“Attirerò tutti a me” (Gv 12,32).
L’eucarestia al centro della comunità e della sua missione
Carlo Maria Martini
Carlo Maria Martini
Attirerò tutti a me
Lettera Pastorale
1982-83
“Attirerò tutti a me” è la terza lettera pastorale che l’Arcivescovo Carlo Maria Martini invia nel 1982 alla Diocesi ambrosiana, dopo “La dimensione contemplativa della vita” (1981) e “In principio la Parola” (1981 – 82), all’interno di una lunga serie di lettere pastorali che si snoda tra il 1980 e il 2001.

[Seconda parte:
le difficoltà della nostra Chiesa a capire e a vivere pienamente la centralità dell’Eucaristia]
Per favorire ulteriormente la presa di coscienza nelle parrocchie e nelle varie comunità della Diocesi, presento alcune riflessioni sintetiche sulle difficoltà che oggi sperimentiamo nel vivere la centralità dell’Eucaristia.
Esse riguardano l’aspetto celebrativo vero e proprio del Sacramento, la vita liturgica della comunità, le tensioni interne alla Chiesa, la missione, la cultura contemporanea.
[23] Possiamo partire dalle difficoltà più evidenti, che si riferiscono all’Eucaristia vista nel suo aspetto celebrativo.
Il fenomeno più macroscopico è l’abbandono della messa domenicale da parte della stragrande maggioranza di coloro che anagraficamente sono cristiani. E’ preoccupante l’abbandono soprattutto da parte dei giovani. Non pochi genitori confidano al sacerdote la loro acuta sofferenza perché i figli adolescenti non vogliono più saperne della messa domenicale. Alcuni degli stessi ragazzi che si preparano ai sacramenti dell’iniziazione cristiana partecipano alla messa domenicale in modo saltuario.
In certi casi l’abbandono o la trascuratezza sono dovuti a indifferenza o pigrizia, in altri alla perdita del senso di appartenenza ecclesiale e dei gesti che la esprimono.
Non di rado vi sono fedeli che pensano di stabilire da se stessi gli adempimenti che ritengono necessari per essere cristiani e non pongono tra questi la partecipazione regolare e costante alla messa festiva.
Non possiamo neppure consolarci troppo per il numero, pur sempre rilevante, di coloro che frequentano abbastanza regolarmente: non di rado la loro presenza è inerte, annoiata, dettata da motivi tradizionalistici, sentita esclusivamente come precetto.
[24] A questo calo di sensibilità soggettiva fa riscontro uno svolgimento oggettivo del rito non del tutto adeguato a esprimere il mistero che si celebra. Non è facile darne le ragioni, come non è facile tenere in pratica il giusto mezzo tra gli estremi di un ritualismo formale e una disinvolta e talora banalizzante familiarità.
Pensiamo agli spazi di creatività e di attualizzazione previsti dalle norme liturgiche: le monizioni all’inizio dei momenti più significativi in cui si articola la celebrazione; l’omelia, che deve leggere nella luce della parola di Dio e del sacrificio pasquale le circostanze della vita d’ogni giorno e gli interrogativi più profondi dell’esistenza; la preghiera dei fedeli che implora l’attrazione dell’incerta volontà degli uomini nel movimento luminoso dell’amore di Cristo; i canti che danno dimensione comunitaria più piena e attuale ai sentimenti di festa, di ringraziamento, di lode, di contemplazione, di invocazione; i gesti processionali, offertoriali o d’altro genere che, se ben scelti e opportunamente collocati lungo l’arco della celebrazione, potrebbero rendere più espressiva la preghiera con il coinvolgimento della corporeità. Orbene questi spazi, che favoriscono il risveglio e il dispiegamento della libertà dell’uomo dentro il grande mistero della libertà amorosa di Dio manifestata nella Pasqua di Cristo, non sempre vengono valorizzati come si conviene.
Talvolta vengono trascurati. In altri casi sono riempiti con formule ripetitive o slegate dalle situazioni concrete. Spesso vengono invasi da interventi verbosi e sprovveduti.
Queste difficoltà ci mettono davanti a parecchi problemi: l’educazione a svolgere la funzione di presidenza delle celebrazioni; la creazione di un linguaggio liturgico, parlato e musicale, che abbia una sua sobria dignità e peculiarità, pur accogliendo in sé la mobilità e le sfumature dei linguaggi e dei gusti contemporanei; la comunicazione tra i fratelli di fede, che pone le premesse culturali e ambientali in cui inserire una omelia e una preghiera dei fedeli che interpretino nella luce della fede gli episodi contingenti della storia umana.
