di Mariano Borgognoni
29 Giugno 2026
Per gentile concessione di
https://rocca.cittadella.org

Si permettetemela questa piccola intrusione nel campo minato della liturgia. Non vuole essere minimamente irrispettosa di quanti, con competenza e passione, hanno scelto questo come terreno dei propri studi e che, per questo sanno meglio vederne in profondità e in estensione tutti i risvolti più delicati. Ma in fondo questo peccato di presunzione, se confessato, non è il peggiore di quelli possibili. Infatti, chiunque viva la fede, oserei dire una fede, religiosa o anche laica, non può fare a meno, se è vissuta autenticamente, di celebrarla. Non c’è fede senza culto. Il termine stesso, dal latino colere, coltivare, aver cura, abitare, venerare ci fa intendere la sua ricchezza antropologica e teologica. E la comune radice con il termine cultura ci dice bene la sua importanza nella gerarchia delle cose che contano, quelle considerate preziose nella testa e nel cuore degli umani. La cultura in fondo è ciò che una comunità pensa, il culto ciò che considera degno di essere amato, celebrato e custodito. Per ciò la leitourghia è così essenziale, direi vitale, per la fede dei cristiani, per il carattere ontologicamente comunitario di questa fede ancorché fondata ab origine sulla risposta del singolo ad una chiamata. Dio infatti resta pur sempre colui che chiama per nome. Ma la risposta a questa chiamata non può essere vissuta fuori dalla relazione fraterna e sororale, non può essere vissuta in una sorta di filautia che ne contraddirebbe immediatamente il senso. Le prime comunità cristiane, forse quando ancora non venivano definite così e per più di trecento anni, facevano memoria di Lui nell’attesa del suo ritorno, nelle case. Non c’era un altare ma una mensa intorno alla quale, come ci raccontano gli Atti ascoltavano la parola degli apostoli, pregavano, spezzavano il pane, condividevano fraternamente la vita. Questa era la liturgia semplice, essenziale, cristocentrica, esigente. Da allora e passando attraverso tante svolte la liturgia cristiana, nelle sue diverse diramazioni, si è talmente arricchita, è diventata talmente elaborata e così splendida che, nell’estetizzazione, ha finito per nascondere l’irriducibile bellezza povera della fede nel Crocifisso risorto. Il grande movimento liturgico che ha attraversato il secolo ventesimo non voleva certo gettare alle ortiche ciò che di bello e di buono lungo tanti secoli si era venuto definendo e cristallizzando ma ridefinire un ordine liturgico più coerente con l’idea di Chiesa come popolo di Dio che il Concilio affermerà solennemente. Non un nuovo volto della Chiesa ma un volto della Chiesa rimasto in ombra per troppo tempo una comunità non semplicemente di circustantes ma di partecipanti. Teologia, ecclesiologia e liturgia in questo senso non sono ambiti separabili.

Mi piace dalle colonne di Rocca ricordare un passaggio molto importante per il rinnovamento della liturgia che sarà poi sancito dal Concilio: l’incontro qui in Cittadella avvenuto dal 18 al 22 settembre del 1956. Il primo Congresso internazionale di liturgia pastorale promosso dal Centro azione liturgica nel quale si incontrarono teologi, liturgisti, vescovi e studiosi provenienti da diversi Paesi, animati dalla convinzione che la liturgia dovesse essere non soltanto una serie di riti da osservare ma una viva e profonda esperienza di fede e di vita ecclesiale fondata sulla partecipazione attiva dei fedeli, sulla centralità della Parola e sulla necessità di una formazione liturgica del clero e dei laici. L’incontro di Assisi segnò un passaggio importante nella storia del movimento liturgico e molti dei principi allora discussi confluirono qualche anno dopo nella Costituzione Sacrosantum Concilium che definì la liturgia “fonte e culmine della vita della Chiesa”.

Ci proponiamo in quest’anno settantesimo da quell’appuntamento di dare vita ad una occasione di confronto che non solo ricordi quell’evento ma che riproponga in modo aggiornato l’esigenza e l’urgenza di un ulteriore rinnovamento della liturgia dentro il mutamento delle culture e dei linguaggi del mondo contemporaneo. Ci ha molto colpito in queste settimane il confronto tra due nostri amici: Enzo Bianchi e Andrea Grillo. Così abbiamo voluto che il dibattito tra due uomini dalla parola chiara e libera trovasse un momento nel nostro Corso di agosto. Sarà una bella esperienza di approfondimento con rispetto e parresia come sempre sarebbe utile nella Chiesa dove spesso anche le traiettorie sinodali rischiano, pur non volendolo, di offuscare la schiettezza di un dibattito fondato sull’espressione franca delle rispettive posizioni.

D’altra parte quanto al rinnovamento liturgico l’esperienza di Bose è stata tra le più coraggiose e conciliari che si siano avute. La centralità della Parola significata anche nella collocazione spaziale dell’ambone, oltre alla diuturna cura del suo studio e della sua comprensione, l’attuazione riservata all’omelia e la sua esposizione non solo da parte dei ministri ordinati, il saldo ancoraggio alla Scrittura senza scivolamenti creativi e moraleggianti, la collocazione di chi presiede dentro la comunità senza enfatizzazioni gerarchiche o scenografiche, l’accuratezza del canto e l’essenzialità iconica con una accentuata sottolineatura cristologica, sono tratti della rigorosa messa in opera di una prassi liturgica sapiente e rinnovata che attinge peraltro, nelle letture quotidiane, a diverse fonti con spirito marcatamente ecumenico.

Non si può non partire da qui per comprendere nel modo giusto, condividendola o meno, la preoccupazione di fratel Enzo di cercare di evitare la rottura con coloro che rivendicano l’uso dell’antico ordo di un certo grado di pluralismo liturgico, pur nel riconoscimento pieno delle condizioni essenziali di appartenenza alla Chiesa. Credo infine che sarebbe ben opportuno andare oltre il dibattito sull’uso della ritualità e delle lingue antique. Talvolta mi viene da pensare che alcune formule della liturgia corrente sarebbe meglio fossero in latino così da evitare di ripeterle pur non condividendole. E in ogni caso la sciatteria, l’improvvisazione disinvolta nello spezzare la Parola (ricordo che Martin Luther King in un’intervista disse che il suo lavoro in preparazione della predicazione nel culto era di circa tre giorni a settimana; e va beh era un pastore battista, ma alle nostre latitudini almeno tre ore no!), l’assenza di ogni cura nella disposizione degli spazi liturgici, la clericalizzazione dei rituali che spesso più che significare nascondono Cristo, non è una ragione ininfluente in una sorta di ripresa di una ritualità piena di incensi e di merletti ai confini tra, l’isterico, il misterico e il magico. Non saprei, ma forse definire in modo accurato, sapido, simbolicamente ricco senza essere ridondante, trasparente nei significati essenziali, di gesti e spazi potrebbe essere la via giusta, anche se difficile e impegnativa, perché l’intero universo liturgico possa evolvere nella fedeltà alla tradizione migliore, a quella più originaria anzitutto, riletta e riveduta alle e dalle donne e agli e dagli uomini del nostro tempo, dentro il complesso e differenziato crogiolo delle loro culture. E lì si torna: culto e cultura non sono separabili. Questo è il punto di forza di una tradizione che non adori le ceneri ma ravvivi il fuoco.