Una riflessione sul rapporto fra dottrina ed esperienza vissuta. L’autore si domanda se la tradizione debba sempre giudicare la vita oppure se anche la vita, nella quale opera lo Spirito, possa interrogare criticamente formulazioni dottrinali diventate rigide.

di Sergio Ventura
7 Luglio 2026
Per gentile concessione di
https://www.vinonuovo.it
È la dottrina “tradizionale” che sempre e infallibilmente giudica e interroga la vita? O, a volte, è la vita in cui già opera lo Spirito Santo e lo Spirito di Cristo che giudicano e interrogano la dottrina, ormai “tradizionalista”?
Foto di Holger Schué da Pixabay
Dopo aver delineato (qui) la cornice all’interno della quale proporre la mia lettura delle Linee di orientamento per l’attuazione del Cammino sinodale italiano, e dopo aver proposto come punto di maggior criticità delle linee episcopali il “ribaltone” della centralità dello Spirito Santo e del Cristo kenotico in un cristocentrismo non più pneumatologico, ma di nuovo mediato solo dalla Chiesa, vorrei mostrare in conclusione come e verso dove venga quantomeno reindirizzato (se non svuotato di significato o addirittura tradito) il cammino sinodale italiano.
C’è nel testo un ulteriore passaggio strano – tanto quanto quello sui (presunti) dinamismi mondani della sinodalità – che costituisce al contempo un esempio significativo di dove conduca questo “ribaltone” intra-trinitario di accenti teologici. Sicuramente tutti ricordano le tre parole chiave del cammino sinodale della Chiesa universale: 1) comunione, 2) partecipazione, 3) missione. Il cammino sinodale italiano aveva inteso – e riportato – come voce dello Spirito alle Chiese italiane il suggerimento che, sia l’attuale disconnessione (ossia non comunione) tra vangelo e vita personale o comunitaria, sia la crescente scarsità di risorse umane (ossia di partecipazione), fossero causa della mancata trasmissione della fede (ossia missione), soprattutto tra le giovani generazioni. Da tale nesso causa-effetto, il discernimento comunitario posto in essere durante il cammino sinodale ha fatto scaturire delle proposte prioritarie, anche provocatorie a livello dottrinale: 1) volte a ristabilire un miglior legame di comunione tra vita (personale-comunitaria) e vangelo (che già opera in essa); 2) affinché cresca la partecipazione alla vita ecclesiale anche da parte dei lontani/marginali (o allontanati/emarginati); 3) e, di conseguenza, la capacità della Chiesa di vivere in modo rinnovato – nel linguaggio e nei contenuti – la missione della trasmissione della fede.
In altri termini, più evangelici, se riconosciamo che nella vita della samaritana, emorroissa, adultera e prostituta, degli affamati e assetati, stranieri e carcerati, spogliati di tutto e malati, di Zaccheo, Nicodemo, Matteo e l’eunuco etiope, è già presente la buona notizia che lo Spirito santo e (lo spirito di) Cristo sono all’opera, allora sarà più probabile che queste persone partecipino o ritornino a partecipare alla vita ecclesiale e si dedichino poi alla missione nei loro ambienti di provenienza, con linguaggi e contenuti ad essi adeguati. Il problema etico-normativo relativo alla loro vita personale diventa secondario e, comunque, non richiede sempre un adeguamento della loro vita alla dottrina “tradizionale” in vigore (l’evangelico non peccare più), ma spesso un approfondimento della dottrina in vigore che, evidentemente, è divenuta “tradizionalista” e, quindi, ormai incapace di custodire e coltivare la “Tradizione” (ad esempio l’adorazione di Dio o a Gerusalemme o sul monte Garizim rispetto a quella in spirito e verità).
Nelle linee episcopali, invece, si può notare un “ribaltamento” che a me pare eclatante. Quella che per il cammino sinodale italiano è la causa, ossia la «distanza» o la «rottura» tra vangelo e vita, viene sì apprezzata dai vescovi italiani come «denominatore comune» del processo sinodale, come «dato rilevante, a cui prestare la massima attenzione», ma viene altresì “destituita” dal ruolo di causa e “retrocessa” al ruolo di effetto. Inoltre i vescovi italiani, utilizzando un mero argomento (o meglio una domanda) di autorità, trasformano quello che per il cammino sinodale italiano era l’effetto in causa prioritaria: «un autentico discernimento episcopale, però, ci spinge oltre. E impone una domanda onesta: la distanza fra gli stili di vita, le forme stesse della Chiesa e il Vangelo, registrata dal Cammino sinodale, non avrà forse una radice ancora più profonda, e più difficile da accettare? Il fatto, cioè, che la trasmissione della fede cristiana oggi non è più un processo normale, che si possa dare per assodato. Si continua a dare per scontata la fede, che dovrebbe permeare il tutto della vita umana. Non è più così!» (p.4; ma cfr. anche p.11).