[25] Un altro limite delle celebrazioni può essere colto nella insufficiente valorizzazione delle diverse funzioni in cui si esprime la comunità cristiana. Vi sono i casi estremi, in cui l’assemblea emerge a scapito della funzione di presidenza indebitamente ridotta, o viceversa il prete fa o dice tutto di fronte a spettatori muti e inerti. Ma penso qui piuttosto alle situazioni sostanzialmente sane in cui la partecipazione liturgica è animata dal servizio degli accoliti, dei lettori, dei cantori. Talvolta però questo servizio è svolto senza la dovuta preparazione: non ci si sforza di coinvolgere nuove persone o di prevedere nuovi servizi.
Il discorso qui è evidentemente molto più ampio e supera quello del programma di una Chiesa particolare. Ma un recupero della centralità e della forza plasmatrice dell’Eucaristia spinge verso una articolazione più ricca e un costante rinnovamento delle funzioni e dei ministeri.
[26] Queste difficoltà a vivere l’Eucaristia, nel suo aspetto propriamente celebrativo, si connettono con le incomprensioni del suo valore “sintetico”, cioè della sua capacità di essere centro vitale, momento culminante, forma unificante della vita comunitaria.
La prima espressione di questa forza dell’Eucaristia è il “Dies Domini” il giorno del Signore, la domenica. Essa si presenta come il giorno esemplare, perché tutti i suoi momenti, il suo clima generale di gioia, gli incontri che in esso avvengono, i tempi dedicati alla rigenerazione delle forze fisiche e psichiche, gli spazi di preghiera e di riscoperta di quella realtà misteriosa e meravigliosa che è l’esistenza, dovrebbero essere animati interiormente dall’incontro eucaristico con Gesù morto e risorto, principio della nuova creazione, uomo perfetto, speranza del mondo futuro.
Invece, la Messa domenicale rimane spesso un momento isolato, in cui si soddisfa un precetto, senza una vera influenza sugli altri gesti de]la comunità, delle famiglie, delle singole persone. Oppure la si vive semplicemente come l’occasione in cui la comunità elabora e annuncia i propri progetti.
In tal modo non è la Messa che plasma e costituisce la vita della comunità, ma è la comunità che attrae a sé la Messa e rischia di ridurla a un momento fra i tanti della propria vita.
[27] La forza sintetica dell’Eucaristia si esprime anche nell’Anno Liturgico. L’evento eucaristico, che è fondamentalmente identico nei suoi elementi essenziali, attraverso le variazioni sapientemente introdotte nei diversi tempi liturgici, esprime la ricchezza del mistero pasquale, che sintetizza in sé, senza annullarli, tutti i misteri della vita di Gesù e offre, così, i criteri per una interpretazione cristiana del tempo umano.
Ma non sempre le nostre celebrazioni sanno esprimere questa visione ampia, centrata sul mistero pasquale nella sua ricorrenza settimanale e annuale. Non riescono a distinguere in profondità la celebrazione festiva da quella feriale la celebrazione dell’Avvento da quella della Quaresima, quella natalizia da quella pasquale.
[28] Più in genere, l’intera vita sacramentale della comunità non riesce a trovare la propria unità nell’Eucaristia.
Afferma il Vaticano II “Tutti i sacramenti, come pure i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato sono strettamente uniti alla Sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo, che, mediante la sua Carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini, i quali in tal modo sono invitati e indotti a offrire a Lui se stessi, il proprio lavoro e tutte le cose create” (Presbyterorum ordinis, 5).
Questa visione è lontana dall’essere attuata nella nostra azione pastorale e in particolare nell’educazione alla vita sacramentale.
La Messa è spesso usata come “tappabuchi” o occasione per feste e riunioni il cui “centro” è altrove, oppure è semplicemente giustapposta ad altre celebrazioni.
[29] La crisi che colpisce il sacramento della riconciliazione ci pone gravi domande. C’era e c’è ancora chi pensa erroneamente che è necessario confessarsi prima di ogni comunione, anche se non si sono commessi peccati gravi. Ma ormai il dato più frequente è quello dell’abbandono del sacramento della penitenza. Quale la causa? Il prossimo Sinodo dei Vescovi rifletterà a fondo su questa situazione. Bisogna comunque riconoscere che si sta purtroppo oscurando in molti la coscienza del nesso tra Eucaristia e Riconciliazione.
