione trinitaria. Egli è sempre attivo nella creazione: senza lo Spirito Santo e senza la sua forza trasformante, la creazione lascerebbe di esistere (cfr. Sl 104, 29.30). Egli è stato effuso sopra ogni uomo (Gl 2,28-32; At 2,17), specialmente nella nostra interiorità (Rom 5,3). Lo Spirito è colui che unifica i differenti nella comunione e nell’amore. In questo modo tutta la creazione è creatrice nello Spirito per formare il Regno della Trinità.

Il valore di questa verità è sorprendente: in te, fin dal primo istante della tua esistenza, sono presenti le Tre Persone Divine; allo stesso modo sono presenti in ogni persona, anche se si tratta di un peccatore, di un ateo che si sforza di proclamare la «morte di Dio», o di uno che mai ascoltò qualcosa del Dio della Rivelazione. Questa presenza di Dio-Trinità è così profonda che lo stesso atto peccaminoso è possibile in virtù di questa presenza. La potente presenza trinitaria dà la sua assistenza biologica, pervade della sua poderosa vitalità ogni creatura umana, anche la meno atta, la più ripugnante e inferma, al meno secondo il nostro corto e meschino modo di giudicare e misurare persone e situazioni…

Questa presenza trinitaria in ogni persona si presenta con i seguenti tratti: Ogni persona umana è un mistero. Per quanto si comunichi e si autoconosca, continua ad essere una profondità insondabile. Ebbene, questa situazione permanente dell’essere umano traduce (esprime)la presenza del Padre come mistero abissale e intimo. Nelle persona umana, donna e uomo, c’è la dimensione della verità, dell’autoconoscenza e rivelazione di se stesso/a. Il mistero di ogni persona umana ha la sua luce e la sua sapienza.

Questa condizione umana esprime la presenza del Figlio (Logos e Sapienza), attuando e sviluppando nella persona la comunicazione del mistero. Nella persona umana risiede l’immensa sete di comunione con il diverso e di unione nell’amore. Lo Spirito Santo si fa presente in questa ansia umana e nel godimento della sua realizzazione terrena. Il mistero, la verità e la comunione convivono nella stessa e unica persona; sono realtà che si intrecciano e costituiscono l’unità della vita. Si trova qui un riflesso della comunione trinitaria e il fondamento ultimo dell’essere umano come immagine e somiglianza della SS. Trinità.

3.2. L’inabitazione delle Tre Divine Persone nel cuore del giusto

La Trinità è presente in ogni persona, ma non è una presenza immediata, diretta, svelata, che ci faccia partecipi della sua vita intima. In effetti, la Trinità è presente in noi con tutte le sue ricchezze infinite, ma non ci fa partecipi della sua vita intima, perché la nostra natura è incapace di mettersi in contatto intimo e immediato con Lei.

Il primo motivo di questa incapacità è costituito dall’abisso ontologico esistente tra l’Essere divino e l’uomo, per la creaturalità dell’uomo: Dio è l’Assoluto, il Creatore, e l’uomo è la creatura, il dipendente, il finito, il limitato. A questo livello, un dialogo è possibile, ma non potrà essere intimo, «faccia a faccia», di amicizia, «tu a tu»: Dio, in principio, si mette a contatto con noi solo attraverso la su Essenza, cioè la sua vita esterna (ad extra), facendoci partecipi solo di essa: l’intelligenza, la volontà, la bontà, la dignità della persona umana costituiscono una partecipazione alla vita della Trinità in quanto Essere Unico, perfettamente intelligente, buono, attivo, libero. Nella creazione Dio non può comunicarsi in altro modo, anche se l’uomo sia immagine e somiglianza del Dio-Trinità.

Il secondo motivo è costituito dal peccato dell’uomo. Il naturale abisso ontologico fu amplificato dall’evento del peccato. Così la nostra natura limitata e peccatrice viene rivestita di un’armatura che blocca l’effusione della vita intima della Trinità in essa, rimane come coperta da un velo che le impedisce di accogliere e penetrare nelle intime ricchezze della vita trinitaria.

Tuttavia ciò non impedisce che l’uomo, scrutando l’essenza intima delle cose e soprattutto dello stesso uomo, possa scoprire «i riflessi», «le tracce», «le impronte esteriori», «le orme» della presenza intima della Trinità. Per esempio, una manifestazione molto evidente della Trinità è l’esigenza umana della socialità. L’Essere Divino è «comunitario», è Trinità; perciò anche le creatura umana è comunitaria. La tendenza comunitaria è per l’uomo essenziale nella stessa misura e intensità con cui gli è essenziale la tendenza della conservazione: come ognuna delle Tre Persone divine vive per il fatto che è in rapporto di amore verso le altre, allo stesso modo noi, gli uomini, siamo destinati a vivere e a svilupparci attraverso una reciproca relazione di donazione.

