di Edgar Morin
06.06.2026
Per gentile concessione di
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La domanda «Come trasmettere la complessità?» comporta una questione preliminare: come conoscere, o riconoscere, la complessità? Vorrei insistere, per cominciare, sul fatto che le conoscenze che ci sono dispensate dall’informazione o dai media, così come le conoscenze dispensate dall’insegnamento, non ci preparano a riconoscere la complessità.

Prendo il termine “complessità” anzitutto in un senso primario, derivato dal termine latino complexus, che indica ciò che è tessuto insieme. Gli eventi non sono mai isolati; sono in un contesto, il quale a sua volta sta in un sovracontesto. C’è sempre un tessuto comune. Pascal, nel XVII secolo, aveva una visione estremamente perspicace quando diceva che «tutte le cose essendo causate e causanti, aiutate e aiutanti, mediate e immediate, e tutte dialogando tra loro attraverso un legame naturale e impercettibile che lega le più distanti e le più diverse, ritengo impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, non più di quanto lo sia conoscere il tutto senza conoscere le parti». Ecco quale sfida gigantesca ci attende.

Quelle che vengono chiamate informazioni, provenienti dai media, mi fanno pensare a un’altra frase pertinente del grande poeta T.S. Eliot: «Qual è la conoscenza che perdiamo nell’informazione?

E qual è la saggezza che perdiamo nella conoscenza?». Quale conoscenza perdiamo nell’informazione? Le informazioni disperse sono come una pioggia, una nube, se non c’è un sistema di conoscenza in grado di organizzarle e di dare loro un senso. E poi bisogna che questo sistema organizzatore abbia una qualche pertinenza. Che non derivi esso stesso da un manicheismo o da una mutilazione della realtà. Inoltre Eliot parlava molto giustamente di saggezza, ossia della necessità di incorporare quello che sappiamo nelle nostre vite, nei nostri comportamenti. Anche qui, non ci sono saggezza e arte di vivere possibili davanti a conoscenze puramente oggettivate.

Si può dire allora che per fortuna abbiamo un sistema educativo che consente di organizzare le conoscenze. Ebbene, questo sistema educativo è fondato, appunto, sulla separazione, il frazionamento e la disgregazione del tessuto comune di tutte le cose. Questo principio, del resto, è stato fecondissimo per lo sviluppo delle conoscenze, a partire dallo slancio delle scienze moderne che si sono incanalate nelle discipline. Ma queste ultime, sempre più separate, isolate le une dalle altre, fanno sì che tra loro si formino enormi buchi neri: ci rendono ciechi su un certo numero di realtà e di problemi essenziali e vitali. Questo sistema educativo comincia nella primaria, prosegue nella secondaria e culmina nell’insegnamento superiore. In fin dei conti tutte le realtà, tutti i grandi problemi, vengono disgregati.

La questione dell’umano
Prendiamo la realtà fondamentale che riguarda ciascuno: che cosa significa essere “umano”? Naturalmente ci sono le scienze umane e sociali, che si dividono in economia, sociologia, psicologia, scienza delle religioni. Ma comunicano spesso male tra loro e rischiano di conoscere solo frammenti di realtà. Oltretutto, non ci sono solo le scienze sociali e umane. Tutta una parte della realtà umana è una realtà biologica. Noi siamo esseri viventi. Persino il nostro cervello, senza il quale non potremmo conoscere e pensare, è un organo biologico. Ebbene, questa realtà biologica viene completamente separata dall’altra realtà umana. O gli uni dimenticano che noi siamo esseri viventi e riducono l’umano al culturale e allo spirituale. O gli altri riducono tutto quello che c’è di culturale e di spirituale a geni o a comportamenti presenti già nel mondo animale. Si è come incapaci di pensare questa realtà duplice. Oggi, sapendo più che in passato che la realtà biologica è costituita da molecole e da atomi che si trovano nella natura, ci rendiamo conto che il nostro rapporto con il mondo fisico è molto più profondo di quanto avremmo creduto. Le nostre particelle si sono forse formate nei primi secondi dell’universo. Gli atomi necessari alla vita si sono costituiti in un sole anteriore al nostro. Insomma, partecipiamo a tutta una storia cosmica. Ma questa storia rimane invisibile fintanto che tutti gli elementi restano separati.

