
“Magnifica humanitas”: uno sguardo panoramico
di: Fabrizio Mastrofini
25 maggio 2026
Per gentile concessione di
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«Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». È il sottotitolo dell’Enciclica Magnifica Humanitas, che nel solco della Dottrina sociale denuncia le troppe distorsioni che impediscono a miliardi di persone di vivere una vita degna. Ma è un documento che porta una visione positiva, piena di speranza. Un’altra strada è possibile, se vogliamo che l’IA ci renda più sagaci, competenti, umani, sensibili verso gli altri. A patto di sapere bene quali sono i rischi se accettiamo passivamente il dominio digitale.
Il documento rientra a pieno titolo nelle encicliche sociali, e infatti la data della firma è stata posta il 15 maggio 2026, in coincidenza con la Rerum Novarum di Leone XIII, il 15 maggio 1891.
Il testo si snoda attraverso una introduzione (nn. 1-16), cinque capitoli: «Un pensiero dinamico fedele al Vangelo», nn. 17-45; «Fondamenti e princìpi della Dottrina sociale della Chiesa», nn. 46-89; «Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA», nn. 90-130; «Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà», nn. 131-181; «La cultura della potenza e la civiltà dell’amore», nn. 182-228; e una conclusione, nn. 229-245.
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La prefazione presenta due immagini bibliche destinate a fare da guida.
Una è la Torre di Babele (Gen 11,1-9), simbolo della pretesa autosufficienza umana che produce disastro e confusione. È il rischio che corriamo e da evitare. La seconda è l’immagine positiva nel racconto del profeta Neemia (Ne 1-2) quando il popolo d’Israele, rientrato dall’esilio babilonese, coopera nella ricostruzione di Gerusalemme.
La città rinasce «attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre» (MH, n. 8). Evitiamo dunque la «sindrome di Babele» e costruiamo il bene, scrive il papa, focalizzandosi sulle res novae del nostro tempo e dunque sulle possibilità offerte dalle tecnologie.
Nel suo snodarsi, nei capitoli 1 e 2, il documento papale ripercorre l’evoluzione della Dottrina Sociale della Chiesa. Nota come si tratti di uno sviluppo coerente, che ha seguito i tempi e che ha bisogno di continua attenzione da parte della Chiesa. Sia perché la Chiesa vive nella storia dell’umanità, accompagnandola, sia perché «la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo» (n. 4).
La Dottrina Sociale, ricorda il papa, si fonda su tre cardini: l’essere umano immagine del Dio trinitario, l’eguale dignità di tutti gli esseri umani, l’altissimo valore dei diritti umani. E ha cinque princìpi di fondo: il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà, la giustizia sociale. Il criterio per verificare la bontà del progresso è se persegue lo «sviluppo umano integrale» (nn. 82-85).
Ed anche la Chiesa – è un aspetto molto importate del testo – è invitata alla coerenza nel suo agire interno, rispetto a questi princìpi, valorizzando le persone, bonificando gli abusi di potere, per «offrire alla società un segno credibile del fatto che cercare insieme il bene di tutti, nella corresponsabilità e nella fraternità, non è un’utopia, ma una reale possibilità» (n. 89).
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Da un lato, c’è come sfondo il Magistero della Dottrina sociale, dall’altro le due encicliche Laudato Sì e Fratelli Tutti. Lo sviluppo umano e tecnologico deve rispettare l’ambiente – l’unica Terra che abbiamo a disposizione, data da Dio – e i costi energetici dell’IA sono tenuti ben presenti dal papa, che invita a considerarli con attenzione.
D’altra parte, la tecnologia è sostenibile se indica la strada della fratellanza e sorellanza universali e non della divisione e dello sfruttamento, perché tutti e tutte siamo figli del medesimo Dio.
