Stella Morra
Commento a: Mt 16, 1-15
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Per gentile concessione della relatrice


Premessa

Abbiamo affrontato l’aspetto descrittivo di alcune dimensioni antropologiche della preghiera, a partire dal desiderio di pregare, di comunicare, dal desiderio che la nostra verità più profonda non sia senza interlocutori e che i nostri interlocutori non siano solo esseri umani, con i loro affetti ma anche con i loro limiti, ad ascoltarci. Lo abbiamo fatto percorrendo tre testi: il primo, tratto dal Cantico dei Cantici, sul tema della necessità, del desiderio, della volontà di essere riconosciuti; il secondo, tratto dalla Genesi, sul tema della lotta con le parole, tra parole e silenzi; il terzo, dal libro di Amos, per riflettere sul fatto che il contrario di preghiera non è la mancanza di preghiera, ma è l’idolatria.

(…)

La questione della preghiera è la capacità di riconoscere nella nostra vita il luogo, il tempo e i modi in cui io rimango in dialogo con questo ‘altro’ che è Dio, un ‘altro’ su cui abbiamo la certezza che non smette né di ascoltare, né di dialogare. Certo, bisogna che sia un momento buono anche per me, cioè che io abbia un pezzo di vita da raccontare, qualcosa da ascoltare. E questo può avere forme condivise, quelle che la sapienza cristiana ha elaborato nel corso dei secoli nelle vite credenti, per esempio la lettura delle Scritture, perché è uno dei modi in cui uno “guarda in viso” l’altro. Questi sono sicuramente metodi affidabili, se non altro perché ampiamente sperimentati da 25 secoli, perché già gli Ebrei usavano i salmi per pregare. A fianco a questi ci sono tutti i modi, gli spazi, i tempi e le modalità che possono essere propri della nostra vita in quel momento.

I primi tre brani puntavano a farci passare dall’idea le preghiere a quella di la preghiera. Da oggi in poi facciamo un ulteriore passo in avanti ed entriamo nella struttura cristologica della preghiera, cioè nella misura, nel modo e nello stile con cui Gesù non tanto ha pregato, quanto è stato preghiera: lui ci ha dato il paradigma del rapporto con il Padre – molto più dei momenti in cui Gesù saliva sul monte a pregare – il paradigma del rapporto di reciproco riconoscimento con Dio, mostrato da una vita condivisa fino ad essere spezzata, e riconosciuta fino ad essere resuscitata.

Ciò che Gesù fa è condividere fino in fondo la vita fino a morire – la vita non lo distrae affatto – e dall’altra parte il Padre la riconosce con tale potenza da resuscitarla. Questo è il movimento profondo della preghiera: una vita condivisa con Dio e con i fratelli e talmente riconosciuta da Dio che diventa una vita eterna.

Il testo

Il testo di oggi mi piace particolarmente, è un testo strano, che fa parte del capitolo 16 del vangelo di Matteo, un capitolo complicato dal punto di vista esegetico, perché è un mosaico fatto di pezzi vaganti ricuciti insieme, con alcune parti che sono state aggiunte dopo. I testi che hanno una storia complessa, in genere sono i più importanti, perché sono quelli in cui l’operazione di ricostruzione è più esplicita. I testi narrativi sono lineari, vengono raccontati e trasformati come tutte le storie e i testi della letteratura contemporanea, riprendono schemi culturali condivisi a quel tempo. I testi più complicati sono quelli in cui la comunità cristiana si sforzava di esprimere qualcosa di originale, e quindi ha discusso per molto tempo su ciò che ha scritto, ed il risultato finale, riconosciuto canonico, ha molto è chiaramente intenzionale, l’ordine stesso con cui sono stati cuciti insieme frammenti presi in posti diversi non è assolutamente casuale. E’ un testo un po’ faticoso nella lettura, ma molto significativo.

In secondo luogo, mettere questo testo sotto il titolo “ascoltare” ha come fine quello di farci uscire dal pregiudizio romantico e fintamente autoevidente che ascoltare sia facile, chiaro, ma che richiede condizioni ottimali talmente difficili che ci sentiamo tutti autorizzati a non farlo. Per ascoltare Dio bisogna avere silenzio, calma, tempo, conoscenza della Parola… Poi ascoltare dovrebbe essere un’esperienza pazzesca: prima non sapevo delle cose che dopo so.

