IL CREDO
PER PERSONALIZZARE LE VERITÀ
CHE IN ESSO PROFESSIAMO

“Anche oggi abbiamo bisogno che il Credo sia meglio conosciuto, compreso e pregato. Soprattutto è importante che il Credo venga, per così dire, «riconosciuto». Conoscere, infatti, potrebbe essere un’operazione soltanto intellettuale, mentre «riconoscere» vuole significare la necessità di scoprire il legame profondo tra le verità che professiamo nel Credo e la nostra esistenza quotidiana”.
(Benedetto XVI, L’Anno della fede. Introduzione, mercoledì 17 ottobre 2012)
Il Credo, meditato e pregato, offre al credente la possibilità di personalizzarlo, cioè di integrare le singole verità in esso trasmesse nel vissuto del suo cammino di fede secondo le proprie attitudini e sensibilità, e così assumere un particolare stile di vita che sia una risposta alle verità trasmesse nel Credo. Per Dio, infatti, ogni persona è un essere umano unico, e questa unicità si esprime anche nella vita di fede.
Si tratta, per tanto, di coinvolgere nella la preghiera del Credo tutta la persona: ” sentimento, cuore, intelligenza, volontà, corporeità, emozioni, relazioni umane”, al fine di sviluppare tutte le proprie attitudini, capacità e talenti a partire dalla fede professata e così assumere uno stile di vita che sia prolungamento della la fede nell’esistenza quotidiana. Allora il vissuto della fede sarà identico per tutti nella sua sostanza, ma diverso per ciascun credente che impara a credere coinvolgendo la sua storia e le sue caratteristiche personali nel percorso di apprendimento della fede sotto la guida dello Spirito Santo.
1. «L’unzione che viene dal Santo»:
cfr. 1Gv 2,20 e 27; LG 12; RV 16
L’espressione «l’unzione che viene dal Santo» indica l’azione di Dio che suscita la fede nel cuore di chi ascolta la Parola di Verità, e lo sorregge nel suo intento di comprenderla sempre meglio e di interiorizzarla nel proprio cuore, aprendosi così all’incontro dell’amore del Padre, esperimentato nella comunione personale con Cristo, sotto la guida dello spirito Santo (cfr. RV 46).
Quando si parla dell’unzione dello Spirito Santo con riferimento alla fede, c’è da fare una distinzione tra fede delle cose credute e fede con la quale si crede:
- La fede delle cose credute o la fede “ nella quale crediamo” consiste nell’insieme integrale delle verità che Dio ci rivela e alle quali siamo chiamati a dare la nostra adesione personale totale; la fede ha quindi contenuti oggettivi che la Bibbia proclama e la Tradizione approfondisce; è la fede oggettiva, sono i contenuti della fede. L’insieme delle verità principali della nostra fede si trova nel “Credo”, del quale esistono due formule tradizionali. Una, quella più breve, è il “Credo degli Apostoli”, ed è il più antico che la comunità cristiana ci ha tramandato. L’altra è il Credo Niceno-Costantinopolitano: è più lungo e più teologico del Credo degli Apostoli: è il risultato di alcuni concili ecumenici del IV secolo durante i quali le verità della nostra fede furono formulate in termini più tecnici.
- La fede “con la quale si crede”, consiste nell’adesione personale a Dio come Presenza continua nella nostra vita della quale ci possiamo fidare completamente, è la volontà di affidarci a Dio, di riceverlo nella nostra vita obbedendo all’insieme delle verità con le quali Egli stesso si rivela e ci chiama alla comunione con Lui; è la fede soggettiva che l’Autore della Lettera agli Ebrei definisce “fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede” (11,1). Nella Prima Lettera di Giovanni (2,20) è paragonata all’«unzione»: come l’unzione permea, penetra nei tessuti e nei corpi, così colui che crede è posseduto e possiede la luce della Presenza divina, che guida i suoi passi. Il cristiano, per tanto, non vive la sua fede come un dato esterno a lui. Al contrario i contenuti della fede (la Parola ricevuta) penetrano in lui come una unzione dello Spirito e lo introducono in un “percorso” di vita, nel quale cammina davanti alla presenza di Dio, fidandosi e obbedendo a Lui fino ai momenti più drammatici (cfr. Gn 17,1; 22; Eb 11,8).
1.1 La fede soggettiva nell’esistenza cristiana
Fatta questa distinzione, vogliamo considerare più da vicino LA FEDE SOGGETTIVA e il suo valore nell’esistenza cristiana.
La prima constatazione che dobbiamo fare è che la fede soggettiva ossia il nostro incontro personale con Dio mediante l’adesione a ciò che Egli ci rivela, è un dono gratuito dello Spirito Santo.
È il dono che Gesù annunciò a Nicodemo quando gli disse “ se lo Spirito non soffia, non si nasce alla vita nuova, non si può entrare nel regno di Dio” (cfr. Gv 3,8).
Nella Sacra Scrittura quest’azione dello Spirito Santo nell’intimo del cuore dell’uomo è indicata anche con il termine “unzione”. È l’unzione spirituale, cioè “ricevuta dal Santo”, è l’azione dello Spirito Santo nel cuore umano che produce la fede, cioè l’adesione alla Parola di Dio: “È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’unzione” (2Cor 1, 21; cfr. 1Gv 2,20.27).
Prima di ricevere il sigillo dello Spirito nel momento del Battesimo, il catecumeno fu “unto” da Dio (2Cor 1, 21; cfr. Ef 4,30), cioè Dio ha fatto penetrare in lui la dottrina del Vangelo, suscitando nel suo cuore la fede nella parola della verità che ci fa vivere in Cristo (cfr. Ef 1,13).
