“Attirerò tutti a me” (Gv 12,32)
L’eucarestia al centro della comunità e della sua missione
Carlo Maria Martini
Carlo Maria Martini
Attirerò tutti a me
Lettera Pastorale
1982-83
“Attirerò tutti a me” è la terza lettera pastorale che l’Arcivescovo Carlo Maria Martini invia nel 1982 alla Diocesi ambrosiana, dopo “La dimensione contemplativa della vita” (1981) e “In principio la Parola” (1981 – 82), all’interno di una lunga serie di lettere pastorali che si snoda tra il 1980 e il 2001.

[1] Ti ringrazio, Gesù di Nazaret, Signore vivente, perché, poco prima di essere consegnato a morte, hai detto la parola profetica: “attirerò tutti a me” (Gv 12, 32) Essa mi dà la certezza che ciò che sto cercando di fare, mentre scrivo questa lettera, non è solo frutto del mio sforzo, ma è obbedienza a te. E poiché siamo tutti attirati da te, la stessa forza che mi spinge a scrivere del tuo dono eucaristico è quella che attirerà ciascuno che vorrà leggere queste pagine. E chi legge le comprenderà, perché tu lo attiri dalla tua croce e dalla tua gloria. Anzi il Padre stesso, che ti ha mandato, lo attira a te (Gv 6, 44.65). Il Padre rivela ai semplici e ai piccoli te, che sei il Figlio (cfr. Mt 11, 25-27) e manifesta il segno definitivo del tuo amore, che è l’Eucaristia.
[2] Questa preghiera, che mi viene spontanea all’inizio di questa lettera, mi aiuta anche a superare il “timore e tremore” (cfr. Es 3, 6; At 7, 32, Ebr. 12, 21) che sento avvicinandomi al roveto ardente che è il mistero dell’Eucaristia.
Come farò a scrivere in maniera semplice e giusta di cose così elevate? Non sarò sopraffatto – e già lo sento un po’ in me -dalla complessità del tema, dai rapporti che esso ha con tutto il mistero dell’uomo? C’è il rischio di dire troppo e di risultare alla fine generici, e soprattutto di non riuscire a comunicare la fiamma che lo Spirito ha acceso dentro.
Ma allora Mosè rifiuterà di avvicinarsi al roveto, per paura di sbagliare strada?
Carissimi sacerdoti e fedeli, fratelli e sorelle nel Signore: vi prego, leggete attraverso le righe il messaggio di fuoco, a cui esse troppo imperfettamente alludono, e soprattutto lasciatevi attrarre da quello stesso Signore che mi ha mosso a scrivervi.
Il prossimo Congresso Eucaristico Nazionale ci invita ad accostarci non solo al roveto che arde nel deserto, ma “al monte Sion e alla città del Dio vivente” (cfr. Ebr 12, 22), dove ci riconosciamo fratelli, comunità fondata dall’Eucaristia e spinta alla missione.
[3] Scrivo questa lettera mentre sto concludendo gli incontri pastorali “per campione”. Ho vissuto per alcuni giorni nelle parrocchie più diverse, dall’immenso e quasi anonimo quartiere Gallaratese, in periferia di Milano, sino alle verdi e solitarie valli del Luinese. Ho celebrato tante volte l’Eucaristia in situazioni e circostanze sempre nuove, dalla rotonda del carcere di S. Vittore, all’ariosa parrocchiale di Monteviasco, arrampicata sulla montagna.
Quante impressioni! Quanta ammirazione per la gente incontrata, per lo zelo e l’ospitalità dei parroci, per la fede degli umili! E insieme quante impressioni diverse nel celebrare l’Eucaristia. A volte mi pareva di cogliere come nell’aria il mistero, la presenza dell’Altissimo, il “cuore solo e l’anima sola” delle prime comunità! Altre volte sentivo come un senso di fatica. Non penso fosse dovuto solo alla stanchezza fisica: forse era finché una imperfetta fusione di cuori nell’assemblea, un cammino eucaristico ancora un po’ incerto.
