Il futuro della Chiesa e della fede/2: cercatori o combattenti?
Sergio Ventura, Vino Nuovo — 9 luglio 2026
La seconda parte contrappone due modelli ecclesiali: una Chiesa concepita come presidio impegnato in una battaglia culturale e una comunità di esploratori in ascolto dello Spirito. È un testo utile per riflettere su identità, missione, riforma e sinodalità. (VinoNuovo.it)

di Sergio Ventura
9 Luglio 2026
Per gentile concessione di
https://www.vinonuovo.it

La Chiesa e la fede del futuro hanno bisogno di strutture ed esploratori in ricerca dello Spirito (anche di Cristo) o di riservisti e nuove leve chiamati all’ultima, grande battaglia in nome di Cristo?

Vorrei concludere la lettura (cominciata qui) delle Linee di orientamento per l’attuazione del Cammino sinodale italiano mostrando come dai due “ribaltoni” operati operati in esse dai vescovi italiani (quello intra-trinitario e quello antropologico-teologico) discenda un’interpretazione delle altre priorità episcopali sempre equivoca, perché condivisibile se intesa in un senso, molto di meno se intesa nell’altro.

Partirei dalla priorità della corresponsabilità differenziata di tutti i battezzati nella missione di «annuncio del Vangelo» e di «trasfigurazione delle realtà di questo mondo». [1] Ora, a parte l’ambiguità dell’espressione corresponsabilità differenziata – simile all’ambiguità che ha caratterizzato per anni il termine accompagnamento (oggi piano piano dismesso da Leone XIV) – il problema consiste nel fatto che nell’ottica “ribaltata” dei vescovi tutte le belle espressioni utilizzate possono essere interpretate e praticate come un ritorno al passato.

È vero, infatti, che per i vescovi tale corresponsabilità differenziata garantirebbe, da un lato, «l’uscita da una forma ecclesiale in cui risulta riconoscibile solo il ministero del sacerdote» e, dall’altro lato, «un discernimento e un impegno adeguati» nei vari «ambienti di vita» e «contesti» del mondo (famiglia, scuola e università, cultura e lavoro, tempo libero, politica e economia, ricerca scientifica, volontariato e cura delle persone), laddove «la fede è chiamata a prendere carne» e «la Chiesa è chiamata a lasciar trasparire il volto di Cristo». Ma il testo non chiarisce se tale adeguatezza dovuta ad una rinforzata presenza ecclesiale nel mondo consista in un rilancio dell’esplorazione ai margini della Chiesa “ufficiale” da parte di quelli che, con Theobald, possiamo chiamare rabdomanti dello Spirito oppure, come invece sembra da quanto ho argomentato sinora, una sorta di “chiamata alle armi dei riservisti e delle riserviste o delle nuove leve” del Cristo Risorto (sempre che – appunto! – abbiano «coscienza della portata della loro fede e della loro appartenenza ecclesiale»). [2]