Questa incapacità dell’uomo di entrare nel circuito della vita trinitaria, è vinta dall’intervento libero e gratuito di Dio stesso. In effetti, per mezzo della Rivelazione, arriviamo a conoscere che l’Essere Assoluto verso il quale tendiamo, è Dio-Trinità: tu non solo «ti ricevi» dall’azione creatrice di Dio-Trinità, non solo sei fatto a immagine e somiglianza della Trinità, ma sei incamminato a entrare «dentro» e partecipare delle meraviglie della sua vita intima.

Ma questo cammino è in salita. La nostra natura, infatti, così come è (= «un nulla ribelle»), non ha diritto né capacità per vivere la vita delle Tre Persone Divine. Tuttavia ha una «capacità obbedienziale», cioè ha la capacità obbedire e di accogliere Dio che ci chiama a vivere la vita trinitaria. La possibilità di entrare nella vita trinitaria è naturale, è iscritta nella struttura del nostro essere, ma il fatto di entrare realmente è soprannaturale, cioè è opera di Dio in noi, che comporta la corrispondenza della nostra libertà. In concreto, noi esperimentiamo questa capacità come un vivo desiderio, radicato nel più profondo del nostro essere, di entrare in comunione con Dio così come è, e di possederlo intimamente. Questo desiderio costituisce una vera «destinazione trinitaria» della nostra esistenza, iscritta liberamente da Dio nella nostra natura.

Questa nostra «destinazione trinitaria» è «inefficace», «inconscia» e «condizionata».

È «inefficace», perché non esiste in noi la capacità autonoma di realizzarla, né da noi stessi, né con l’aiuto di altri esseri creati, e neppure con il semplice concorso ordinario divino, cioè quell’azione per la quale ci crea e ci mantiene momento per momento nell’esistenza.

È «inconscia», perché non sempre né facilmente è da noi avvertita e compresa nella sua reale consistenza. È vero che Dio ci ha dotato di una intelligenza e di una forza di amare senza limiti, e per questo fatti capaci di pensare e amare anche l’Infinito, cioè Qualcuno che supera le possibilità normali di relazione che ha la nostra natura, tuttavia non sappiamo qual e come è concretamente l’oggetto dei nostri desideri.

Questo desiderio che proviene dall’«inconscio» dell’uomo, è destinato a divenire l’ «altare della Trinità». L’uomo, infatti, raggiunge la sua pienezza umana, quando si lascia sfidare da questo desiderio e coscientemente e liberamente andrà affidandosi a questo Do-Amore, che vuole divinizzare l’uomo senza umiliarlo come «creatura» intelligente e libera. Se Dio si manifestasse «faccia a faccia» direttamente, uscirebbe sconfitto, perché la sua vittoria schiaccerebbe l’uomo: il confronto è impari e Dio non sarebbe onesto se l’accettasse. Per questo, Dio si fa ascoltare. Dio, infatti, ama il dialogo con la sua creatura, perché «parlare» è il suo modo di essere, o meglio il suo modo di amare. Allora, in primo piano c’è l’«udito» dell’uomo, o meglio l’uomo che ascolta delle «voci» dal profondo del suo cuore. E quando l’uomo fa attenzione a queste «voci», può percepire dove sta l’unico senso per la povertà della sua esistenza: l’entrata nella «patria trinitaria», la cui soglia è precisamente questo desiderio inconscio. Allora l’ «inconscio» dell’uomo diviene «altare della Trinità». Se l’uomo non arriva a inginocchiarsi davanti a questo «altare», allora ogni uomo si trasformerà in un dio, la terra si riempirà di dèi e l’uomo, travolto dall’illusione del suo essere un dio, avrà le sue leggi, la sua terra, il suo impero e questo darà origine alla morte dell’altro.

È «condizionata», perché intuiamo che sarà bello vivere nella «Patria Trinitaria», partecipando nella vita di comunione con i «Divini Tre», ma per ottenere ciò, è necessario conoscere Dio così come Egli è, e che di fatto Dio voglia farci raggiungere tale meta. Per tanto si devono verificare queste due condizioni:

1a: È necessario che Dio si riveli all’uomo nella sua natura intima, e che riveli all’uomo il progetto che ha sull’uomo stesso, rendendolo così «cosciente» della destinazione ultima del suo essere.

2a: È necessario che di fatto Dio voglia intervenire e intervenga con la sua azione per aiutare l’uomo in rapporto a questo piano, che supera le capacità umane normali di attuazione.

