Forse l’abbiamo già scritto (nel caso, portate pazienza): con il passare degli anni andiamo scoprendo dentro di noi una vena fondamentalista – nel senso che, al di là di molte questioni e dibattiti intra-ecclesiali o para-ecclesiali, il solo argomento decisivo, davvero interessante, ci pare essere quello di Dio (o, meglio, del destino del cristianesimo nell’epoca di una generalizzata dimenticanza di Dio)

Di: Giulio Brotti
Data: 23 Giugno 2026
Per gentile concessione di
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Dio non è più la regola. E’ l’eccezione
Si potrebbe obiettare che il problema riguardi solo a una parte del mondo, mentre altrove la dimensione religiosa rimarrebbe ben vitale, anche sulla scena pubblica; tuttavia, anche in America Latina, dove un paio di decenni fa si prevedeva un’escalation delle numerose denominazioni evangelico-pentecostali, la loro diffusione è decisamente rallentata: in Messico, in Argentina e in Cile sono in forte crescita, semmai, i «non affiliati», ovvero coloro che non si riconoscono in alcuna confessione o dottrina.
Un contributo importante per riflettere sul tema viene, a nostro modo di vedere, da un breve, densissimo saggio del teologo monsignor Pierangelo Sequeri, Addio a Dio? Sul Dio vivente (Centro Ambrosiano, pp. 104, 10 euro). In apertura del volume, egli espone una diagnosi non esaltante della situazione della fede nell’epoca presente:
Nelle nostre contrade – contrade urbane, ma anche mentali – “Dio” non è più un assoluto universale, l’ombrello sotto il quale tutti stanno (volentieri o malvolentieri). “Dio” è diventato un fatto di opinione individuale, una scelta sociale di parte (per molti, poco più che una sacca di resistenza della cultura di un mondo superato). Da noi, a quanto sembra, la fede in Dio non è più la regola: è l’eccezione.
Siamo diventati indifferenti. Com’è successo?
I più ottimisti potrebbero ancora osservare che proprio in un contesto del genere, in cui l’appartenenza cristiana non costituisce più una sorta di evidenza sociale, l’adesione al Vangelo torna ad avere il carattere di un’opzione individuale e libera, così com’era alle origini. Tuttavia, questa diffusa messa tra parentesi di Dio non diviene per questo meno impressionante e perturbante, soprattutto a motivo del luogo che ne costituisce il punto di massima intensità e diffusione:
Eravamo così credenti, siamo diventati così indifferenti? Com’è successo? L’uscita di “Dio” dal suo asse – quello che lo identificava, per tutti, come il fondamento di ogni cosa, al quale dobbiamo rispondere di ogni cosa – avviene, in effetti, proprio nel luogo di un insediamento storicamente e culturalmente privilegiato del cristianesimo. Luogo che è diventato esemplare per il fermento creativo che questa fede ha suscitato e per la civiltà umanistica che essa ha generato. Questo luogo è l’Europa e, più in generale, l’Occidente che consideriamo generato dalla cultura europea.
Nel suo testo, Sequeri ritorna, in chiave archeologica, sulle origini di questo disallineamento tra gli assi portanti della cultura contemporanea e l’esperienza cristiana. Riprendendo in forma sintetica una tesi già espressa in altre sue opere, egli denuncia uno scostamento, in atto da molto tempo nel pensiero e nell’immaginario comune, tra il piano delle forme e quello delle forze:
Il primo è quello della conoscenza, del linguaggio, della rappresentazione di tutti quegli aspetti, insomma, che iscrivono la fede nell’orizzonte del concetto, come oggetto di un discorso semanticamente determinato. Il secondo è quello degli affetti, dei sentimenti, delle attrazioni e delle trasformazioni: ossia di quegli aspetti che evocano la fede come evento di una relazione esistenzialmente coinvolgente, che trascende la presa del concetto.