[4] L’esperienza insegna che dietro un imperfetto celebrare c’è un vivere anch’esso imperfetto. Se l’Eucaristia è il centro della comunità, essa ne diviene anche un po’ lo specchio. C’è dunque una ragione profonda, tratta dal dinamismo stesso della celebrazione, che ci invita a leggere in trasparenza liturgia e vita.
Mi sono chiesto che cosa rende un celebrare pienamente significativo, come interpretare quel “non so che”, avvertito nell’insieme del rito, che invita ad esclamare “veramente Dio è fra voi” (cfr. 1 Cor 14, 25). Mi pare che una celebrazione tocchi questi vertici quando essa, nel suo concreto svolgimento, apre ogni persona a percepire la ricchezza della vita comunitaria e, nel medesimo tempo, orienta la comunità al di là di se stessa, attraverso i temi e i bisogni immediati, verso una presenza santa e misericordiosa.
Questa presenza non è la somma delle realtà che compongono la vita comunitaria, ma un mistero che eccede il livello dei rapporti tra gli uomini e insieme si concede agli uomini in un atteggiamento di amicizia e di dono gratuito. Un mistero che inclina i cuori a simili atteggiamenti di benevolenza e di dono. Si avverte, allora, nella luce della fede, che Gesù è presente, è “il Signore”, è “il Figlio” che ci rende partecipi dei suoi misteriosi rapporti con il Padre e del suo dono per il mondo.
Così si attua veramente la parola di Gesù: “attirerò tutti a me” (Gv 12, 32)
(Nota) Mentre molti codici greci del Nuovo Testamento leggono in Gv 12,32 “attirerò tutti a me”, alcuni codici molto antichi leggono “attirerò tutte le cose a me”. Anche se la prima lezione è da preferire il fatto che in alcuni luoghi della Chiesa antica, in particolare nell’occidente, si sia letto “tutte le cose” è indicativo della connessione tra attrazione degli uomini a Cristo e attrazione di tutta la realtà creata. In questo senso si esprime Paolo in I Cor 15,28: “E quando tutte le cose gli saranno state sottomesse, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti”.
[5] Vorrei sostare un poco su questa parola biblica, “attirerò tutti a me”. Anche se non si riferisce direttamente all’Eucaristia, essa, letta nel contesto (Gv 12, 20-36), può aiutare a capirne il senso profondo, perché illustra l’interiore energia della Pasqua, di cui l’Eucaristia è la manifestazione e l’attuazione.
Alcuni Greci, saliti a Gerusalemme per la festività pasquale, desiderano vedere Gesù (Gv 12, 20-21).
Anche il mondo non ebraico comincia a interessarsi di lui. Sta per giungere il grande momento dell’incontro con tutti i popoli. Gesù potrebbe attirarli a sé con qualche gesto affascinante. Invece la sua reazione è, in apparenza, deludente: essi non vedono nulla di straordinario; vedranno solo un chicco di grano, che cade nella terra, scompare e muore (cfr. Gv 12, 23-24). Ma proprio questa morte glorificherà il Figlio dell’uomo, rivelerà definitivamente l’amore del Padre, sarà il principio della vita. Quando sarà innalzato sulla croce, Gesù apparirà agli occhi di tutti come il salvatore del mondo, attirerà a sé tutti gli uomini, per coinvolgerli nel suo stesso movimento di dedizione all’amore del Padre (cfr. Gv 12, 32-36.44-50).
I Greci, saliti a Gerusalemme per la festa della Pasqua ebraica, vedranno la Pasqua nuova e definitiva, l’esodo, il passaggio, il ritorno di Gesù al Padre, inizio del grande ritorno di tutta l’umanità riconciliata e salvata.