Dio soddisfa le due condizioni:

Dio soddisfa alla prima condizione con la Rivelazione, che è contemporaneamente manifestazione di Dio all’uomo e dello stesso uomo a se stesso: Dio è Trinità (= Comunità di Amore) e l’uomo è chiamato a partecipare del’amore che unisce il Padre il Figlio e lo Spirito Santo, divenendo così Regno di Dio. È questo l’inizio e il nucleo della predicazione di Gesù: «Il Regno di Dio è vicino» (Mt 4,17). Questa è la «Buona Novella» che gli Apostoli sono stati inviati a proclamare a tutti (cfr. Mt 28,16-20).

Dio soddisfa anche alla seconda condizione. Poiché il nostro desiderio è «inefficace» e il semplice concorso ordinario divino non è sufficiente per soddisfarlo, Dio-Trinità prende l’iniziativa con un intervento nuovo: con un’azione del tutto «straordinaria», a titolo di pura gratuità e liberamente, le Tre Persone Divine decidono di dare il via alla totale realizzazione del nostro essere, rendendolo capace di un’esistenza e di attività, che sono proprie ed esclusive delle Tre Persone Divine, cioè elevano il nostro essere a un’esistenza e attività soprannaturali. Questo intervento «straordinario», gratuito e libero, equivale ad una autentica nuova creazione. Per effetto di questo intervento, che si realizza nel Battesimo, Dio Trinità «sboccia» dall’interno del nostro essere: Dio, l’Assoluto, comincia ora ad agire in noi come «Trinità», si fa percepire ed amare come «Trinità». Dio si relaziona con il nostro essere non semplicemente con la sua attività «esterna» emanante dalla sua unica Essenza, vive nel nostro essere non solo come Creatore infinitamente potente e buono e nello stesso tempo infinitamente separato nella nostra relazione con lui, al contrario, comincia a vivere, a far fluire nel nostro essere la sua vita trinitaria come Padre, Figlio e Spirito Santo: Tre Persone vive, che procedendo una dall’altra fin dall’eternità, si conoscono e si amano reciprocamente in noi, facendoci partecipare a questo circuito di amore.

«Quando la persona vive l’intimità del mistero (vive in stato di grazia), questa presenza trinitaria significa una vera inabitazione delle Tre Divine Persone nel cuore del giusto. Quanto più il giusto vive giustamente, più lascia trasparire il mistero della vita (= Padre), più brilla in lui la verità (= Figlio), più amore irradia (= Spirito Santo)» (L. Boff).

«Siccome la Trinità è un mistero vivo e in eterna attuazione, possiamo dire con gli autori mistici che nella vita dei giusti il Padre continua a «generare» il Figlio e a innestare i figli e le figlie adottivi nel Figlio unigenito; il Padre e il Figlio continuano a auto-donarsi nell’amore, effondendosi sulle altre creature e unendole a sé, cioè, il Padre e il Figlio continuano a «espirare lo Spirito Santo» nelle profondità della vita del giusto» (L. Boff).

Da quando Dio comincia ad agire così nei nostri cuori, i segreti intimi di Dio incominciano a essere conosciuti da noi: ciò che il Padre da sempre confida al Figlio e la risposta del Figlio al Padre nello Spirito Santo diviene oggetto della nostra conoscenza e del nostro amore e, per tanto, comincia a essere parte della nostra vita: il nostro essere comincia a possedere questa vita intima di Dio-Trinità e a partecipare ad essa, giungendo a conoscere, ad amare e a godere Dio «divinamente», cioè allo stesso modo di Dio stesso.

In sintesi:

«Dio ha destinato il nostro essere a partecipare intimamente alla vita trinitaria. L’ha creato unicamente per tale scopo e per questo ha dispiegato la Storia della Salvezza fin dal primo uomo, in seguito con Abramo e soprattutto con il Verbo fatto Uomo e con la Chiesa: la salvezza è la vita trinitaria.

La partecipazione alla vita delle Tre Persone, incominciata sulla terra con la Grazia, avrà il coronamento nell’esistenza celeste con la Gloria. Là il nostro essere, immerso e quasi conglutinato in una sola persona con Dio pur essendone distinto, lo vedrà come lui si vede, lo amerà come lui si ama, lo godrà come lui si gode: troverà così la realizzazione totale di se stesso. «Allora Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28; cfr. 1Gv 3,1-2).

Il nostro essere vivrà la vita trinitaria, però essendo stato trasformato «a guisa del Figlio», la vivrà «da figlio»: vivrà la vita trinitaria come Cristo la vive, in Lui.

