Carlo Maria Martini
La dimensione contemplativa della vita
Lettera Pastorale 1980/81

[1] Carissimi Sacerdoti e fedeli, fratelli e sorelle nel Signore,

ringrazio Dio perché mi dà, in questi giorni in cui vi sto scrivendo, qualche momento di quiete contemplativa. Posso dedicare lunghe ore alla preghiera, alla riflessione, alla meditazione. Rivedo gli avvenimenti, gli incontri, le persone che sono entrate nella mia vita in questi ultimi mesi e li offro nella preghiera al Signore. Ripenso al cumulo di impegni attraverso i quali sono passato nel pur breve cammino di conoscenza della Diocesi e cerco di ordinarli nella mia mente. Mi sforzo di cogliere il significato delle diverse esperienze, di valutarle alla luce del Vangelo a imitazione di Maria che “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2, 20).

Nel fare ciò mi accorgo di stare vivendo, per dono di Dio, quella che si potrebbe chiamare la “dimensione contemplativa” dell’esistenza: cioè quel momento di distacco dall’incalzare delle cose, di riflessione, di valutazione alla luce della fede, che è tanto necessario per non essere travolti dal vortice degli impegni quotidiani.

[2] E’ proprio su questo prezioso “tempo dello spirito” che vorrei parlare un poco più a lungo con voi. Tra le tante cose che ho potuto osservare e ammirare in questi mesi, accanto alle splendide iniziative che fioriscono ovunque nella Diocesi per l’opera infaticabile dei battezzati, sacerdoti e laici, mi è sembrato fosse utile richiamare l’importanza di questi spazi di riflessione contemplativa, non per diminuire l’impegno, ma per renderlo più cosciente e attento. Il costruttore della parabola evangelica (Lc 14, 28) che prima di iniziare la torre si siede e fa i suoi conti, non perde tempo, ma ne guadagna. Il lavoro procederà così più spedito e lieto.

Questo discorso sulla dimensione contemplativa della vita si dirige a ogni uomo e donna che intenda condurre un’esistenza ordinata e sottrarsi a quella frattura tra lavoro e persona che minaccia oggi un poco tutti.

Vorrei che queste parole fossero un messaggio per tutti gli uomini di buona volontà di Milano e dell’intera Diocesi, spesso appesantiti dall’accumulo delle fatiche quotidiane e dalla molteplicità delle preoccupazioni.

Vorrei dire loro che ammiro l’impegno stressante per la costruzione della città, per la difesa e la diffusione del benessere, per il trionfo dell’ordine contro la minaccia sempre incombente del disordine e dello sfascio.

Ma vorrei anche ricordare che l’ansia della vita non è la legge suprema, non è una condanna inevitabile. Essa è vinta da un senso più profondo dell’essere dell’uomo, da un ritorno alle radici dell’esistenza. Questo senso dell’essere, questo ritorno alle radici, ci permettono di guardare con più fermezza e serenità ai gravissimi problemi che la difesa e la promozione della convivenza civile ci propongono ogni giorno.

Tuttavia vorrei approfondire ulteriormente il discorso alla luce della fede, esplorando le profondità della persona redenta da Cristo, mostrando gli orizzonti reali e meravigliosi su cui ci fa aprire gli occhi la riflessione sul mistero della preghiera, in particolare sulla “preghiera eucaristica silenziosa”.

Intendo trattare prima di tutto della “preghiera silenziosa”, cioè di tutti quegli aspetti del rapporto dell’uomo con Dio in cui è sottolineata la dimensione contemplativa dell’esistenza: silenzio, ascolto della Parola, adorazione, riflessione, meditazione, ecc. Questo atteggiamento interiore non isola la persona dalla realtà della Chiesa e del mondo, ma aiuta ad immergervela seriamente e responsabilmente. Intendo mostrare come questo tipo di preghiera si può chiamare “eucaristica”, perché ha come centro e punto di riferimento il mistero del Corpo del Signore, cioè l’Eucaristia. Essa aiuta a riscoprire quegli atteggiamenti di gratuità, di lode, di dono serio della vita che sono frutto del mistero eucaristico per la Chiesa.

