“La nostra vita è intessuta di antinomie, di contrasti, di opposizioni, di squilibri. Diventandone coscienti, ci si sente aggressivi verso quanto comporti rifiuto della propria personalità, deprezzamento delle proprie doti, misconoscimento dei propri diritti. Simile animosità battagliera, dal lato spirituale, non dev’essere necessariamente valutata come negativa: essa può impegnare e sospingere a modificare le strutture esistenti, a creare un nuovo pubblico contesto di valori, a proporre una visione spirituale rinnovata. Ci si convince di non poterci realizzare se non immettendoci in un atteggiamento conflittuale; di non poter umanizzare le relazioni interpersonali sociali se non opponendoci al costume instaurato; di non poter modificare le strutture pubbliche opprimenti se non scatenando la lotta sociale contro di esse.

La lotta contro le antinomie, socialmente oggi esistenti, viene pubblicamente vissuta come impegno responsabile per la realizzazione di nuovi valori, per l’attuazione di un’esistenza più giusta e più spiritualmente cristiana. Non si tratta di una semplice rivendicazione per un bene particolare, facilmente appagabile. E’ una lotta che si perpetua, che non trova soddisfazione appagante, proprio perché le antinomie sono abbarbicate nel profondo delle situazioni sociali, stanno alle radici delle relazioni interpersonali, affiorano adattandosi alle situazioni e ai modi culturali d’esistenza. Quando sembra di aver stroncato un’antinomia che infastidisce, essa si riaffaccia aggressiva in una configurazione nuova, sotto aspetti prima non avvertiti, secondo esigenze antecedentemente non avvertite.

Le antinomie, i contrasti, le lotte sono viva espressione del fatto che la vita nostra è spiritualmente alienata, sottoposta a radicale manipolazione, socialmente inautentica. Anche se per tali antinomie generalmente lottiamo contro gli altri, è dovere sentirci affratellati in una comune responsabilità. Il modo migliore di essere liberatori, è quello di convertirci sempre più profondamente e ampiamente, così da offrire agli altri la possibilità di non sentirsi estranei e opposti a noi… L’ascolto in assemblea di altri a noi contrari è il momento di riflessione, di analisi e di elaborazione di un rinnovamento integrale nostro e altrui. L’impegno di liberare dall’alienazione e dalle antinomie, oltre a rendere coscienti del male radicato nel nostro essere profondo, condurrà a un ulteriore convincimento di fede: solo Dio può guarirci, può farci vivere nell’armonia della pace. Quando avremo combattuto con eroico accanimento per debellare i modi e i contrasti esistenti fra noi, dovremo rivolgerci al Signore, constatando che senza il suo aiuto misericordioso *siamo servi inutili*“.

PASQUA COME ANTINOMIA SALVIFICA

“Il Verbo, facendosi carne, non ha eliminato l’antinomia dalla vita umana: l’ha trasformata, rendendola principio di vita nuova. Con la venuta del Cristo ogni nostra avversità (e perfino la morte) può essere assunta a cammino che ci redime, ci introduce nella vita nuova, ci fa gustare l’armonia della pace celeste. Perché proprio il vivere l’antinomia in Cristo ci salva? Perché siamo stati *riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo*. (Rm 5,10). In ogni nostra disarmonia interiore o sociale possiamo riattualizzare il morire-risorgere del Cristo (Fil 1,20).

Lo Spirito diffonde il morire- risorgere del Signore in ognuno di noi, in tutto l’universo creato, all’interno di qualsiasi vita mondana. Lo Spirito è principio di antinomie spirituali. Per il mistero pasquale, egli, nell’atto stesso che promuove la realtà terrena, la sacrifica, affinché in essa affiorino gli albori del regno di Dio; mentre libera l’esistenza verso una più piena umanizzazione, la sospinge ad approdare al di là di se stessa entro l’armonia caritativa divina; mentre ci dona la forza divina per saperci incarnare nella nostra storia terrena, ci fa andare incontro a Dio al di là del tempo presente nell’era escatologica; mentre ci fa percepire la salvezza presentemente operante, ce la fa sospirare come un dono futuro; mentre ci ridona l’amore paterno di Dio, ci fa sentire figli dell’ira; mentre ci svela la bontà della natura umana delle origini, ci impone di mortificarla per riscattarla dalla sua concupiscenza; mentre ci apre alla fede in Cristo nostro Salvatore, ci ricorda come la non-corrispondenza nostra ci predestina fatalmente alla perdizione; mentre ci dice di amare la carne perché amata da Dio in Cristo, ci induce a sacrificarla perché già iniziata alla corruzione; mentre ci inculca di orientarci al Cristo già assiso nella pienezza, ci ricorda come solo in noi risorti s’attuerà il suo corpo integrale; mentre dichiara che la salvezza umana è attuata tutt’insieme in una sola volta (Ephàpax) dall’atto salvifico di Cristo, tutto ancora deve essere portato alle dimensioni perfette del *Cristo che deve essere* (Eb 1,2; Ef 1,23)…..mentre siamo in cammino in un mondo rinnovato, dobbiamo trasformarlo e fuggirlo perché riprovevole.

Le antinomie spirituali della vita cristiana fioriscono tutte sul mistero pasquale del Cristo: esse sono una partecipazione attiva al morire-risorgere del Signore; sono la via che conduce alla pace caritativa del Cristo risorto. Le antinomie presenti sono praticate con spirito di sacrificio pasquale in vista della pace futura. Al presente la stessa chiesa, in quanto popolo eletto incamminato verso il regno di Dio è situata nell’antinomia (GS 21). Potremmo ricordare un’espressione particolare dell’essere antinomico ecclesiale. La chiesa è chiamata a testimoniare, nell’intimo della sua forma istituzionale, il carisma dello Spirito. Una chiesa in quanto istituzione inclina a proporre i propri comportamenti in una maniera sacralizzata come se fossero suggeriti dal buon Dio, come irrinunciabili in qualsiasi evenienza per il bene di tutti, mentre una chiesa tutta abbandonata allo Spirito ritiene di favorire la giustizia solo se si dedica ad offrire indicazioni profetiche; se sa testimoniare in rinnovata conversione secondo la grazia offerta oggi dal Signore; se riesce ad evangelizzare la nuova cultura esistente.

San Benedetto si mostrò in sintonia con la chiesa profetica del tempo suo quando, col suo principio spirituale ora et labora, offrì un’ispirazione cristiana all’ordine socio-economico instaurato da barbari invasori dell’impero: diffuse una maggior comunione fraterna nel mondo del lavoro, favorendo il passaggio dal regime di schiavitù a quello feudale; mentre s. Tommaso, benché spirito teologicamente profetico, mostrò atteggiamento incline all’istituzione, quando sanzionò come giusto il dominio del signore feudale sul suo servo (S. Th. II-II, q. 57, a.4). Se il carismatico cerca di favorire la giustizia secondo le richieste profonde dei tempi nuovi, l’idolatra dell’istituzione ritiene che solo nel rispetto dell’ordine stabilito si possono attuare giustizia e pace.

La comunità ecclesiale è sempre chiamata ad armonizzare le esigenze dell’ordine esistente con quelle di un ordine nuovo: accordare le forme istituzionali con il rinnovamento secondo la grazia del Signore. L’antinomia ecclesiale di carisma-istituzione potrà essere superata solo quando nel regno saremo totalmente assunti dallo Spirito di Cristo.”

(A cura di STEFANO DE FIORES e TULLIO GOFFI)
(Da NUOVO DIZIONARIO DI SPIRITUALITA’ – Ed. San Paolo – Settima edizione 1999 – pag. 20/22)
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