[30] Anche l’itinerario dell’iniziazione cristiana non vede messa in piena luce la centralità eucaristica. Questa chiede che il cammino sacramentale iniziato nel Battesimo raggiunga la sua pienezza nella partecipazione all’Eucaristia. D’altra parte, poiché l’Eucaristia comporta l’attrazione dei dinamismi liberi e coscienti dell’uomo nell’amore di Cristo verso il Padre e i fratelli, occorre far attenzione alla situazione psicologica delle persone, per disporle, secondo le loro concrete condizioni personali o familiari, a una partecipazione fruttuosa.
Ma non sempre questa attenzione sa trovare il giusto equilibrio. In alcuni casi l’iniziazione cristiana è comandata solo dalla preoccupazione cronologica di rispettare le scadenze fissate per le varie età, senza considerare la situazione psicologica personale e familiare del soggetto.
In altri casi, invece, vengono esagerati i problemi della preparazione personale o del contesto familiare fino a compromettere l’obiettivo svolgimento dell’itinerario sacramentale.
[31] Non solo la vita sacramentale della Chiesa, ma anche gli altri momenti di preghiera, i ritmi e i tempi della catechesi, le iniziative della carità, i programmi educativi si giustappongono o addirittura si contrappongono senza trovare la loro unità nel comune riferimento all’Eucaristia.
Ritorneremo con esempi concreti su qualcuno di questi problemi, quando arriveremo alle indicazioni pratiche.
[32] Nel cap. 10 della prima Lettera ai Corinzi Paolo rievoca le vicende del popolo ebraico durante la marcia nel deserto: “I nostri padri furono tutti sotto la nuvola e tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati… nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale” (1 Cor 10, 1-4).
Paolo ricorda i segni miracolosi, con i quali Dio voleva attrarre a sé il popolo per farne la comunità dell’alleanza, per condurlo verso la terra della libertà. Ma la libertà, che Dio offriva, era rischiosa. Chiedeva il pieno affidamento a Dio e il coraggio di cercare giorno per giorno la strada in mezzo ai pericoli del deserto. Il popolo non ebbe questo coraggio e si sottrasse spesso all’azione di Dio. Peccò di sfiducia, di viltà e di idolatria. Rimpianse la vita che conduceva in Egitto. Cercò di superare la fatica e la rudezza del deserto col ricorso a piaceri meschini: “Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi” (1 Cor 10, 7). Dietro queste parole sta la nostalgia delle feste dove si mescolano idolatria e licenziosità. Per questo “della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto” (1 Cor 10, 5). Non basta partecipare materialmente ai grandi eventi della salvezza; occorre entrare spiritualmente nel loro dinamismo.
Paolo continua: “Tutte queste cose, però, accaddero a loro come esempio e sono state scritte come ammonimento per noi, per i quali è arrivata la fine dei tempi” (1 Cor 10, 11) Paolo vede riprodursi nella vita dei cristiani le infedeltà dell’antico popolo di Dio. I cristiani di Corinto si accostano all’Eucaristia, ma non si lasciano plasmare interiormente dalle esigenze della vita cristiana: si espongono ai rischi della idolatria, non sanno rinunciare alle proprie esigenze per edificare i fratelli nella carità, creano divisioni nella comunità.
Nel cap. 11 Paolo è ancora più esplicito: il modo con cui i Corinzi celebrano la cena del Signore è degno di biasimo. Non produce salvezza, ma condanna, perché essi non lasciano che la carità di Cristo, presente nell’Eucaristia, attragga e trasformi i loro cuori. Continuano a essere divisi tra loro, anzi, proprio in occasione delle riunioni in cui si celebra la cena del Signore, essi aggravano le divisioni e recano offesa ai fratelli più poveri (1 Cor 11, 17-34).
[33] L’Eucaristia è incompatibile con le divisioni nella Chiesa ! Incombe dunque, sulla comunità cristiana il rischio che l’Eucaristia, non assecondata nel dinamismo di carità che da essa promana, non riesca a superare gli egoismi e le incomprensioni che emergono continuamente nella vita comunitaria. A sua volta, questa nostra debolezza e meschinità, non raggiunta e purificata dall’Eucaristia, ci rende ancor più impreparati e ottusi dinanzi al mistero eucaristico.
Penso alle tensioni che affliggono la vita della comunità e ci inquietano più frequentemente.
[34] Per esempio, c’è la tensione tra fissità e mobilità. C’è una fissità che privilegia le tradizioni e le istituzioni, ma senza cogliere il loro orientamento interiore verso il mistero di Gesù e verso il bene delle persone; e c’è al contrario una mobilità inquieta, scontenta, dissacratrice, che non sopporta il tempo necessario per capire il valore delle cose e dei gesti tradizionali.