A questo punto possiamo mettere in rilievo alcune conclusioni:

Siamo dinanzi al mistero dell’ «Inabitazione» di Dio-Trinità nelle persone che vivono in Grazia. Sta qui il nucleo della fede cattolica. La Grazia in quanto è Dio nella sua gioiosa amicizia trinitaria (Grazia increata) effusa nei nostri cuori, è al centro della nostra fede, e la meta ultima della nostra esistenza, perché dà il senso definitivo ad ogni vita umana. La piena realizzazione dell’uomo è profondamente legata alla intensità delle sue relazioni con le Tre Persone divine che vivono in lui. Finché le Tre Persone non saranno per noi veramente Persone con le quali viviamo, oggetto della nostra amorosa attenzione, andremo in questa vita tormentata come gente senza patria e, per tanto, senza identità e destinazione certa.

Siccome il nostro essere umano è inclinato e strutturato per vivere la vita di Dio-Trinità, la nostra inserzione effettiva in questa Comunità di Amore a partire dal Battesimo, costituisce la realizzazione piena e definitiva della nostra esistenza.

L’uomo da se stesso non è capace di farsi veramente uomo, giacché con il suo sforzo e l’ordinario concorso di Dio, non giunge alla sua «patria trinitaria», verso la quale la sua natura è orientata per volontà di Dio.

Allora nasce il rendimento di grazie e la gratitudine per il dono ricevuto, urge l’impegno nella conversione per accogliere e far fruttificare questo dono e si sente la necessità della attività missionaria: la vocazione missionaria diviene «la più nobile avventura» per ogni cristiano, perché si tratta di offrire a tutti gli uomini la possibilità di arrivare ad essere uomini in pienezza, scoprendo e entrando nella «patria trinitaria».

3.3. Dimensione sociale della inabitazione della Trinità nel cuore del giusto

In prospettiva esistenziale e biblica, la persona è essenzialmente sociale e quindi un essere di comunione. Vivere umanamente è con-vivere; nell’esercizio della co-umanità è dove ognuno arriva a personalizzarsi veramente.

La Genesi (1,26-27) presenta l’umanità come immagine e somiglianza di Dio. Ora, per noi Dio è Trinità, cioè comunione e amore reciproco in interpenetrazione o compenetrazione delle Tre Persone Divine tra loro. Si dà un circolazione totale di vita e una co-uguaglianza perfetta tra le persone, senza nessuna anteriorità o superiorità di una sulle altre. Tutto in loro è comunione ed è comunicato tra loro, eccetto ciò che è impossibile comunicare: ciò che distingue l’una dalle altre. Il Padre è tutto nel Figlio e nello Spirito Santo; il Figlio è tutto nel Padre e nello Spirito Santo; lo Spirito Santo è tutto nel Padre e nel Figlio.

Davanti a questa visione, l’espressione «Dio creò l’uomo a sua immagine» significa che Dio impresse nell’essere umano una struttura dialogica o relazionale, così che «la persona è vocazione, cioè un progetto dinamico in via di sviluppo pensato da Qualcuno che lo pensò in armonia con tutti gli altri “progetti”, in un piano di insieme. Per tanto, la vita vera è attuazione dialogale e comunione: è questo esistere ed esprimersi assieme per sempre» (Quaderni di spiritualità, Dialogo).

Se consideriamo questo fatto alla luce dell’insegnamento biblico, ci rendiamo conto che la persona in quanto relazione all’altro, al differente, è la definizione dello stesso Dio-Trinità. Perciò, quando la Bibbia parla dell’uomo creato a immagine di Dio, aggiunge immediatamente: «Maschio e femmina li creò» (Gn 1,27), cioè, l’uomo è immagine di Dio perché esiste in pienezza, formando società, essendo la sessualità l’iscrizione nella carne della struttura dialogica e sociale dell’uomo e la famiglia la prima cellula della società umana.

Se la realtà è questa, l’essere umano diviene immagine della Trinità nella misura in cui realizza la comunione e stabilisce relazioni di donazione di sé e di accoglienza. Dalla donazione e accoglienza reciproche tra gli uomini, dal loro amore reciproco risulta «qualcosa di nuovo», un «cuore nuovo», una nuova capacità di amare, che armonizza e impulsa la comunione piena e le relazioni giuste con la società e la storia. In questo modo la comunità degli uomini e la sua storia si trasformano in riflesso del processo divino dell’amore.

3.4. La presenza trinitaria nel processo storico sociale

La presenza trinitaria si fa presente anche nel processo storico-sociale. La Trinità, infatti è un orizzonte che ci trascende, un luogo dove porsi sempre di nuovo, una storia di amore nella quale inserirsi e quindi narrarla attraverso opzioni per la giustizia e per la libertà nelle opere e nei giorni degli uomini. In questo modo l’immagine di Dio nell’uomo si estende alla famiglia umana; non solo il nucleo familiare, nelle sue relazioni di reciprocità e di relazioni, ma tutta la comunità degli uomini e la sua storia si trasformano in riflesso del processo divino dell’amore. E se da una parte tutto ciò che è violenza, sistema di dipendenza e di oppressione, sfruttamento e ingiustizia, oscura la relazione originale dell’Amore Creatore, dall’altra tutto ciò che è pace, liberazione e giustizia si offre come immagine e partecipazione della storia trinitaria dell’amore. L’eterno arriva allora a manifestarsi nel tempo attraverso questi gesti poveri che sono la solidarietà, la riconciliazione, la libertà data e ricevuta, la passione per la giustizia, più forte di qualunque sconfitta (Bruno Forte).