Una seconda priorità, ritenuta tale dai vescovi italiani ma sempre di equivoca interpretazione, è quella del rapporto tra fede e carità o fraternità. Da un lato, è importante e condivisibile leggere, sulla scia del Documento di sintesi (ottobre 2025), due punti fermi di tale rapporto; 1) il fatto che «un impegno in favore del prossimo diviene occasione per far sorgere domande di senso e possibilità di percorsi di fede» – perché i «poveri sono “luogo teologico-rivelativo”» – o per «ricercare ogni forma di cooperazione» con gli altri cristiani, credenti e non credenti che hanno «a cuore la difesa della dignità umana»; 2) la necessità di «evitare che la fede professata e l’appartenenza ecclesiale vissuta si strutturino in un’estraneità alla testimonianza e all’impegno caritativo», per non perdere la capacità di «profezia sociale», « di fraternità» e di «riconciliazione» che il cristianesimo ha sempre avuto (da qui l’invito a «una sempre più intensa sinergia tra le “pastorali” dell’annuncio, liturgica e caritativo-sociale»). Dall’altro lato, però, risulta alquanto strana la preoccupata esortazione ad «una riconnessione vitale di tutto l’impegno caritativo-sociale delle nostre Chiese (…) nella fede cristologico-trinitaria e in una reale appartenenza ecclesiale», affinché esso sia «espressione di comunità in cui si vive realmente la fede e la si celebra convintamente». Tale sottolineatura è di chiara marca “repoliana” (basta di nuovo leggere l’articolo di due anni fa utilizzato da Mancuso per innescare un dibattito su “cristocentrismo e spiritualità”), ma stupisce che si sia sottovalutato il fatto che essa somiglia molto, forse troppo, alla accusa di aver ridotto la Chiesa ad una ONG e il cristianesimo ad una sorta di filantropismo sociale. [3] Questa accusa, non a caso “cristocentricamente” motivata, viene infatti mossa da decenni, in linea di massima ingiustamente, da una parte dei cattolici verso altri cattolici, i quali dedicano il loro impegno soprattutto alla carità e alla costruzione di relazioni fraterne, sempre e comunque convinti dal vangelo di Matteo (25,31-46) che nel prossimo di cui si prendono cura come di un fratello o di una sorella si nasconda proprio Cristo. [4]

La terza priorità, infine, riguarda la «conversione» (o «revisione») e il «rinnovamento» di alcuni «aspetti strutturali» ecclesiali, a partire dall’istituzione parrocchia sino alla «riconfigurazione» della Chiesa sul territorio – con la precisazione, però, che entrambe devono scaturire da e favorire un tessuto di relazioni intra ed extra ecclesiali sempre più fraterne. Anche qui, è vero che le linee episcopali affermano la volontà di creare «le condizioni [strutturali] idonee per coniugare la trasmissione della fede e l’annuncio del Vangelo con le attese degli uomini e delle donne di oggi». Ma è altrettanto vero che tale priorità, da attuare con «tutta la parresia e la competenza disponibili», sembra consistere in un mero snellimento conseguente ai due “ribaltoni” segnalati: senza alcun riferimento all’azione dello Spirito che soffia anche nelle strutture, motivato dalla contrazione della partecipazione – a sua volta dipendente dalla suddetta crisi della fede – e perciò volto a non disperdere le poche «energie» dei ministri – solo ordinati? – disponibili per la missione. Mi chiedo allora se, invece, le linee episcopali non possano essere aiutate dal nostro “contro-ribaltone” ad interpretare in modo diverso l’auspicio in esse contenuto di «immaginare modi nuovi di gestire e amministrare le strutture esistenti»: pensando, ad esempio, a possibilità di utilizzo di tali strutture da parte di coloro che nella Chiesa operano soprattutto ad extra, su quella soglia/frontiera, su quei margini/bordi/confini, dove si muove la vita in cui opera già il vangelo e dove non si aspetta altro di essere invitati a partecipare alla creazione di progetti missionari, questi sì veramente innovativi. [5]

Per tutto ciò non si può negare che le linee episcopali recepiscano alcune delle interessanti proposte di riforme strutturali presenti nel Documento di sintesi: l’effettivo sviluppo degli organismi di partecipazione (e relativa promozione del discernimento ecclesiale per la missione, dell’articolazione dei processi decisionali, della trasparenza, rendicontazione, verifica e valutazione periodica); le «“diaconie pastorali”»; la formazione dei seminaristi alla «collaborazione con altri fedeli»; la trasformazione delle Commissioni Episcopali «in “Commissioni ecclesiali” (…) con altri membri (non Vescovi)» e, infine, la costituzione da parte della CEI di »un Organismo di partecipazione ecclesiale a livello nazionale, corrispondente all’équipe sinodale richiesta dalla Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi e dal Documento di sintesi (cfr. LPS 75 a)». Ma la domanda di fondo resta: tutti questi organismi di partecipazione, équipe pastorali e commissioni ecclesiali saranno la casa dei rabdomanti ricercatori dello Spirito (santo e di Cristo) nell’alterità delle persone e dei territori oppure dei riservisti/e e nuove leve testimoni “combattenti” in nome e per conto del Cristo risorto? Saranno la casa in cui si discernerà e deciderà (o meglio, sceglierà) di «avviare processi» e «dinamismi» secondo lo «stile» dei primi o dei secondi? [6]

