Attirerò tutti a me” (Gv 12,32).
L’eucarestia al centro della comunità e della sua missione
Carlo Maria Martini

Carlo Maria Martini
Attirerò tutti a me
Lettera Pastorale
1982-83

Attirerò tutti a me” è la terza lettera pastorale che l’Arcivescovo Carlo Maria Martini invia nel 1982 alla Diocesi ambrosiana, dopo “La dimensione contemplativa della vita” (1981) e “In principio la Parola” (1981 – 82), all’interno di una lunga serie di lettere pastorali che si snoda tra il 1980 e il 2001.

[73] La carità della Chiesa, rinascendo continuamente dall’Eucaristia, viene aperta alla missione .

In primo luogo, infatti, l’Eucaristia rivela l’esigenza della missione.

Proprio nel confronto con la carità di Cristo presente nell’Eucaristia, la Chiesa scopre che la propria carità deve continuamente oltrepassare i limiti della comunità per aprirsi a tutti gli uomini, che Cristo ama e vuole attrarre nel proprio amore verso il Padre.

Quando la comunità non pone al centro di se stessa i propri progetti o le proprie istituzioni o le proprie esigenze, ma Gesù presente nell’Eucaristia, si vede oggettivamente messa in stato di missione verso ogni persona, ogni situazione, ogni ambito umano che devono essere raggiunti dal lieto annuncio della Pasqua di Cristo e devono essere coinvolti nella celebrazione dell’amore di Dio.

In secondo luogo, il confronto con l’Eucaristia non solo rinnova continuamente nella coscienza della Chiesa l’esigenza della missione, ma ne indica anche la legge fondamentale.

E’ la legge illustrata nel cap. 21 di Giovanni a proposito della missione di Pietro e del discepolo prediletto, (Gv 21, 17-25) cioè la legge della testimonianza. Si tratta di mostrare ai fratelli una vita che è realmente attratta nell’amore di Cristo verso il Padre e trova in questa attrazione una particolare pienezza umana. I bisogni dei fratelli non sono il criterio ultimo della missione.

Il criterio è la condivisione dell’amore del Padre e di Cristo.

Questo amore va in cerca dei bisogni umani. Si lascia afferrare dalla loro urgenza. Valorizza le risonanze da essi suscitate. Utilizza gli strumenti dell’analisi sociale che li mette in chiara evidenza. Ma scopre anche aspetti nuovi e insospettati. Rivela l’uomo a se stesso secondo le dimensioni reali del suo essere. Smaschera i desideri scorretti e peccaminosi. Approfondisce le tensioni puramente epidermiche, suscitando desideri più ampi.

Apre il cuore e le opere dell’uomo alla presenza di Dio nella storia. Annuncia un perdono capace di distruggere l’egoismo e di rigenerare le energie più belle.

Anche questi accenni, che possono far luce sulle ambiguità descritte precedentemente, verranno ripresi in alcune indicazioni pratiche.

[74] Il discorso di Gesù sul pane della vita, contenuto nel cap. VI del Vangelo secondo Giovanni, si conclude con una professione di fede, espressa da Pietro a nome dei Dodici: “Signore da chi andremo? Tu solo hai parole che danno la vita eterna” (Gv 6, 68).

Anche a noi, dopo gli itinerari che ci hanno introdotti nella profondità del mistero eucaristico, dovrebbe essere apparso chiaramente che, se viviamo l’Eucaristia come una attrazione di tutto il nostro essere verso Gesù nel suo mistero pasquale, entriamo con lui nella vita eterna, cioè conosciamo il Padre, veniamo afferrati dal suo amore, siamo conformati alla sua volontà, nella quale è la pace, il senso definitivo della nostra esistenza.

Ci impegniamo allora a mettere veramente la Eucaristia al centro della nostra vita personale e comunitaria, superando le difficoltà e le ambiguità di cui soffre oggi la comunità cristiana di fronte alla centralità dell’Eucaristia.

Si tratta, come abbiamo visto, di difficoltà serie e complesse. Investono tanti aspetti della vita ecclesiale. Affondano le radici in una situazione culturale diffusa e consolidata.

Non si può pensare di superarle solo attraverso un chiarimento delle idee. Occorre prevedere una serie di gesti concreti, di itinerari pedagogici, di interventi pastorali, che rinnovino progressivamente e pazientemente il nostro comportamento secondo quei valori fondamentali che abbiamo riscoperto.