Dubbio che viene a tutti, prima di tutto ai bambini: ma che cosa si ascolta? Che cosa si dovrebbe sentire? E’ difficile impegnarci in una cosa difficile di per sé senza sapere qual è l’esercizio da fare. Così andiamo tutti alla ricerca di strumentari spirituali, di suggerimenti metodologici di vario genere che ci facciano sentire tranquilli che stiamo facendo la cosa giusta. Quando poniamo una domanda del genere ci viene risposto “bisogna ascoltare Dio che parla”. E cioè? Sappiamo cosa può succedere tra gli esseri umani, ma Dio non emette suoni, e se lo fa, come si riconoscono? Non sappiamo che lingua parla! Fingiamo tutti di sapere come funziona, e preferiamo lasciare sospesa la domanda.

Questo testo ci dovrebbe aiutare un po’.

I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo.
Ma egli rispose: “Quando si fa sera, voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia;
e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?
Una generazione perversa e adultera cerca un segno, ma nessun segno le sarà dato se non il segno di Giona”. E lasciatili, se ne andò.
Nel passare però all’altra riva, i discepoli avevano dimenticato di prendere il pane.
Gesù disse loro: “Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”.
Ma essi parlavano tra loro e dicevano: “Non abbiamo preso il pane!”.
Accortosene, Gesù chiese: “Perché, uomini di poca fede, andate dicendo che non avete il pane?
Non capite ancora e non ricordate i cinque pani per i cinquemila e quante ceste avete portato via?
10 E neppure i sette pani per i quattromila e quante sporte avete raccolto?
11 Come mai non capite ancora che non alludevo al pane quando vi ho detto: Guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei?”.
12 Allora essi compresero che egli non aveva detto che si guardassero dal lievito del pane, ma dalla dottrina dei farisei e dei sadducei.
13 Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”.
14 Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”.
15 Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”.
Rispose Simon Pietro: “Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
E Gesù: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.

Ci sono tre unità, una di seguito all’altra: ciascuna di loro pone una condizione iniziale di luogo, di tempo, ed una piccola conclusione, ma sono connesse.

I tre testi iniziano così, il primo: “I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova…”; il secondo “Nel passare però all’altra riva…” e il terzo è “Essendo giunto Gesù…”

Se gli inizi vengono letti tutti e tre di seguito si vede bene che cosa sta succedendo: la precondizione del primo è “chi sfida”; la seconda è “chi accetta di essere in un esodo” e la terza è “quando si arriva”.

Forse ascoltare vuol dire tre cose diverse a seconda di dove ci mettiamo.

Il primo testo presenta l’ascolto come una sfida, come in quelle situazioni in cui uno dice all’altro “sei poco presente” e l’altro risponde “non capisco, fammi degli esempi”. Questo è mettersi in posizione di ascolto per sfidare l’altro a dimostrare ciò che dice, e si arriva a litigare. Mettersi ad ascoltare come atto di sfida è la nostra grande tentazione. Quando abbiamo paura di non essere riconosciuti, applichiamo l’antica tecnica umana: attaccare per primi, attaccare due volte. Sfido, non mi metto nell’atteggiamento che permette all’altro di interloquire.

Il testo di mezzo potrebbe avere come sottotitolo “gli apostoli sono tonti”. “Nel passare all’altra riva”: chi accetta di mettersi alla sequela di Gesù e di attraversare un tempo, condividere una vita camminando, può anche non capire nulla. Sono preoccupati per il pane, Gesù parla e loro non capiscono. Matteo qui ci dice che non è grave se ci mettiamo ad ascoltare e non capiamo. La differenza radicale è nell’inizio: se ascoltiamo “per metterlo alla prova” o “mentre passavano all’altra riva”. Tra l’altro, il verbo che usa Matteo per “passare” è l’omologo di quello usato da Luca per “seguire” – la sequela di Gesù: per Luca il discepolo è colui che segue (si rivolge ad un pubblico pagano, che ha in mente i maestri greci ed i loro discepoli, coloro che li seguono), mentre Matteo usa il verbo “passare”, (rivolgendosi ad un pubblico ebreo ha in mente la pesah?, il grande passaggio, l’Esodo): per lui il discepolo è colui che compie il nuovo Esodo con Gesù.

Gesù parla e loro stanno pensando ad altro, hanno un altro problema. Ma non è grave, perché i discepoli sono gli stessi del terzo testo, del terzo passaggio: “essendo giunti…” Gesù chiede ai suoi discepoli e Pietro dà la risposta giusta: non avevano capito, ma avevano ascoltato.

C’è differenza tra ascoltare e capire. Quando ci sono in circolazione bambini molto piccoli a volte si dice “non ne parliamo adesso…” e l’altro “ma tanto non capisce”. In genere è vero, i bambini piccoli non capiscono, ma ascoltano, il che li porta a rielaborazioni e conclusioni insospettabili. I discepoli non capiscono, ma ascoltano.