Il “sapere” e il “sentire” Dio si sono divaricati
Storicamente, a partire dal (giusto) presupposto che l’annuncio cristiano è rivolto a tutti, il significato della parola «Dio» è stato perlopiù ricondotto al registro delle forme; parallelamente, l’esperienza affettiva di Dio è stata relegata nell’ambito delle «rivelazioni private», di carattere profetico o mistico. Oggi si prendono atto degli esiti di questa divaricazione tra sapere e sentire, con ricadute rilevanti sia sul piano civile sia su quello ecclesiale. Da un lato, i temi del «bene» e della «giustizia» sono stati sostanzialmente espunti dal dibattito pubblico, proprio perché non si lasciano ridurre a un sapere oggettivante basato su osservazioni sperimentali e protocolli:
L’ordine del cosmo – afferma Sequeri – è stato consegnato alle forme del sapere che si occupano solo delle misure materiali, alle quali non importa nulla del «senso». Dall’altro, sul versante ecclesiale, una volta «congedata la “mistica”, sospettata di trasgressione della dottrina della fede, congelata la “liturgia”, irrigidita nella ripetizione delle sue procedure, “infantilizzata” la devozione, e confinata la pietà popolare in forme folkloriche, la sapienza affettiva della fede ha perso le direttrici di sviluppo del suo rapporto con l’esperienza teofanica.
Le “risorse implicite” del Credo
Nel seguito di Addio a Dio?, il discorso si porta sulle «risorse implicite» dei grandi dogmi cristologici e trinitari: risorse di pensiero che, secondo Pierangelo Sequeri, sono rimaste per secoli poco esplorate, ma che potrebbero risultare decisive nel tentativo di ricomporre in forma unitaria le diverse dimensioni dell’esperienza umana e cristiana. Il Credo niceno-costantinopolitano ci parla di un «unigenito Figlio di Dio» che è «generato, non creato [gennēthénta, ou poiēthénta], della stessa sostanza del Padre». Al concetto della «generazione» si fece ricorso, nel Concilio di Nicea, contro Ario, per il quale il Figlio sarebbe stato più eccellente delle altre realtà create, ma non eterno, e comunque subordinato al Padre.
Nella definizione dogmatica ortodossa – che in tempi recenti Vito Mancuso e altri autori hanno voluto ridurre a un’astruseria metafisica – Sequeri ritrova invece una visione del divino alternativa a quella prevalente nel pensiero greco classico, per cui prerogative essenziali dell’Assoluto sarebbero l’immobilità e l’impassibilità:
La generazione è un modo di far-essere nel voler-bene che dice, nell’esperienza universale, una differenza radicale dal semplice produrre, fabbricare, costruire. Dire che la generazione del Figlio è eterna – della eternità di Dio – significa pensare la generazione come l’atto puro in cui prende forma e forza l’intimità di Dio. Significa pensare che l’ontologia fondamentale – l’ontologia dell’assoluto, l’ontologia assoluta – è un’ontologia affettiva: dove il far-essere “precede” l’essere; e il voler-bene è la sua forza “intrinseca”, infinitamente superiore a quella tradizionalmente iscritta nel sistema delle cause e degli effetti. Pensare a una generazione che “definisce” Dio come padre e Figlio, in modo che non c’è un “Dio” che stia nell’esistenza in modo neutro, autoreferenziale, come puro specchio di sé stesso […], ha conseguenze enormi.
L’”evidenza affettiva” della presenza di Dio
Sempre nel Credo, al principio della generazione del Figlio si aggiunge quello della processione dello Spirito, che non si riduce né al Padre, né al Figlio e nemmeno al loro legame, perché l’amore donativo di Dio non ritorna semplicemente su sé stesso: «la generazione che definisce l’intimità di Dio come Padre e Figlio, e si riversa nello Spirito, è l’abisso del principio di ogni principio. Ontologicamente parlando, il significato eterno dell’essere è generazione: amare la vita, donare la vita, suscitare la vita». Il dogma trinitario – prosegue Pierangelo Sequeri – è la condizione di possibilità per tutti noi di una teofania, di un’«evidenza affettiva», ricorrente nella nostra quotidianità, della presenza di Dio:
La perfetta sovrapposizione della felicità propria con quella altrui è il “segreto” di Dio: mistero della sua rivelazione ed enigma della sua ragion d’essere. Tutte le volte in cui riesco – anche imperfettamente – a provare la pura gioia della felicità altrui, sono certo che sto sperimentando – proprio affettivamente, quindi sensibilmente – il tratto essenziale della perfezione ontologica di “Dio”. Lo “sento” che sono in comunicazione con lui, non lo “penso” soltanto.
Giulio Brotti
Marito, padre di un figlio e di una figlia adolescenti, insegnante liceale, pubblicista. Tra molti limiti e incoerenze, si attribuisce come unica virtù l’inquietudine. Potendo, viaggerebbe nel futuro, anche solo per vedere quale aspetto avrà il cristianesimo tra cent’anni.