Non è facile fare un progetto chiaro e lineare. Proprio per la sua centralità, l’Eucaristia intrattiene rapporti con tutti gli aspetti della vita cristiana. Dovremmo ripercorrere un po’ tutti i momenti della vita e della missione della Chiesa per rifondarli e vivacizzarli in prospettiva eucaristica.

In questo senso ho raccolto molti suggerimenti e molte proposte sia attraverso i Consigli Episcopale, Presbiteriale, Pastorale, sia attraverso i vari organismi che lavorano per il Congresso Eucaristico, sia attraverso le conversazioni e i contributi scritti di parecchi gruppi e persone. Mi sento molto arricchito da questo lavoro corale e dico a tutti la mia gratitudine per questa collaborazione cordiale, piena di intuizioni pastorali. I contributi, pur nella loro comprensibile varietà, attestano una significativa convergenza su alcuni punti fondamentali.

Non tutto il materiale può entrare in questa lettera. Molti spunti serviranno per altri interventi nel corso di quest’anno pastorale, che sfocerà nelle giornate conclusive del Congresso.

In questo capitolo cercherò di esporre ordinatamente parecchi dei validi suggerimenti ricevuti unificandoli sotto il tema della celebrazione. Nel capitolo seguente raccoglierò le indicazioni riguardanti la comunità e la sua missione.

[75] Vogliamo dunque considerare l’Eucaristia nel suo aspetto celebrativo, rituale, liturgico. Le riflessioni svolte nelle pagine precedenti ci hanno fatto intravedere nella celebrazione non un aspetto parziale, a cui vanno aggiunte altre cose, ma come il momento in cui l’esistenza. esprimendosi come partecipazione all’adorazione. all’offerta, all’obbedienza pasquale di Gesù e al suo sacrificio, ritrova veramente se stessa. “Celebrando” così l’amore del Padre l’uomo accede alla propria forma autentica, alla matrice originaria da cui continuamente ripartire verso nuovi impegni e nuove responsabilità.

Se la celebrazione eucaristica venisse capita e vissuta secondo queste sue intime caratteristiche, dovrebbe da se stessa, senza aggiunte artificiose, costituire una fonte di potente rigenerazione di tutta l’esistenza e l’avvio efficace di una vita che diventa unitaria e costruttiva, perché ha trovato la sua coerenza interna.

Il problema è che questa forza originaria della celebrazione non è sempre pienamente compresa. Il motivo dell’incomprensione non risiede solo nel fatto che le nostre celebrazioni eucaristiche sono talvolta scialbe, ma ha radici culturali più complesse.

Pertanto non basta rinnovare la celebrazione. Occorre intervenire sui fenomeni culturali che hanno generato la tipica disaffezione moderna non solo per la liturgia cristiana, ma per la dimensione rituale-celebrativa di tutta la vita.

Qui il compito si allarga al di là dell’azione strettamente pastorale, verso la crisi culturale, che ha la sua origine nell’attrazione usurpativa che l’uomo vuole operare nei confronti di tutte le realtà e nei fenomeni che ne conseguono, di cui si è fatto cenno al termine della seconda parte. Tutto ciò esige un intervento rieducativo complesso e poliedrico, capace di raggiungere tutti gli aspetti personali e sociali coinvolti in questa crisi culturale.

Pur riconoscendo l’ampiezza dei compiti pastorali che devono essere affrontati, si può comunque affermare che il rinnovamento della celebrazione costituisce il primo passo verso questa rieducazione complessiva. Una celebrazione ben condotta, oltre ad essere un valore in se stessa, educa a celebrare sempre meglio, unificando rito e vita. A celebrare si impara celebrando.

[76] L’efficacia interiore della celebrazione consiste nel fatto che essa mette alla presenza del mistero di Dio, il quale, proprio perché non è un elemento accanto ad altri, ma è l’orizzonte unitario di ogni realtà, illumina tutti gli aspetti della vita, scioglie le resistenze, infonde in ogni evento umano il fremito della libertà e la gioia della speranza.

Per far entrare così nel mistero, la celebrazione richiede del tempo. Il tempo esteriore perché possano essere posti, secondo un ritmo organico, i gesti che danno figura e direzione ai pensieri, ai desideri, agli affetti. E soprattutto il tempo interiore, perché possa avvenire, in una successione di atti spirituali, il duplice itinerario, che va dalle regioni della dissipazione degli interessi disordinati e molteplici, delle divagazioni, delle dispersive relazioni con gli uomini e le cose verso il centro misterioso della vita; e dal mistero riparte per dare senso e vigore a tutti gli aspetti dell’esistenza.