Il primo quadro: per metter alla prova Gesù gli chiedono un segno, “facci vedere” – è la richiesta di un segno per gli occhi. Uno degli inquietanti passaggi cristologici su cui varrebbe la pena di soffermarsi leggendo le Scritture è che si passa dalla preminenza degli occhi con soccorso delle orecchie dell’Antico Testamento alla preminenza delle orecchie col soccorso degli occhi; cambia l’accento nel NT. Mentre nell’AT centrale è il vedere, e si ascolta per capire quello che si è visto, nel NT centrale è l’ascoltare, e si guarda per ascoltare meglio.

I farisei e i sadducei chiedono un segno e Gesù risponde con una frase molto citata: “sapete interpretare il cielo e non sapete interpretare i segni dei tempi?”. Una delle frasi che citiamo molto e che prendiamo poco sul serio. Citiamo questo versetto per non fare l’operazione che ci richiede, il centro dell’azione stessa di ascolto. Ascoltare non è una strana psico – interior – romantica operazione di percezione di una voce che chissà da dove arriva: ascoltare è interpretare i segni dei tempi, la capacità di rileggere la propria vita e la scrittura in un dialogo costante, con una pazienza, una fedeltà ed una familiarità analoga a quando si sta insieme da tempo – uno vede il sopracciglio aggrottato dell’altro e capisce che cosa sta succedendo.

Interpretare i segni dei tempi non è un’operazione di tipo matematico che si fa mettendosi davanti all’analisi socio-culturale del paese – operazione che, peraltro, ogni tanto andrebbe fatta, ma nella comunità ecclesiale. In questo contesto è l’esperienza di una lettura sapiente – spirituale, secondo lo spirito – della propria vita dentro la scrittura e della scrittura dentro la propria vita. Dio parla in Gesù, nella scrittura e poi nella nostra vita, dunque il problema è interpretare i segni dei tempi, ma per farlo è necessaria la familiarità.

Capita a tutti: conosciamo qualcuno, ci piace, lo frequentiamo e lo conosciamo un po’ meglio, lo sposiamo convinti di quel che facciamo… ma arriva un giorno in cui ci si chiede “ma io, chi ho sposato? Non era mica così…” e forse solo dopo 50 anni si può dire “lo conosco”. E più lo conosciamo, più ci rendiamo conto che c’è sempre qualcosa di inatteso, di inaudito; se ci mettiamo in confronto con gli altri, sappiamo che lo conosciamo di più di quanto lo conoscano loro, ma se guardiamo dentro il nostro rapporto, scopriamo che l’altro rimane comunque un mistero per noi, e ogni giorno impariamo ad interpretare un segno, a riconoscere qualcosa e accumuliamo questa conoscenza dell’altro, ma solo su alcune cose possiamo andare sul sicuro. In questo senso ascoltiamo l’altro con le orecchie e anche con gli occhi, e qualche volta lo ascoltiamo meglio se non lo stiamo a sentire, perché non sempre il problema è capire che cosa mi sta dicendo, ma sentirne il suono, sentire da dove arriva quel frammento.

Gesù usa per i farisei un esempio tratto dalla natura, ma vale anche per noi. Quante cose sappiamo interpretare? Il rumore della nostra macchina, il rumore della caldaia… e lo sappiamo fare perché abbiamo una familiarità con questi oggetti. Siamo abituati a campare con il ronzio del frigorifero in cucina, quindi lo sentiamo. Il problema di Dio è lo stesso, bisogna imparare a campare con Dio in cucina, abituarsi al rumore di sottofondo, dopodiché uno sente le differenze, riconosce. Non c’è una via più breve.

Come in tutti i rapporti, all’inizio uno è molto preoccupato di cosa fa, come si veste, cosa deve dire… anche con Dio all’inizio è così: uno è molto preoccupato di ciò che deve fare, quanto tempo dedicare alla Bibbia, con quale metodo… e questo va benissimo. Però dovremmo avere la sapienza di renderci conto che non è così importante, ma va bene perché riempie l’attesa di arrivare ad una familiarità condivisa.

