Un bilancio a 15 anni dall’indipendenza con un ricordo del vescovo Mazzolari, sostenitore della pace che perse la vita una settimana dopo la nascita del nuovo stato.
Insicurezza, fame e povertà non sono mai cessate, mentre le élite politiche continuano a combattersi e a intestarsi la ricchezza del paese

(Credits: Tiziana FABI / AFP)

Articolo di Giuseppe Cavallini 
08 Luglio 2026
Per gentile concessione di
https://www.nigrizia.it

Ricordo ancora con chiarezza una visita a Nigrizia di monsignor Cesare Mazzolari, dal 1990 vescovo comboniano di Rumbek, in Sud Sudan, qualche settimana prima del giorno dell’indipendenza del paese il 9 luglio di 15 anni fa.

Quella giornata fece seguito a un referendum che era a sua volta figlio di un accordo di pace: la parola fine, almeno nominalmente, su oltre 20 anni di conflitto. 

«Il Sud Sudan potrà finalmente coronare la sua aspirazione a essere un paese libero – mi aveva detto con grande commozione il vescovo – dopo decenni di guerra civile, il paese raggiunge l’autodeterminazione e potrà godere della dignità di popolo che è finalmente padrone del proprio destino, con un governo desideroso di servire i suoi cittadini». 

La gioia espressa dal vescovo era palpabile. Ed era la stessa che folle di sudsudanesi avevano manifestato dopo il referendum di gennaio, quando il 98,8% della popolazione aveva votato a favore della secessione dal Sudan e per l’indipendenza.

Il passaggio dal voto popolare era stato sancito dall’accordo di pace del 2005 tra lo stato sudanese e il Movimento di liberazione del popolo sudanese (SPLM), il gruppo armato che aveva condotta una rivolta contro Khartoum per i 22 anni precedenti all’accordo. 

L’indipendenza fu infine proclamata appunto il 9 luglio 2011.

Lunghe giornate di festeggiamenti con canti, inni, danze e lo sventolio di migliaia di bandiere rosse, verdi, nere e blu del nuovo stato avevano segnato l’evento nella nuova capitale Juba e in tutto il paese. 

Monsignor Mazzolari, che aveva votato la propria vita alla causa del Sud Sudan ed era conosciuto come figura chiave per l’indipendenza del paese, ebbe la soddisfazione di prendere parte a quella celebrazione.

Purtroppo, forse anche a causa delle forti emozioni vissute in quel periodo, il missionario comboniano morì una sola settimana dopo l’indipendenza, stroncato da un arresto cardiaco mentre celebrava la messa in ringraziamento per il popolo sudsudanese.

Una storia unica 

Il Sud Sudan è a oggi l’unico paese africano insieme all’Eritrea a essere nato da una modifica dei confini coloniali. Fin dal 1964 infatti, l’allora neonata Organizzazione per l’unità africana (OUA) aveva riconosciuto nella sua carta fondativa l’inviolabilità dei confini ereditati dagli stati membri al momento dell’indipendenza.

Questo principio è poi è stato trasmesso anche all’organismo che gli è succeduto nel 2002, l’Unione Africana (UA).

La celebrazione dei 15 anni di indipendenza che si terrà il 9 luglio in Sud Sudan non potrà certo essere accompagnata dall’entusiasmo di 15 anni fa.

Sono troppo gravi infatti, la crisi umanitaria e alimentare che continuano a colpire il paese, con 10 milioni di persone che necessitano di aiuti umanitari su 14 milioni di abitanti e quasi 8 milioni di persone che vivono in una condizione di acuta insicurezza alimentare.

Troppo pesante è l’instabilità generale che fa temere il rischio di un nuovo conflitto civile dopo quello che ha squarciato il paese tra il 2013 e il 2020, causando centinaia di migliaia di vittime e milioni di sfollati. 

Il grande sogno del 9 luglio 2011 è offuscato da una realtà fatta di tensioni sociali, violenti scontri politici, cronica precarietà dei servizi sanitari e dell’istituzione, furto ormai sistematico dei proventi delle risorse naturali da parte delle élite, con conseguente, continua mancanza di fondi nelle casse dello stato.

Tanti sono i problemi che hanno gravato su questi 15 anni di indipendenza.

L’impatto della guerra sudanese 

Tra i più recenti e drammatici, l’afflusso di oltre 1,3 milioni di rifugiati dal vicino Sudan devastato da tre anni di guerra, tra sudsudanesi che sono dovuti tornare in patria (oltre 800mila) e sudanesi che fuggono dalle loro case. 

Chi scappa dalle ostilità viene accolto da comunità che spesso devono fare i conti con una situazione già molto complessa. Nel paese sono circa 2 milioni le persone sfollate interne a causa di violenza o disastri naturali. 

Così come va segnalata la frustrazione di migliaia di funzionari pubblici e lavoratori che da molto tempo non percepiscono il loro salario.

L’instabilità politica in realtà non è mai cessata. Il conflitto civile che è scoppiato poco dopo l’indipendenza è finito nel 2020, con la nascita di un governo di power sharing che ha fatto seguito a un Accordo di pace siglato nel 2018 e mai del tutto implementato.

La verità è che le violenze e gli scontri non si sono mai veramente interrotti, al punto che le prime elezioni democratiche dall’indipendenza, previste dall’intesa del 2018, non si sono mai potute realizzare e sono state già posticipate tre volte, l’ultima nel dicembre 2024. 

Il voto è stato di nuovo annunciato per la fine del 2026, ma tanti sono i passaggi istituzionali previsti prima delle elezioni che non sono stati ancora realizzati. 

L’insicurezza ha poi toccato un nuovo apice. Le tensioni tra il presidente Salva Kiir e il vicepresidente Riek Machar che hanno segnato tutta la vita del governo hanno raggiunto un punto di rottura nel marzo 2025, quando Machar è stato arrestato con l’accusa di aver organizzato la rivolta di una milizia a lui vicina e accusato di tradimento.

Sono passati 17 mesi e l’ormai ex vice presidente resta in carcere nella capitale Juba.

In Sud Sudan sono in molti a dubitare che si possa giungere a un vero cambiamento e a un tempo di pace. Ci si aspetta un 15° anniversario celebrato in tono minore, animato solo dalla speranza che un giorno qualcosa possa cambiare.