[35] Un’altra tensione riguarda gli schemi autoritari e gli schemi democratici. La funzione dell’autorità e l’esigenza di partecipazione nella Chiesa non vengono colte nella loro originale fondazione cristiana, ma sono semplicemente ricalcate su modelli sociologici, generando l’opposizione tra l’autoritarismo di stampo totalitario e l’applicazione acritica della moderna istanza partecipativa alla comunità cristiana.
[36] Oggi è particolarmente sentita la tensione tra parrocchia e gruppi.
La parrocchia interpreta l’esigenza della continuità; della completezza degli elementi necessari per la costituzione della Chiesa; dell’attenzione ai bisogni religiosi fondamentali delle persone che vivono in un determinato territorio.
I gruppi, invece, interpretano l’istanza della molteplicità e specificità dei doni e dei servizi in relazione a diverse situazioni e portano l’attenzione su quei settori della vita pastorale che corrispondono più da vicino alla mobilità dell’uomo d’oggi.
Tra queste istanze, che chiedono di essere armonizzate, possono nascere, invece, delle contrapposizioni.
[37] Bisognerebbe poter descrivere con maggiore completezza queste tensioni, se non altro per renderci conto che esse possono rappresentare un fenomeno positivo, perché esprimono il sofferto cammino della comunità verso una figura storica di Chiesa che, in nome della propria fedeltà al Signore, si impegna seriamente nei problemi concreti dell’uomo. Ma ciò che qui voglio sottolineare è che una lettura di queste tensioni nella luce dell’Eucaristia aiuterebbe a scoprire la loro complementarità. Infatti l’Eucaristia, poiché è l’attrazione di tutti gli aspetti della vita nel mistero di Cristo e del Padre, richiede una piena fedeltà alla storia di Gesù e alle forme rituali e istituzionali che a lui ci uniscono, ma, nel medesimo tempo, invita a una presenza multiforme, capillare, cordiale in tutti gli aspetti della vita umana, che devono essere orientati verso Cristo. Invece una non piena comprensione della centralità dell’Eucaristia impedisce di interpretare le tensioni della comunità secondo una visione ampia e unitaria. Alla visione, che discende dall’Eucaristia, sostituiamo le visioni che dipendono dai nostri pregiudizi, dai nostri modi di intendere la vita comunitaria. Le diverse prospettive, anziché integrarsi, si radicalizzano in contrapposizioni, che ci mettono nell’occasione di essere pungenti nei giudizi, duri nei comportamenti, focosi nelle discussioni, caparbi nei programmi.
Corriamo così, il rischio di accrescere le tensioni, le esplosioni di nervosismo, i risentimenti amari, la pigrizia nell’intuire i bisogni altrui, ecc.
Se accettassimo il progetto di vita comunitaria che ci deriva dall’Eucaristia, troveremmo la vera valorizzazione anche dei nostri modi di vedere e soprattutto sperimenteremmo la forza della carità di Cristo che ci attrae nel cuore del Padre e diventa vittoriosa sui nostri peccati.
[38] I difetti che appesantiscono una comunità non pienamente plasmata dall’Eucaristia diminuiscono anche la sua testimonianza missionaria.
Oggi tale testimonianza è certamente ancora viva. Si scoprono rapporti fecondi tra la missione verso i popoli non cristiani e la missione che si rende sempre più necessaria nel nostro territorio tra la promozione umana nelle terre lontane e la scoperta delle nuove povertà a noi vicine.
La tensione missionaria anima anche il linguaggio della predicazione e della catechesi, che cercano di avvicinarsi maggiormente alla condizione spirituale dell’uomo d’oggi. Tende anche a generare uno stile di Chiesa più vicino all’essenziale.
Dobbiamo però segnalare anche molte lacune e difficoltà.
Troppe comunità vivono ancora chiuse in se stesse, contente del numero dei fedeli che partecipano regolarmente alle iniziative ufficiali. Troppi gruppi si appagano facilmente di quei rapporti gratificanti che si instaurano entro un cerchio ristretto di persone. E anche quando viene tentato un serio sforzo di testimonianza, si incontrano parecchie ambiguità.