Inoltre non ci sono solo le scienze: la letteratura e la poesia sono anch’esse mezzi di conoscenza dell’umano. Direi addirittura mezzi che comportano l’integrazione di quello che le scienze sono obbligate a distruggere: ossia la realtà soggettiva di ciascun individuo, con i suoi sentimenti e le sue passioni. Lo mostra il romanzo, il grande romanzo, da Balzac fino a Proust, passando per Dostoevskij. Quanto alla poesia, non è solo un lusso della letteratura. Ci inizia a quella cosa essenziale che è la qualità poetica della vita, contrapposta al suo aspetto prosaico, che consiste nel fare le cose necessarie, talora obbligatorie, indispensabili a guadagnarsi la vita, ma che ignora la comunione, l’amore, l’estasi, il gioco.

L’era planetaria e il dialogo fra le civiltà

«Dove andiamo?» è la seconda grande domanda che ci si può porre a partire dal secondo grande buco nero del nostro sistema educativo: la globalizzazione. Questa è il prodotto ultimo, cominciato alla fine del XV secolo, di un processo che si dispiega a partire dal XVI secolo, dalla scoperta delle Americhe e dalla circumnavigazione della Terra: l’era planetaria. Essa si è sviluppata attraverso la dominazione, lo schiavismo, l’oppressione, ma sono pochissime le menti in Occidente ad avere percepito quello che stava accadendo. Da un lato, Bartolomeo de Las Casas fa ammettere alla Chiesa che gli amerindi hanno un’anima, benché Cristo non abbia viaggiato in America. E Montaigne afferma che quelli che vengono chiamati “barbari” semplicemente appartengono a un’altra civiltà. Così comincia quel processo di autocritica dell’Occidente ancora minoritario, ma tanto necessario. Ecco dunque quest’epoca planetaria che oggi si è sviluppata con il crollo delle economie sedicenti socialiste e con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione immediata. Ne è risultata un’economia ormai globale, ma che purtroppo manca di regolazione.

È importante riconoscere i precedenti di quest’epoca planetaria e i suoi aspetti ambivalenti. Infatti non esiste un’unica globalizzazione. Ce ne sono forse parecchie. Ce n’è stata almeno una seconda: quella che è cominciata con Montaigne e Bartolomeo de Las Casas è proseguita con l’umanesimo europeo, poi con l’internazionalismo e oggi con l’altromondismo. È la globalizzazione incompiuta, incerta, delle idee di democrazia, diritti dell’uomo, diritti della donna. Ci sono ambivalenze straordinarie. Già Marx, nel XIX secolo, diceva che il capitalismo avrebbe creato condizioni per una vera e propria letteratura mondiale. Cosa che si sta in effetti realizzando, e non solo per élite ristrette in differenti Paesi. Così ora conosciamo traduzioni di romanzi cinesi, giapponesi, latinoamericani.

Il groviglio del presente, l’incertezza del futuro

Per comprendere quest’epoca planetaria è necessario che esista un insegnamento di fondo sul tema, come sulla condizione e l’identità umana. Ebbene, esso è totalmente assente dalle strutture del nostro insegnamento. Oltretutto, è una conoscenza difficile. Perché? Anzitutto, è difficilissimo prendere coscienza di quanto sta accadendo. Il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset diceva appunto: «Non sappiamo cosa sta accadendo, e sta accadendo proprio questo», ossia la nostra ignoranza di quel che accade. Per di più, ci vuole sempre un certo tempo per prendere coscienza di quanto accade. Si può citare, in proposito, un altro filosofo, Hegel, che diceva: «L’uccello di Minerva spicca il volo al crepuscolo». Ossia l’uccello della razionalità, della saggezza, della comprensione arriva sempre troppo tardi, o almeno molto tardi.

È dunque difficile comprendere ciò che avviene; difficile comprendere un presente aggrovigliato. È questa la complessità. Quando si semplifica, alcuni vedono solo processi demografici. Altri vedono solo conflitti tra religioni, altri ancora solo derive del capitalismo eccetera. Il grande problema è come tutti questi processi interagiscano tra loro in un nodo gordiano inestricabile. Questa conoscenza, perché difficile, è necessaria; e richiede un modo di conoscenza complesso.