Per il cristiano tutto questo si illumina con la certezza che il mistero di Dio non è rimasto in un’ombra indistinta, verso cui si dirige l’incerto cammino dell’uomo, ma ha fatto Egli stesso un cammino incontro all’uomo, si è rivelato, ha parlato, si è dato un volto e un cuore in Gesù e nella comunità di coloro che hanno ricevuto lo Spirito di Gesù. Per il cristiano l’incontro con il mistero avviene alla presenza di Gesù con la guida interiore dello Spirito, nella luce della Parola, entro l’assemblea dei fratelli.

La celebrazione cristiana del mistero integra i riti della religiosità umana nei gesti compiuti e istituiti da Gesù, secondo quell’itinerario celebrativo che viene fissato dalla comunità cristiana; inoltre si svolge all’insegna della Parola annunciata e assimilata; lascia spazi di silenzio interiore perché possa essere continuamente rinnovata la docilità allo Spirito; prevede, infine, che, sia il cammino che va verso il mistero, sia il cammino che dal mistero ritorna alla vita quotidiana, siano compiuti insieme con i fratelli, attraverso parole, canti, gesti comunitari che favoriscano il raccoglimento della vita nel mistero e l’irraggiamento del mistero nella vita.

[77] Queste riflessioni illustrano l’interna coerenza del cammino che ci ha condotti al Congresso Eucaristico e alla riscoperta della centralità dell’Eucaristia. Le prime due tappe tendevano a farci riscoprire la dimensione contemplativa della vita, cioè l’apertura dell’uomo al mistero di Dio, e l’importanza della Parola cioè l’evento della piena comunicazione del mistero di Dio nell’uomo. Già nel presentare queste tappe si è cercato di mettere in evidenza il loro rapporto con l’Eucaristia. Pertanto le acquisizioni teoriche e le iniziative pratiche, che sono maturate nella nostra vita pastorale negli anni trascorsi, non vanno lasciate cadere per passare al “nuovo argomento” dell’Eucaristia: proprio questo “nuovo argomento” ci chiede di conservare, consolidare, vivacizzare le intuizioni delle tappe precedenti.

Per quanto riguarda più propriamente la celebrazione eucaristica, offro qualche suggerimento.

[78] L’adorazione e il silenzio contemplativo non sono accessori della celebrazione eucaristica, ma ne alimentano ed esprimono l’anima profonda. L’adorazione del mistero di Dio in “Spirito e Verità” (Gv 4, 24) tende ad assumere la forma della celebrazione eucaristica e la celebrazione, se vuole essere veramente l’attrazione di tutta la vita, in forza di Gesù e dello Spirito, nel mistero del Padre, tende a configurarsi come adorazione.

Si faccia pertanto un’opera educativa perché i fedeli sappiano unire adorazione e celebrazione. Quelli che sono portati a sottolineare le forme spontanee e individualistiche della preghiera vengano aiutati a comprendere che un autentico spirito di preghiera cerca espressione e alimento nella celebrazione eucaristica. Quelli che vivono in modo esteriore e formalistico la celebrazione, siano sollecitati a trasformarla in sincera adorazione, che si prolunga nella meditazione silenziosa. Chiedo un particolare aiuto in questo senso alle persone che hanno scelto la vita di speciale consacrazione. Esse hanno fatto la loro consacrazione proprio durante la celebrazione eucaristica e con la loro vita di contemplazione e di carità devono offrire a tutto il popolo cristiano un esempio profetico di come l’Eucaristia sa trasformare la vita in un perenne rendimento di grazie.

[79] La celebrazione stessa, nel ritmo concreto dei riti in cui si articola, descrive una suggestiva strada verso l’adorazione.

Ma perché venga capita e accolta questa ricchezza, occorre rispettare e vivere intensamente i momenti di pausa, di silenzio, di adorazione personale e di contemplazione comunitaria, che sono previsti dallo stesso rituale della celebrazione.

