Mons. Christian Carlassare, è un vescovo e missionario comboniano, nato a Schio (Vicenza) nel 1977. Nel 2021 papa Francesco lo ha nominato vescovo della diocesi di Rumbek in Sud Sudan, ed al momento dell’elezione era il vescovo più giovane al mondo. Sopravvissuto ad un agguato da parte di 2 sicari armati di kalashnikov, che lo hanno gravemente ferito alle gambe, e che lui ha prontamente perdonato su esempio di Gesù buon Pastore, dopo la convalescenza in Italia, è tornato in Sud Sudan, a seguito di una nuova nomina da parte del papa è diventato vescovo della diocesi di Bentiu. E’ voluto tornare da quel popolo che ama molto e che sente parte di sé.

Un cordiale saluto Mons. Christian Carlassare, può brevemente raccontare, come ed in quale alveo è sgorgata la Sua vocazione Missionaria?
La vocazione è una chiamata a cui rispondere. Parte dall’iniziativa di Dio stesso. La nostra esistenza è un mistero del suo amore che si concretizza in un contesto storico ben preciso attraverso i doni che abbiamo ricevuto e anche i limiti che sono pure importanti, perché non possiamo essere tutto, ma rilevanti. Ecco, la culla della mia vocazione è certamente stata la famiglia, una famiglia semplice ma integra nei valori e salda nella fede. E dopo la famiglia anche la parrocchia con i vari gruppi, soprattutto il gruppo chierichetti e l’azione cattolica.

Cosa l’ha spinta ad abbracciare la Missione? Quale è stato il ‘la’, la scintilla che ha dato sviluppo a quanto finora è accaduto nella sua vita?
L’esempio di uno zio missionario giuseppino in Equador è stato certamente di grande aiuto perché io rispondessi positivamente a questa chiamata. L’incontro con i missionari comboniani mi ha aiutato a condividere questo mio desiderio e lasciarmi accompagnare negli anni delle scuole superiori, e poi gli anni di formazione in seminario tra cui anche il noviziato a Venegono Superiore (VA). Ho sentito che la mia vita non era un cammino in solitaria, ma accompagnata in ogni momento dal Signore e da tante persone lungo le strade di questo mondo con le tante situazioni che chiedono liberazione.

Dove ha svolto inizialmente il suo servizio di missionario Comboniano?
Sono stato ordinato prete a Verona nel settembre 2004 e assegnato alla missione del Sud Sudan che in quegli anni concludeva un tempo di quasi 50 anni di conflitto contro il governo di Khartoum (Sudan) e otteneva la possibilità di un’autonomia che avrebbe preparato il terreno per il referendum e l’indipendenza del paese ottenuta nel 2011. Arrivato nel paese da giovane prete mi sono dedicato alla pastorale di prima evangelizzazione fra la popolazione Nuer, una etnia che conta un milione e mezzo di persone ed è il gruppo etnico più numeroso dopo i Denka. È stato un periodo meraviglioso di inserzione e inculturazione del Vangelo per cui sono molto grato al Signore di avermi fatto il dono di rileggere il Vangelo insieme a questo popolo. E sono grato alla gente che mi ha accolto come loro prete.

Poi papa Francesco l’ha nominata Vescovo, tra l’altro il più giovane al mondo al momento dell’elezione. Cosa è cambiato con questa ulteriore chiamata?
 L’essenza non è cambiata. Rimango il missionario di sempre. Anzi, credo che l’episcopato sia la chiamata a vivere la missione in modo ancora più radicale e totale, perché la missione non è solo un passaggio o un’ esperienza da aggiungere alle altre. Ma è il dono totale della vita a Dio per un popolo. Anche lo stile di vita rimane per me lo stesso, anche se certamente il ministero è cambiato. Se prima mi dedicavo ad una parrocchia seppur grande territorialmente, ora ho a cuore una intera diocesi grande quanto la Lombardia. Se prima mi dedicavo principalmente alla gente attraverso gli agenti pastorali laici e catechisti che raggiungevano tutti, adesso devo usare particolare attenzione per i preti diocesani e i religiosi. Se prima trovavo più facile stabilire cosa fare, adesso il ministero chiede di essere tutto a tutti anche quando la mia limitatezza di fa sentire.