[6] In questa luce intuiamo che la Pasqua, proprio per attuare la sua efficacia universale di riconciliazione e di comunione, dovrà suscitare un gesto, un segno uno strumento, con il quale raggiungere ogni uomo per attirarlo a Gesù e, insieme con Gesù, verso il Padre.
Tale gesto o segno, essendo convocazione di più persone in Gesù, in vista di un’attrazione verso il mistero di Dio, avrà tra le sue caratteristiche fondamentali almeno le seguenti: quella di esprimere e di realizzare la comunione dell’uomo con Cristo; quella di convocare gli uomini, radunandoli in una assemblea di salvezza, in una fraternità; quella di attrarre verso il trascendente, configurandosi come una celebrazione del mistero, come un rito sacro, che inserisce l’uomo nel sacrificio di Cristo, nella adorazione e obbedienza filiale con cui Gesù ha accolto e attuato la volontà amorosa del Padre.
Tale appunto è l’Eucaristia: attrazione, convocazione, comunione, sacrificio; il tutto vissuto in una celebrazione rituale.
[7] Questa Eucaristia è il centro della comunità cristiana e della sua missione (cfr. Conc Vat II, Presbyterorum Ordinis, 5).
Non si tratta però di una centralità geometrica, statica.
La centralità dell’Eucaristia va concepita come qualcosa di assolutamente originale, in dipendenza dall’originalità dei rapporti di Gesù con il Padre. L’Eucaristia è un centro dinamico: ci accoglie dalle regioni della nostra lontananza spirituale, ci unisce a Gesù e ai fratelli e ci sospinge con Gesù e con i nostri fratelli verso il Padre. E’ come un sole che attira a sé la terra degli uomini e con essa cammina verso un termine misterioso, eppure certissimo.
“Mettere l’Eucaristia al centro” è il programma che ci proponiamo per questo anno del Congresso Eucaristico. Questa lettera vorrebbe aiutare a mettersi nella disposizione giusta per questa comunione.
Nella prima parte ci domanderemo perché è importante mettere l’Eucaristia al centro, tenendo conto del primato della Parola, a cui abbiamo dedicato l’impegno di quest’anno trascorso, e in relazione con la situazione pastorale del nostro tempo.
In una seconda parte cercheremo di analizzare le difficoltà della nostra Chiesa a capire e a vivere pienamente la centralità dell’Eucaristia.
Nella terza parte verranno delineati alcuni itinerari per riscoprire la centralità del mistero eucaristico.
Nella quarta e quinta parte sono offerti dei suggerimenti pratici per celebrare l’Eucaristia con rinnovata fedeltà alla volontà del Signore e per ricollocare l’Eucaristia al centro della vita e della missione della Chiesa.
Una conclusione raccoglie alcune indicazioni operative prioritarie.
[Prima parte: perché è importante mettere l’Eucaristia al centro]
[8] Il messaggio che si vuole comunicare, malgrado la molteplicità delle sue implicazioni, è in fondo molto semplice ed è da sempre presente nella religiosità tradizionale. Ogni fedele sa che, mentre il cibo materiale si trasforma nell’organismo di chi lo assume, Gesù nell’Eucaristia conforma a sé chi si nutre di lui: “chi mangia la mia carne dimora in me e io in lui; colui che mangia di me, vivrà per me” (Gv 6, 56-57).
Questa verità, (operante a livello individuale il cristiano che si comunica si trasforma nella linea del sentire e dell’agire di Cristo, assume comportamenti evangelici ecc.), non è stata ancora sufficientemente approfondita nelle sue conseguenze per la comunità. Il cibo eucaristico fa dei molti un solo corpo, il corpo di Cristo, nello Spirito Santo.
Essa dunque configura nel tempo un popolo che esprime a livello sociale, e non solo individuale, la forza dello Spirito di Cristo che trasforma la storia. Fa dell’umanità un popolo nuovo, secondo il disegno di Dio.