[39] Per esempio, si è compreso che l’attenzione sincera ai bisogni degli uomini esige una analisi rigorosa delle diverse situazioni di bisogno di povertà, di oppressione. Ma talvolta ci si ferma ad una analisi della situazione fatta con alcuni strumenti, oltretutto incompleti e criticabili, dell’indagine sociopolitica. I bisogni nella loro fattualità o nella loro interpretazione sociopolitica vengono eretti a criterio dell’intervento della comunità cristiana. Non viene tentata una lettura umana più ampia della vera natura dei bisogni e dei desideri. Non si riconosce che la fede cristiana risponde si ai bisogni dell’uomo, ma solo dopo averli valutati criticamente, dopo averli ampliati, dopo averli confrontati con quel bene vero dell’uomo che non è deciso dall’uomo, ma è donato dall’amore di Dio.
[40] Un’altra ambiguità è data dall’entusiasmo stesso con cui si cerca di venire incontro alle necessità dei fratelli. Nascono spesso delle scelte sentite, ma poco durature, perché manca una ricerca seria delle motivazioni che le ispirano e le sorreggono. Quando ci si scontra con esperienze dure ed esiti deludenti insorge la crisi. Anche un fenomeno consolante e promettente come il volontariato sente il bisogno di superare l’episodicità, di giungere a generare vocazioni che abbraccino tutta la vita.
[41] Un altro fenomeno è l’interesse per il terzo mondo e per la causa della pace, favorito dalla sensibilità universalistica propria della nostra epoca.
Sono nate molte iniziative di cooperazione internazionale per i popoli in via di sviluppo. Ce ne sono tante anche nella nostra Diocesi. Esse meritano apprezzamento e sostegno.
Cosi pure va apprezzato il fattivo apporto dei cristiani a iniziative volte a una vera pacificazione del mondo.
Dobbiamo chiederci, però, se l’azione della comunità cristiana, pur valorizzando queste iniziative, non debba andare oltre. Il dono che essa reca agli uomini è il Vangelo di Gesù Cristo, che raggiunge l’uomo nella sua situazione terrena e insieme lo apre alla speranza della vita eterna. Per questo un autentico spirito missionario integra le iniziative di cooperazione internazionale e di mobilitazione per la pace nell’opera più ampia dell’evangelizzazione.
Dovremmo essere preoccupati se queste iniziative fossero a scapito della crescita di vocazioni autenticamente e propriamente missionarie.
[42] Infine accenno a un problema che sorge quando una comunità cerca di rendere presente la forza del Vangelo nei diversi ambiti della vita sociale. Il Papa nel già citato discorso del 15 gennaio 1982 ha insistito sulla capacità che ha la fede di plasmare la vita culturale. E’ molto importante attuare questo processo di promozione culturale, evitando sottolineature parziali e atteggiamenti non ancora ben integrati fra loro in una sintesi costruttiva.
Occorre armonizzare l’originalità specifica della matrice cristiana, che deve ispirare la cultura, con il carattere in qualche modo comune e comunicabile delle espressioni linguistiche, concettuali, istituzionali che compongono il concreto tessuto culturale.
[43] Per ora limitiamoci a costatare che anche qui entra in gioco la centralità dell’Eucaristia.
Una comunità che si lascia veramente formare dall’Eucaristia comprende, anzitutto, che Gesù vuole attirare a sé tutti gli uomini. Diventa quindi una comunità che va sempre oltre sé stessa, si sente mandata da Cristo a ogni uomo non si dà pace finché il Vangelo della Pasqua non ha raggiunto tutte le situazioni umane.
Gesù è l’unico Signore e Salvatore: solo nell’immediato incontro con Gesù ogni uomo può trovare la salvezza.
D’altra parte l’Eucaristia produce una reale attrazione degli uomini a Gesù e, con Gesù, verso il Padre: quindi comporta tutta una serie di mediazioni in cui vengono accolte e purificate le concrete capacità di ciascuno, le espressioni della ragione, della libertà e dei desideri, le acquisizioni e le istituzioni che prendono forma nella vita civile.
L’Eucaristia attrae veramente “tutto” e “tutti” a sé. Tutto ciò che è umano viene assunto e insieme purificato, rigenerato, approfondito in quel movimento di carità che promana costantemente dall’Eucaristia.
[44] Può invece accadere che la comunità. sospinta da intense provocazioni sociali o culturali, costruisca un proprio progetto che privilegia o le strutture della comunità, dimenticando che esse sono finalizzate all’uomo da attrarre a Cristo, o i bisogni dell’uomo, dimenticando che essi vanno vagliati, purificati, rigenerati nell’attrazione a Cristo.