Lei è Vescovo in Sud Sudan. Quali sono le sue gioie e le sue preoccupazioni di Pastore, in quella terra così
meravigliosa, ma al contempo attraversata da una inarrestabile violenza
?
Essere pastore in Sud Sudan è allo stesso tempo una grande grazia e una grande responsabilità. Le mie gioie nascono soprattutto dall’incontro quotidiano con la gente: un popolo che ha sofferto moltissimo, ma che conserva una fede viva e una straordinaria capacità di sperare. Quando celebro l’Eucaristia nelle comunità, anche nei villaggi più lontani, vedo persone che camminano per ore per partecipare alla preghiera. Vedo giovani che desiderano costruire un futuro diverso e catechisti che, con grande generosità, dedicano la loro vita al servizio della Chiesa. Questa fede semplice e profonda è per me una sorgente continua di consolazione e di speranza.
Allo stesso tempo porto nel cuore molte preoccupazioni. Il Sud Sudan è una terra bellissima e ricca di potenzialità, ma è ancora profondamente ferita dalla violenza. Non si tratta solo dei grandi conflitti politici, ma anche delle tensioni tra comunità, delle vendette, della diffusione delle armi. Temo soprattutto che la violenza diventi una mentalità, specialmente tra i giovani che sono cresciuti in un contesto di guerra e non hanno conosciuto alternative.
Come Chiesa sentiamo forte la chiamata a essere strumenti di riconciliazione. La pace non nasce solo dagli accordi firmati dai leader, ma dal cambiamento dei cuori: dalla capacità di perdonare, di dialogare, di riconoscersi fratelli. Per questo investiamo molto nell’educazione, nella formazione dei giovani e nei percorsi di riconciliazione tra le comunità.
Io credo che Dio non abbia abbandonato questa terra. Ogni giorno vedo piccoli segni di bene, gesti di solidarietà, persone che scelgono la via del dialogo invece di quella della violenza. È da questi segni, spesso nascosti ma molto reali, che può nascere il futuro di pace del Sud Sudan.

Nel 2021 ha subito un grave attentato da parte di 2 sicari armati di Kalashnikov. Lei, sopravvissuto, li ha prontamente perdonati di cuore con la forza ed il coraggio che provengono dalla fede. Dopo la convalescenza in Italia, cosa l’ha spinta a tornare in Sud Sudan a continuare a far sua la vita di quel popolo?

Ricordo la paura, la confusione, la frustrazione di quel momento. Ma allo stesso tempo ricordo anche il coraggio di don Andrea Osman che ha messo a rischio la sua vita uscendo di stanza e salvando la mia. Subito dopo i colpi di kalashnikov che mi hanno lasciato a terra, lui è venuto a darmi l’estrema unzione. Poi ricordo di essere stato raccolto, portato all’ospedale, operato di urgenza tamponando l’emorragia, e ho ricevuto la prima trasfusione. Quando la decisione è stata presa di farmi evacuare a Nairobi per ricevere altre cure, ho percepito la presenza di tante persone all’uscita dell’ospedale e in aeroporto che mi hanno manifestato preoccupazione e compassione. Il mio dolore era il loro. Non potevo di certo abbandonare la gente nel loro dolore. Ho sentito maggiormente il bisogno di essere in solidarietà con le vittime di tanta irragionevole violenza e poter dire che un’altra via è possibile. A tutti capita di diventare vittima di una situazione penosa, o almeno di sentirsi tale. Ci si trova feriti e la ferita brucia. Ci si può rialzare non per ferire a nostra volta, ma perdonare e dare speranza che si possa voltare pagina e scrivere una storia diversa. Quel giorno lì dell’attentato avevamo letto in chiesa il Vangelo del buon pastore che mi ha spronato a ricomprendere e vivere questa pagina sulla mia pelle. Quel giorno sono morto e rinato, come anche la chiesa di Rumbek insieme a me.

Al termine dell’intervista potrebbe lasciare un messaggio a chi leggerà, in particolare ai più giovani?
Dal Sud Sudan ho imparato che anche nei luoghi segnati dalla sofferenza e dalla violenza può nascere una grande speranza. La pace non è qualcosa che arriva da sola: nasce nei cuori delle persone che scelgono ogni giorno il dialogo, il rispetto e il perdono.
Anche voi, lì a Cesano Maderno, potete essere costruttori di pace. Non servono gesti straordinari: bastano cuori aperti, capaci di accogliere l’altro, di abbattere muri e di creare ponti tra le persone. Il mondo ha bisogno di giovani che non si rassegnano alle divisioni, ma che credono nella fraternità e nella forza del bene. Non abbiate paura di sognare un mondo più giusto e più umano: la pace comincia proprio da voi.

di Mimmo Esposito
comboninsieme