Ecco il problema della conoscenza di ciò che accade. Ma in più si pone il problema del futuro. Non esiste più quella filosofia che ci diceva che il futuro era già in strada verso il progresso. Non crediamo più che la locomotiva della storia traini l’umanità sempre verso il meglio.

Non solo questa fede nel progresso e il mito di una storia teleguidata verso un bel futuro, che si credevano razionali, sono crollati, ma sappiamo che esiste un’incertezza di fondo. Nessuno può predire il domani. L’11 settembre 2001, o l’implosione dell’Unione Sovietica, per la maggior parte degli osservatori furono imprevisti. Come diceva già Euripide, cinque secoli prima della nostra era: «Ad accadere non è il previsto, è quasi sempre l’imprevisto». Ebbene, non siamo pronti ad affrontare questo imprevisto. Non siamo pronti a pensare il mondo com’è. Non solo le realtà vengono totalmente disintegrate, ma i grandi problemi vengono ignorati.

Che cos’è la conoscenza? Che cos’è la comprensione?

Si insegnano conoscenze, ma non si insegna mai che cosa sia la conoscenza. Ossia qualcosa che corre sempre il rischio dell’errore e dell’illusione. Come sappiamo tutti riguardo a conoscenze che in passato sembravano evidenti e che oggi ci appaiono puerili, ridicole e false. Chi ci dice che non sia lo stesso per le nostre convinzioni di oggi? Dieci o quindici anni fa il liberalismo economico sembrava un dogma, oggi appare un’ideologia sempre più minata e sminuita. C’è stato il mito del comunismo prima, ce ne sono stati altri. Significa che viviamo nell’illusione che il presente sia lucido e che gli errori siano riservati al passato. Qui sta il problema: conoscere la conoscenza, le trappole della conoscenza. Trappole presenti nella psicologia di ciascuno, nella cultura, nei rapporti umani. La conoscenza della conoscenza, che è solo un piccolo capitolo per specialisti della filosofia, deve essere un problema centrale insegnato fin dall’infanzia.

Inoltre non ci si interroga sulla comprensione: che cos’è la comprensione umana? Ossia qualcosa di vitale non solo per i nostri rapporti con le altre nazioni, le altre culture, ma anche per i rapporti all’interno del nostro mondo, delle nostre famiglie, del nostro lavoro. Finché non ci sarà maggior progresso nelle nostre capacità di comprendere, non ci sarà progresso nei rapporti tra esseri umani.

Ebbene, non si insegna la comprensione dei rapporti umani. Non si insegna nemmeno ad affrontare le incertezze. Anche qui: si insegnano certezze, proprio quando le scienze più avanzate devono confrontarsi con l’incertezza, con l’aleatorio. Vale per le scienze umane come la storia, ma non parliamo oggi della microfisica o della scienza del cosmo, che non può dirci dove va il nostro universo. Tanto l’origine quanto il futuro restano avvolti dal mistero. La parola Big Bang è solo una metafora.

Le scienze imparano sempre più a lavorare con l’incertezza, ma questo è un problema per ognuno. Ogni destino individuale è un destino il cui futuro è incerto. Fin dalla nascita, nessuno sa quale sarà il suo sviluppo, le sue malattie, quali saranno gli incontri che farà, se la coppia che formerà sarà felice… Il giorno della nostra morte è sconosciuto, per quanto la morte sia una certezza. Quello che è vero per il destino degli individui è vero per il destino delle società e del pianeta.

Crisi dell’intelligibilità, assenza di progetto

Questo per dire che le conoscenze fondamentali, principali, non vengono insegnate. Del resto c’è una crisi dell’intelligibilità, una crisi dell’intelligenza. L’intelligenza che trionfa, quella degli esperti che popolano i ministeri, quella degli specialisti che vivono solo all’interno della loro specialità senza guardare ciò che succede intorno, è un’intelligenza cieca. Dà visioni unilaterali qualunque sia l’evento che si guarda: la crisi delle periferie come la crisi planetaria.