La risposta spetta ancora una volta a chi, tra di noi, nonostante «fatiche, lentezze e inevitabili resistenze», desidera ancora dedicare «tempo, pensiero, passione ecclesiale» per far emergere nella Chiesa di oggi e di domani «attese, ferite, desideri, intuizioni e possibilità»: certamente ci vorrà «tempo, pazienza» ed anche «perseveranza», ma tutto questo, nella paventata ma perenne crisi della fede, è già in fondo… un atto di fede nello Spirito (santo e di Cristo)!

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[1] In altri termini, i vescovi parlano di «pluri-ministerialità» all’interno di «una feconda interazione dei tutti, degli alcuni e dell’uno» ovvero di «varietà di carismi e ministeri» istituiti, di fatto e da istituire, in «risposta alle necessità reali delle concrete comunità cristiane», ma sempre evitando «il rischio di clericalizzazione di alcuni laici».
[2] Con i termini che già utilizzai (qui) al tempo del Sinodo della Chiesa universale, i vescovi italiani sembra che intendano l’«“assunzione comunitaria della missione” e la “partecipazione peculiare dei Laici all’evangelizzazione nei vari ambiti della vita sociale, culturale, economica, politica”» come «una estroversione d’impronta ancora wojtyliana-ratzingeriana per portare (o donare, se vogliamo) il già noto dell’ordine “secondo Dio” laddove nelle “cose temporali” non è noto», con «il rischio che si finisca per destinare le risorse esistenti a forze sempre più esigue con il solo scopo di rimpinguarle per resistere o sopravvivere in un territorio sempre più vasto e sconosciuto». Mentre, invece, il Documento di sintesi (ottobre 2025) inviterebbe ad una «lettura dei “segni dei tempi” in ogni “contesto”, magari colti “ai margini” della vita ecclesiale (su quel “‘margine profetico’” in cui è notevole la “pluralità” del “contributo” femminile), e alla cui “luce” – o in “risposta” ai quali – (…) rafforzare le buone pratiche – o meglio le esperienze pastorali – di coloro che da anni, se non decenni, sono già in avanscoperta fiduciosa dell’ e nell’opera dello Spirito. E perciò, forse, da ascoltare (per imparare) di più e meglio».
[3] Sperando di non fare peccato, confesso che è veramente difficile non pensare di trovarsi davanti a mediazioni tali da poter essere interpretate e declinate nel senso (polarizzato) preferito da ciascun “fronte” episcopale o, in ogni caso, in un senso che permetta ad una parte dei vescovi di superare il «disagio» (C.Ruini) provato verso una sinodalità declinata secondo il cristocentrismo pneumatologico di Francesco.
[4] Spero non venga giudicato come un inutile vezzo il far notare che in queste linee è scomparso anche lo sforzo linguistico presente nel Documento di sintesi di parlare, se non di fraternità e sororità, almeno di fratelli e sorelle.
[5] Non è un caso che Edoardo Mattei metta (qui) in evidenza la carenza totale delle linee episcopali in termini di riflessione sulla destrutturazione territoriale della Chiesa occidentale e conseguente, necessario, ripensamento della mobilità pastorale. D’altro canto, il problema e gli esempi prospettati da Mattei (giovani, laici e rapporto kerigma-mondo digitale) si comprendono meglio, nelle loro cause ed eventuali soluzioni, alla luce dei due “ribaltoni” e “contro-ribaltoni” qui ipotizzati.
[6] D’altronde, i dubbi (qui) sollevati sull’effettiva e reale implementazione del «processo di recezione del Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi» (DFS) mi sembrano confermati dalle esortazioni o promozioni soltanto generiche collegate alle citazioni del DFS stesso (n.21-27; 36; 66; 75-77; 81-107).