Una campagna per liberare lo” ‘ADAM maschile e femminile” della prima creazione di Dio dalla coppia “ADAMO ed EVA”, conseguente al primo peccato

abbozzo di riflessione e di lavoro
In Gen 5: «Questo il libro delle discendenze di ‘ADAM. Nel giorno in cui Dio LO creò ‘ADAM LO fece a somiglianza di Dio (cioè UNO); maschio e femmina LI creò, LI benedisse e chiamò il LORO nome: ‘ADAM, nel giorno in cui FURONO CREATI (zeh sefer toledoth ‘ADAM beyom bero’ ‘elohim ‘ADAM bidmuth ‘elohim ‘asah ‘otho: zakhar uneqebah bera’am wayebarekh ‘otham veyiqra’ ‘eth-shemam ‘ADAM beyom hibar’am)» (vv. 1-2).
Notare l’alternanza altamente significativa dei pronomi personali, tra il singolare e il plurale.
L’ESSERE UMANO, «’Adam», comprende il maschio e la femmina INSIEME, e viene progettato dinamicamente nella prospettiva relazionale e sociale: non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli stia davanti (‘ezer kenegdo: Gen 2,18). Nel riconoscimento dell’altro, come uguale e nello stesso tempo diverso da sé, è possibile la relazione, il cui massimo grado è l’amore. Tale amore, nella sua pienezza e completezza, permette ai due di diventare uno: i due saranno un’unica carne (Gen 2,18), laddove questa espressione – una sola carne – indica l’unione personale di due vite, l’adesione totale dell’uno/a all’altra/o, in una fedeltà reciproca e non, prima di tutto, direttamente e solo come unione carnale di corpi.
Il testo di Gen 1 presenta l’essere umano come una realtà duale in fieri,lo ‘Adam è l’essere umano nella sua duplice, differente e inseparabile, ma equivalente e paritaria, realtà maschile e femminile. L’uomo e la donna, posti l’uno di fronte all’altro, in dialogo, sono chiamati a diventare immagine e somiglianza del Dio UNO attraverso la loro relazione con Dio, tra di loro e con il creato, mediante l’esercizio della loro libertà. La prospettiva di Genesi 1-2.5 presenta le cose, in modo tipicamente biblico, non come sono staticamente, ma come devono diventare evolvendosi: la “verità” permanente della coppia umana, d’altro si rivela non dal suo concreto attuarsi storico, sottomesso alle “modifiche” prodotte dalla sua caducità, ma nell’intenzione originaria di Dio che permane valida come promessa perenne: «Dal principio però non fu così!» (Mt 19,8).
In un senso vero, si può dire che, della vocazione umana del maschio fa parte la femmina, e che, della vocazione umana della femmina fa parte il maschio. Ogni maschile è orientato a intendersi e diventare uno con un femminile, e viceversa. Possiamo dire persino che in ogni maschio c’è una percentuale di femminile e in ogni femmina c’è una percentuale di maschile: si pensi alla costola trapiantata (tzela‘); al nome del maschio (= ‘ish) inserito nel nome stesso della femmina (= ‘ishshah), nomi che appaiono per la prima volta, insieme e contemporaneamente, in Gen 2,23. La femmina è creata per essere un aiuto “che stia di fronte al maschio”. Essa è essenziale al maschio per essere LUI (= sé stesso). È per lui il TU che lo fa essere IO, e lo stesso si dica del maschio per la femmina. L’unione tra loro, non è solo un atto prodotto dalle loro singole sfere personali, ma acquista una nuova dimensione comune e sociale: per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e diventeranno un’unica carne (Gen 2,24).
La tranquilla nudità tra i due, libera da ogni lussuria vergognosa (welo’ yitboshashu: Gen 2,25) suggerisce discretamente, non solo una mutua fiducia, ma anche l’assenza di ogni concupiscenza aggressiva e violenta, nella sessualità dei due, come pure di ogni sinuoso e torbido adescamento, che trasformi l’uno in una preda finalmente agognata dall’altro, di cui questi abusi, sottomettendola (= ponendola sotto) e seducendola. L’unione dei sessi, priva di ogni violenza, rispecchierà l’esultanza, la dolcezza e la delicata tenerezza celebrata dal precedente canto dei vv. 23-24.
Il PECCATO dell’essere umano, cioè il suo “mancare lo scopo” (chatah), consiste nel lasciarsi indurre nella tentazione serpentina di ri-sistemare “più o meno discretamente” la creazione, dandole un senso stabilito autonomamente dagli umani, come nel caso del vitello d’oro, che prenda il posto di quello inteso dal Creatore («Ecco il tuo dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto», Es 32,8). Da questa tentazione di ri-orientare la creazione in un altro senso (deviato), l’ordine dato dal Creatore allo ‘Adam, di “non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male” (cioè del disporre di tutto), si può interpretare come un tentativo di farsi padrone del giardino di ‘Eden, rompendo così l’alleanza di ospitalità con il Signore (Gen 2,16-17).
Questo peccato coglie alla sua radice l’essere umano, così come lo crea il Signore: maschio e femmina, l’uno insieme all’altro e per l’altro. Esso consiste nel fatto che il maschio accaparra per sé tutto il nome ‘Adam, chiamandosi “Adamo” e cambiando, arrogandosene il potere, il nome alla donna, da ‘Adam in “Eva”, cioè in una specie di “macchina per fare figli” (Gen 2,17; 3,20), al contrario del fatto che solamente il Creatore dà il nome alla creatura umana (Gen 5,2; 11,4). Questo primo e fondamentale peccato scompone lo ‘Adam della creazione di Dio, imprimendo una svolta radicale alla società umana che diventa da paritaria (guidata dalla coppia maschio e femmina) “patriarcale”, in cui quando i maschi agiscono da soli, escludendo arbitrariamente le femmine, escono realmente dalla sintonia con il Creatore e immettono falsità, menzogna e disordine nel creato (cf. tutti i casi di autonomia maschile, “for men only” di fatto e di diritto: esercito, parlamenti, religione, sacerdozio, politica internazionale, ecc.).
La tensione tra i due sessi è ben descritta in Gen 3,16: «Verso il tuo uomo la tua bramosia insistente, ed egli ti sottometterà (we‘el-‘ishekh teshuqatekh, wehu’ imshal-bakh». Allora, anche l’unione dei corpi rischia di assomigliare a un’aggressione, a una conquista e a un mutuo impossessamento, e si comincia ad avvertire, sia pure alla lontana, un puzzo di “femminicidio”.
Un simile risultato è più che evidente nella storia umana, che in tal modo viene “disumanizzata” e resa in-sensata e, finalmente, in-significante.
Ogni strategia di Adamo che vorrebbe concedere un po’ più di dignità al ruolo di Eva, senza riconvertire entrambi al senso originario dello inseparabile ‘Adam, risulta artificiale e insipidamente consolatoria. La radice del così detto problema della donna” è l’essere umano totale, lo HOMO, come soggetto unico e duplice insieme, maschile e femminile.
La Chiesa dovrebbe impegnarsi per prima a liberare l’umanità dal peccaminoso riduzionismo patriarcale per ridare il primato alle cose così come le ha fatte il Creatore.