In quest’assenza di futuro, senza la possibilità di provare a elaborare, se non un programma, almeno una strada per affrontare l’incertezza del futuro, i politici e le persone vivono alla giornata. Naturalmente le famiglie fanno progetti sui figli, sulla loro progenie. Si può vivere alla giornata anche guardando la televisione, partendo per il fine settimana. Ma pensiamo che nella maggior parte delle regioni del mondo vivere alla giornata significa vivere nell’angoscia e nella miseria, non solo materiale. Miseria dell’umiliazione e della subordinazione. Allora, quando la politica stessa vive alla giornata e si riduce all’economia, quando l’economia funziona solo sul calcolo e quando il calcolo stesso ignora le realtà umane – le passioni, i sentimenti, l’amore, l’odio, la sofferenza, l’umiliazione – si diventa incapaci di capire. Ogni volta che c’è un problema – si tratti di un’inondazione nel Terzo Mondo, dell’Aids in Africa o della crisi delle periferie – si individua la causa nella mancanza di soldi. Bisogna aumentare i mezzi! I soldi, naturalmente, sono necessari. Ma si dimentica il problema fondamentale: l’umiliazione, le discriminazioni e tutti quegli atteggiamenti umani dissolti in una visione in cui il calcolo è re.

Per un pensiero transdisciplinare

La situazione è questa. Si dirà: «Sì, bisogna collegare le conoscenze, riformare il pensiero, riformare la conoscenza». Ma ciò non può avvenire per pii desideri, mettendo una accanto all’altra le diverse discipline in modo che vadano naturalmente ad articolarsi le une con le altre. No! Non possono farlo. Hanno ciascuna il proprio linguaggio, il proprio sistema di pensiero. Quello che serve è un pensiero in gra do di creare gli strumenti transdisciplinari che possano articolare le conoscenze derivanti dalle diverse discipline. Qui non ho il tempo di andare più a fondo; ho dedicato parecchi volumi a un lavoro che mi ha occupato per alcune decine di anni. Quello che voglio dire, qui, è che esistono modalità di pensiero che permettono di collegare le cose.

Ad esempio, il principio ologrammatico. Consiste nel dire, nel concepire, che non solo la parte sta in un tutto, ma che il tutto è anch’esso all’interno della parte. È un’idea che può sembrare del tutto paradossale, ma che è incessantemente convalidata almeno biologicamente. In ogni cellula del mio organismo, comprese le cellule della mia pelle, è iscritta la totalità del mio patrimonio genetico. Naturalmente vi si trova espressa una sola parte, quella che permette di formare la pelle. La totalità è presente in ogni cellula di ogni organo specializzato. Noi, in quanto individui, possiamo dire che il tutto della società è presente in noi attraverso il linguaggio, le culture, le idee. Allo stesso modo il tutto della specie in quanto organizzazione genetica e sistema di riproduzione è presente in ciascuno di noi. Il tutto è nella parte, la quale è nel tutto.

Altro esempio: il principio ricorsivo tratto dal mondo della matematica, ossia il principio secondo il quale in un sistema i prodotti e gli effetti sono necessari alla loro stessa produzione. Può apparire assolutamente paradossale. Riflettiamo un po’. Siamo individui umani, siamo prodotti di un sistema di riproduzione biologica. Questo sistema di riproduzione può andare avanti solo con l’aiuto degli individui umani, sempre che vogliano accoppiarsi, nell’attesa che il sistema si metta a funzionare da solo tramite clonazione o incubatrice! Ciò significa che siamo al tempo stesso prodotti e produttori. Lo stesso accade nei nostri rapporti con la società: siamo i prodotti di una società, di una cultura, e ne siamo al tempo stesso i produttori, poiché sono le interazioni tra gli individui a produrre incessantemente la società. C’è dunque la necessità di abbandonare un pensiero lineare con un inizio e una fine. È il grande merito di quello che Norbert Wiener ha chiamato il feed-back, la retroazione: in particolare, la retroazione negativa che si verifica in un sistema di riscaldamento regolato da un termostato. Esiste un ciclo dove il prodotto retroagisce sulla causa e la regola. Il sistema è ad anello e non più lineare. Questo permette di conoscere e di collegare aspetti della realtà complessi e disgiunti.