È chiaro che, se non si coglie (o non si condivide) il “ribaltone” segnalato, il riconoscimento che la fede in Italia non è più qualcosa di scontato – «anche in chi partecipa alla vita ecclesiale» – e l’evidente problema di trasmissione della fede sembrano affermazioni condivisibili, mentre si giudicheranno le osservazioni del sottoscritto come “incomprensibile accanimento”. Se, invece, si coglie il “ribaltone” operato nelle linee episcopali, si comprenderà non solo il “campanello d’allarme” che vorrei risuonasse, ma soprattutto perché le «priorità» proposte dai vescovi italiani capovolgano quelle del Documento di sintesi. Tali priorità episcopali, infatti, si limitano ad essere un invito ad un «impegno» (e a una «presenza sul territorio») più «massiccio» – tutti termini rivelatori! – e meglio «formato» (ma in che senso?) nell’annuncio esistenziale del kerigma e nella testimonianza di vita cristiana (p.11). Un senso e una direzione sicuramente condivisibile (e, in molti casi, efficace) nella parte che rinfresca l’annuncio con un approccio esistenziale-vitale, ma anche certamente unilaterale perché va da coloro che sono già dentro la Chiesa – forse un po’ impigriti ma sempre riattivabili da qualche leader carismatico, magari con strumenti più accattivanti perché più post-moderni (in quanto «attenti alle sfide culturali odierne”) – verso il mondo della vita che è fuori dalla Chiesa. Quest’ultimo, quindi, dovrebbe solo riaccordare la propria vita sulle note del vangelo perenne, ma da esso la Chiesa non avrebbe più nulla di sostanziale da imparare – con buona pace di Gaudium et spes 19-21 e 44 o Evangelii gaudium 41 – [1] bensì solo di funzionale e strumentale alla trasmissione (magari un po’ riverniciata) del dono divino, in definitiva già da sempre rivelato e ritenuto adeguato alle «attese degli uomini e delle donne di oggi».
In tal modo, però, le linee episcopali rischiano di essere, non tanto un atto di resistenza al cammino sinodale, ma un vero e proprio andare «oltre» esso – come esse stesse asseriscono – ma nel senso di un andare «oltre» verso il passato: come se lo Spirito si fosse limitato a dire quello che dai tempi di Wojtyla e Ratzinger viene ripetuto, ossia che per “vincere” questa drammatica crisi della fede la Chiesa deve estroflettersi, deve aprirsi uscire per parlare alla vita delle persone (la cui esperienza solo per questo può essere ascoltata e condivisa in profondità); quando invece, alla luce del Documento di sintesi, lo Spirito avrebbe detto che, siccome le chiese sono da tempo un po’ chiuse allo Spirito (anche di Cristo) che è già all’opera nel mondo e, perciò, non escono più a cercarLi (lo Spirito santo e lo spirito di Cristo), ecco perché esse sono oggi sprovviste di testimoni capaci di linguaggio e contenuti adeguati a superare tale crisi, connettendo quella vita e quel vangelo che già lo Spirito – che «è Signore e dà la vita» (Credo niceno-costantinopolitano) – e Cristo – che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) – connettono prima e meglio, anche secondo Leone XIV, della Chiesa stessa. [2]
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[1] Finalmente anche Leone XIV ha richiamato di recente questo passaggio decisivo di Evangelii gaudium (vedi qui), anche se per ora limitandosi a citarne solo l’incipit, ossia la parte meno “pericolosa” dal punto di vista del rapporto tra linguaggio dottrinalmente ortodosso e tradimento della verità profonda del vangelo.
[2] Va infine ricordato che la problematica in questione attanaglia la Chiesa italiana sin dalla prima sintesi del 2021, come avevo ampiamente mostrato nel mio Imparare dal vento. Sulle tracce della sinodalità di papa Francesco, EDB, 2024 (pp. 148-157).