
di Gabriele Blundo Canto
29 Giugno 2026
Per gentile concessione di
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Oltre all’infantilizzazione dell’anziano, uno stereotipo altrettanto funzionale alla sua emarginazione è quello del cosiddetto “lutto in vita” o “lutto bianco”. Si tratta di una modalità di inquadramento interpretativo, proposta spesso a familiari che ricevono una diagnosi di deterioramento cognitivo o di demenza riguardo un loro caro, che vorrebbe favorire l’accettazione della stessa mediante la metafora del lutto. Si conviene che alcune delle dinamiche del lutto non riguardino solo l’esperienza della morte, ma anche altre forme di distacco quali la fine di una relazione, la perdita del lavoro, l’abbandono della terra di origine. Tuttavia, proprio perché implicante il distacco, se applicata prematuramente alla vecchiaia, questa metafora da un lato favorirebbe la protezione emotiva di chi si prende cura, dall’altro, annunciando la morte progressiva “a pezzi” di facoltà della persona ritenute identificative, essa porta a incentivare la sua negazione attraverso il disconoscimento. Si tratterebbe di dichiararsi prematuramente orfani o vedovi di una persona che “non è più la stessa”, “non è più lei”, invitando, secondo la sintassi di una certa psicospiritualità, a “lasciare andare”.
QUEL CHE SI PERDE, QUEL CHE PERMANE
Se l’invito ad abbandonare una immagine stereotipata della persona significa una giustificazione per il suo abbandono, una barriera difensiva rispetto a una sintomatologia che può risultare struggente e straniante, esso certamente non favorisce la reale accettazione di una fase che, per quanto patologizzata all’eccesso, è ancora parte naturale della vita e come tale merita di essere vissuta in pienezza.
Alla luce di alcuni filosofi contemporanei, poiché “pensare è un atto di speranza”, suggerirei alternative vitali, e non in umbra mortis, per una vecchiaia che sia invece tutta da vivere e non ridotta a un progressivo perire e “scolorar del sembiante”.
La lezione di Bergson in Materia e memoria mantiene ad esempio la sua pregnanza nel restituire dignità alla vita nella sua interezza, anche quando il collegamento tra coscienza ed espressione appare compromesso. Secondo Bergson, tutta la memoria viva e profonda della persona resta intatta e si arricchisce lungo l’arco vitale e addirittura sopravvive alla morte fisica. Essa infatti non coincide con il cervello che semmai ne è il veicolo e non il deposito, e la difficoltà di richiamare il ricordo funzionale di qualcosa nulla toglie all’identità profonda della Persona. Mutuando una espressione jungeriana, che potrebbe derivare anche dalla tradizione mistica del quietismo, è come se oltre l’accendersi e lo spegnersi fenomenico e al di là di ogni declino, permanga un “centro immobile del movimento”.
Il Personalismo di Mounier e Maritain si colloca sulla stessa linea nel non ridurre mai la persona a nessuna delle sue manifestazioni esterne, addirittura non definendola e per questo ritenendola sacra. Sarà necessariamente assenza un silenzio, sarà veramente privo di senso un balbettío, o tutto dipende dal nostro sistema di misura rispetto al quale lo vorremmo necessariamente congruente?
E chi può dire se invece non sia più vero e forse più sacro il linguaggio dei bambini e degli anziani, anche quando le idee non sono “chiare e distinte” e la realtà e la fantasia si integrano, talvolta nella fatica altrettanto valida di trovare un diverso senso o congruenza, di colmare una assenza e addirittura una perdita?
Dinanzi ad esempio alla negazione di un lutto — l’oblio da parte di un anziano della morte di un proprio familiare o amico — sarà più giusto ricordare un calvario e rinnovare l’esperienza di quella perdita, o accettare anche con misteriosa fede la possibilità di una coesistenza dei vivi e dei morti e dire che sì, è vero, la nonna, il papà la mamma, sono ancora con noi? Non è questo vero, ad esempio, e congruente, con un sistema di fede? “Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe…” (Lc 20, 37-38).
È espressione di demenza o con la voce dei fragili non si schiude forse una visione pasquale molto più integrante bella e confortante del lutto anticipato?