Le parole della fede
Un itinerario biblico-antropologico per l’oggi giovanile

2. «Eccomi»
Hineni – 1 Samuele 3,4-10
Il racconto.
Nel tempio di Silo, dove si custodisce l’arca di Dio, un ragazzo dorme accanto alla lampada che ancora non si è spenta. Si chiama Samuele, ed è stato consacrato al servizio del santuario fin da piccolissimo, sotto la guida del vecchio sacerdote Eli, i cui occhi hanno ormai cominciato a indebolirsi. Il testo annota, con una notazione che pesa più di quanto sembri, che «la parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti» (1 Samuele 3,1): è in questo silenzio prolungato che una voce chiama il ragazzo per nome. «Allora il Signore chiamò: “Samuele!” ed egli rispose: “Eccomi”» (1 Samuele 3,4): ma Samuele corre da Eli, convinto che sia stato lui a chiamarlo, perché – precisa il narratore con understatement quasi commovente – «fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore» (1 Samuele 3,7). Solo alla terza chiamata Eli comprende, e istruisce il ragazzo: «Vàttene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”» (1 Samuele 3,9). E quando la voce torna una quarta volta, Samuele risponde finalmente con le parole giuste: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta» (1 Samuele 3,10).
Ripresa teologico-filosofica.
Questo racconto insegna, con una delicatezza narrativa che nessun trattato potrebbe eguagliare, che l’ascolto autentico non è un dato immediato della natura umana, ma una competenza che si apprende, spesso grazie alla mediazione di un altro che ha già imparato a riconoscere la voce che chiama. Samuele non nasce capace di distinguere Dio da Eli: ha bisogno che qualcuno lo introduca a quella distinzione, gli fornisca le parole con cui rispondere a una voce che, senza quella mediazione, resterebbe indecifrabile. L’ascolto biblico, inoltre, non è mera ricezione acustica, un semplice udire suoni, ma un atto che coinvolge l’intera persona nel suo mettersi in disponibilità: la parola ebraica hineni, “eccomi”, che Samuele pronuncia già alla prima chiamata pur senza ancora comprendere chi lo stia chiamando, dice una prontezza di tutto il corpo e non solo dell’orecchio, un porsi a disposizione prima ancora di sapere per che cosa. È significativo che la stessa parola, hineni, ricorra in altri snodi decisivi della narrazione biblica – nella risposta di Abramo al momento della prova suprema (Genesi 22,1), in quella di Mosè davanti al roveto (Esodo 3,4) – a segno che l’ascolto autentico culmina sempre in una parola di presenza pronunciata in prima persona, non in un’adesione a un contenuto astratto.
Rilevanza giovanile.
Pochi luoghi descrivono meglio la condizione uditiva degli adolescenti contemporanei di quel tempio di Silo dove la parola è rara e le visioni non sono frequenti: non per assenza di suoni, certo, perché mai come oggi l’orecchio giovanile è sommerso da una quantità di stimoli sonori e visivi che non conosce pause, ma per assenza di silenzio dentro cui una voce possa davvero farsi riconoscere come distinta dal rumore di fondo. Molti ragazzi, come il piccolo Samuele, sentono qualcosa chiamarli – un’inquietudine, un desiderio, una domanda che si affaccia nel cuore della notte – ma non hanno ancora imparato a nominarla, e la scambiano per la voce di qualcun altro: l’ansia da prestazione, l’aspettativa di un genitore, il giudizio implicito di un gruppo di amici. Hanno bisogno, come Samuele, di un Eli che non pretenda di sostituirsi alla voce che chiama, ma insegni loro le parole con cui rispondervi, e poi si faccia da parte perché l’incontro possa davvero accadere fra il ragazzo e ciò che lo chiama. È questa, forse, la definizione più precisa del compito educativo: non essere la voce, ma aiutare a riconoscerla.
Traccia educativa.
Educare all’ascolto significa, anzitutto, allenare i ragazzi al silenzio come spazio abitabile e non come vuoto minaccioso da colmare immediatamente con un altro stimolo: un silenzio che non è assenza, ma soglia. Significa anche restituire loro, come ha fatto Eli con Samuele, parole concrete con cui rispondere – non generiche esortazioni a “essere se stessi” o ad “ascoltare il proprio cuore”, che rischiano di lasciare il ragazzo solo davanti a un’indistinzione ancora più fitta, ma formule precise, capaci di aprire davvero un dialogo. E significa, infine, accompagnare senza sostituirsi: l’educatore che pretendesse di essere lui stesso la voce che chiama, invece di indicarne la direzione, tradirebbe esattamente il gesto di Eli, il quale rimanda sempre il ragazzo al proprio letto, alla propria solitudine notturna, perché è lì, e non nella stanza del sacerdote, che l’incontro decisivo può accadere.