[3] Prendendo il tema della dimensione contemplativa, che si specifica poi come “preghiera eucaristica silenziosa”, a oggetto delle indicazioni pastorali per l’anno 1980-1981 intendo anche favorire la preparazione remota al Congresso Eucaristico Nazionale che si terrà nella nostra Diocesi nel 1983. Tema del congresso sarà: “L’Eucaristia al centro della comunità e della sua missione”. Bisognerà allora riflettere esplicitamente sulla grande preghiera eucaristica pubblica, sulle manifestazioni solenni del culto verso l’Eucaristia e sulle loro conseguenze per la vita degli uomini e delle donne del nostro tempo. Questo anno 1980-81 può essere inteso come un anno di pausa riflessiva, che però già orienti verso il centro della vita dell’uomo redento, cioè l’Eucaristia.

L’argomento di quest’anno non si presenta sotto l’aspetto di un vero e proprio “piano pastorale”. Sono troppo pochi i mesi di conoscenza della Diocesi per permettermi di dare indicazioni programmatiche tratte da una valutazione complessiva della situazione. Del resto, la Conferenza Episcopale Italiana ha pensato a quest’anno come a un momento di pausa. Vorremmo però dare a questa pausa il suo significato più profondo di “momento contemplativo”. Per questo invitiamo tutti i battezzati della Diocesi ad un serio esame su questo tema, e alla promozione di iniziative che aiuteranno a concentrare l’attenzione su questo aspetto fondamentale dell’esistenza cristiana. A tutti coloro che per grazia e per vocazione sono “maestri della preghiera”, ai sacerdoti, religiosi e religiose, specialmente di vita contemplativa, e a tutti quei battezzati che sentono in sé in modo speciale la grazia della preghiera di silenziosa adorazione e di ascolto della Parola, ai membri dell’Azione Cattolica e di altri gruppi e movimenti ecclesiali e a quanti sono impegnati nell’apostolato, raccomando in modo tutto speciale queste indicazioni.

Questa lettera si articolerà nel modo seguente.

Cercheremo di fare prima di tutto una analisi della situazione attuale: come è vissuto nella nostra società e nella nostra Chiesa il momento contemplativo dell’esistenza?

Vedremo poi di chiarire i rapporti tra preghiera, silenzio e struttura della persona umana, e di approfondire i rapporti fra preghiera e Eucarestia.

Tratteremo infine dell’educazione alla preghiera silenziosa, terminando con alcune indicazioni pratiche.

Non si intende in nessun caso offrire un’esposizione esaustiva, ma si propongono incitamenti a riflettere e a operare.

Questa lettera vorrebbe avviare il lavoro personale e di gruppo su questo tema. Sarò grato a tutti coloro che mi scriveranno osservazioni, aggiunte, chiarimenti, approfondimenti su quanto qui viene suggerito, come ringrazio tutti coloro che hanno contribuito in vari modi alla stesura di questa lettera.

Mio desiderio è unicamente di stimolare ciascuno a fare l’esperienza di queste cose, e a gustarne i frutti nella propria vita.

[Una analisi della situazione attuale]

[4] Ricorderemo alcune caratteristiche più vistose della maniera in cui oggi è vissuta l’istanza contemplativa della vita, ne vedremo lo sfondo nella cultura attuale, e su di esso cercheremo di cogliere il cammino della Chiesa Italiana e della nostra Diocesi.