Per sua natura, infatti, e più ancora per la presenza del peccato strutturale, la lotta degli oppressi per la loro liberazione ha una speciale densità trinitaria. Tutte le volte che in mezzo alle turbolenze si avanza verso forme sociali più generatrici di vita, è il Figlio che sta essendo «generato» storicamente e socialmente nel seno dello Spirito Santo, che anima e promuove la vita. Il Padre con il suo mistero si nasconde nel mistero del senso ultimo della storia, che in ultima istanza rimane occulto per tutti. L’unione degli oppressi, la convergenza di interessi in direzione del bene comune, il coraggio di opporsi agli ostacoli secolari contro la loro vita e la loro libertà, la solidarietà e perfino l’identificazione di tanti uomini e donne con la loro causa, tutto questo è penetrato della presenza dello Spirito di vita, di profezia e di liberazione. La storia umana non lascia di essere umana con i suoi agenti di trasformazione (o di liberazione), con i suoi conflitti, alleanze, progressi e retrocessi. Tuttavia la Trinità abita in essa, in modo misterioso ma efficace, dando coraggio per la lotta, forza per resistere, spirito creativo e volontà di liberazione da tutto ciò che minaccia i germogli della nuova vita. La storia è il teatro della gloria possibile della Trinità, nel tempo presente, sotto le ombre e la Croce, e nella escatologia, sotto la forma di piena rivelazione e di festa interminabile. (L. Boff).

3.5. La Chiesa, icona della Trinità

La Trinità è presente, in modo molto speciale in quella porzione dell’umanità, che è la Chiesa.

Infatti, in quanto si comunica all’uomo, la Trinità, unità essenziale e comunità delle Tre Persone nell’amore, non può fare a meno di suscitare la comunione; questa comunità degli uomini raccolti nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, questa «icona» della Trinità Santa, che non è una semplice allusione ad essa ma la sua espressione efficace, è la Chiesa, il popolo riunito da Dio Padre attraverso la missione del Figlio e dello Spirito Santo; secondo la bella espressione del Concilio Vaticano II, «la Chiesa universale si presenta come “un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello spirito Santo”» (LG 4b).

La Chiesa non nasce «dal basso», dalla convergenza di alcuni interessi puramente mondani o dall’impulso di un certo numero di cuori generosi, ma nasce «dall’alto», da presso Dio, posta nel tempo grazie alla iniziativa ammirabile dell’amore trinitario:

È la Chiesa del Padre, che «con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà» la convocò in Cristo, prefigurandola fin dall’inizio del mondo e preparandola nella storia dell’alleanza con Israele (cfr. LG 2).

È la Chiesa del Figlio, che con l’incarnazione e la pasqua ha inaugurato in terra il Regno dei Cieli, anche se sotto i disegni opachi e a volte dolorosi della storia, costituendo la Chiesa come Corpo suo, misticamente crocifisso nel tempo (cfr. LG 3).

È la Chiesa dello Spirito, che dimorando in essa e nel cuore dei fedeli come in un tempio, continuamente la rinnova, la guida verso la pienezza della verità, la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede con i suoi doni e la abbellisce dei suoi frutti (cfr. LG 4).

La Chiesa viene dal Padre per il Figlio nello Spirito Santo; opera delle missioni divine, è il luogo dell’incontro tra il cielo e la terra, dove la storia trinitaria per libera iniziativa del suo amore passa alla storia degli uomini e questa viene assunta e trasformata nel movimento della vita divina.

Procedendo dall’alto, essendo un esplosione della Trinità, la Chiesa è anche strutturata a immagine della Trinità: una nella diversità, comunione di carismi e di ministeri diversi suscitati dall’unico Spirito, la Chiesa vive di quella circolazione di amore, del quale è modello incomparabile e fonte perenne di vita trinitaria.

