di Tonio Dell’olio
3 Giugno 2026
Per gentile concessione di
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Se volessimo condensare in una sola frase il senso e l’originalità dell’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV dovremmo dire che ciò che la distingue da molte letture contemporanee della tecnologia è l’assenza di due atteggiamenti speculari: l’entusiasmo ingenuo e il catastrofismo apocalittico. Leone XIV non si colloca né tra i tecnofili né tra i tecnofobi. Si colloca altrove: nella responsabilità. È una posizione profondamente evangelica. Non si tratta di difendere il passato, ma di evitare che il futuro perda il volto umano. In questo senso, la vera questione non è l’Ai. È chi stiamo diventando mentre la costruiamo. Infatti, contrariamente a quanto si è scritto dappertutto, a nostro avviso questa prima Lettera di papa Leone non è realmente un’enciclica “sull’intelligenza artificiale”. È, più radicalmente, un’enciclica sull’idea di umano che l’Ai sta mettendo alla prova. Non a caso è “Magnifica humanitas”. Quanto mai esplicativo il sottotitolo: “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. E poi non descrive soltanto un cambiamento tecnologico: lo giudica nel senso più alto e biblico del termine, cioè lo discerne. E lo fa con uno stile che non è né difensivo né accomodante, ma profetico: non teme il nuovo, ma lo interroga fino alle sue conseguenze ultime. È qui che si colloca l’originalità più forte del testo di Leone XIV: non la “morale della tecnologia”, ma una vera antropologia teologica della relazione. L’umano non è definito dalla sua efficienza cognitiva, ma dalla sua capacità di legame, di parola incarnata, di limite condiviso. Come ha notato con finezza Luigino Bruni, questa è una “lettera d’amore all’umanità”: non un elogio ingenuo, ma la riscoperta che la fragilità non è una perdita, bensì il luogo stesso in cui fiorisce la dignità.
UNA SVOLTA PROFETICA: LA TECNICA COME SCELTA MORALE DELLA STORIA
L’enciclica si colloca dentro una tradizione della Dottrina sociale della Chiesa, ma la supera per ampiezza di sguardo. Non è un aggiornamento, è un cambio di livello. Il papa non parla dell’Ai come strumento: parla della “grammatica del mondo” che essa sta riscrivendo. Tant’è che un neuroscienziato come Vittorio Gallese, dalle pagine di Avvenire ha osservato che il rischio decisivo non è la sostituzione dell’uomo da parte delle macchine, ma l’interiorizzazione della logica “macchinica” da parte dell’uomo stesso: ottimizzazione, previsione, controllo. È in questo passaggio che il testo assume il suo tono profetico. Non descrive solo ciò che accade: indica ciò che sta diventando invisibile.
AI, GUERRA E DISARMO: LA “NUOVA GRAMMATICA DEI CONFLITTI”
Uno dei punti più innovativi dell’enciclica è la lettura dell’intelligenza artificiale dentro la trasformazione della guerra. Leone XIV afferma che la rivoluzione digitale “sta modificando la grammatica dei conflitti”. Non si tratta solo di nuove armi, ma di una mutazione più profonda: la decisione sulla vita e sulla morte diventa sempre più rapida, automatizzata, impersonale. Qui il testo si fa esplicitamente politico e teologico insieme. La guerra non è più soltanto evento storico, ma processo tecnico accelerato. L’Ai, separata dall’etica, rischia di rendere il ricorso alla forza “immediato e praticabile”, abbassando la soglia morale del conflitto. È in questo contesto che emerge uno dei nuclei più forti dell’enciclica: l’appello al “disarmo dell’intelligenza artificiale”. Non una metafora, ma una direzione etica precisa: sottrarre la tecnologia bellica alla logica dell’autonomia incontrollata, impedire che la distanza tra decisione e responsabilità umana diventi definitiva. Alcune letture giornalistiche hanno colto il punto con chiarezza: “disarmare l’Ai” significa impedire che la tecnica diventi infrastruttura invisibile del potere e della guerra, capace di orientare scelte senza volto e senza coscienza.
PACE NON COME IDEALE, MA COME STRUTTURA DELLA TECNICA
Il cuore del discorso sulla pace non è moralistico. È strutturale. Leone XIV non si limita a ribadire la condanna della guerra: mostra come la guerra stia cambiando natura quando entra nell’ecosistema digitale. La pace, allora, non è solo assenza di conflitto. È piuttosto una forma di governo della tecnologia. È un ordine della responsabilità che impedisce che il potere tecnico si trasformi in automatismo bellico. In questo senso, l’enciclica è radicale: non separa etica e innovazione, ma le intreccia. La pace diventa criterio di progettazione delle tecnologie, non solo loro eventuale conseguenza. Naturalmente non poteva mancare in un’enciclica come questa un riferimento anche esplicito allo “spirito di Assisi” se non altro perché quello dell’incontro tra le fedi per la pace, è lo spazio su cui maggiormente può incidere l’azione del papa e dei credenti tutti. “Nel rifiutare la logica della violenza, – scrive papa Leone – il dialogo tra le religioni ha un ruolo decisivo, perché al centro dei grandi cammini spirituali si trova un messaggio di pace. Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa. Lo “spirito di Assisi”, suscitato da san Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di papa Francesco – ad esempio nel dialogo con il Grande imam di al-Azhar –, mostra che i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato”.
BABELE E DISARMO: LA TENTAZIONE DELLA POTENZA SENZA VOLTO
Il simbolo biblico che attraversa tutto il testo è quello di Babele. Non come nostalgia religiosa, ma come diagnosi politica: quando la tecnica diventa linguaggio unico, la diversità umana si perde e la costruzione del mondo si trasforma in dominio impersonale. In questa prospettiva, l’Ai non è neutra. Può diventare strumento di comunione o di concentrazione del potere. Alcune analisi hanno parlato esplicitamente del rischio di un “tecnofascismo”, cioè di una forma di controllo morale e sociale esercitata attraverso infrastrutture digitali globali. La risposta dell’enciclica non è il rifiuto della tecnologia, ma la sua “riconduzione” al bene comune. Qui si inserisce il principio di sussidiarietà: ciò che riguarda l’umano non può essere concentrato in pochi centri opachi di potere tecnico-economico.
LA VERITÀ COME BENE COMUNE E LA PACE COME COSTRUZIONE
Un altro passaggio decisivo è il legame tra verità e pace. In un mondo in cui l’Ai può produrre verosimile e falso con la stessa forza persuasiva, la verità non è più solo una questione epistemologica: è una questione civile. Per questo l’enciclica rilancia la verità come bene comune. Non come possesso, ma come spazio condiviso. Senza questo spazio, anche la pace diventa fragile, perché la guerra oggi non si combatte solo con le armi, ma anche con la manipolazione dell’immaginario.
CONCLUSIONE: “DISARMARE” L’UMANO PRIMA ANCORA DELLA MACCHINA
La profezia dell’enciclica è tutta qui: non basta disarmare le tecnologie belliche se non si disarma anche la logica che le rende possibili — la riduzione dell’umano a funzione, calcolo, prestazione. Per questo Magnifica humanitas è un testo sul limite. Ma non come rinuncia: come spazio della libertà. Perché solo un umano che accetta di non essere onnipotente può restare davvero umano. E solo un umano così può ancora costruire pace. Non come utopia. Ma come scelta concreta dentro la storia.