Gesù conclude “Una generazione perversa e adultera cerca un segno, ma nessun segno le sarà dato se non il segno di Giona. E lasciatili, se ne andò”. Se cercate un segno come una sfida non avrete nulla, perché non si ascolta per sfida, e gli sarà dato solo il segno di Giona. Tutti conosciamo la storia di Giona, che fa di tutto per non andare a Ninive, temendo di essere ucciso. Quando, alla fine delle sue avventure si rassegna a fare ciò che Dio gli aveva ordinato, a Ninive trova una buona accoglienza e viene ascoltato. Della serie: “Se lo sapevo prima…”

Il segno di Giona è sì figura cristologica, ma è anche figura di colui che si fida dei segni dei tempi, che sa che sarà facile. Cristo è colui che sa che sarà facile, che Ninive è predisposta alla comprensione; che sa che una volta entrati nella familiarità di questo ascolto la nostra vita sarà diventata trasparente, anche se all’inizio ci sembra che ci tocca naufragare, dormire sotto il terebinto, ecc. perché se no non arriviamo da nessuna parte.

Ma è interessante la conclusione: Gesù non si impone, quando vuol dire che non è proprio d’accordo, se ne va. La conclusione di questo “ascolto come sfida” è “e lasciatili, se ne andò”. Anche qui il solito esempio ci aiuta: in un rapporto si può litigare, discutere, fare la pace… la cosa drammatica è quando uno se ne va; allora lì non c’è più spazio per niente: Gesù se ne va.

Il secondo blocco è molto tenero. Quando pensate che non sapete pregare, leggete questi 7 versetti, perché sono molto consolatori. “Nel passare però all’altra riva, i discepoli avevano dimenticato di prendere il pane”.

Qui si discute di segni, ma la vita è la vita: “Gesù fa il grande, in cucina però sempre noi…” La vita concreta ha un suo peso, in cui possiamo dimenticare o ricordare, e Gesù dice loro: “Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”. Ma essi parlavano tra loro e dicevano: “Non abbiamo preso il pane!”.

Non parlano con lui, non l’ascoltano e neppure protestano, perché se l’avessero fatto, Gesù avrebbe spiegato. Parlano tra loro, e questa è un’altra faccenda pericolosa su cui puntare l’attenzione: se usiamo la vita contro l’ascolto, non capiamo. Se usiamo il parlare tra noi, la questione del pane, per pensare che Dio non ci capisce, non capiremo mai. Noi dobbiamo usare il parlare tra noi, la questione del pane per l’ascolto. Gesù, accortosene, dice: “Perché, uomini di poca fede… non capite ancora… e non ricordate”.

Tre elementi: uomini di poca fede, non capite ancora, non ricordate. Per l’ascolto servono queste tre cose: avere un po’ di fede, cioè sapere che Dio, se vuole farsi capire, si fa capire. Se non si fa capire, il problema è suo, perché dei due l’Onnipotente è lui. Io sono disponibile, se lui ha qualcosa da dire lo dica. Se io non capisco, lo dica più forte. Se non capisco ancora, si spieghi meglio. Questo significa “uomini di poca fede”! Smettiamola di pensare che si può perdere di vista Dio per distrazione, dentro una sostanziale disponibilità a lui; se questa disponibilità c’è, spiegarsi è un problema suo, non nostro. Finché non ho indicazioni diverse, seguo quello che la mia intelligenza, il mio cuore, la mia passione mi dicono. Vado facendo del mio meglio, da persona per bene. Se Dio ha qualcosa in contrario, si spieghi. Ribadisco, bisogna avere fede: lui è onnipotente, noi no. Io posso dimenticarmi, lui no. E Dio quando vuole farsi capire, si fa capire. Anzi, spesso è meglio augurarsi che non si spieghi troppo, perché potrebbe diventare pericoloso…

Dunque, aver fede, capire e ricordare. Ricordare è il correlativo di capire, capire non basta, come se fosse una questione esclusivamente intellettuale. Bisogna mettere in circolazione la familiarità, questo è ricordare. Allora Gesù li strapazza un po’, “Allora essi compresero che egli non aveva detto che si guardassero dal lievito del pane, ma dalla dottrina dei farisei e dei sadducei”.

Hanno capito un terzo di ciò che Gesù ha detto, infatti poi è al terzo pezzo che giunge la comprensione. Ma anche qui, il lievito non è un esempio qualsiasi. Matteo, qualche capitolo prima, aveva detto “siete il sale e il lievito”. Nelle parabole di Luca il lievito si perde nella massa: il lievito non è il pane, è ciò che fa fermentare, crescere le cose secondo la loro pienezza. Il lievito non trasforma la farina in lievito, se no tutti morirebbero di fame. Il lievito trasforma la farina in pane. Certo, bisogna conservare un po’ di lievito, per continuare la trasformazione, ma la pienezza della farina è diventare pane, non lievito.