Per questo, Giovanni chiama questa parola venuta da Cristo un “olio di unzione” (chrisma): interiorizzato mediante la fede sotto l’azione dello Spirito Santo (Gv 14,26; 16,13); l‘ “olio di unzione” rimane in noi (1Gv 2, 27), ci dà il senso della verità (v. 20s), ci istruisce in tutte le cose (v. 27), così che il cristiano non riceve passivamente qualsiasi insegnamento nella Chiesa, ma è capace di discernere se gli è trasmessa fedelmente la Parola di Dio.
Giovanni può, pertanto, affermare che il cristiano non ha più bisogno di qualcuno che lo istruisca e vedere così compiuta la speranza dei profeti nella Nuova Alleanza.
Con l‘ “olio di unzione”, in fatti, si compiono le profezie che promettono:
- la pienezza della conoscenza del Signore, assicurata dal dono dello Spirito (cfr. Is 11,9;
- il dono di ”un cuore nuovo e uno spirito nuovo”, di “un cuore di carne” al posto di “un cuore di pietra”, di un cuore “capace di esse fedele” a Dio, affinché i figli di Israele siano capaci di pulsare in sintonia con il suo progetto divino;
- la realizzazione di una “alleanza nuova”, basata sulla Legge del Signore incisa nell’animo, scritta nel cuore, cioè nell’interiorità, che comporta il dono di un principio interiore di azione, cioè di una energia interiore con il potere di trasformare il cuore dell’uomo e renderlo capace di pensare, agire e sentire secondo la volontà di Dio. Questo principio interno di azione, questa energia è lo Spirito dello stesso Dio.
Allora tutti, dal più piccolo al più grande conosceranno il Signore e aderiranno spontaneamente alla sua volontà (cfr. Ez 36,26; Ger 31,34; Ger 24,7; Is 11, 9).
In effetti, l’inizio della vita cristiana che avviene con il Battesimo, suppone che il catecumeno abbia ascoltato la predicazione evangelica (fede oggettiva) e abbia confessato la fede (adesione personale) in Gesù Cristo (At 16,30-31), la quale ha la Risurrezione di Cristo come articolo essenziale che riassume e contiene le altre verità (Rom 10,9).
Tuttavia l’oggetto della fede può essere conosciuto implicitamente quando lo Spirito Santo è dato prima del Battesimo (At 10, 44-48), e sembra che la fede del padre di famiglia può valere per tutti i suoi: così avvenne nel caso di Cornelio e del carceriere di Filippi (At 10,47; 16, 33).
Ma la fede in Cristo non è solo adesione dell’intelligenza al messaggio evangelico; include una conversione totale, che trasforma la vita nella sua totalità. Culmina normalmente con la richiesta del Battesimo che è il suo sacramento e nella cui ricezione essa raggiunge la sua perfezione. San Paolo mai separa la donazione integrale di sé a Cristo dalla ricezione del Battesimo, e suppone sempre che la professione della fede è coronata dalla ricezione del Battesimo: «Tutti voi, infatti, siete figli di Dio mediante la fede in Cristo, poiché quanti di voi siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3, 26-27).
È per la fede, opera della grazia dello Spirito Santo nel cuore umano, che l’uomo risponde alla chiamata divina che la predicazione apostolica (della Chiesa) gli ha annunciato (Rom 10,14).
La fede, per tanto, è questo dono interiore dello Spirito Santo che ci illumina progressivamente fino a poter scrutare quelle profondità di Dio che solo Lui conosce (1Cor 2,10ss).
Paolo nella Prima Lettera ai Corinti stabilisce un’analogia (una comparazione) tra la conoscenza che lo spirito dell’uomo ha circa lo stesso uomo e la conoscenza che lo Spirito di Dio ha circa Dio stesso. Conclude affermando che solo lo Spirito di Dio conosce Dio e solo colui che ha ricevuto lo Spirito di Dio conosce Dio: avere, per tanto, questa fede significa aver ricevuto lo Spirito Santo, il quale non sempre viene in mezzo a tuoni e al fuoco di Pentecoste, ma viene nel silenzio delle coscienze senza per questo cessare di essere un dono straordinario.
Lo Spirito Santo illumina e guarisce la nostra cecità spirituale, le nostre limitazioni naturali e ci fa sentire, perfino assaporare, le verità di Dio contenute nella sua Parola; o meglio ci fa acquistare il gusto delle cose divine, la capacità di “gustare” Dio stesso che si manifesta nelle sue verità.
Dando la nostra adesione alle verità di Dio, per mezzo di esse arriviamo ad assaporare lo stesso Dio, e a sua volta questa esperienza profonda di Dio fa sì che noi arriviamo a preferire delle verità nell’insieme delle altre secondo quelle particolari inclinazioni che Dio stesso ha seminato nel nostro cuore.
1.2 Dono della fede e capacità di discernimento
Il dono della fede ci dà anche la capacità del discernimento tra le verità nelle quali Dio vuole che crediamo e le altre che sono frutto dell’immaginazione o della logica umana. È vero che a questo riguardo abbiamo un criterio oggettivo, che è l’insegnamento della Chiesa, ma il credere nelle verità che la Chiesa ci propone, non toglie da noi l’esigenza di un discernimento del valore e del significato che queste verità hanno per ciascuno in particolare e per la comunità, per assumerle e viverle nelle scelte concrete della vita, così che viviamo e interpretiamo gli avvenimenti alla luce del Credo che professiamo. Questa esigenza è provocata dallo Spirito Santo, che muove l’affettività del cristiano ad accogliere il mistero d’amore che Dio Padre gli offre coinvolgendolo nel mistero Pasquale di Cristo. Questo coinvolgimento, mentre crocifigge il cristiano con Cristo, comincia a trasformarlo, inserendolo nella dinamica di un percorso interiore, affinché e finché Cristo sia formato in lui (cfr. Gal 4,19).