Questo progetto, che si costruisce a prescindere dall’Eucaristia, cerca poi di ricondurre a se stesso l’Eucaristia mediante operazioni ambigue e riduttive, che dobbiamo ora esaminare attentamente, interpretandole con il tema biblico della “durezza di cuore”.
[45] Questo paragrafo vuole appunto esaminare quell’atteggiamento di fondo dell’uomo di fronte al mistero di Dio che la Scrittura chiama “durezza di cuore” o “cuore lento e tardo a comprendere” e che soltanto un’esperienza spirituale matura e sofferta permette di cogliere nella sua vera luce. Si pone come conclusione della breve analisi sulla “Eucaristia non al centro” nella celebrazione, nella vita della comunità e nella sua missione e prelude a un ultimo paragrafo in cui si cercheranno le radici di questo atteggiamento nella cultura contemporanea. Il lettore che ha fretta (ve n’erano anche ai tempi del Manzoni) potrà passare subito al capitolo seguente. Ritornerà a queste considerazioni, quando le implicazioni del fenomeno ecclesiale dell'”Eucaristia non al centro” lo avranno convinto che tante difficoltà quotidiane hanno radici molto profonde.
[46] Possiamo farci illuminare da una pagina dell’Antico Testamento (cfr. 2 Sam 7). Il re Davide, dopo che si era costruita una reggia in Gerusalemme, provò il desiderio di costruire una casa anche per il Signore, un tempio nel quale collocare l’arca dell’alleanza, che si trovava ancora sotto una tenda.
Nel suo desiderio c’era un sincero senso religioso e molta gratitudine per la fortuna che Dio gli aveva concesso. Ma c’era pure l’orgoglio di farsi vedere grande e munifico anche verso il Signore. C’era la sottile compiacenza di poter contare Dio stesso tra gli abitanti della propria città. C’era la segreta speranza di avere Dio a propria disposizione, di poter mettere le mani su di Lui, di assicurarsi la Sua potente protezione.
Il profeta Natan, consultato in proposito, dapprima diede la sua approvazione, ma poi, colpito da una improvvisa rivelazione notturna, ritornò dal re per dissuaderlo dal realizzare quel progetto: non sarebbe stato Davide ad edificare una casa al Signore, ma il Signore gli avrebbe consolidato la casa e gli avrebbe assicurato una discendenza.
Anche noi tante volte ci avviciniamo all’Eucaristia con gli stessi atteggiamenti con cui Davide si avvicinava al mistero della presenza del Signore. Abbiamo già i nostri progetti. Presumiamo già di sapere che cos’è l’Eucaristia e di poterla tranquillamente mettere tra le cose in nostro possesso. Abbiamo già, insomma, costruito la nostra vita secondo un programma che vede al centro noi stessi. E’ questo l’oscuro mistero della “durezza del cuore” dell’uomo, della sua lentezza a credere, di cui si parlano così spesso le Scritture. .
Talvolta questo accentramento su noi stessi è così radicale, da renderci riluttanti o indifferenti al rapporto con Dio. Ecco perché molti trascurano l’Eucaristia o la considerano un fenomeno sentimentale, che può adattarsi all’età infantile o concederci una emozione vagamente religiosa in qualche momento di pausa nostalgica nell’età adulta.
In altri casi viene accettato un generico rapporto con Dio. Ma si tratta di un Dio misurato sulle nostre idee. E’ l’uomo che decide come, dove e quando incontrarsi con Dio. L’Eucaristia come modalità gratuita, con cui Dio si concede a noi nella comunità cristiana, viene trascurata a favore di altre espressioni incomplete o ambigue di religiosità.
In altri casi, infine, si accetta il Dio di Gesù, che s; è manifestato nella Pasqua, e si crede che il mistero pasquale si rende presente nell’Eucaristia celebrata nella comunità cristiana. Ma l’atteggiamento dell’uomo, che pone al centro se stesso, riaffiora in modi sottili e per vie traverse.
Noi sappiamo che nell’Eucaristia opera la Pasqua, è presente la “carne di Gesù per la vita del mondo” (Gv 6, 51). Cerchiamo pertanto di comprendere quale messaggio la Pasqua, attraverso l’Eucaristia, invia alla nostra vita. Ma questa ricerca non è del tutto pura. Attraverso la nostra esperienza, i nostri contatti con gli altri, ci siamo fatti un’idea della nostra vita. Non andiamo fino in fondo in questa indagine; ci arrestiamo al punto in cui la nostra vita ci sembra un bene che è di fatto nelle nostre mani e attende di essere plasmato praticamente solo da noi.