Per questo, la Chiesa è, anzi tutto, comunione di persone che credono. Il Figlio e lo Spirito, inviati dal Padre, che sostengono e vivificano permanentemente la comunità, fanno sì che essa sia il Corpo di Cristo. La comunione in Cristo e nello Spirito e la comunione tra gli stessi fedeli formano l’unica Chiesa, che è anche una comunione di doni e di servizi (cfr. 1Cor 12,4). Tutti essi sono orientati alla costruzione del Corpo di Cristo (cfr. 1Cor 12). Paolo, in questo contesto dei carismi che danno forma concreta alla comunità, si riferisce ai Tre: al Padre, al Cristo Signore (il Figlio) e allo Spirito. E così è e deve essere, giacché la comunità dei seguaci di Gesù, nell’entusiasmo che gli infonde lo Spirito rivelando loro il Padre e il Figlio, è un riflesso della comunità trinitaria: Chiesa «icona» della Trinità.

Infine, in mille modi il mistero augusto della Trinità si fa presente dentro della creazione e della storia. L’universo è imbevuto di questo mistero ineffabile, così vicino che neppure lo percepiamo, trascendente perché ci supera da ogni parte, intimo perché dimora in noi come nel suo Tempio e nel suo focolare.

3.6. Trinità, Eucaristia e Missione

L’avere origine dalla Trinità comporta per la Chiesa l’esigenza della missione: la Chiesa «icona» della Trinità, è la Chiesa in stato di missione (cfr. AG 2-4; GS 40). In quanto nasce dalle missioni divine, la Chiesa è primordialmente missionaria; è il luogo dove, in virtù dello Spirito, si è fatto presente Gesù Cristo per portare a compimento la sua missione salvifica; la Chiesa riceve sempre di nuovo lo Spirito per darlo sempre di nuovo e far sì che la storia si orienti verso il tempo della Gloria, quando finalmente sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). La pura grazia della iniziativa trinitaria che costituisce la Chiesa in comunione con il Padre per il Figlio nello Spirito Santo (cfr. 1Gv 1,1-4) non è un privilegio, ma un compito, non è un possesso ma una missione:

«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19).

Così la comunione ecclesiale va strettamente legata all’invio e la missione costituisce la sostanza stessa della Chiesa. Perciò, la missione non è solo un «dovere» tra tanti ai quali una diocesi, una parrocchia, un gruppo ecclesiale o una comunità religiosa deve rispondere, dopo essersi occupata delle esigenze della sua vita interna, ma la missione è il suo «modo di essere», il suo stato di vita, il suo modo di essere presente nel mondo attuale; la missione è ciò che fa sì che una comunità cristiana risponda o no alla sua vocazione, al motivo per il quale Dio la costituì come comunità a immagine della sua vita trinitaria. La Chiesa non «fa missione», come se fosse un incarico che le viene affidato, ma «è missione»: il suo essere è contemporaneamente «con-vocazione» (= comunione e partecipazione) e «invio» (= missione), essere evangelizzata e evangelizzatrice, salvata e strumento di salvezza (cfr. EN 15).

L’evento nel quale questo invio della Chiesa è situato, sacramentalizzato e, per tanto, celebrato e vivificato dalla stessa Trinità mediante le sue missioni divine, è costituito dai sacramenti, soprattutto dall’Eucaristia, che è fonte e culmine dell’evangelizzazione (SC 10; CJC 897). Nell’Eucaristia il dinamismo dell’opera salvifica trinitaria passa all’operare della Chiesa in quanto segno e strumento di salvezza e, nello stesso tempo, quest’azione salvifica della Chiesa si trasforma in lode e azione di grazia «per la maggior gloria della Trinità, una e indivisa, la quale in Cristo e per mezzo di Cristo è la fonte e l’origine di ogni santità» (LG 47).

L’Eucaristia, infatti, in quanto è sacrificio di lode al Padre, memoriale della Pasqua del Figlio e invocazione (= epiclesi) dello Spirito Santo, struttura la missione della Chiesa sulla missione della Trinità come amore missionario, cioè amore riversato su tutti gli uomini.

L’Eucaristia è azione di grazie al Padre, il quale è l’origine (= «l’amore fontale») e il fine della creazione e della salvezza (cfr. AG 2). Quest’azione di grazie genera la Chiesa come comunità che ha nella storia il compito di celebrare la gloria di Dio trinitario; tutto l’universo è chiamato a essere ricapitolato in Cristo e ricondotto in Lui verso il Padre. Questa gloria di Dio, che si manifesta in Cristo, non è ostensione di potere, uno sfoggio di grandezza, ma è la maestà, l’onnipotenza di Dio-Trinità messa a servizio della povertà degli uomini; è un Favore, una Grazia Benevola e Ausiliatrice. Celebrare nell’Eucaristia la gloria del Padre significa esperimentare la grandezza del suo amore, che per mezzo del Figlio mette la sua infinita potenza a servizio della nostra debolezza: il Padre si dà a conoscere agli uomini salvandoli in Cristo e ricapitolando in Cristo tutto l’universo.