È in questa linea che va intesa la preghiera liturgica prima dell’abbraccio della pace, dove chiediamo al Signore Gesù di non guardare ai nostri peccati ma alla fede della sua Chiesa.
Si tratta qui del senso della fede, che è una grazia che viene dall’unzione dello Spirito Santo, ed è “quella capacità infusa dallo Spirito Santo, che abilita ad abbracciare la realtà della fede, con l’umiltà del cuore e della mente”; indica quella capacità istintiva di discernimento, il senso spirituale, per mezzo del quale i cristiani che vivono genuinamente la loro fede nel Vangelo nel’unicità della loro persona, riescono a percepire intuitivamente ciò che è conforme alla Parola di Dio e ciò che non lo è. Esso non indica quindi la somma ultima delle convinzioni spirituali dei singoli battezzati, ma li aiuta a percepire se i loro schemi mentali fanno riferimento al Vangelo di Gesù o alle voci del mondo, così che il Vangelo di generazione in generazione possa rimanere una realtà sempre viva nella Chiesa Corpo di Cristo nel “qui e ora” della storia, e quindi anche nella vita personale di ogni battezzato. Il cristiano allora va acquistando un cuore saggio e impara a preferire la logica del Vangelo a qualsiasi altra buona notizia.
È in questo senso che Giovanni può affermare che il cristiano non ha più bisogno di essere istruito.
2. “Vocazione personale” e personalizzazione delle verità del Credo
Il senso della fede nella sua dinamica di discernimento porta alla presa di coscienza della nostra “vocazione personale”. Essa consiste nella captazione d’una particolare caratteristica o attributo di Dio stesso, che diventa per la persona il motivo di fondo che esprime un modo ad essa proprio di vivere l’esistenza umana e costituisce il più profondo e radicale modo di capire la propria vocazione e il proprio stato di vita nella dinamica della risposta data a Dio nella fede.
La vocazione personale, per tanto, è lo stesso parlare di Dio; non tanto quello che dice ma quello che è e che nel suo parlare dà di se stesso, aprendosi alla persona chiamata e sigillandola con questa parola nel suo “io” profondo, che poi si esprime nella propria maniera di essere e di agire. Essa, però, non è avvertita dalla persona tanto come obbligo morale, ma soprattutto come necessità vitale di relazionarsi con Dio e, partendo da questa relazione con Dio, realizzare se stessa nell’ordine dell’esistenza.
Così nell’insieme delle verità rivelate, alcune caratteristiche o attributi di Dio ci attraggono più che altri, configurando la nostra particolare maniera di relazionarci con Lui. A questo fine, Dio stesso ci riveste di particolari qualità umane e spirituali e si serve di esse per “catturaci” e coinvolgerci nel suo Piano di salvezza e inviarci agli altri. Così Dio raggiunge l’intimità della persona, imprimendole il sigillo di una personalità caratteristica, per cui la sua esistenza raggiunge la pienezza nella misura in cui è risposta a questa chiamata personale.
La vocazione personale si manifesta così, prima di tutto, come aspirazione profonda all’incontro con Dio, percepito da un’angolatura particolare della sua infinita ricchezza, che diventa per la persona la radice ultima della sua esistenza, che conferisce significato a tutto ciò che essa è e fa, che la fa vivere e amare in un determinato modo. Naturalmente questo processo vocazionale è messo in marcia da Dio Padre in Cristo Gesù, perché ogni vocazione è contenuta nel mistero della persona di Gesù ed è data in Lui, per mezzo di Lui e per Lui.
Nel cammino di fede, per tanto, a partire dalla propria vocazione personale, ogni cristiano è chiamato a una comprensione e ad una esperienza di Dio in Cristo a un livello nuovo di maturità e responsabilità personale; è chiamato ad andare scoprendo ed integrando nella propria storia e nel rapporto con il mondo il proprio modo originale ed unico di “essere presenza” in Cristo in e per il mondo.
Questo è possibile in virtù dell’ ”unzione dello Spirito” che spinge il battezzato a interpretare le verità del Credo in modo da personalizzarle nel proprio cammino di fede. Così ogni cristiano si sentirà spinto a dare un volto alla propria fede, chiedendosi: che messaggio trasmettono a me le verità del Credo? Come posso renderle mie in modo che mi scuotano nella vita quotidiana? A quali atteggiamenti mi orientano? Come posso trasformarle in un preciso riferimento per il mio progetto di vita?
Un Progetto personale di vita incentrato nel Credo, rende le verità del Credo una proposta di vita per me, che configura il mio personale modo di rispondere al Signore e di essere fedele alla sua chiamata.
In questa dinamica di definizione della propria fede, Dio diviene veramente “il mio Dio”, Gesù “il mio Gesù”, la vocazione “la mia vocazione”, da cui scaturisce “la mia missione”, cioè un modo personale-originale di esperimentare Dio in Cristo, da cui nasce un modo personale-originale di stare nel mondo e di realizzare il servizio missionario. La vocazione personale, per tanto, è un modo di essere persona cristiana, un modo di farmi presente a me stesso, nella Chiesa e nel mondo di oggi a partire dall’unicità del mio “io” plasmato dalla parola-chiamata; è un’esperienza fondante della mia vocazione, è l’influsso dell’unzione profetica dello Spirito Santo,che sta al centro della mia personalità di missionario consacrato e che io devo integrare nel contesto più ampio delle mediazioni volute da Dio stesso per realizzare il suo piano di salvezza su di me e attraverso di me nella Chiesa e nel mondo.
Allora la mia vita di fede in Dio, integrata nella mia vocazione personale, è tale che mi permette di testimoniarlo anzitutto con la “mia vita”.