[47] Di conseguenza, anziché chiederci quali radicali mutamenti la Pasqua esiga dalla nostra vita, cerchiamo di sapere quali vantaggi le può arrecare.
Questo nostro atteggiamento non è per lo più chiaro e consapevole. Si presenta in forme velate e assume vari orientamenti.
Alcuni, per esempio, considerano il mistero pasquale come una grande riserva di grazia, ma intesa in chiave sottilmente utilitaristica, come un complesso di beni da ottenere. Allora l’Eucaristia verrà vista un po’ come un vaso sacro che ci trasmette la grazia della Pasqua.
Altri invece vedono nella Pasqua una somma di valori etici che suggellano gli ideali morali dell’uomo. Ammirano il coraggio di Gesù, la sua libertà, il suo perdono fraterno, la fedeltà a un progetto d’amore fino alla morte. Ritengono che il ricordo della vita di Gesù, ricca di esempi così altamente emblematici, debba raggiungere beneficamente anche l’uomo d’oggi, alle prese con ingigantite responsabilità morali. Allora l’Eucaristia verrà vista come il ricordo attualizzato della Pasqua di Gesù, capace di produrre un benefico contagio morale.
[48] Tutti questi sono valori, ma non sono ancora “l’Eucaristia messa al centro”. Se l’uomo – e ognuno di noi è costantemente tentato di farlo – si chiude in una concezione utilitaristica dell’Eucaristia e la considera come definitiva, cade nell’errore di coloro che, dopo la moltiplicazione dei pani, cercavano Gesù per farlo re (Gv 6, 15) e assicurarsi così una vita senza problemi.
Ad essi e a tutti Gesù grida: “In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni – traendo cioè dal miracolo lo stimo]o per una adesione incondizionata di fede a Gesù -ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati” (Gv 6, 26).
Quando la comunità si dibatte ancora in queste secche, non v’è da stupirsi che ne escano Eucaristie che dicono poco, che influiscono poco sulla vita, che si cada da una parte in un ritualismo rigido e freddo, dall’altra in un attivismo verboso e distraente. Non si ha l’esperienza del roveto ardente.
Più in generale si potrebbe dire che quando l’Eucaristia viene decentrata e poi sottilmente attratta verso altri “centri” soggettivamente stabiliti in base a esigenze non discusse e verificate, non è più in grado di liberare la pienezza della sua forza.
Occorre allora compiere un cammino di conversione, che ci aiuti a scoprire nel mistero eucaristico non un bene che è semplicemente a nostra disposizione, ma la presenza viva di Cristo, la forza del suo Spirito che ci attrae nel movimento di obbedienza e di disponibilità del Figlio all’amore misericordioso del Padre.
[49] Nei fenomeni finora descritti è facile riconoscere anche la presenza di qualcosa che non riguarda solo la vita della Chiesa, ma tutta la cultura contemporanea. Rivivono nei comportamenti lacunosi della comunità cristiana verso l’Eucaristia la mentalità e la sensibilità proprie della nostra epoca. Si tratta di quel complesso fenomeno culturale che può essere descritto con gli stessi elementi che esprimono l’azione di Gesù nell’Eucaristia, ma presi in senso inverso: mentre Gesù nell’Eucaristia attira tutti gli uomini a sé, l’uomo moderno, essendosi posto al centro della realtà, vuole essere lui ad attirare tutto a sé. E’ da sempre la tentazione più insidiosa: la presuntuosa autosufficienza che nella cultura contemporanea si è fatta ancora più corposa e temibile.
Questo significa che un’azione pastorale che voglia capire fino in fondo e rinnovare nelle radici i comportamenti della comunità cristiana verso l’Eucaristia, deve fare i conti con questa mentalità generale, che si insinua anche negli atteggiamenti dei credenti, i quali sono pur sempre uomini del loro tempo. Ma questa mentalità generale, questa “cultura”, ha oggi anche un’altra faccia.
Infatti, pur nella permanenza degli orientamenti che mettono l’uomo al centro di tutto, diventano sempre più insistenti e diffuse anche le analisi delle conseguenze negative di questo atteggiamento.
L’uomo non regge alla fatica e alla responsabilità di essere il centro di tutto. Nascono allora dei comportamenti complessi e ambigui, di cui cerco di dare qualche esempio.