[5] Tra le molte cose che si possono dire sulla maniera in cui è vissuta oggi la dimensione contemplativa dell’esistenza, vengono alla mente le seguenti:

– la disabitudine presso la grande massa alla pratica della preghiera e delle pause contemplative. In questo la nostra civiltà occidentale si distingue nettamente dalle civiltà dell’Oriente dove sono in onore la pratica e le tecniche contemplative e il gusto per la riflessione profonda;

– la ricerca, diversamente motivata, presso alcuni gruppi, di forme e momenti più intensi di preghiera, di esperienze di “deserto” e di riconversione alla natura;

– l’inconsapevolezza, un poco presso tutti, dell’importanza del problema, insieme con una certa nostalgia per questo valore irrinunciabile della vita. Forse la gente prega e riflette più di quanto non sappia o non dica. Si tratta di aiutarla a dare un nome più preciso, un indirizzo più costante, un contenuto più cristiano a certe provvidenziali impennate del cuore che, più o meno intensamente, sono presenti nella storia di ognuno. L’esodo massiccio dalle città nei periodi di vacanze e nei fine settimana esprime in fondo anche questo desiderio di ritorno alle radici contemplative della vita.

[6] Lo sfondo generale di questa situazione è costituito da una cultura occidentale attuale, che ha un indirizzo prevalentemente prassistico, tutto teso al “fare”, al “produrre”, ma che genera, per contraccolpo, un bisogno indistinto di silenzio, di ascolto, di respiro contemplativo. Ma entrambi gli orientamenti rischiano di rimanere superficiali. Sia l’attivismo frenetico, sia certe maniere di intendere la contemplazione possono rappresentare una “fuga” dal reale. Per far evolvere cristianamente questa situazione, non basterà risvegliare una ricerca di preghiera. Occorrerà anche purificare, orientare, cristianizzare certe forme scorrette o insufficienti di ricerca. In particolare occorrerà evitare le generiche contrapposizioni tra azione, lotta, rivoluzione, da un lato, e contemplazione, silenzio, passività, dall’altro. Bisognerà dare uno specifico orientamento cristiano sia all’azione, sia alla contemplazione.

Quanto qui diremo sull’impegno per rendere più cosciente la dimensione contemplativa della vita va dunque inteso nel quadro dell’impegno generale per un’armonica crescita dell’uomo, homo faber e homo sapiens, secondo la sua piena misura e capacità.

[7] Su questo sfondo generale si può collocare il cammino della Chiesa Italiana, così come è espresso dai piani annuali della CEI. Essi sono stati tesi a cogliere il senso della “evangelizzazione” in un confronto con i sacramenti, la promozione umana, i ministeri, la famiglia, la comunità cristiana. Il tema della “evangelizzazione” letto nel contesto di alcuni grandi interventi del Magistero Pontificio, si presenta come il grande sforzo fatto dalla Chiesa di oggi per capire se stessa e la propria missione di fronte ai complessi fenomeni del mondo contemporaneo. Evangelizzare significa “portare la buona novella in tutti gli strati dell’umanità e, col suo influsso, trasformare dal di dentro, render nuova l’umanità stessa… La Chiesa evangelizza allorquando, in virtù della sola potenza divina del Messaggio che essa proclama, cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli uomini, l’attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l’ambiente concreto loro propri” (Evangelii Nuntiandi, n. 18).

La Chiesa, nata dalla Parola di salvezza, costruita dai sacramenti, guidata dal Signore e dallo Spirito che distribuiscono i vari ministeri, ha il compito di assumere l’ansia e l’impegno di promozione umana e di dirigerlo verso qualcosa che non si limita alla promozione orizzontale, ma costituisce un “di più” non pleonastico o facoltativo, ma essenziale e decisivo per la salvezza dell’uomo.

Questo “di più”, da un lato, può essere espresso facendo riferimento al Vangelo, al Regno, alla realtà di Gesù morto, risorto e vivente nella Chiesa come esprimenti l’infinito amore del Padre che chiama l’uomo alla partecipazione alla sua stessa vita; dall’altro, può essere intravisto anche mediante una riflessione antropologica che colga l’uomo come aperto al mistero, paradossale promontorio sporgente sull’Assoluto, essere eccentrico e insoddisfatto, che soltanto in una incondizionata dedizione all’imprevedibile piano di Dio trova le condizioni per realizzare la propria autenticità.