Nello stesso tempo, la vocazione personale è esperimentata anche come con-vocazione per una missione specifica da compiere nel contesto della Storia della Salvezza.
La vocazione, infatti, nasce sempre nel seno della Chiesa in funzione della sua missione. Essa, per tanto, instaura una relazione nuova non solamente con Dio ma anche con il Popolo a Lui consacrato mediante il Battesimo e con il mondo in continua evoluzione, e sottopone il chiamato a continue verifiche dei suoi atteggiamenti personali a partire dalle esigenze della Chiesa e del mondo (cf RV 16 e Preambolo RV).
La vocazione è legata al piano di Dio e inserisce la persona chiamata nel grandioso e discreto movimento che, a cominciare dalla creazione fino alla Parusia, realizza il piano divino di riunire tutte le cose sotto il potere di Cristo.
Per tanto, non ha senso concepire la vocazione in senso intimista o individualista: non c’è autentica vocazione fuori del contesto universale della chiamata del Popolo di Dio, fuori della comunione e partecipazione nella sua storia e nella sua missione.
La vita comunitaria dei consacrati sorge in quest’orizzonte e si presenta umilmente e semplicemente come un segno del Regno di Dio che viene.
Il missionario comboniano, attratto dallo stesso dono che lo Spirito Santo effuse in san Daniele Comboni, è con-vocatato a condividerlo in una comunità concreta di fratelli. Nasce così il senso di appartenenza al carisma di san Daniele Comboni e quindi all’Istituto nato dal suo carisma, che dà ad ogni membro la capacità di esperimentare la comunità come la propria nuova e vera famiglia e di accettare ed amare i suoi membri nella loro realtà concreta. Tale realtà comprende le fragilità ma anche e soprattutto le ricchezze della crescita nella propria vocazione personale. Allora il “Cenacolo di Apostoli”, sognato da san Daniele Comboni, si va configurando come un coro, dove ogni elemento, nella sua soggettività, canta le proprie note e contribuisce a esprimere la ricchezza e la bellezza dell’unità della stessa sinfonia, sotto la direzione del Cuore trafitto di Gesù, Buon pastore.
Perché ogni membro del Cenacolo- comunità, possa cantare la sua parte in armonia con gli altri, è necessario che si impegni a elaborare il proprio Credo vocazionale, con la finalità di assumere in maniera personale quegli impegni propri della vocazione comboniana, che scaturiscono dalle verità rivelate nel Credo e che rendono personale e concreto l’impegno con il Signore nella vita missionaria all’interno della comunità e per la comunità (RV 84) e nella società ecclesiale e civile di oggi. Uno dei segni della maturazione nella fede di un missionario è proprio quello di scegliere di darsi una Regola o di formulare un Piano di vita personale, cioè di elaborare una sintesi vitale tra le sue doti personali e ciò che viene proposto dalla fede della Chiesa, e per lui ulteriormente specificata nella Regola di Vita dei MCCJ dalla Regola di Vita, la quale si può considerare il Credo vocazionale dell’Istituto Comboniano.
Non è difficile, infatti, scorgere nel Preambolo della Regola di Vita il passaggio dal Credo ad un autentico «Credo missionario comboniano», cioè, all’atto di fede della Congregazione nella missione che la Chiesa riceve da Dio Padre in Cristo nella forza dello Spirito, e che l’Istituto è chiamo a realizzare mediante il servizio missionario all’uomo e la testimonianza della sua consacrazione nella vita comunitaria.
Il corpo della Regola di Vita nei suoi contenuti basici – carisma, consacrazione, vita comunitaria, servizio missionario – è lo sviluppo di questo Credo comboniano.
In questa prospettiva ognuno potrebbe personalizzare il Credo, esprimendo il suo modo particolare di vivere la sua esperienza di fede nella vocazione personale.
3. Grado di maturità della nostra fede
Nella personalizzazione del Credo entra in gioco anche il grado di maturità della nostra fede. Per valutare tale maturità, un criterio ci può essere dato dal genere di verità divine che preferiamo contemplare, che sono oggetto preferito dei nostri pensieri, del nostro dialogo con Dio, secondo le mozioni ricevute dallo Spirito Santo e quindi determinano il nostro essere e agire.
Certamente la nostra fede è matura quando aderisce all’insieme delle verità rivelate. Tuttavia, senza perdere di vista questa posizione fondamentale, la nostra attenzione sulle verità rivelate può variare secondo le mozioni ricevute dallo Spirito Santo che configurano la nostra vocazione personale.
Per esempio, la verità che riguarda la nostra unione a Cristo trafitto sulla Croce, la sequela di Cristo mediante la professione dei consigli evangelici per il servizio missionario, del Corpo mistico di Cristo, il ruolo della Vergine Maria nel cammino di fede del discepolo missionario, sono verità che presuppongono una certa maturazione interna perché possano essere preferite, gustate e vissute con particolare intensità nel tessuto della nostra vita ordinaria di persone consacrate a Dio per la missione nell’Istituto Comboniano.
In particolare, per misurare la maturità della nostra fede, è indispensabile il confronto serio con il Crocifisso/Risorto. La crescita nella fede si ha «soltanto quando alla luce della risurrezione di Cristo, noi abbiamo il coraggio di guardare con la fede il crocifisso Gesù di Nazaret e di vedere che proprio lì in quella croce, egli è per noi potenza e sapienza di Dio, giustizia, santificazione e redenzione. Nella croce e dalla croce Gesù rivela il Padre» (Card. C. M. Martini, Dizionario spirituale, p. 44s). Nella croce, infatti, Gesù, nel momento in cui il suo cuore viene trafitto dalla lancia del soldato, è espressione massima dell’amore misericordioso e nascosto di Dio per l’uomo peccatore (cfr. C. M. Martini, Perché Gesù parlava in parabole?, p. 147).