Allora c’è un lievito dei sadducei e farisei che fa diventare tutto una sfida, un mettere alla prova, e c’è un altro lievito che fa diventare le cose, la vita, ciò che è. Ciascuno potrebbe rimanere su questa immagine e divertirsi un po’. L’ascolto di Gesù è un lievito, e dunque, se le cose si riconoscono dai frutti, come dice Matteo in un’altra parte, se il tutto è diventato pane ed è anche commestibile, significa che era un buon lievito. E’ interessante questo secondo pezzo perché è interlocutorio: se i discepoli stanno dietro a Gesù, allora c’è un ascolto possibile, in cui sentire, capire, ascoltare non sono sinonimi ma dicono cose diverse – e la principale non è capire, ma ascoltare. Alla fine, non hanno capito tanto. Il problema non è prestazionale, non c’è un risultato da raggiungere, però sono rimasti lì. Un po’ brontolando, un po’ parlando tra di loro, un po’ pensando al pane che avevano dimenticato, però lo hanno seguito. E Gesù non li ha lasciati. Allora arriva la pienezza dell’ascolto:

“Essendo giunto Gesù chiese ai suoi discepoli…” La pienezza dell’ascolto è ricevere una domanda, non una risposta. Non è che se noi davvero ascoltiamo sapremo qualcosa che prima non sapevamo. E’ esattamente come in un rapporto amoroso: prendere sul serio l’altro e la sua vita, riconoscerla, significa ritrovarsi con un guaio in più, perché a quel punto la sua vita non mi è più indifferente, e le sue questioni, le sue necessità e desideri mi diventano rilevanti e io non posso più decidere solo per me, non perché l’altro me lo impedisce, ma perché io non voglio più decidere solo per me.

Dunque la pienezza dell’ascolto è una domanda posta sulla mia esistenza, non un qualcosa che prima non sapevo, perché Dio non è come l’Università della Terza età, che fa corsi su corsi per spiegare tutti i problemi che abbiamo.

Ascoltare Dio significa riconoscere che la sua pretesa sulla nostra esistenza ha un suo luogo legittimo e quindi non ci va più di vivere da soli. E dunque che ci piacerebbe sapere un suo parere su tutto ciò che facciamo. E andiamo a cercare nella Scrittura, nell’esperienza della Chiesa, degli altri credenti, il parere di Dio sulle cose che facciamo, nella fede che se Dio ha un parere da dirci, ce lo dice, trova i modi. E Gesù pone una domanda radicale, non una qualsiasi, una doppia domanda: “La gente chi dice che io sia? … Voi chi dite che io sia?”.

Coloro che non mi sono familiari, che cosa dicono? Voi, che mi avete seguito, cosa dite? E coloro che non sono familiari dicono “Giovanni il Battista… Elia … Geremia o qualcuno dei profeti”.

Coloro che non sono in familiarità rispondono riconoscendo comunque una sapienza del Vangelo, riconoscendo che Gesù era uno “tosto”. Nota a fondo pagina: più o meno l’80% di coloro che si dicono cristiani sono così poco in familiarità con Dio che pensano questo, che il Vangelo è importante, che ci sono valori importanti… cioè pensiamo quel che pensa “la gente”, i lontani.

E alla domanda “Voi chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Una frase troppo religiosa per le nostre orecchie perché ci sia chiaro che cosa significa, ma ciò che Pietro fa è che dà del “tu” a Dio, dice “sei il figlio del Dio vivente”.

Se solo manteniamo in tensione queste due parole, Dio e vivente, è molto. Ancora una volta, non il contrario della vita, ma il Dio che vive, che ha come occupazione il vivere. E Gesù conclude: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.

Figlio di Giona, sarebbe a dire “che di tuo staresti solo dalla parte di coloro che hanno avuto solo il segno di Giona”, hai ascoltato quello che Dio ti ha detto. Ed è curioso: il figlio di Giona ha ascoltato il Padre, che però non è Giona. Siamo talmente abituati a sentire questa risposta, che viene normalmente usata per giustificare il primato di Pietro, che la consideriamo una specie di formula standard, ma è costruita in un modo eccezionale. Noi siamo figli di una doppia paternità: abbiamo da una parte solo il segno di Giona, e dall’altra un Dio che parla, che ci rivela molto più che il segno di Giona. Ma non sappiamo mai molto bene in quale di queste due cose dobbiamo aver fede: se dobbiamo fidarci di più del segno di Giona, di ciò che vediamo, o di ciò che il nostro Padre celeste ci guida a vedere, se siamo familiari con lui.

Fossano, 15 gennaio 2011
(testo non rivisto dal relatore)