Allora il lavoro dell’uomo, le sue gioie e i suoi dolori, la vita e la morte, le speranze e l’amore, la pace e la guerra, trovano eco nella lode e nell’invocazione dei pellegrini verso «la patria trinitaria».

La Chiesa, al celebrare l’Eucaristia, si trasforma in voce di coloro che non hanno voce, per dirigersi al Dio della vita, offrirgli il sacrificio di lode a nome dell’umanità intera e accogliere i doni divini, per ripartirli tra tutti gli uomini; nello stesso tempo testimonia davanti al mondo intero la sua suprema vocazione alla comunione trinitaria, senza nessuna paura di denunciare la corta vista degli uomini nella loro aspirazione all’autosufficienza e autonomia assoluta e al conseguente dominio dell’uomo sull’uomo. Così celebrando e vivendo l’Eucaristia la Chiesa diviene «coscienza critica» delle situazioni umane in nome del destino profondo dell’universo intero alla gloria, a essere «corpo della Trinità».

Questo destino dell’uomo è significato nel pane e nel vino dell’Eucaristia trasformati nel corpo e nel sangue del Signore risorto: «Un pegno di questa speranza e un alimento per il cammino il Signore lo ha lasciato ai suoi in quel sacramento della fede nel quale degli elementi naturali coltivati dall’uomo vengono trasmutati nel Corpo e nel Sangue glorioso di lui, in un banchetto di comunione fraterna che è pregustazione del convito del cielo» (GS 38c)

Così nell’azione di grazie al Padre, che è l’Eucaristia come sacrificio di lode, ricevono il loro fondamento la vocazione contemplativa della Chiesa e la sua vocazione politica, cioè il suo stare davanti a Dio adorandolo e orientando la storia alla gloria di Dio e nello stesso tempo la sua missione di essere segno profetico e per tanto inquieto e critico della speranza della gloria nel vivo della storia.

Nella celebrazione eucaristica, la Chiesa celebra Dio-Padre che si prende cura della creazione creata per mezzo del Figlio suo nell’amore del suo Spirito. Celebrare questa cura di Dio-Padre significa celebrare la sua Provvidenza materna e paterna nella conservazione di tutti gli esseri; il suo impulso vitale che dà alla creazione affinché non si ripieghi su se stessa, ma si mantenga sempre orientata verso la futura pienezza che sta ancora per venire; la sua vigilanza divina per il destino umano, tante volte consegnato alle forze diaboliche dell’oppressione dei potenti sui deboli; il coraggio che dà agli impoveriti perché non perdano del tutto il senso della vita e la speranza della libertà senza prigioni; la pazienza senza limiti di fronte ai fallimenti umani; la sua onnipotenza nel trarre un bene dal male e una vita gloriosa dalla stessa morte (cfr. Rom 4,17).

Al celebrare l’Eucaristia, la Chiesa proclama che chi governa l’universo non è un giudice o un monarca celeste, ma il Padre-e-Madre del Figlio molto amato, che con lo Spirito di amore sono l’eterna bontà. È il Padre-e-Madre ricco di misericordia, che ci è rivelato nella parabola del figlio prodigo (Lc 15,11-32). È il Padre affettuoso dei poveri, dei quali prende le difese e li privilegia nell’opera di salvezza (cfr. Mt 11,2527).

In quanto memoriale della Pasqua del Figlio, l’Eucaristia genera la Chiesa come comunità inviata a proclamare e a celebrare in tutte le situazioni umane la sua memoria viva e poderosa (AG 3): l’Eucaristia è ricordo grato del fatto che condensa tutti i gesti e le parole di Gesù: la morte e la resurrezione del Signore; è ricordo, con gratitudine, di chi ci salvò la vita, del sacrificio per mezzo del quale ci libera e per mezzo del quale passa dalla morte alla vita, che si realizza dentro il mandato dello stesso Signore: «Fate questo in memoria di me». Qui si fonda il carattere cristologico, comunionale e ministeriale della missione della Chiesa eucaristica.

Il memoriale, infatti, è banchetto che stabilisce una profonda comunità di vita e di destino tra chi presiede e gli invitati e tra gli stessi invitati; obbedire al mandato del Signore: «Fate questo in memoria di me», cioè, celebrare nella vita e nella storia il suo memoriale, che è inoltre la missione della Chiesa, esige comunicare con Cristo e comunicare con i fratelli. E come Gesù si presentò nella notte dell’Ultima Cena sotto la forma di Servo e di Servo che soffre, così anche la Chiesa eucaristica, nata e inviata nella comunione con Lui, deve presentarsi davanti agli uomini come comunità di servizio, che mette gratuitamente a sua disposizione tutto ciò che essa ha ricevuto gratuitamente dal suo Signore. Dalla Eucaristia, memoriale del Crocifisso-Risorto, la missione della Chiesa nasce sotto la croce come missione, che deve consumarsi come offerta della vita, condivisa con gli altri (cfr. Rom 12,1).