La Trinità di Dio è il vertice della rivelazione, la sintesi della Storia della salvezza. È il mistero dei misteri, la verità più alta e degna di essere contemplata e vissuta. Tutti gli altri misteri della nostra fede, come altrettanti ruscelli, derivano dall’oceano luminoso e infinito della Trinità.
Senza dubbio è un dato della Rivelazione che si presenta come il più arduo alla nostra contemplazione: è come il sole del mezzogiorno che ci oscura la vista.
Tuttavia l’esperienza ci insegna che tutte le verità rivelate, le più sublimi come quella della Trinità, possono essere vissute e comprese profondamente dal cristiano dotato di una cultura molto semplice. Ci sono stati cristiani senza una speciale cultura che hanno preso come centro della loro vita la meditazione e l’esperienza del Mistero della Trinità. Certamente tutto questo avviene in virtù della buona disposizione interiore, che diventa docilità nell’accoglienza dell’unzione interiore, cioè dell’insegnamento interiore dello Spirito Santo.
A questo punto ci fa bene ricordare come in san Daniele Comboni il Mistero del Cuore di Gesù trafitto sulla Croce e della Trinità sono realtà di fede vissute intensamente: egli vive una relazione di amore con le Tre Persone Divine, che si concretizza in un impegno forte a essere servo dei popoli dell’Africa, per introdurli in questo Regno di Amore.
Nella vita di Comboni questo costante scambio di relazione con ciascuna delle Tre Persone, raggiunge la massima intensità ed espressione nell’evento carismatico del 15 settembre del 1864 nel contesto di una esperienza forte di preghiera.
In questa comunicazione, Comboni ci trasmette l’avvenimento carismatico fondamentale della sua vita come “consacrazione” senza riserve alla Nigrizia1.
Comboni, infatti, assorto in preghiera, si trova coinvolto nel dinamismo storico-salvifico del Mistero Trinitario che lo trascende e insieme lo abilita ad un preciso compito apostolico.
Il dinamismo trinitario vissuto dal Comboni è originato dall’azione dello Spirito Santo, che agisce attraverso il mistero del Crocifisso/Risorto, punto culminante della storia dell’Amore trinitario.
L’avvenimento carismatico fondamentale della vita di san Daniele Comboni è, dunque, chiaramente deciso dal Mistero Trinitario da lui vissuto, che è mistero della solidarietà divina con la storia e il dolore degli uomini, che si realizza nel Mistero del Cuore trafitto di Gesù Buon Pastore (RV 3-4). Perciò si può dire che il carisma originario che si rifà all’esperienza missionaria del Comboni è schiettamente cristologico-trinitario.
Lo steso criterio di maturità può essere visto da un altro lato: abbiamo una fede matura quando non ci scandalizziamo di Cristo e della sua Chiesa, ma sappiamo accettare Cristo e le verità che egli ci propone mediante la Chiesa integralmente, nonostante i limiti che possiamo costatare nella stessa Chiesa.
Esiste un’immaturità della fede, che a volte può rasentare la miscredenza, che consiste nell’allontanare dalla nostra coscienza di fede alcune verità rivelate, o in una cosciente reazione contro alcune di esse. Questa mutilazione più o meno cosciente dell’insieme delle verità rivelate, può darci in un primo momento una certa pace, un certo “benessere psichico”, una specie di equilibrio morale, ma in realtà produce un impoverimento spirituale, che si traduce in debolezza nella testimonianza della fede.
Quando consideriamo le verità del Credo nel loro insieme, costatiamo che ci sono verità che ci offrono consolazione e gioia e altre, come “i novissimi” che, quando si presentano alla nostra considerazione, possono suscitare in noi perplessità, incertezze e perfino paura.
In questi casi dobbiamo fare attenzione a non cadere nelle trappole delle nostre preferenze di tipo umano, o umanitario, frutto delle nostre limitazioni e debolezze. Se ciò avviene, allora, senza che lo vogliamo coscientemente, operiamo un’inversione della nostra relazione di fronte alle verità del Credo, cioè non modelliamo la nostra vita sul fondamento delle sue verità, ma censuriamo e quindi misuriamo, giudichiamo il Credo a partire da quello che noi siamo e sentiamo moralmente.
È perfettamente legittimo che abbiamo le nostre preferenze nel campo della fede, che fissiamo la nostra attenzione con maggiore intensità e amore su delle verità delle quali apprezziamo particolarmente il valore e il sapore. C’è chi vive meditando e assumendo soprattutto alcuni Attributi della realtà infinita che è Dio o uno o alcuni Misteri della vita di Cristo; ma ci può essere anche una negligenza mascherata verso alcune verità che disturberebbero la pianificazione soggettiva della propria vita. Nascono così delle lacune che recano danno al cammino di fede del cristiano. Se noi pensassimo che cosa significa nell’insieme delle verità da noi professate nel Credo la verità dei “novissimi”, forse ci libereremmo dal pericolo di perdere l’orizzonte dell’ “eternità” per la nostra vita e per la vita di coloro a cui siamo inviati ad annunciare il Vangelo.
A questo riguardo ci può essere di stimolo il fatto che san Daniele Comboni raccomandava a se stesso e ai suoi missionari di lavorare per l’eternità: «Il Missionario della Nigrizia spoglio affatto di tutto se stesso, e privo di ogni umano conforto, lavora unicamente pel suo Dio, per le anime le più abbandonate della terra, per l’eternità». (S 2701-2702)
L’orizzonte, infatti, in cui Comboni scopre e vive la consacrazione missionaria è l’eternità, intesa come esperienza profonda, dinamica e perseverante del Mistero di Dio, Amore “fontale” e finale di ogni vita umana. Nel cammino di fede di Comboni, la missione non è una filosofia della vita o un’avventura filantropica causata dai problemi umani degli Africani, ma un’offerta di salvezza, presenza dell’Amore Assoluto, che produce la gioia propria del Regno di Dio, nel costatare che è presenza rigeneratrice dell’uomo oppresso. Il missionario è partecipe di questa gioia, sentendosi inabitato, amato e inviato da Dio per essere suo strumento in quest’opera di ri-generazione. Far presente l’amore rigeneratore di Dio in mezzo agli ultimi della terra, aprir loro la strada a una intimità di amore con Lui e sperimentare questo stesso amore nella propria vita è lavorare per l’eternità:
“Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). “Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2).