Ma questo “di più” evangelico, questa tensione e vocazione dell’uomo a qualcosa che lo trascende, non richiedono forse, per essere capite e accolte, uno spazio di silenzio, un’attitudine contemplativa? Ma a ciò si oppone la molteplicità e l’urgenza delle incombenze quotidiane, che tendono a dividere l’uomo, a sommergerlo nelle preoccupazioni e a stordirlo con mille sensazioni diverse, così come le spine tendono a soffocare il germoglio (cfr. Lc 8, 14; 10, 40-42).

Perciò un’attenzione riflessa alla dimensione contemplativa della vita è necessaria per inserirsi con verità nel cammino della Chiesa Italiana sulla linea di una evangelizzazione capace di rivelare all’uomo gli orizzonti sconfinati della sua chiamata.

[8] In questo quadro culturale generale e in questo cammino della Chiesa Italiana, la Chiesa che è in Milano si inserisce con le sue particolarità.

– Va tenuto presente innanzi tutto il tono esasperato che assumono nella nostra Diocesi le contraddizioni della civiltà industriale. Questo rende ancor più stimolante e profetico il compito di elaborare modelli e forme di preghiera contemplativa per l’uomo d’oggi.

– Si può ricordare quel misto di realismo pratico e di soda pietà tradizionale che caratterizza le nostre parrocchie e costituisce un patrimonio da verificare, aggiornare, armonizzare, approfondire.

– Si può ricordare la crisi degli adulti che, sparite certe forme tradizionali di preghiera, legate al ritmo pre-industriale, faticano a trovare nuove forme.

– Si può ricordare la consolante richiesta di silenzio contemplativo da parte di gruppi giovanili, che vanno scoprendo che il cristianesimo impegnato socialmente di qualche anno fa, pur senza perdere la sua ansia sociale, esige una immersione nel mondo misterioso della fede.

– Si può ricordare la confluenza di più civiltà nella trama internazionale della nostra Città. Il confronto con le forme di preghiera provenienti soprattutto dall’Oriente può diventare uno stimolo a una più rigorosa scoperta degli originali valori della preghiera cristiana, sullo sfondo di un dialogo e di un reciproco arricchimento con altre tradizioni. Il centenario di S. Benedetto celebrato quest’anno ci invita in particolare a saper riscoprire quanto dei valori fondamentali della vita monastica possa oggi essere rivissuto nel contesto della civiltà contemporanea.

– Si può ricordare infine la preparazione al Congresso Eucaristico Nazionale, volto a riflettere sulla centralità dell’Eucaristia nella comunità cristiana. Per questo è necessario cogliere attentamente sia il posto della Eucaristia nella comunità, sia la relazione tra ogni preghiera del battezzato, anche quella solitaria e silenziosa, e l’Eucaristia.

[9] La proposta di riflettere sulla dimensione contemplativa della vita intende provocare implicitamente il recupero di alcune certezze che nei confusi e pur fecondi anni appena trascorsi hanno patito qualche scolorimento o qualche eclissi.

Tali sono l’importanza religiosa del silenzio, il primato, nella persona umana, dell’essere sull’avere, sul dire, sul fare; il giusto rapporto persona-comunità.

Naturalmente, il recupero di questi valori non può significare abbandono o misconoscimento di quelli che il recente passato ha posto giustamente in rilievo, come la preghiera della comunità che coralmente canta e parla con Dio, la necessità che alla professione di fede e alla lode segua la coerenza della testimonianza e delle opere, l’importanza della dimensione ecclesiale in tutti gli ambiti dell’esistenza cristiana.

Ma pare venuto il momento di ricordare, in vista di una sequela di Cristo più intensa e armoniosa, che l’abitudine alla contemplazione e al silenzio feconda e arricchisce la preghiera vocale e comunitaria; che non si dà azione o impegno che non sgorghi dalla verità dell’essere profondo dell’uomo che in Cristo è stato rinnovato ed esaltato; che proprio la coscienza e la libertà delle singole persone, con le loro convinzioni, le loro speranze e i loro propositi, costituiscono l’autenticità e il pregio di ogni esistenza associata nel nome del Signore.