Lo spirito di adorazione, che nasce nella celebrazione, tende a espandersi in altri spazi anche al di fuori della celebrazione. Già la liturgia prevede questa espansione nella “Diurna Laus”, mentre la tradizione spirituale cristiana lungo i secoli ha suscitato varie forme espressive della adorazione propriamente eucaristica: tra la forma annuale delle Giornate Eucaristiche o Quarantore e la forma quotidiana di preghiera silenziosa davanti al tabernacolo o visita al SS. Sacramento, si stende una varietà notevole di altre forme come l’adorazione perpetua in alcune chiese, le ore di adorazione a scadenze regolari per gruppi o singole persone, le processioni o altre manifestazioni celebrative dell’Eucaristia. Pensiamo poi anche alle espressioni non direttamente eucaristiche come la “lectio divina” o la meditazione quotidiana, che è bello fare, quando è possibile, davanti al tabernacolo.

Molti di questi punti sono già stati trattati nelle precedenti lettere pastorali. Si tratta di consolidare quanto è già stato avviato in tante comunità e di estendere queste esperienze a tutte le altre comunità.

[80] Vorrei richiamare il valore della adorazione propriamente eucaristica. Essa esprime un collegamento più diretto dei vari momenti della vita con il sacrificio pasquale ed eucaristico di Gesù. Inoltre mette in evidenza l’aspetto per cui l’Eucaristia è presenza reale permanente e perenne dimora di Gesù tra noi. Infine, stando all’esperienza di molti maestri spirituali, ha una particolare incidenza formativa nella vita delle persone: è una preghiera e insieme è una educazione alla preghiera ed è un aiuto nel momento delle scelte impegnative.

Richiamo, inoltre, anche il valore della preparazione e del ringraziamento alla Messa. Alla luce di quanto si è detto, vanno visti non tanto come accorgimenti psicologici o abitudini tradizionali, ma come un irradiamento della adorazione celebrativa nella vita. Per quanto mi riguarda, mi sono proposto di reintrodurre, ovunque ciò sia possibile, quei brevi momenti di adorazione personale silenziosa all’altare del Santissimo Sacramento, che il Vescovo solleva fare precedere e seguire anche alle cerimonie più solenni.

[81] Per vivere la celebrazione come autentico movimento di tutta la vita verso il mistero, è importante saper impiegare i momenti di creatività e gli inviti all’attualità che il rito stesso prevede.

Il criterio da tenere presente è duplice.

Da un lato occorre dare rilievo alla creatività e ai riferimenti attuali, perché il coinvolgimento di tutta la vita nel movimento di amore, che attrae Cristo verso il Padre e verso i fratelli, richiede la continua presenza della persona, la freschezza dei suoi atteggiamenti, il dispiegamento della vita intellettuale e affettiva, il gusto dei problemi, la passione per i bisogni umani, il vivo senso delle responsabilità attuali.

D’altro lato, però, la creatività e l’attualità non devono introdurre surrettiziamente un polo di attrazione, che intralcia il cammino verso il mistero, creando nuovi centri di interesse. La creatività significa il risveglio delle energie più belle della persona per vivere meglio l’attrazione nel mistero di Dio. L’attualità comporta l’attenzione al “presente”, ma non come qualcosa che è tutto compiuto in se stesso, bensì come una serie di eventi, di problemi, di attese umane, che invocano la “presenza” di Dio in Gesù per essere pienamente interpretati.

Purtroppo le nostre celebrazioni non riescono sempre a entrare in questa logica. Oscillano tra una ritualità rigida, formalistica, anonima, ripetitiva e una smania di immediatezza, di artificiosa giovialità, di novità distraenti, di applicazioni frettolose all’attualità.

[82] Ecco alcune indicazioni orientative.

Impegniamoci, anzitutto, a un serio rispetto delle norme liturgiche. Esse ci garantiscono, immediatamente, un tono di sobrietà e dignità con cui accedere a una realtà tanto grande come è l’Eucaristia. Inoltre ci educano a sentirci molto umili dinanzi ai misteri che ci oltrepassano: non possiamo padroneggiarli con superficialità, improvvisazione e disinvoltura. Ancor più in profondità, l’obbedienza alle norme è un riverbero esteriore di quell’atteggiamento interiore di disponibilità e di affidamento a Dio, che l’Eucaristia vuole creare in noi. Molteplici sono i valori presenti nella tradizione rituale: gli elementi essenziali risalgono a Cristo stesso, altri ci vengono dalla preghiera sinagogale e dalla consuetudine apostolica, altri ancora hanno assorbito in sé la fede, la sapienza, la pietà, la poesia di molte generazioni cristiane. Non si può trattare con leggerezza un patrimonio così impegnativo. Né si deve dimenticare che l’osservanza di norme comuni aiuta a comprendere che l’Eucaristia ha come suo contesto autentico la comunità cristiana autorevolmente convocata e presieduta dai pastori. Infine, dato che nelle espressioni liturgiche è depositata anche la fede del popolo cristiano, il rispetto dei testi liturgici educa a un consenso nella fede e protegge la preghiera cristiana dal rischio di possibili deviazioni dottrinali.