Ciò significa che “la vita eterna” è già cominciata; cammina con noi, nel nostro mondo; essa è in noi ed è precisamente il nostro rapporto con Dio in Cristo Gesù. Questa vita eterna ora la viviamo allo stato embrionale, come “vita nascosta con Cristo in Dio” (cfr Col 3,3), cioè in comunione con il Padre che da sempre vive e vivrà, e nell’eternità di Gesù Risorto, nella sua vita gloriosa e definitiva. Quando si manifesterà Cristo, la nostra vita, allora anche noi saremo manifestati con lui nella gloria (cfr Col 3,4). Raggiunta questa “pura luce”, finalmente saremo veramente uomini (cfr. Ufficio delle Letture, 17 ottobre, S. Ignazio di Antiochia).
Vivendo la fede nell’orizzonte dei “novissimi”, non ci rimane spazio per certi facili patteggiamenti con la mediocrità, per certe concessioni verso le debolezze della vita, per certe interpretazioni dell’immagine di Dio un poco superficiale, mutilata e senza fondamento.
Certo non si tratta di dare alle verità che riguardano i “novissimi”, un’attenzione quasi ossessiva che ci porti all’evasione dalla responsabilità verso la nostra realtà personale e la realtà del contesto socio-ecclesiale in cui viviamo, che ci affondi nella alienazione e ci paralizzi nel nostro cammino di fede nel mondo e per il mondo, tuttavia abbiamo bisogno di pensarle, di pregarle e integrarle nel vissuto della nostra fede, per prendere l’evento della Rivelazione contenuto nel Credo in tutta la sua obiettività e ampiezza e così cercare il significato salvifico di queste verità nell’insieme della Rivelazione.
Se noi pensassimo che cosa significa nell’insieme delle verità del nostro Credo la verità dell’Inferno, non ci sarebbe difficile renderci conto come l’affermazione di questa verità conferisce valore e serietà alla vita ed esalta il grande rispetto che Dio ha per la libertà conferita ai suoi figli, mentre con la sua negazione la vita perde la sua serietà e Dio viene ridotto a una caricatura, a un “bonaccione” senza un piano di valori: «Forse l’inferno esiste per rispetto verso l’uomo. È forse un modo per te, o Dio, di lasciarlo libero, di lasciarlo eternamente libero, senza obbligarlo ad accettare la felicità che gli proponi» (Paul Grostéfan, Cánticos de libertad, Ed. Telos, p. 29).
Un altro esempio: com’è già stato sottolineato, uno degli aspetti essenziali della vita di Cristo e del cristiano è la Croce, come mezzo di riconciliazione del mondo con Dio (Mc 8,34; 1Cor 1,23-24). Nell’introduzione alla vita di Cristo, Fulton Sheen scriveva: «La Croce è il termine della sua vita (di Cristo) nel tempo, ma sta all’inizio di essa come motivo e intenzione della sua vita… La civiltà Occidentale post-cristiana ha scelto Cristo senza la Croce. Ma Cristo che riconcili il mondo con Dio senza la Croce, non passa di un predicatore itinerante di poco conto, effeminato, scolorito, che merita la sua popolarità per il suo gran Sermone della Montagna, ma che merita anche impopolarità sia per ciò che ha affermato sulla sua divinità, sia per ciò che ha affermato sul divorzio, il giudizio e l’inferno… Senza la Croce, egli non passa di un ardente precursore della democrazia, o di un umanitario propugnatore della fraternità senza lacrime» (Fulton Sheen, Introdução à vida de Cristo).
Tuttavia, dobbiamo essere realisti. Essere cristiano non vuol dire aver debellato una volta per sempre il paganesimo dalla propria vita, perché il paganesimo come tendenza rimane accovacciato in noi, è una dimensione della nostra natura umana ferita dal peccato. Il Battesimo non cancella la nostra idea o immagine pagana di Dio; al contrario la prende come punto di partenza e opera una purificazione totale di tale immagine, cioè porta l’uomo a cercare Dio non come la natura umana vuole, ma come Dio stesso vuole e ci indica, rivelandosi a noi nel Figlio.
La “unzione spirituale mediante la fede” indica, per tanto, il nostro abbandono alle ispirazioni dello Spirito Santo, la nostra adesione interiore totale e incondizionata a Dio, che si rivela a noi in Cristo, sua Parola. Tale unzione è come la pioggia e la neve che scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver fecondato il terreno (cfr. Is 55,10), nel quale Dio può depositare le sue sementi divine.
Quest’unzione accompagna tutta la nostra vita e rende efficiente l’unzione sacramentale del Battesimo, della Confermazione, ecc; ci dà la capacità di ricevere fruttuosamente gli altri sacramenti (la riconciliazione in primo luogo), ci spinge a consacrare tutta la nostra vita mediante la professione dei consigli evangelici alla causa missionaria della Chiesa. In fine, lo Spirito Santo è l’energia divina che alimenta tutta la nostra vita cristiana e ci aiuta a liberarci poco a poco del nostro uomo vecchio o pagano, che mai finisce di emergere nel nostro interiore (cfr Rom 7,14-25).
