In un tempo in cui le immagini tradizionali di Dio, del cosmo e dell’essere umano sembrano entrare sempre più spesso in tensione con la sensibilità contemporanea, la domanda sul rapporto tra cristianesimo e mito torna ad essere decisiva. È possibile liberare la fede da forme culturali ormai inadeguate senza svuotarla del suo nucleo più profondo? E, soprattutto, può esistere un cristianesimo “senza miti”?
L’articolo di Paolo Gamberini affronta questa questione da una prospettiva post-teista, distinguendosi sia da una difesa rigida delle formulazioni tradizionali sia da una riduzione della fede a semplice esperienza umana. La demitizzazione, sostiene l’autore, non coincide con l’eliminazione dei simboli religiosi: ogni fede vive di immagini, racconti, gesti e linguaggi attraverso cui il Mistero si rende pensabile e comunicabile.
Il problema non è dunque abbandonare il mito, ma discernere quali forme simboliche continuino a rendere trasparente il Divino e quali, invece, rischino di oscurarlo. In questa tensione tra memoria della tradizione e necessità di nuove espressioni si colloca la proposta di un cristianesimo capace di riformularsi senza perdere il legame con l’evento originario di Cristo.

Cristianesimo senza miti?
Paolo Gamberini
23 giugno 2026
ApertaMente
Per gentile concessione dell’autore
Il punto decisivo, dal punto di vista del post-teismo, è che la demitizzazione non deve essere intesa come una riduzione del cristianesimo alla sola dimensione antropologica dell’esistenza umana. In questo senso, il post-teismo prende le distanze dalla soluzione classica di Bultmann. Se infatti il merito di Bultmann è stato quello di mostrare che il linguaggio mitico non coincide con il contenuto ultimo della fede e che il kérygma può sopravvivere al tramonto di determinate cosmologie, il suo limite consiste nell’aver individuato il nucleo permanente del messaggio cristiano prevalentemente nella comprensione esistenziale dell’uomo. Dietro il mito, secondo Bultmann, si cela l’autocomprensione dell’esistenza umana; dietro le immagini cosmologiche del Nuovo Testamento emerge la domanda dell’uomo sulla propria autenticità, sulla finitezza, sulla morte e sulla possibilità di una vita autentica.
La prospettiva post-teista segue invece un’altra direzione. Dietro il mito non vi è anzitutto l’uomo, ma il Mistero divino che si comunica attraverso forme storiche sempre contingenti. L’essenza del cristianesimo non è antropologica, bensì teologica. Ciò che deve essere salvato non è primariamente una particolare interpretazione dell’esistenza umana, ma l’esperienza del Divino che continuamente eccede ogni sua rappresentazione. Il centro della fede non è l’uomo che cerca se stesso, ma il Divino che si manifesta nella realtà e che l’uomo cerca di comprendere mediante simboli, immagini, racconti e dottrine.
Per questa ragione il processo avviato dalla demitizzazione non può concludersi nella semplice eliminazione dei miti antichi. La fede vive sempre all’interno di un orizzonte simbolico e mitico. Non esiste una fede pura, totalmente liberata dai miti. Esistono soltanto miti differenti. La vera questione non è dunque scegliere tra mito e non-mito, ma discernere quali miti siano ancora capaci di rendere trasparente il Mistero e quali invece lo oscurino.
Da questo punto di vista il post-teismo interpreta la storia del cristianesimo come un continuo processo di trans-mitizzazione. Ogni epoca riceve un insieme di simboli, immagini e narrazioni attraverso cui comprende il rapporto tra Dio, il mondo e l’essere umano. Con il passare del tempo tali rappresentazioni mostrano i propri limiti, entrano in tensione con nuove conoscenze scientifiche, con nuove sensibilità culturali e con nuove esperienze spirituali. In quel momento si rende necessaria una critica dei miti ereditati. Ma questa critica non ha lo scopo di distruggere il linguaggio religioso; al contrario, essa prepara la nascita di nuove forme simboliche capaci di esprimere nuovamente l’inesauribile profondità del Mistero.
Per secoli filosofia e teologia hanno condiviso le loro categorie che identificavano la verità con strutture ontologiche considerate immutabili e definitive. La filosofia si è appoggiata all’idea di un Assoluto pensato secondo le categorie della sostanza, dell’immutabilità e della razionalità necessaria; la teologia ha spesso interpretato la rivelazione attraverso le medesime categorie, conferendo loro una sorta di sacralità indiscutibile poiché sacramenti del Dio rivelante. L’incontro con le scienze naturali, con le scienze umane, con la coscienza storica e con il pluralismo culturale ha progressivamente mostrato il carattere storico di molte di queste categorie. Non è stata però la verità del cristianesimo a entrare in crisi, bensì le forme culturali attraverso cui essa era stata espressa. Il teismo è la forma culturale entro cui si è modellato il cristianesimo. Svestendo la fede del teismo, scompare la fede? Questa è la domanda essenziale da porci. Il teismo è un mito del cristianesimo oppure la sua stessa essenza?
La demitizzazione rappresenta una necessaria opera di purificazione. Essa libera il kérygma da quelle sovrastrutture cosmologiche, metafisiche e culturali che rischiano di essere confuse con il contenuto stesso della fede. Tuttavia, il processo non termina qui. Ogni demitizzazione genera inevitabilmente una nuova mitizzazione. Anche la modernità ha i suoi miti: il mito del progresso infinito, dell’individuo autonomo, della neutralità scientifica, della crescita illimitata, della tecnica come salvezza. Nessuna epoca vive senza narrazioni fondative.
La sfida del post-teismo consiste precisamente nel prendere coscienza di questo carattere inevitabilmente mitopoietico dell’esistenza umana che ricorre a miti (anche il teismo) per accedere al Divino. La fede non è chiamata semplicemente a demolire i miti del passato, ma anche a riconoscere quelli del presente e a generare nuovi simboli attraverso cui il Mistero possa essere nuovamente percepito. In questo senso il cristianesimo non è una religione che conserva gelosamente forme immutabili, ma una tradizione che continuamente riformula se stessa per restare fedele all’evento originario che l’ha generata.
L’evento cristiano, infatti, non coincide con nessuna delle sue formulazioni storiche. Esso eccede continuamente ogni linguaggio che tenta di esprimerlo. Per questo motivo la fede è sempre un movimento di trascendimento delle proprie immagini di Dio. Ogni mito è necessario, ma nessun mito è definitivo. Ogni simbolo rivela qualcosa del Mistero, ma nessun simbolo lo esaurisce. La maturità della fede consiste proprio nel saper abitare questa tensione: custodire la memoria delle forme ricevute, sottoporle a discernimento critico e aprirsi alla creazione di nuove immagini capaci di testimoniare il Divino nel mondo contemporaneo.
Il post-teismo non mira quindi a sostituirsi al teismo. Al contrario, esso intende recuperare un teismo più radicale. Se Bultmann cercava sotto il mito l’esistenza umana, il post-teismo cerca sotto il teismo, il Mistero divino che continuamente si comunica attraverso il cosmo, la storia e la coscienza. L’obiettivo è comprendere l’uomo e il cosmo a partire da quel Divino che costituisce il loro sfondo originario e il loro orizzonte ultimo. La trans-mitizzazione non è dunque l’abbandono della teologia, bensì il suo continuo rinnovamento: il tentativo sempre incompiuto di dire nuovamente Dio in un mondo che cambia.