Ultimo esempio di questa rapida panoramica è la dialogica, erede della dialettica di Hegel e di Marx. Due istanze antagoniste, contraddittorie, sono necessarie per comprendere un fenomeno complesso. Esse sono al tempo stesso complementari e antagoniste. Abbiamo dunque bisogno di poter cambiare le strutture del nostro pensiero. Lavoro difficilissimo. I pochi rapporti logici chiave che comandano inconsciamente il nostro modo di conoscere – possiamo definirli un paradigma – sono i prodotti di una storia. Il mondo occidentale vive sotto il dominio di un paradigma che ci ingiunge di separare, dissociare e ridurre il complesso al semplice per conoscere meglio. Quando obbediamo a questo principio, dissolviamo la complessità. Pensiamo che essa non abbia alcun interesse, alcun senso, che sia pura illusione o apparenza. Ebbene, bisogna saper separare, conoscere gli elementi, e poi essere capaci di ricomporre. C’è, in questo, una carenza di pensiero. Abbiamo bisogno di principi per collegare, per riconnettere.

Come pensare il nostro rapporto di essere umano con la nostra realtà animale? Un paradigma ci dice che per comprendere l’umano bisogna respingere l’animalità e vedere solo ciò che in noi è spirito e cultura. Un altro ci dice che bisogna ridurre l’uomo all’animalità, se lo si vuole comprendere. Ma è il nesso tra i due che bisogna trovare: mostrare che siamo forse al 100% animali e al 100% qualcosa di diverso dagli animali con la nostra coscienza, il nostro spirito, la nostra cultura. Siamo al tempo stesso i figli di questo cosmo e fuori da questo cosmo. Tutto ciò è un modo per comprenderci meglio e per comprendere meglio la nostra realtà.

Una riforma indispensabile per il destino dell’umanità

La comprensione delle differenti complessità che intessono il nostro universo e la riforma dell’educazione, della conoscenza e del pensiero sono ormai una necessità vitale per gli individui. Jean-Jacques Rousseau faceva dire al suo educatore nell’Emilio: «Voglio insegnargli a vivere». È un po’ ambizioso dire che si insegna a qualcuno a vivere: si aiuta qualcuno ad affrontare la vita, a imparare da sé la vita. Ma il sapere e la conoscenza sono cose vitali per ciascuno, per poter affrontare il proprio mondo, il proprio destino, i propri problemi, le proprie contraddizioni.

Questa riforma non è necessaria solo per gli individui. Lo è per i problemi sociali e per il modo in cui le politiche li affrontano. Se oggi in Europa viviamo una tale miseria, un tale grado zero del pensiero politico non dipende né dall’imbecillità né dalla cattiveria degli uni o degli altri. Dipende dal fatto che ci si trova all’interno di un sistema di pensiero e di conoscenze dove non ci sono vie d’uscita diverse da quella di vedere le cose separate, a compartimenti o ridotte all’economia. Il problema è nazionale, europeo.

Sono convinto che continuiamo su una strada che porta alla catastrofe. La strada dello sviluppo, blandita o ammorbidita dalla parola “sostenibile” o “durevole”, porta al degrado della biosfera, che invece per noi è indispensabile. La navicella spaziale Terra oggi è spinta da tre motori, nessuno dei quali è controllato o guidato: la scienza, che produce le cose più meravigliose ma anche armi di distruzione e di manipolazione; la tecnica, ambivalente per essenza; l’economia, attualmente votata al profitto e non regolata da istanze planetarie.

Oggi è in gioco il destino dell’umanità. Spero dunque che si potranno trovare nuove strade. Lavori e riflessioni finora dispersi e non collegati gli uni agli altri stanno là per prepararci. È l’incapacità di collegare che conduce alla cecità attuale. La causa dell’umanità, di tutta l’umanità, oggi così importante, così globale, così drammatica, richiede questa riforma della conoscenza. Ne siamo lontani, ma non per questo mi sento scoraggiato.

(Traduzione di Anna Maria Brogi e photo credit: Arquivo Central da República Federativa do Brasil)

Edgar Morin

Edgar Morin è uno dei più noti pensatori contemporanei. Nato a Parigi nel 1921, appartiene a una famiglia di origini ebraiche sefardite. I genitori livornesi fuggirono dall’Italia a Salonicco, città dell’Impero ottomano, per poi stabilirsi nella capitale francese. Da anni ha elaborato una personale riflessione sulla complessità ed è impegnato in un progetto di riforma dell’educazione.