L’Eucaristia attua così nel mondo il Regno non per la forza dell’uomo, ma in virtù dell’agire dello Spirito del Risorto. Mettere l’Eucaristia al centro vuol dire riconoscere questa forza plasmatrice dell’Eucaristia, disporsi a lasciarla operare in noi non solo come singoli, ma anche come comunità cristiana, e accettare le condizioni e le implicazioni di questo evento unico e rivoluzionario che è la Pasqua immessa nel tempo dell’uomo.
Si tratta di situare questa riscoperta della centralità dell’evento eucaristico nel nostro cammino di Chiesa, così da viverla in pienezza nell’anno del Congresso.
E’ quanto si propone di fare questa lettera pastorale.
[9] Quest’anno 1981-82 ci siamo messi in ascolto della Parola. Abbiamo detto che questo cammino ci avrebbe condotto all’Eucaristia, come è avvenuto per i discepoli di Emmaus (Lc 24, 30.31.35). Occorre, prima di tutto, chiederci in che modo la Parola di Dio ci illumina sulla centralità dell’Eucaristia.
E’ necessaria un’attenta lettura dei testi biblici che mettano in risalto la centralità della Eucaristia. Questa lettura potrà essere fatta dalla comunità durante l’anno pastorale. Esistono buoni sussidi, di recente pubblicazione. Qui mi limito ad indicare la traccia di questo lavoro, riferendomi sommariamente:
a) – ai racconti dell’istituzione dell’Eucaristia nei Vangeli sinottici e in Paolo (Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22,19-20;1 Cor 11, 23-25).
b) – ai capp. 10 e 11 della prima lettera ai Corinzi;
c) – al cap. 6 del Vangelo secondo Giovanni, letto nel contesto dell’intero Vangelo.
Vorrei che ciascuno, rileggendo questi testi, potesse cogliere in essi la forza dell’Eucaristia, così come Gesù l’ha voluta, come centro dinamico capace di convocare e unire in comunione la realtà umana, attraendola verso il Padre.
[10] I testi dell’istituzione ci presentano Gesù nell’atto di donare il corpo e il sangue, cioè tutta la persona. Il pane e il vino diventano realmente Gesù sacrificato per noi.
Nell’Eucaristia Gesù si consegna a noi, ritualizzando quella consegna di sé operata definitivamente sulla Croce, di cui l’Ultima Cena è l’anticipazione profetica. Ma questo fatto si colloca sullo sfondo dell’alleanza di Dio col popolo, richiamata espressamente dalla parola di Gesù “questo è il mio sangue dell’alleanza” (Mt 26, 28).
L’alleanza dice il legame profondo che univa l’antico Israele con Dio e lo faceva “suo popolo”: il dono del Cristo sacrificato per noi ha come fine la creazione del nuovo popolo di Dio.
L’alleanza ricorda l’instancabile amore con cui Dio, fin dalla creazione, ha trattato l’uomo come un amico, ha promesso una salvezza dopo il peccato, ha scelto i patriarchi, ha liberato Israele dall’Egitto, l’ha accompagnato nel cammino attraverso il deserto, l’ha introdotto nella terra promessa segno dei misteriosi beni futuri, l’ha aperto alla speranza con la promessa del Messia e dello Spirito.
Nella concezione biblica l’alleanza è dunque il principio che costituisce e configura tutta la vita del popolo. Accolta mediante il culto e la legge, essa plasma, momento per momento, tutta l’esistenza. Promessa come “nuova” alleanza nella predicazione profetica, essa è vista come principio divino che risiede nelle profondità del cuore e dal di dentro muove, orienta, influenza tutta la vita (Ger 31, 31-34, Ez 36, 26-27).
Collegando l’Eucaristia con l’alleanza Gesù vuol dire che l’Eucaristia dona a noi la forza di lasciarci totalmente attrarre nel movimento dell’amore misericordioso di Dio annunciato nell’Antico Testamento, celebrato definitivamente nella Pasqua e culminante nella pienezza escatologica: “nell’attesa della sua venuta”.