1. Approfondimento esegetico
Il contesto narrativo
Il racconto si apre con un’annotazione che pesa quanto un intero capitolo: «la parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti» (1 Samuele 3,1). Il santuario di Silo, dove Samuele è cresciuto sotto la guida del sacerdote Eli, vive un tempo di silenzio divino, aggravato dalla corruzione dei figli di Eli, denunciata poco prima nel medesimo libro. È in questo contesto di afasia religiosa diffusa che la voce torna a farsi sentire, e significativamente si rivolge non al sacerdote anziano, esperto delle cose sacre, ma a un ragazzo che ancora dorme vicino alla lampada del santuario, «prima che la lampada di Dio si spegnesse» (1 Samuele 3,3): un dettaglio liturgico preciso, che allude alla lampada perenne del tempio non ancora spenta all’alba, e che incornicia la scena in un tempo sospeso fra la notte che finisce e il giorno che deve ancora cominciare.
La struttura della quadruplice chiamata
Il racconto è costruito con una ripetizione che ha valore pedagogico intrinseco: Dio chiama Samuele per nome tre volte, e tre volte il ragazzo corre da Eli credendo che sia stato lui a chiamarlo. Solo alla terza volta «Eli comprese che il Signore chiamava il ragazzo» (1 Samuele 3,8), e lo istruisce sulla risposta da dare. Alla quarta chiamata, che il testo introduce con un dettaglio ulteriore – «il Signore venne, si fermò e chiamò come le altre volte» (1 Samuele 3,10) – Samuele risponde finalmente con le parole ricevute da Eli: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta» (1 Samuele 3,10). È significativo che il testo tolga, in questa ultima occorrenza, la parola “Signore” che Eli stesso aveva suggerito di inserire nella formula completa: una piccola variazione che i commentatori hanno letto come segno della progressiva, ancora incompleta, familiarità di Samuele con quella voce.
Gli altri «Eccomi» della Scrittura
La parola hineni ricorre in almeno altri quattro momenti decisivi, che meritano di essere richiamati insieme per mostrarne la ricorrenza strutturale. Abramo la pronuncia due volte in Genesi 22: una prima volta quando Dio lo chiama all’inizio del racconto del sacrificio di Isacco («Abramo!». Rispose: «Eccomi!», Genesi 22,1), e una seconda volta quando è proprio Isacco a chiamarlo lungo la salita al monte, e Abramo risponde allo stesso modo al proprio figlio. Mosè la pronuncia al roveto ardente («Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!», Esodo 3,4). Isaia la pronuncia nella visione del tempio, in risposta non a una chiamata per nome ma a una domanda rivolta all’assemblea celeste: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!» (Isaia 6,8). E la tradizione cristiana riconosce nella risposta di Maria all’angelo, sebbene il testo greco di Luca usi altra espressione, la medesima logica di totale disponibilità: «Eccomi, sono la serva del Signore» (Luca 1,38). La curatela della Bibbia CEI 2008 nota esplicitamente, a commento di Isaia 6,8, che la prontezza del profeta richiama la fede di Abramo nella sua partenza di Genesi 12: le due parole, «Vai» ed «Eccomi», si illuminano dunque a vicenda anche nella tradizione esegetica ufficiale, come due facce di un unico movimento di risposta.
2. Ripresa teologico-filosofica ampliata
Il soggetto come rispondente: Lévinas e il “me voici”
Il filosofo Emmanuel Lévinas ha posto proprio l’espressione francese me voici – traduzione letterale dell’ebraico hineni – al centro della propria descrizione della soggettività etica. Per Lévinas, dire “eccomi” non significa presentare un’identità già data e poi metterla a disposizione di un altro, come si offre un oggetto che già si possiede: significa piuttosto che il soggetto stesso nasce nell’atto di rispondere, prima ancora di poter dire chi è. È una lettura che Lévinas sviluppa a partire da una lunga meditazione sui profeti biblici, e che restituisce a questa piccola parola un peso filosofico enorme: l’io non è mai primariamente “io penso”, ma “eccomi”, esposto e disponibile prima di essere padrone di se stesso.
Il dialogo come luogo dell’incontro: Martin Buber
Il filosofo Martin Buber, nella sua opera sulla relazione dialogica, distingue fra un modo di rapportarsi al mondo che tratta l’altro come un oggetto da usare, che egli chiama relazione “Io-Esso”, e un modo che accoglie l’altro come presenza irriducibile, che egli chiama relazione “Io-Tu”. Rispondere «Eccomi» è, in questa prospettiva, l’atto fondativo della relazione Io-Tu: non si risponde a
un’informazione, ma ci si pone di fronte a un Tu che chiama, mettendo in gioco l’intera propria persona e non solo una funzione o un ruolo. Samuele, quando finalmente risponde nel modo giusto, non fornisce a Dio un dato: si rende presente.
L’attenzione come forma di preghiera: Simone Weil
Simone Weil ha insistito, in pagine che restano fra le più intense della spiritualità del Novecento, sull’idea che l’attenzione – intesa non come sforzo muscolare della volontà, ma come capacità di sospendere il proprio pensiero per lasciare spazio a ciò che si guarda o si ascolta – sia la sostanza stessa della preghiera, e più in generale il gesto con cui l’anima si rende disponibile alla verità e alla presenza altrui. Questa intuizione permette di leggere l’apprendistato di Samuele non come un caso isolato di scarsa perspicacia infantile, ma come l’immagine di una competenza – l’attenzione capace di
distinguere una voce fra le voci – che nessuno possiede per natura, e che va coltivata con pazienza, come Weil stessa ha coltivato la propria capacità di attenzione attraverso lo studio e il silenzio.
