Papa Leone ha pubblicato la sua prima enciclica. La Chiesa “dice la sua” su un problema di forte attualità e mette in gioco la sua identità. Questo offre l’occasione per riflettere sulla longevità dell’istituzione ecclesiastica e sulla sua capacità di essere e divenire

Di: Jessica Todaro
Data: 26 Maggio 2026
Per gentile concessione di
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La longevità della Chiesa merita una riflessione. Si tratta di un’istituzione nata ai margini di un impero, priva di potere e duramente perseguitata, che ha attraversato due millenni di guerre, crisi morali, scismi e rivoluzioni culturali e politiche. Non solo è sopravvissuta, ma, tra storiche vittorie e catastrofici errori, è rimasta una presenza riconoscibile e ben radicata. Questa stabilità, però, non va presa per immobilità: è piuttosto la capacità di perdurare attraversando il cambiamento. Dunque, come si resiste ai millenni mentre il mondo attorno a sé muta profondamente?
L’equilibrio tra essere e divenire
Alla radice di questa continuità c’è un’incrollabile coscienza di sé. La Chiesa ha avuto la lungimiranza di pensarsi come un popolo in cammino, generato da un’origine che la precede e orientato verso un fine che la supera – una freccia scagliata dall’immanente al trascendente. Questa consapevolezza le ha permesso di non identificarsi mai del tutto con le forme storiche che ha assunto, sapendo incarnarsi nelle culture e parlare lingue diverse, senza diventare quelle culture – rimanendo la Chiesa. Dalle città dell’antichità alle metropoli del mondo globalizzato, ha continuamente tradotto se stessa.
Tuttavia, adattarsi non significa annacquarsi. Significa piuttosto sporcarsi le mani: entrare nella complessità del reale, accettare il confronto, correre il rischio dell’errore. Una Chiesa che si espone, che ascolta, che si lascia interrogare, è una Chiesa che rimane viva.
Sapere chi si è significa anche distinguere tra ciò che della propria essenza è identitario e ciò che è contingente. L’annuncio, la fede e la vita sacramentale rimangono il cuore pulsante irrinunciabile; le forme, i linguaggi e le strutture possono mutare nel tempo.
Questa abilità di adattarsi rimanendo se stessa, seppur imperfetta, è stata essenziale nella crescita e sopravvivenza alle intemperie della storia: senza di essa, la Chiesa si sarebbe o irrigidita in un passato polveroso, o dispersa in un presente caotico. Una Chiesa incapace di aprirsi al mondo, preoccupata solo della sua difesa identitaria, finirebbe per diventare un relitto di un’altra epoca, sorda e cieca all’uomo contemporaneo. Guai, però, a dissolversi nel mondo nel tentativo di inseguirlo; l’istituzione che vuole navigare acque inesplorate deve essere ben salda e guidata con esperienza.
In questa prospettiva, una minore rigidità gerarchica, senza negare la struttura necessaria, può diventare una risorsa preziosa per continuare quella traversata verso il futuro, allargando il respiro senza perdere l’unità. La Chiesa l’ha saputo fare? In parte no, è in queste occasioni non colte vi sono alcune delle sconfitte per cui oggi il numero dei fedeli vacilla, soprattutto in alcune fasce di popolazione.
In parte però sì, è infatti il cristianesimo sta stoicamente tenendo testa al relativismo della modernità capitalista, offrendo nutrimento prezioso a un’umanità terribilmente affamata di spiritualità e di certezze.
Il buon pastore e la pecora smarrita
Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze (papa Francesco, Evangelii Gaudium).
La dimensione istituzionale, con le sue tante forme e la sua memoria, permette di superare i limiti dell’individuo, perché nel bene e nel male pone dei limiti e fornisce una struttura in grado di dare continuità al patrimonio comune. Eppure, come puntualmente e lucidamente sottolineato da papa Francesco, in questo momento storico è essenziale che la Chiesa sia la casa di tutti, in dialogo con le contraddizioni del mondo moderno.
In Luca 15, 3-7, il buon pastore lascia le novantanove pecore nel deserto per andare a recuperare quella che si è persa, perché vi sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusto che non hanno bisogno di conversione. Cristo lascia le novantanove già fedeli per chi è smarrito. Chi abbandona la spiritualità perché insegue la carne, chi è stato ferito dalle istituzioni religiose, chi si sente rigettato, chi è perduto: essere come Cristo significa andare innanzitutto a recuperare queste anime, non proteggere la propria purezza.
Non che la purezza non sia un valore – ma è bene che sia puro il cuore, non le mani. La Chiesa ha il privilegio di avere per sua natura lo sguardo al cielo e i piedi per terra, il divino in mente e il fango addosso; guai a lavarsi via quel fango prezioso!
Tra struttura e respiro
Questa polarità costante tra struttura e respiro è una caratteristica assolutamente necessaria. Da un lato, le forme visibili di ordine e organizzazione sono lo scheletro (non si sopravvive ai millenni rimanendo un movimento, ma è necessario divenire istituzione); dall’altro, la capacità di comprensione dello zeitgeist e la libera azione dello Spirito Santo sono il respiro del corpus ecclesiae. Senza struttura, tutto si disperde nel tempo; senza respiro, tutto si irrigidisce e muore.
La teologia e la prassi, la liturgia e l’organizzazione, l’autorità e la partecipazione: è un equilibrio omnicomprensivo, mai acquisito una volta per tutte, ma continuamente ricercato.
Le spinte verso forme più partecipative e meno rigide vanno lette in questa luce: non come una (pericolosa) negazione della struttura, ma come un tentativo di renderla più capace di includere, ascoltare e valorizzare la diversità. Una struttura che respira è una struttura che vive.
La sposa imperfetta
La Chiesa non è né perfetta né perfettibile, in quanto umana. È segnata da errori, contraddizioni e cadute, eppure continua a essere amata e abitata – una sposa imperfetta e bellissima. Cristo l’ha amata e ha dato se stesso per essa (Efesini 5, 25) non per l’impeccabilità della stessa, ma conoscendone bene la fragilità, e perdonandola ogni qual volta l’avesse rinnegato, sapendo tenere insieme verità e misericordia.
Né un museo di santi chiusi al mondo, né un’entità fluida inconscia dei suoi confini e del suo essere, ma popolo vivo in cammino che, faticosamente e gioiosamente, scopre di passo in passo come prosegue il suo cammino, pienamente certo però della destinazione: ecco la sposa tanto amata da Cristo.
Nessuno dovrebbe sentirsi estraneo alla Chiesa perché inquieto o diverso: la Casa di Dio è di tutti i suoi figli, quelli sempre rimasti e quelli tornati. La fede non richiede di cancellare la propria individualità per uniformarsi, ma anzi di comprendere la propria storia, nella sua unicità, per poter abbracciare la propria salvezza.
Jessica Todaro
Classe 1993, laureata in scienze giuridiche, ha conseguito un master in sicurezza informatica. Sposata.
Da oltre dieci anni attiva nella cooperazione internazionale, ha collaborato in progetti tra Africa, Kurdistan, Ucraina e Palestina. Si interessa dei movimenti sociali e lavora come sindacalista per CUB a Milano.