[11] Per comprendere la centralità dell’Eucaristia nella Parola di Dio è importante tener presenti anche alcuni passi delle lettere di san Paolo, in particolare i capp. 10 e 11 della prima lettera ai Corinzi.
In essi vengono messi in luce i rapporti tra Eucaristia e Chiesa. Partendo dal cibo e dalla bevanda che hanno nutrito spiritualmente Israele nel deserto (1 Cor 10, 3-4) e dai pasti cultuali pagani, Paolo collega strettamente il corpo eucaristico di Gesù con il corpo ecclesiale: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo in molti, siamo un corpo solo: infatti tutti partecipiamo dell’unico pane” (1 Cor 10, 17).
Nel cap. 11 della stessa lettera sottolinea l’incompatibilità che esiste tra la celebrazione della Eucaristia e la mancanza di carità tra i membri dell’assemblea eucaristica (1 Cor 11, 17-22).
Tale incompatibilità risulta in tutta la sua forza se si riflette che nel pane e nel calice v’è la reale presenza di Cristo sacrificato.
“Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è f orse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?” (1 Cor 10, 16).
Essa configura la comunità secondo le esigenze del dono e della condivisione, anche se a tali esigenze la comunità può opporre resistenze (cfr. 1 Cor 11, 18-22.27-32).
Nel contesto della prima lettera ai Corinzi tali esigenze vanno intese secondo quel crescendo che nel cap. 13 presenta la carità come la “via migliore di tutte”, che oltrepassa tutti i carismi e introduce nel dinamismo della vita stessa di Dio.
[12] . Nel cap. 6 di san Giovanni il discorso sul pane della vita colloca il tema propriamente eucaristico (vv. 51-58) sullo sfondo di altri temi che presentano molteplici allusioni all’Antico Testamento (la manna, il convito escatologico, il convito della Pasqua) e hanno tutti come sfondo il mistero di Dio Padre. Penso in particolare a Gv 6, 44: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato”.
I richiami all’Antico Testamento alludono all’azione paziente e multiforme con cui Jahweh, rendendosi presente nel popolo, lo nutre, lo forma, gli dà un volto, imprimendo una particolare direzione e una specifica tonalità a quei procedimenti umani in cui si dispiega e si articola la vita della comunità.
Se l’Eucaristia è la pienezza di queste figure veterotestamentarie, vuol dire che porta a compimento la forza plasmatrice in esse annunciata. Su questo sfondo si collocano i versetti di Giovanni che si riferiscono più immediatamente all’Eucaristia (6, 51-58). Essi ribadiscono che il rapporto instaurato dall’Eucaristia tra Gesù e i discepoli è tutto plasmato dal rapporto che Gesù ha con il Padre: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in Lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui, che mangia di me, vivrà per me” (vv. 56-57).
[13] Nei capp. 13-17 Giovanni, descrivendo l’Ultima Cena, non parla direttamente dell’Eucaristia. Presenta però tutto quello che è avvenuto nella Cena all’insegna di un amore che sa andare “sino alla fine” e nasce dalla consapevolezza che “era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre” e che “il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio tornava” (13, 1-3). E’ in questo movimento di amore e nel suo cammino verso il Padre che Gesù ci attira con l’Eucaristia.
[14] Perché è importante mettere l’Eucaristia al centro? Se dall’ascolto della Parola passiamo alla riflessione sul nostro attuale cammino di Chiesa, non sarà difficile cogliere come l’Eucaristia costituisca un punto di riferimento concreto della nostra azione pastorale.
Esprimo ciò con un paragone che, oltre tutto, ha molte affinità con l’Eucaristia.
Penso al ruolo che svolge, o dovrebbe svolgere, il pasto nella vita di una famiglia e di una comunità. E’ un momento tra i tanti, eppure si carica di significati e di valori che vanno ben al di là del gesto esteriore.
Durante il pasto si parla, si discutono gli avvenimenti comunitari, si fa il punto della situazione, si pensa al futuro.