Al celebrare il memoriale della Pasqua del Figlio, la Chiesa segnala il momento di liberazione della creazione corrotta a causa dell’abuso della libertà umana, che impedisce la realizzazione della vocazione primordiale, che è la glorificazione della Trinità. Il Figlio, infatti, attraverso la sua Incarnazione-Morte-Resurrezione, rivela il carattere filiale, fraterno e sorellare di tutti gli esseri, come espressione dell’amore e della sapienza del Padre nello Spirito. Egli si incarnò per portare la vita in abbondanza (cfr Gv 10,10); in funzione di questa missione, mette in crisi tutti i contesti che tolgono la vita, che opprimono con il suo legalismo e con la sottomissione degli uni agli altri. Il Figlio incarnato morì per fedeltà al disegno del Padre sull’uomo e, per tanto, come protesta contro le servitù imposte ai figli di Dio. Inaugurò in se stesso e nella comunità dei suoi seguaci l’anticipazione più trasparente del regno della libertà. Si presenta nella creazione come il gran Liberatore, nel senso di liberare la vita da tutte le sue oppressioni e di liberarla principalmente per la pienezza della libertà e del servizio agli altri come fratelli e sorelle. Questa sua liberazione comincia dai più bisognosi, che nella storia sono gli oppressi a causa dello sfruttamento economico e della emarginazione politica, dell’alienazione culturale e religiosa. Nella celebrazione eucaristica, il Figlio si consegna continuamente nella forma di Servo, di Profeta-Martire e di Crocifisso-Risorto, per conquistare per sé e per i suoi fratelli, per mezzo dell’amore sacrificale e il perdono, il regno della libertà e della vita. Per questo è risorto e fu fatto Signore e manda la sua Chiesa: «Fate questo in memoria di me».

In quanto epiclesi (= invocazione) dello Spirito Santo, l’Eucaristia genera la Chiesa come comunità inviata nello Spirito Santo (AG 4).

Questo vuol dire innanzi tutto che il primo agente della missione è lo Spirito Santo. È Lui che rende efficace l’annuncio; è Lui che in coloro che ascoltano la Parola della salvezza «muove il cuore e lo rivolge a Dio, apre gli occhi dello spirito e dà a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità» (DV 5).

Per tanto, la Chiesa eucaristica vivrà fedelmente la sua missione, se è comunità aperta allo Spirito, capace di azione di grazia e di accoglienza del dono di Dio. Allora ogni atto missionario sgorga dall’azione di grazia eucaristica e tende ad essa.

Così tutta la vita ecclesiale si trasforma per la forza dello Spirito Santo in Eucaristia nella storia, cioè in energia di amore che passa attraverso il sacrificio dell’egoismo e si trasforma in servizio; che trasforma la sofferenza sorta in conseguenza del servizio degli altri in fonte di fecondità, perché è frutto dello Spirito che impulsa alla partecipazione nella morte-risurrezione del Signore Gesù.

Questa presenza dello Spirito nella missione mostra anche la sua indole escatologica (AG 9): lo Spirito che viene per Cristo dal Padre, spinge la comunità eucaristica per Cristo al Padre; la comunità eucaristica si proietta verso la pienezza del Regno, quando Dio sarà tutto in tutti, alimentata «dal pane della speranza», che la trasforma in popolo di pellegrini che annuncia con la sua vita le promesse del Signore.

L’Eucaristia, sotto l’impulso dello Spirito che apre la comunità al futuro di Dio, è il viatico, il cibo dei viandanti, che si incamminano verso la patria cantando «i cantici del Signore in terra straniera» (cfr. Sl 137, 4). Questo pegno del domani promesso riempie di gioia la Chiesa, rendendo il popolo capace di vivere i giorni feriali con il cuore della festa; nell’invocazione eucaristica dello Spirito la Chiesa assapora già in anticipo la gloria ed è inviata come testimone di speranza e di pace.

L’Eucaristia, in quanto invocazione dello Spirito, celebra la presenza dinamica dello stesso Spirito, che prolunga e interiorizza nelle persone e nei processi sociali l’essere nuovo conquistato dal Figlio mediante la sua Pasqua.

Così, a partire dalla forza trasformatrice dello Spirito attraverso l’azione liberatrice del Figlio l’universo arriva progressivamente al Padre e si converte in un inno di lode:

Per Cristo, con Cristo e in Cristo,
a te, Dio, Padre onnipotente,
nell’unità dello Spirito Santo,
ogni onore e gloria
per tutti i secoli dei secoli. Amen