[83] 83. D’altra parte occorre alimentare una genialità creativa.

Si può cominciare con il valorizzare momenti non propriamente liturgici, nei quali è più facile sperimentare gesti nuovi, inventare preghiere, assumere in chiave cristiana un patrimonio scenico, poetico, musicale di un determinato contesto culturale. Attraverso queste sperimentazioni extra-liturgiche si può costituire un patrimonio rituale che, con le dovute verifiche, purificazioni e approvazioni, potrà andare ad arricchire il patrimonio propriamente liturgico.

Le stesse norme liturgiche, poi, prevedono un costante impegno creativo. Specialmente dopo la riforma liturgica conciliare, ci sono testi e gesti che richiedono una scelta. Viene così stimolata la creatività che si esprime non nella “invenzione” ma nella “interpretazione”: non si tratta di produrre cose nuove, ma di far rivivere ogni volta in modo sempre nuovo, un testo già composto o un rito già proposto. Questo significa che ogni azione liturgica va preparata, sia per operare le scelte previste, sia per risvegliare un atteggiamento creativo e interpretativo.

[84] Durante lo svolgimento del rito intervengono dei momenti tipicamente lasciati alla creatività e alla attualità.

Le monizioni all’inizio delle parti più importanti della celebrazione non devono essere semplici spiegazioni didattiche oppure occasioni per dare avvisi, ma hanno la funzione di favorire l’accesso al mistero a partire dalla condizione spirituale e dagli avvenimenti storici della comunità. Devono essere sobrie e incisive. Non devono proporre un oggetto di riflessione, ma proporre un cammino di contemplazione. Potrebbero talvolta esprimersi in forma di preghiera, in modo che, mentre viene indicato un atteggiamento da assumere dinanzi al mistero, si chiede contemporaneamente la grazia di poterlo assumere.

La preghiera dei fedeli non deve limitarsi o a una ripetizione di formule biblico-liturgiche o all’indicazione di bisogni immediati.

Occorre educarsi a formule che sappiano introdurre le attese, i desideri, le aspirazioni vive e attuali degli uomini in quel movimento di ricerca umile e fiduciosa della volontà di Dio, che è in sintonia con la Parola che è stata annunciata.

I canti, se vengono sapientemente scelti e preparati, possono favorire, nello spazio di armonia, di bellezza, di emozione spirituale da essi dischiusa, la fusione tra l’accoglimento dei sentimenti, dei gusti, degli interessi attuali dell’uomo e il superamento di tutto ciò verso lo stupore contemplativo e l’accorata implorazione dinanzi al mistero.

L’omelia, infine, è il momento più delicato, perché talvolta, invece di diventare occasione nella quale gli aspetti attuali dell’esistenza umana, con l’aiuto della parola di Dio, vengono ricondotti alla centralità dell’Eucaristia, rischia di offuscare questa centralità proponendo altri centri di interesse.

Circa l’omelia molte cose sono state dette, proposte, fatte nello scorso anno pastorale. Mi auguro che rimangano come acquisizioni assodate e come esigenze di continuo miglioramento. Penso soprattutto ai corsi di aggiornamento per il clero molto ben riusciti. E’ auspicabile che si possa ricavare da essi una sorta di direttorio da offrire a tutto il presbiterio.

[85] Perché sia favorita l’armonia tra il rispetto delle norme e la creatività, sono indispensabili alcune condizioni.