I beni che vengono scambiati e condivisi nel pasto comune si presentano come il simbolo concreto dei beni a cui tende la convivenza familiare o comunitaria.
Qualcosa di simile avviene nell’Eucaristia. Essa, per certi aspetti, è un episodio determinato e limitato nella vita della Chiesa. Eppure, senza nulla perdere della sua concretezza e determinatezza, assurge a momento sintetico e plasmatore di tutta la vita.
[15] Infatti essa, nella sua reale, anche se misteriosa, identità con il Signore sacrificato per noi nella Pasqua, ci assicura il contatto vivente con Cristo, centro oggettivo della vita della Chiesa e di tutta la storia umana. Inoltre, poiché è l’attrazione di tutta l’esistenza umana, insieme con Cristo, verso la pienezza del Regno e verso il Padre (cfr. l Cor 15, 28), l’Eucaristia ha la proprietà di collocare ogni aspetto della vita, nella sua frammentarietà e singolarità, entro il respiro unitario di un piano e di un destino, che è insieme la sintesi riassuntiva e la matrice creativa di tutti i momenti della vita della Chiesa e della storia umana.
Il farsi della Chiesa nella storia, che è l’intento di tutta l’azione pastorale, trova nell’Eucaristia un punto di riferimento decisivo.
Ci sentiamo talvolta un po’ frastornati dal susseguirsi di tanti documenti di cui tener conto, di tanti programmi pastorali, sia nella Chiesa italiana, sia nella Chiesa locale.
Ci pare, talvolta, che questi temi, anche se di grande importanza, come la dimensione contemplativa della vita o il primato della Parola, ci sfiorino solo Per qualche mese e poi ci sfuggano di mano senza verifiche e consolidamenti. Vorremmo sostare su ciascuno di essi, vorremmo non perdere di vista i temi passati mentre ci apriamo a quelli futuri.
L’Eucaristia, per la sua natura sintetica e creativa, semplicissima e insieme riferita a ogni altra realtà, ci offre una prospettiva di unità che, mentre raccoglie i frutti del passato, ci prepara a individuare le scelte future.
[16] Mentre l’Eucaristia fa unità nei nostri concreti programmi, ci aiuta anche ad affrontare un problema più generale della pastorale odierna. La complessità e la mobilità delle situazioni odierne non permettono più una pastorale statica, definita una volta per tutte. Per venire incontro, con vera carità pastorale, all’uomo d’oggi, occorre rischiare, essere pronti a cambiare, tentare vie nuove.
Ma qui insorge il rischio della dispersione, del logoramento, dello smarrimento dei punti irrinunciabili. D’altra parte non si può ovviare a questo rischio incappando in quello opposto di tentare unificazioni precipitose, astratte, operate a tavolino.
Penso che un’assimilazione profonda e convinta dei valori pastorali presenti nella centralità dell’Eucaristia possa offrirci utili indicazioni per superare i rischi accennati.
Dobbiamo quindi ringraziare il Signore per la preziosa opportunità pastorale che ci viene offerta dalla celebrazione del XX Congresso Eucaristico Nazionale. Come più volte è stato detto, esso non ci distrae dai nostri quotidiani compiti pastorali, ma, ben inteso e ben vissuto, può diventare una provvidenziale occasione di verifica, di rigenerazione e di unificazione di tutta la nostra azione pastorale.
[17] L’esigenza di unità, vivamente avvertita nella nostra azione pastorale, è presente anche nel tessuto culturale della nostra società, in particolare della società milanese. La conoscenza diretta dei problemi umani e sociali e lo scambio di idee con molte persone, variamente impegnate nei diversi settori della vita pubblica, mi conducono alla costatazione che occorre colmare la sproporzione che si è creata tra l’enorme complessità dei problemi da affrontare e la coscienza morale con cui affrontarli.