[50] E’ tipica dell’uomo d’oggi la frammentarietà. Egli ha compiuto e va compiendo importanti conquiste nel dominio della natura, nella cura della salute, nella promozione della dignità personale, nell’organizzazione della vita sociale ecc. Ma si tratta di conquiste settoriali. Il senso globale rimane nell’ombra: si acuisce un preoccupante disorientamento circa la direzione complessiva da imprimere alle conquiste scientifiche, circa l’esito ultimo e i valori definitivi dell’esistenza umana.
[51] Mancando questa visione unitaria, è facile cadere in una serie di contraddizioni. Basti un solo esempio, relativo alla dignità della vita umana.
E’ maturata una forte coscienza civile della libertà e della dignità della persona. Si fanno grandi battaglie e si impegnano mezzi, tempo, energie per salvare tante vite umane dalla guerra, dalla malattia, dalla fame, dagli ambienti malsani, ecc.
Stranamente, però, accanto a questi atteggiamenti costruttivi si registrano fenomeni di segno opposto: uccisione della vita nel suo sorgere o nel suo finire; corsa sfrenata agli armamenti; mentalità violenta; mancanza di rispetto del contesto fisico, psichico, sessuale, affettivo, familiare in cui la vita umana nasce e si sviluppa; paurosa diffusione della droga; ricorso agli interventi armati, anziché alle mediazioni diplomatiche, per risolvere i vari conflitti tra i popoli.
Purtroppo, contraddizioni di questo genere diventano inevitabili, quando non si sa riconoscere il valore ultimo e assolutamente intangibile su cui si fonda la dignità dell’uomo (cfr. il discorso per la festa di S. Ambrogio 1981, sul tema: “Il Signore ama la vita”).
[52] Connesso con la mancanza di visione unitaria è lo sgretolamento della coscienza morale. Di fronte ai tanti casi di corruzione, al generale affievolimento del senso di responsabilità, alla crisi delle istituzioni democratiche, tante voci chiedono un rinvigorimento della coscienza morale. Questa diffusa domanda etica è una sfida che va raccolta, decifrata e fatta evolvere verso la coscienza del bisogno di un solido fondamento. Altrimenti un tale appello, che pure non va disatteso, è condannato a restare velleitario, se vengono meno gli strumenti per dare figura solida e costruttiva alla vita etica.
Il desiderio del bene, che è l’anima della moralità, non riuscendo ad aprirsi a una concezione del bene ultimo e definitivo che sappia rinnovare e correggere il desiderio stesso, rimane in balia dei moti istintivi, dello sperimentalismo superficiale e inquieto, della tendenza ad accontentarsi di ciò che soddisfa in modo immediato disimpegnato.
Insomma il desiderio è senza nerbo interiore, senza struttura solida, senza figura unitaria. Lo costatano con grande preoccupazione soprattutto coloro che vogliono dedicarsi seriamente al]’educazione dei giovani: spesso parecchi giovani danno l’impressione di non sapere che cosa vogliono, passano da una esperienza all’altra e vengono facilmente catturati da chi propone soddisfazioni più facili e risultati immediati.
L’uomo dovrebbe avere il coraggio di andare alla radice di queste ambiguità. Dovrebbe allora mettere in discussione il presupposto da cui sono scaturite queste conseguenze, cioè la volontà di attirare tutto a sé.
[53] Questa breve analisi culturale suggerisce una concreta indicazione pastorale: c’è un rapporto tra l’azione con cui la Chiesa riscopre la centralità dell’Eucaristia e l’opera culturale che essa svolge perché l’uomo d’oggi ritrovi il senso del mistero.
I due impegni devono intrecciarsi. Nella relazione alla Assemblea della CEI dello scorso aprile ho detto: “Anche al di fuori del mondo cristiano ufficiale risuonano voci pensose, che invitano l’uomo d’oggi a rimettersi davanti all’arduo, ma imprescindibile problema della trascendenza. Senza strumentalizzare frettolosamente queste voci, occorre consolidare un dialogo e un consenso tra tutti coloro che cercano onestamente la verità ultima dell’uomo al di là dei desideri immediati e delle realizzazioni pratiche, in cui l’uomo si esprime”.
Anche nelle nostre comunità dobbiamo svolgere quest’opera culturale, che disintossica l’uomo d’oggi dalla suggestione contagiosa di essere il centro, orgoglioso o disperato, di tutto.
Quest’opera trova la sua esecuzione più efficace e la sua illuminazione più piena nell’azione pastorale che aiuta a riscoprire e a rivivere la centralità dell’Eucaristia.
E’ tempo, dunque, che proponiamo un cammino per la riscoperta della centralità del mistero eucaristico.