A questo punto possiamo chiederci:
- Qual è la nostra docilità a quest’azione interiore dello Spirito Santo?
- Qual è il grado di maturità della nostra fede?
- Qual è la nostra capacità di discernimento interiore?
- Siamo consapevoli della nostra vocazione personale? In quali termini possiamo esprimerla?
4. Elaborazione del Credo personale
L’elaborazione del Credo personale può essere realizzata in due tempi.
- In un 1º tempo, faccio memoria nella preghiera dell’incontro personale con Gesù, che mi ha conquistato con il suo amore, e che io ho accolto come unico Signore della mia vita (Cf RV 21.1), disposto a giocarmi la vita con Lui e per Lui nella vita di consacrazione missionaria-religiosa nella Congregazione dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù.
- Rimanendo in clima di riflessione e di preghiera, passo alla formulazione del Credo personale, prendendo come modello lo schema del Credo, e personalizzando i contenuti dottrinali della Vita Consacrata, espressi nella Regola di Vita.
- Gli elementi della Regola di Vita capaci di ispirare la formulazione del Credo personale, possono essere:
- le intuizioni fondamentali di Daniele san Daniele Comboni: RV 1-9;
- l’esperienza di Dio in Cristo: RV 21.2; 46; 59.1; 81; 92.2;
- la sequela di Gesù secondo in consigli evangelici: RV 1; 11-12; 22; 25-35;58;
- la dimensione comunitaria della sequela: RV 23; 58;
- l’unione con la Chiesa:. RV 9; 17; 18; 56, 57;
- l’annuncio del Mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio: Cf RV 48; 56-66.
- In un 2º tempo, i membri della comunità si riuniscono e mettono in comune la fede vocazionale personale e fanno una sintesi, cercando di arrivare al “NOI CREDIAMO”. Così formulano IL CREDO VOCAZIONALE DELLA COMUNITÀ, che potrà essere proclamato in una celebrazione euristica comunitaria (RV 53.1) o in un altro atto comunitario.
Testi di riferimento: Ef 1, 1-14; S 2741-42; Regole del 1871, Cap. X.
5. Personalizzazione delle verità del Credo
nell’elaborazione del CREDO VOCAZIONALE
Le prime due formule di “Credo vocazionale” che sono presentate, sono nate alcuni anni fa nell’ambito del cammino formativo del Noviziato come esercizio di preghiera del Credo alla luce della Regola Vita, in vista di raggiungere un’identità missionaria comboniana personalizzata.
Credo in Dio Padre, Dio unico e vero che creò l’Universo e a noi ci ha fatto a immagine e somiglianza sua. Credo nel suo amore infinito e che mi riscattò dalla fossa profonda, perché mi ama. Per questo accetto la prova della tribolazione per mostrare la mia fedeltà.
Credo che Egli sa ciò che fa, quando e come lo fa e soprattutto che Egli ha già i suoi piani su di me. Credo che sono niente senza di Lui e con Lui ho tutto.
Credo in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo, Figlio dell’Altissimo, che è mio cammino, mia luce e mia verità. Credo che in virtù della sua Passione, morte e risurrezione, con il suo sacrificio mi ha riscattato dal peccato e mi ha dato un modello da seguire.
Credo nello Spirito Santo, che opera ed ha sempre operato, da che l’universo è stato creato e che oggi è presente in mezzo a noi per guidarci, fortificarci e accompagnarci. Credo che per mezzo di Lui si ebbe la creazione, l’incarnazione, per mezzo di Lui Gesù compì la sua Missione e adesso per mezzo di Lui la Chiesa perdura nel tempo.
Credo nella Vergine Maria, madre di Gesù e madre nostra, scelta da Dio per essere partecipe della Nuova Creazione e che con la sua verginità ci ha dimostrato la migliore forma di consacrazione a Dio, disponendosi sempre a fare la sua volontà.
Credo nella Santa Chiesa Cattolica, come madre della mia fede e che per mezzo di essa, vivendo nella comunità, io posso crescere in CRISTO e realizzarmi come tale. Credo che il mistero della Chiesa deve essere vissuto nella pluriformità e nella comunione delle Chiese locali.
Credo che l’Istituto dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù, è un segno di solidarietà fraterna tra le chiese nella comune responsabilità missionaria. Credo che la miglior forma di seguire Cristo è vivendo la mia consacrazione per mezzo dei consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza, secondo le esigenze «specifiche del servizio missionario dell’Istituto dei MCCJ nella Chiesa.
Credo raggiungere questo grado di donazione a Cristo, povero, manso e umile, con una conversione diaria.
Credo che posso ottenere ciò, perché Dio perdona i miei peccati per la sua gran misericordia.
Credo che un giorno risusciterò e potrò contemplare il volto del Padre e vivrò eternamente occupato nella sua lode, per Cristo, con Cristo, in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo, unito a tutti i santi di Dio.