3. Sezione psicologico-antropologica
Il rispecchiamento come condizione della risposta
Lo psicoanalista Donald Winnicott ha mostrato come il senso del proprio esistere, nel bambino piccolo, nasca attraverso il rispecchiamento nello sguardo di chi se ne prende cura: il volto della madre, scrive Winnicott, funziona come uno specchio in cui il bambino impara a riconoscersi. Applicata con la dovuta cautela al racconto di Samuele, questa intuizione permette di leggere il ruolo di Eli non come un accessorio narrativo secondario, ma come una funzione psichicamente decisiva: senza qualcuno che gli rimandi un’interpretazione di ciò che sta vivendo, il ragazzo non avrebbe potuto riconoscere la voce che lo chiamava, esattamente come il bambino non impara a riconoscere se stesso senza lo sguardo che glielo rimanda.
Attaccamento e disponibilità responsiva
Gli studi sull’attaccamento, a partire da John Bowlby e Mary Ainsworth, hanno mostrato che la qualità della relazione fra il bambino e la figura di accudimento dipende in larga misura dalla “sensibilità responsiva” di quest’ultima, cioè dalla sua capacità di cogliere e rispondere ai segnali del bambino in modo pronto e adeguato. È interessante notare come la scena di Samuele ribalti questo schema abituale: qui non è l’adulto a dover essere responsivo verso il bambino, ma il bambino a dover imparare, con l’aiuto dell’adulto, a essere responsivo verso una voce più grande di entrambi. L’educazione all’ascolto, in questo senso, non consiste nel proteggere il ragazzo da ogni chiamata esigente, ma nell’aiutarlo a sviluppare la propria capacità di risposta.
L’adolescenza come età dell’ipervigilanza distratta
Gli studi neuropsicologici sull’adolescenza descrivono questa fase come un periodo di particolare sensibilità agli stimoli sociali e insieme di fragilità nella capacità di regolazione dell’attenzione, per la non ancora completa maturazione delle aree prefrontali del cervello. È una condizione che si può descrivere, in termini semplici e comunicabili ai ragazzi stessi, come una forma di ipervigilanza distratta: si è capaci di percepire moltissimi segnali contemporaneamente, ma si fatica a restare fermi su uno solo abbastanza a lungo da comprenderlo davvero. Il racconto di Samuele, che deve essere chiamato quattro volte prima di rispondere correttamente, offre paradossalmente un’immagine consolante di questa fatica: anche il futuro grande profeta ha avuto bisogno di tempo, e di qualcuno che lo aiutasse, prima di imparare a rispondere bene.
4. Sezione letteraria
Agostino, Confessioni, libro VIII
Nel giardino di Milano, in un momento di lacerazione interiore che Agostino descrive con straordinaria concretezza fisica, egli ode una voce infantile, proveniente da una casa vicina, che ripete una cantilena; la interpreta come un invito a prendere in mano le Scritture e leggere, e apre a caso una pagina di Paolo che gli si offre come risposta decisiva alla sua ricerca. È una delle scene di “chiamata” più celebri della letteratura occidentale, e il suo valore per questa giornata sta proprio nella sua ambiguità feconda: come Samuele, Agostino non riconosce subito la voce per quella che è, e ha bisogno di un intermediario – qui non una persona, ma un testo – per comprendere che cosa gli viene chiesto.
Etty Hillesum, Diario 1941-1943
Nei suoi diari, scritti ad Amsterdam negli anni delle persecuzioni naziali, la giovane Etty Hillesum racconta un progressivo apprendistato interiore all’ascolto di una voce che chiama a un raccoglimento sempre più profondo, in mezzo a circostanze esterne di crescente violenza. Ciò che rende questo testo prezioso per la giornata su «Eccomi» è la sua descrizione, non teorica ma vissuta giorno per giorno, di come l’attenzione interiore si costruisca con esercizio paziente, non con un’illuminazione istantanea: un cammino che può parlare direttamente agli adolescenti, spesso convinti che l’ascolto spirituale debba essere un’esperienza eclatante piuttosto che una disciplina quotidiana.
Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe
Nel celebre dialogo fra il piccolo principe e la volpe, quest’ultima insegna che per “addomesticare”, cioè per creare un legame, occorre pazienza, tempi regolari, presenza ripetuta: non basta un incontro isolato, ma serve tornare, sedersi vicino, un po’ più vicino ogni giorno. Questa immagine, familiare a molti ragazzi fin dall’infanzia, può essere ripresa in chiave adulta per illustrare come anche la relazione con Dio, nel racconto di Samuele, richieda una forma di addomesticamento reciproco: non un incontro fulmineo e definitivo, ma quattro chiamate ripetute, pazientemente, finché la voce diventa riconoscibile.
Per gentile concessione di
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