
SANTA INGENUITÀ
Articolo pubblicato su Adista n. 8/201
(Mt 6,24-34)
Per gentile concessione dell’autore
Alberto Maggi
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Fanno quasi tenerezza il candore e l’ingenuità di Gesù. Viene proprio da dire che egli sembra arrivare da un altro mondo. Altrimenti come avrebbe potuto affermare che non è possibile “servire Dio e la ricchezza”, perché non si possono “servire due padroni”?! (Mt 6,24).
Nel vangelo di Luca, Gesù non fa neanche in tempo a fare questa dichiarazione che alle sue spalle si sente uno sghignazzo: sono i farisei, i pii devoti osservanti, i pignoli praticanti di ogni minimo precetto, “che erano attaccati al denaro” e che, sentendo le affermazioni di Gesù, “si facevano beffe di lui” (Lc 16,14).
Santa ingenuità quella del Cristo. Ma come non è possibile servire Dio e il mammona?
Gli uomini religiosi da sempre hanno creduto di poter servire Dio e mammona (vocabolo aramaico che indica il patrimonio sul quale si basa la propria sicurezza e fiducia), cantare i salmi e contare i soldi, anzi, hanno fatto proprio del loro Signore lo strumento privilegiato per accumulare beni e ricchezze. Non sono forse gli scribi, quelli che “divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere”? (Mc 12,40). Scribi ai quali Gesù associa i loro degni compari, i farisei, tanto esemplari e immacolati all’esterno, quanto “pieni di rapina” al loro interno (Mt 23,25).
Gesù si è sbagliato, si può benissimo servire Dio e l’interesse, il Signore e il profitto. Inutile che Gesù si richiami alla denuncia, che il Signore aveva già fatto attraverso i profeti, per far sapere che non gli interessano i sacrifici a lui rivolti, ma la misericordia verso gli uomini (Os 6,6; Mt 9,13; 12,7). Con la misericordia non si campa, con i sacrifici offerti dai fedeli sì, e allora bisogna fare in modo che questi fedeli offrano sempre di più, a Dio naturalmente.
Vanamente il Signore attraverso i profeti ha denunciato la voracità degli insaziabili sacerdoti che “si nutrono del peccato del mio popolo e sono avidi della sua iniquità” (Os 4,8). Inutilmente i pastori del popolo che, ed è il Signore stesso a dirlo, “non capiscono nulla”, sono stati apostrofati come “cani avidi che non sanno saziarsi” (Is 56,11).
Il fascino di mammona è irresistibile, a lui tutti soccombono, nessuno riesce a resistere alla seduzione del denaro e, se alcuni lo fanno, non è per la loro dignità, ma solo perché non è stato loro offerto abbastanza.
Eppure, di fronte a questa innegabile evidenza, davanti all’irresistibile attrazione del denaro, Gesù non scende a patti o a compromessi, e non esita a proporre il suo messaggio indubbiamente controcorrente e svantaggiato, ad affermare che “si è più beati nel dare che nel ricevere” (At 20,35).
È vero, mammona, la ricchezza, sembra offrire indiscutibili vantaggi e per ottenerla e accumularla gli uomini sono pronti a ogni sacrificio, a rinunciare al proprio onore e a calpestare la dignità degli altri.
Ma poi? A che serve, ammonirà Gesù, “guadagnare il mondo intero” e smarrire se stessi? (Mt 16,26). Mentre l’adesione al Signore rende progressivamente gli uomini sempre più liberi, l’accoglienza di mammona li trasforma in schiavi, che instancabilmente lavorano alla propria rovina. Ingannati dal mammona, gli uomini credono di possedere dei beni, invece ne sono posseduti. La prova? Che non riescono a sbarazzarsene.
Gesù nei vangeli è riuscito a purificare i lebbrosi e a liberare gli indemoniati. L’unico fallimento è stato con il ricco (Mt 19,16-22). Il ricco è posseduto dal dèmone del denaro, e la prova è che costui non dispone della sua ricchezza ma questa di lui, è posseduto dagli stessi beni che crede di possedere, precipitando in una alienazione che lo rende impermeabile all’azione divina.
Per questo nella comunità di Gesù non c’è posto per i ricchi (Mt 19,24), ma solo per i signori. Il ricco è colui che ha e trattiene per sé. Il signore è colui che dona e condivide con gli altri, e solo questo atteggiamento esprime la profonda fiducia in quel Padre che regala vita a chi si prende cura del bene e del benessere altrui. Il regno annunciato da Gesù diventa realtà quando al posto di mammona si sceglie il Padre, e al posto dell’avere si scopre la gioia del dare.
Alberto Maggi