Fortunatamente è ancora viva nella nostra società milanese una forte coscienza morale, ereditata dalla lunga e intensa tradizione cristiana e civile della nostra cultura.
Anche il Papa, nel discorso tenuto ai Vescovi lombardi per la visita “ad limina” dello scorso gennaio, ha ricordato con vivo apprezzamento l'”ethos popolare” della nostra gente, cioè una somma di valori cristiani, che sono stati capaci di tradursi in atteggiamenti umani profondi e largamente condivisi, in una mentalità diffusa, in un costume civile, in una tradizione culturale.
Il Papa ha ricordato tra gli altri valori il vivo senso della famiglia, l’impegno nel campo educativo e formativo. Possiamo aggiungere le doti dell’onestà e della laboriosità, lo spirito di solidarietà e di accoglienza, l’attitudine alla convivenza rispettosa e tollerante, l’impegno diligente e solerte nelle cose pratiche, congiunto con un senso di magnanimità e di cordialità che va al di là delle cose, raggiunge la persona e può, di conseguenza, favorire l’atteggiamento contemplativo e l’apertura al mistero.
[18] Dobbiamo pero riconoscere che questo patrimonio spirituale si è logorato nel far fronte ad un cumulo impressionante di problemi: l’industrializzazione, il conflitto tra le classi sociali, la civiltà del benessere, la crisi delle forme tradizionali della comunicazione e l’avvento dei nuovi mezzi della comunicazione di massa, i difficili rapporti tra le generazioni, i problemi della casa, del lavoro, dell’assistenza, il fenomeno dell’immigrazione che, se registra ultimamente una attenuazione a livello nazionale, vede crescere il numero degli stranieri che cercano da noi lavoro e ospitalità.
La nostra coscienza civile è quasi sopraffatta dalla gravità e dalla complessità dei problemi. Cerca soluzioni in varie direzioni, ma stenta a trovare un quadro di riferimento. E’ logorata da un certo spirito contenzioso che esaspera le divergenze di opinioni e le contrapposizioni pratiche anziché favorire un’intesa su alcuni punti essenziali. E’ minacciata dalla tendenza al disfattismo e al disimpegno per i troppi casi di corruzione pubblica e privata. E’ angosciata dal pericolo di soluzioni estremiste, che si fanno strada in episodi di intolleranza e di terrorismo.
Anche l’Assemblea annuale della Conferenza Episcopale Italiana, che Milano ha avuto l’onore di ospitare nello scorso aprile, proprio per il fatto di essersi tenuta a Milano, a contatto vivo con i problemi della nostra città, ha apprezzato con soddisfazione i valori spirituali presenti nella nostra gente, ma ha messo anche in evidenza, in parecchi interventi, i problemi della società contemporanea, che a Milano emergono in modo più urgente e significativo.
[19] Per questi problemi non bastano soluzioni tecniche e politiche, che pure sono necessarie.
Occorre rinvigorire la coscienza morale.
Occorre raccogliete i vari interventi settoriali attorno ad una immagine unitaria di uomo, che consideri il bene complessivo della persona umana e impedisca che i risultati raggiunti in un settore siano contraddetti e vanificati dall’offesa recata all’uomo in altri aspetti della sua vita.
Occorre, conseguentemente, creare atteggiamenti e strumenti di tolleranza, di dialogo, di collaborazione, di comprensione e di perdono reciproco, per favorire l’intesa sull’immagine unitaria dell’uomo.
Occorre una nuova mediazione culturale aperta a questi orizzonti.
In questa prospettiva diventa importante una riflessione sulla unità concreta che la vita umana trova nell’Eucaristia. Bisogna certo evitare di istituire artificiosi concordismi tra la trascendente. misteriosa unità, attuata dall’Eucaristia e le forme di unificazione create e realizzate dagli sforzi umani nei diversi ambiti di convivenza.