Occorre, anzitutto, “riproporre all’attenzione di tutti la celebrazione eucaristica nel suo significato perenne, nel suo ordinamento essenziale, nella sua importanza per la vita cristiana. Tutti sappiamo che questo è un tema così centrale dell’azione pastorale che deve essere periodicamente ripreso per un rilancio intelligente ed efficace” (cfr. Card. Giovanni Colombo, “La comunità cristiana” p. 30). Sembra opportuno proporre che in ogni parrocchia, annualmente per alcune domeniche, si faccia una spiegazione della santa messa anche mediante l’omelia (cfr. “Principi e norme per l’uso del Messale Ambrosiano” n. 39). Inoltre diventano sempre più preziosi i gruppi di animazione liturgica, che preparano la celebrazione liturgica e la seguono con cura a tutti gli orari.

Più remotamente è indispensabile un’abitudine della comunità cristiana al dialogo sui fatti della vita in ordine alla ricerca di un pensiero comune circa i problemi della società attuale: solo così sarà possibile nell’omelia e nella preghiera dei fedeli una lettura cristiana dell’oggi, né eludendo il confronto con l’attualità, né accontentandosi semplicemente della registrazione di ciò che accade.

Occorre infine educarsi a una “spiritualità” eucaristica nel senso di trasformare in leggi profonde della persona, del cuore, di tutta la vita, mossa dallo Spirito Santo, il ritmo esteriore di progressivo ingresso nel mondo di Cristo e del Padre tracciato dalla celebrazione.

Saranno di grande aiuto in questo cammino anche la lettura attenta, la meditazione e la spiegazione dei testi del Messale Ambrosiano e della “Diurna Laus”, senza trascurare le introduzioni esplicative.

[86] La creatività e l’attualità richiedono la partecipazione di tutti i credenti. Tale partecipazione tende a esprimere e attuare la particolare convocazione di tutti i credenti nel mistero di Cristo. Anche se le istanze partecipative della società attuale possono offrire ad essa uno stimolo, in definitiva la necessità e la modalità della partecipazione dei credenti alla celebrazione dipendono dall’azione di Cristo e ne esprimono le inesauribili ricchezze. Ciascuno, quindi, partecipa attivamente secondo il carisma e il ministero che gli è proprio.

Mi paiono opportune, al proposito, alcune indicazioni sul piano delle funzioni e sul piano della spiritualità.

Sul piano delle funzioni, da un lato, va ribadita l’importanza del ministero ordinato svolto dal presbitero, per le ragioni descritte più sopra. E’ bene quindi preoccuparci fortemente per la scarsità del clero: l’anno finale del Congresso Eucaristico deve diventare un tempo di intensa preghiera e di rinnovata azione pastora]e per le vocazioni sacerdotali.

Dall’altro lato, va accolta con gioia la consolante fioritura dei ministeri di fatto che vanno dal servizio dei chierichetti e dei lettori a quello dei cantori, degli animatori, degli addetti agli arredi e paramenti sacri o al]a raccolta delle offerte ecc.

Per evitare però che si oscilli tra la restrizione abitudinaria di questi servizi a un numero esiguo di persone e l’assegnazione improvvisata e indiscriminata, occorre prevedere forme di seria preparazione allo svolgimento di questi compiti .

[87] Oltre al piano delle funzioni c’è il piano della spiritualità. Se l’articolazione delle funzioni favorisce una celebrazione più efficace della Eucaristia, si può anche dire che la celebrazione eucaristica, colta nei dinamismi spirituali che essa sa generare, educa i credenti a scoprire e a coltivare la propria vocazione nella Chiesa e la propria missione nella società. Vivendo lo spirito profondo dell’Eucaristia, un credente è portato a desiderare un rapporto sempre più intenso con Gesù; è spinto a chiedersi come in concreto egli possa fare la volontà del Padre; è aiutato a capire che il dono più grande che si può fare a un fratello è quello di coinvolgerlo nella scoperta del mistero di Dio. L’Eucaristia può diventare così il fattore decisivo per l’apertura alle grandi vocazioni cristiane, da quella matrimoniale a quelle di speciale consacrazione, del sacerdozio ministeriale e della totale dedizione alla missione in patria o fuori della patria.

In questa linea si muove l’invito del Santo Padre nel già citato discorso del 14 novembre l981: “Oggi è necessaria prima di tutto la certezza per riportare al loro posto centrale l’Eucaristia e il Sacerdozio, per valutare nel loro giusto senso la S. Messa e la Comunione, per ritornare alla pedagogia eucaristica, sorgente di vocazioni sacerdotali e religiose, e forza interiore per praticare le virtù cristiane, tra cui principalmente la carità, l’umiltà e la castità”.