Nel secolo dei mezzi di comunicazione di massa alcune grandi figure incarnano un paradigma umano e cristiano fatto di silenzio, umiltà, operosità, servizio: una profezia per l’oggi

di Sergio Di Benedetto
15 Giugno 2026
Per gentile concessione di
http://www.vinonuovo.it

Da pochi giorni abbiamo ricordato il centenario della morte di Antoni Gaudí, che morì, come è noto, in assoluta povertà; investito da un tram, fu scambiato per un mendicante e solo dopo due giorni venne riconosciuto come l’architetto della Sagrada Familia. Ma la sua vita, pur essendo costellata di grandi opere e di grandi intuizioni artistiche, fu, soprattutto nella sua parte finale, una vita lontana dalle luci della celebrità; scegliendo una vita povera, umile, interamente dedicata all’arte e alla Sagrada Familia, si costrinse alla penombra; il celebre architetto, che si obbligò anche a mendicare, riteneva che «l’artista deve essere un monaco»: dedito alla grandezza dell’opera, e non alla grandezza di se stesso.

C’è qui, in una figura grande che ha costruito architetture uniche e straordinarie, riconciliando modernità, arte, estetica e fede, un tratto comune con altre figure che, mi pare, possano incarnare e comunicare quello che è un paradigma del Novecento, valido anche per l’età contemporanea, ossia il paradigma — umano e cristiano — del silenzio, dell’umiltà, del nascondimento, del servizio.
Ci sono sempre santi e sante che, interpretando profeticamente i tempi, vivono coordinate esistenziali provocanti e feconde per i loro tempi; così accadde, ad esempio, a Francesco d’Assisi nel Basso medioevo italiano; così accadde a Teresa d’Avila nell’incipienza dell’epoca barocca; così accadde ai santi sociali dell’Ottocento. Ogni tempo, insomma, ha uomini e donne che riscoprono un talento evangelico da spendere per un’epoca, dando un senso, una direzione, un orizzonte.

Nel Novecento mi pare che tale ruolo fondativo sia stato di Charles De Foucauld: la scelta del nascondimento, del deserto, del servizio ai poveri di altra fede (i Tuareg); la ‘scelta di Nazareth’ come paradigma cristiano, nel secolo dei mezzi di comunicazione di massa e della propaganda, è stata profezia e fecondità. Lo stesso suo ‘fallimento esistenziale ‘— ucciso da un ragazzino durante una rapina, senza nemmeno un discepolo, quasi dimenticato per alcuni anni, fino a quando René Voillaume ne rimette in circolo il carisma, recuperando il lavoro di René Bazin e Louis Massignon ­—è eloquente per il Novecento del successo e dell’accumulo: quale icona evangelica più forte per dire che è possibile vivere diversamente secondo la sequela di Gesù di Nazareth rispetto a ciò che il mondo esige e sostiene? E oggi, quando decine di famiglie spirituali si rifanno al carisma dell’eremita del deserto, come non riconoscere il dito e la Parola di Dio in un seme morto solo, ma portatore di frutti straordinari?

Lo stesso si può dire per un’altra figura fondativa, Madeleine Delbrêl, una donna che predilesse una vita di servizio e testimonianza, di dialogo con gli altri e di amore oblativo nella periferia di Parigi, nella rossa Ivry, trovando lì non le ragioni per erigere muri di separazione, ma le ragioni per un rinnovamento della propria fede, per una nuova conversione personale dopo quella giovanile, per una nuova spiritualità laicale incarnata, mistica e al tempo stesso profondamento ancorata alla realtà. Lì, ancora, diede vita a una piccola comunità laicale femminili, dove ogni donna era chiamata a spendersi nel proprio ambito di lavoro e nella propria porzione di Regno, con discrezione e con coraggio. Non a caso, Madeleine Delbrêl riconosceva un valore unico e centrale a Charles de Foucauld, visto come sintesi fertile di tanti opposti e come colui che, di nuovo, aveva ricordato che per «darsi al mondo intero» bisognava andare «al largo», ma che questo «largo» non era necessariamente «contenuto fra le mura di un monastero»: ecco la spiritualità della strada, della quotidianità, della preghiera che è cura dello spazio intimo in cui risiede lo Spirito.

Infine Gaudì, che, come gli altri due, decide di darsi al mondo nell’edificazione di un’arte che fosse dialogo e conciliazione con le estetiche moderne, senza rigettare la fede; opzione di povertà, umiltà, coraggio e perseveranza, fino a una morte anonima, solitaria.

Tre figure che sono state dedite all’arte e alla cultura (la poesia per Delbrêl, l’architettura per Gaudì, lo studio della lingue che sono pagine di poesia per De Foucauld); che hanno scelto una via di penombra nel servizio che sentivano come proprio; una ‘via estetica’ che è incarnazione nel mondo; una ‘via mistica’, soprattutto, che è intimo e silenzioso radicamento in Gesù per aprirsi al mondo, che è colloquio interiore, profondo, meditato (una via mistica di perenne ricchezza!). Tre persone che si impegnarono in una via di dialogo e non di opposizione con il ‘diverso da sé’. Ed è da notare, infine, che proprio il loro tardivo ‘riconoscimento’ ufficiale da parte della Chiesa (Charles de Foucauld beatificato a quasi 90 anni dalla morte e canonizzato solo nel 2022, Delbrêl e Gaudi ancora ‘sotto indagine’, con un processo aperto) indica la loro cifra spirituale fatta di umiltà e dimora ai margini…

E, oltre a questi tre nomi, altri uomini e donne potrebbero essere qui ricordati di simile sensibilità…
Tre figure, un unico paradigma di vita cristiana per il Novecento, ma ancora di più per il XXI secolo degli influencer, della velocità, delle relazioni digitali, dei patrimoni senza fine, della povertà umana senza fine, delle guerre continue.