Ma tra la prima e le seconde esistono delle relazioni. I cristiani, che vivono nell’Eucaristia una singolare esperienza di attrazione di tutta la loro vita nel mistero unificante dell’amore di Dio, devono sentirsi impegnati non solo a ricavarne le conseguenze per i loro rapporti entro la comunità cristiana, ma anche a favorire l’irraggiamento di questo mistero in ogni ambito di convivenza.
D’altro canto, ogni passo compiuto con buona volontà verso un dialogo tra le persone, verso un costume di comprensione e di collaborazione verso l’intesa su una immagine di uomo di ampio respiro, costituisce un segno e una preparazione dell’unità degli uomini in Cristo. Sarà così possibile portare dentro la celebrazione la ricchezza di tutti gli sforzi umani di unificazione.
Perciò mi permetto di offrire questa lettera, come già quelle degli anni precedenti, non solo a quanti professano la fede cattolica nell’Eucaristia, ma anche a tutti coloro che hanno comunque a cuore l’urgenza della riconciliazione e il cammino verso l’unità.
Abbiamo molto lavoro in comune da compiere. Possiamo scambiarci molte cose per servire l’uomo con umiltà e fiducia.
[20] Non è facile mettere l’Eucaristia al centro! Non è facile accogliere il messaggio del sacramento dell’Eucaristia nella sua forza.
I testi del Nuovo Testamento alludono spesso all’incomprensione che essa incontra in coloro ai quali è destinata.
Il primo documento neo-testamentario sulla Eucaristia denuncia la maniera scorretta con cui essa veniva celebrata dai cristiani di Corinto (1 Cor 11, 17-22). Luca racconta come durante l’Ultima Cena i discepoli discutessero chi fosse tra loro il più grande (Lc 22, 24-28). Nel cap. 6 di s. Giovanni, ai temi delineati da Gesù nel discorso eucaristico fa da contrappunto l’incomprensione da parte degli ascoltatori: “Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo? ” (Gv 6, 60).
Nell’Eucaristia l’amore di Dio si manifesta nelle sue forme più pure e sconvolgenti e incontra un uomo spaesato dinanzi a cose immensamente più grandi di lui.
L’Eucaristia al centro è la meta di un lungo cammino. Confessare umilmente le nostre lacune o anche semplicemente le nostre incertezze e difficoltà è il primo passo da compiere per riscoprire l’inesauribile ricchezza di questo mistero.
[21] La riforma liturgica, preparata da alcuni movimenti pionieristici fin dai primi decenni di questo secolo e promossa dal Vaticano II, ci ha offerto condizioni particolarmente favorevoli per una migliore comprensione della Eucaristia: la struttura più lineare ed essenziale della celebrazione, l’uso delle lingue vive, l’accesso più abbondante e organico ai testi biblici, la partecipazione attiva di tutti, articolata nei diversi ministeri del popolo cristiano, la più evidente centralità del mistero pasquale nella sua celebrazione annuale e domenicale, lo spazio più ampio previsto per la creatività, insieme con molti altri fattori, hanno creato le premesse per una celebrazione più viva e fruttuosa dell’Eucaristia.
[22] Ma dobbiamo onestamente riconoscere che i frutti, che si attendevano dalla riforma conciliare, stentano a maturare. L’inerzia tende a riprendere il sopravvento, mentre le fughe nelle sperimentazioni scomposte rivelano dopo qualche tempo la loro radice non genuina.
Rimane la domanda di fondo, il “caso serio”: sappiamo davvero celebrare il mistero di Dio? Esso è davvero per tutti noi un valore, il valore sommo? La Messa trasforma la vita? La vita è sentita come attratta dalla Messa? L’Eucaristia è davvero il centro, o almeno viviamo come cristiani l’impegno di metterla al centro, di aprirci al soffio della Parola, al vento dello Spirito, che ci invitano a metterla al centro? Che cosa non va, a questo proposito, nelle nostre comunità?
In previsione del Congresso Eucaristico sono stati preparati strumenti perché ogni comunità possa compiere verifiche e avanzare proposte.
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