CREDO PERSONALE
TUTTO, CON PASSIONE
| Mi affido a te, PADRE della VITA che ami il tuo POPOLO, ci liberi da ingiustizia e oppressione ci tieni per mano nel viaggio sulla Terra all’incontro con te. | Mt6,9;Gal 4,6;1Gv1,1 Is 43,4; Gv 15,9 Lc 1,69; Lc 4,18; Dt 8,14 Mt 28,20; Es 3,12 Sal 84,6; Gv 14,2 |
| Mi affido a te, GESÙ’ CRISTO, FRATELLO UNIVERSALE, che guidi i tuoi POVERI, sulla strada della CROCE verso i pascoli erbosi della NONVIOLENZA e della PACE, alla costruzione del Regno di GIUSTIZIA sulle alte vette dell’ AMORE folle, dove il Padre ci attende nella RESURREZIONE | Lc 2,34; Mt 11,5 Gv 10,11; Sal 113,7; Mt25,31-46 Lc 9,22; Mc 8,31 Sal 23,2; Lc 1,79 Lc 6, 20-31; Is 11,6-9; Sal 85,11-12 Mt 5,9; Mt 7,33; Mi 6,8 Ct 2,8; Is 52,7; Lc 15,20; Gv 14,2-4 |
| Mi affido a te, SPIRITO DI CORAGGIO che contagi cuori e gambe e trasformi la FAME E SETE DI GIUSTIZIA nella sana follia di dare TUTTO sulla tua PAROLA | Gv 4,24; Lc 4,18; At 2,4 At2,17 Mt 5,6; Mi 6,8 ; 1Gv 3,10 Lc 18,22; Lc 5,11; Lc 14,33; Lc 21,4 Lc 5,5; Sol 119,50 |
| Mi affido a TE madre CHIESA, COMUNITÀ di fratelli e sorelle che vivi il VANGELO e ricevi la MISSIONE di narrarlo fino agli estremi confini, che lotti, ami e anche sbagli e cadi sui passi di PIETRO ma non crolli, radicata in Cristo e negli ULTIMI del mondo | At 2,42-48 At 4,32-35; Gv 15,12-17 Fil 2,12-18 Mt 28,18-20; Lc 10,1-11 At 5,40-4 1Cor 11,17-22; Gol 3,1-5 Mc 8,31-33; Gv 13,36-38; Gv 18,25-2 Mt 16,18; Lc 13,30; Lc 6,20 |
LA VITA MISSIONARIA COMBONIANA,
UNA STORIA DI AMORE:
dal cuore di Dio Padre attraverso il Cuore di Gesù
al cuore dell’uomo
“La carità, dal cuore di Dio attraverso il cuore di Gesù Cristo, si effonde mediante il suo Spirito sul mondo, come amore che tutto rinnova” (Benedetto XVI)2.
Crediamo che la nostra vita missionaria comboniana
è una chiamata del e all’amore del Padre,
esperimentato nella comunione personale con Cristo:
e questo dono non è per noi motivo di orgoglio,
ma di rendimento di grazie (RV 20; 46);
non ci separa dagli altri cristiani,
con i quali condividiamo la stessa vocazione battesimale (RV 20.1),
né ci allontana dagli altri essere umani (RV 16),
ma ci manda in mezzo ad essi per portare il suo Nome,
e per testimoniare e proclamare l’esperienza
dell’Amore da cui siamo nati (RV 20; 46; 56).
Crediamo che Dio ci chiama a seguire radicalmente Cristo (RV 21),
sulla scia del carisma di san Daniele Comboni (RV 1),
che si distinse per la sua dedizione totale alla causa missionaria (RV 2):
in questa sequela,
troviamo la ragione e lo slancio per il nostro impegno missionario
nel Mistero del Cuore trafitto di Gesù, Buon Pastore,
che ha dato la sua vita sulla croce per l’umanità (RV 3-4);
e in questo progetto di consacrazione missionaria,
integriamo la castità, povertà e obbedienza,
per essere più conformi a Cristo,
«il quale, vergine e povero,
redense e santificò gli uomini
con la sua obbedienza fino alla morte di croce» (RV 22).
(…)
Crediamo in una vita guidata dallo Spirito Santo (RV 36; 46; 56):
per innalzare un segno profetico in questo mondo (RV 58; 62-63).
La nostra Regola di Vita, gli orientamenti dei Superiori,
non sono lettera che spenga lo Spirito,
ma indicazioni che impegnano la nostra fedeltà
e il nostro senso di responsabilità.
Nelle tradizioni dell’Istituto vediamo non un calco rigido,
ma un canale per dare corso alla vita.
Cerchiamo la fedeltà al Fondatore (RV 1; 1.3)
in un linguaggio e in uno stile di vita
che parlino al nostro tempo (RV 16).
Crediamo nella Chiesa,
che ci invia come missionari (RV 9; 22),
e nella quale l’Istituto è segno
della fraterna solidarietà delle Chiese
nella comune responsabilità missionaria (RV 17).
Crediamo nelle nostre comunità di fratelli (RV 23),
comunità oranti (RV 46),
nelle quali la Vergine Maria, tipo della Chiesa,
è modello della cammino del discepolo missionario (RV 24; 47.3).
Crediamo nelle nostre comunità,
segno visibile dell’umanità nuova nata dallo Spirito,
annuncio concreto di Cristo (RV 36),
fondate sull’amore,
nella ricerca comune della volontà di Dio (RV 38)
e nel riconoscimento della dignità,
dei diritti e del valore di ciascuno (RV 42),
nelle quali lo Spirito Santo con i suoi doni
è quel vincolo che non abolisce le diversità,
ma le rende fattori di unità. (RV 18; 37).
Crediamo nelle nostre comunità,
piccolo cenacolo di Apostoli, aperto al mondo,
senza escludere nessuno (RV 16-19; 45).
Non siamo una casta privilegiata dentro la Chiesa,
anche noi siamo peccatori,
bisognosi di continua conversione (RV 54; 99).
Senza pretese esclusiviste,
e profondamente presenti in questo mondo,
vogliamo fare dell’evangelizzazione
la ragione della nostra vita (RV 56),
per annunciare al mondo il mistero
di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio (RV 59),
inserendoci e collaborando
con il disegno dell’amore del Padre,
che vuol fare di Cristo il cuore del mondo
sotto la guida dello Spirito Santo (RV 3-4). Amen.
P. Carmelo Casile
Casavatore, 21 Ottobre 2012
1 Cf S 2269; 2271; 2568-69; 2941; 33156; 3159; ecc. Si veda anche RV 2.
2 Discorso ai partecipanti all’Assemblea Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, 10 febbraio 2006