In questa visione positiva, la tecnologia, lo sviluppo, il potere economico e politico, devono porsi a servizio dell’umanità. Il capitolo terzo, riprendendo le analisi di papa Francesco in Fratelli Tutti, ribadisce che la tecnologia non può essere controllata da attori privati (nn. 95-96) ma va guidata affinché favorisca sviluppo e partecipazione.
Rispetto all’intelligenza artificiale, saggiamente papa Leone XIV nota che occorre un approccio «sobrio e vigile» (n. 100), di fronte alla rapidità dei cambiamenti – per cui si devono evitare definizioni che rischiano di diventare obsolete in tempi brevi – ma occorre anche evitare una facile divinizzazione del termine «intelligenza». Nota infatti:
«l’impressione di oggettività che le risposte e le proposte di questi sistemi possono suscitare rischia di farci dimenticare che esse riflettono i parametri culturali di chi li ha progettati e addestrati, con tutti i loro pregi e difetti. L’imitazione artificiale di una comunicazione umana positiva – parole di consiglio, di empatia, di amicizia, di amore – può risultare gratificante e persino utile, ma in utenti poco consapevoli può trarre in inganno e illudere di essere in relazione con un autentico soggetto personale.
Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza. L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa quando si insinua in un contesto povero di relazioni e di affetti reali: allora il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro» (n. 100).
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Non vanno dimenticati o nascosti i vantaggi della potenza di calcolo oggi possibile, ma sempre osservando con attenzione quanto costino in termini di utilizzo delle risorse. E dunque va perseguita con determinazione ed attenzione la sostenibilità delle soluzioni tecnologiche. Qui appunto è forte l’impronta di Laudato sì.
Con grande lucidità papa Leone XIV spiega che la tecnologia non è neutrale e dunque è il suo uso che va posto al servizio del bene comune e dell’umanità. In questo senso, diventano concreti i princìpi-guida della Dottrina Sociale.
«Parlare di destinazione universale dei beni significa trovare modi per assicurare l’accesso universale alle tecnologie e alla formazione. Parlare di sussidiarietà chiede di proteggere la capacità delle comunità di scegliere e correggere, senza relegare il loro intervento a una vigilanza, dopo che gli standard sono stati scritti altrove. Parlare di solidarietà obbliga a riconoscere il lavoro invisibile, spesso sfruttato, che alimenta i modelli algoritmici. Parlare di giustizia impone di interrogare le geografie del potere che definiscono chi può addestrare i modelli e chi è solo oggetto di addestramento, e riconoscere che la giustizia sociale non è solo un obiettivo da tutelare dopo l’adozione delle tecnologie, ma una condizione previa da praticare nel loro stesso disegno» (n. 109).
Non meno importante, in questo viaggio all’interno dell’IA, è il tema del «disarmo». La tecnologia non va collocata a servizio della distruzione e della morte, ma al servizio della custodia della vita e del bene.
«Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita» (n. 110).
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Nel documento, il bene comune e la solidarietà si incarnano in un appello ai poteri tecnocratici, alla politica, e a tutte e tutti gli uomini e le donne del pianeta, affinché lo sviluppo tecnologico sia portatore di un nuovo umanesimo. Una visione in cui le scienze e le tecnologie convergano verso un mondo più umano.
La Chiesa propone esempi di eroismo quotidiani, di donne ed uomini che in silenzio testimoniano con la solidarietà, anche al prezzo della vita, che un’altra strada è possibile.
«Proprio questo intreccio di istituzioni giuste, testimonianze credibili e fedeltà quotidiane tiene desta la speranza e indica una direzione: far crescere la tecnica senza far regredire il cuore. Per questo l’umanità – magnifica e ferita – non deve essere sostituita né superata: può accogliere i progressi della tecnica per alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove, purché non rinneghi ciò che la rende se stessa, cioè la capacità di relazione e di amore. A questo punto si impone una domanda decisiva: se esiste un autentico “più che umano”, dove si trova? La fede cristiana risponde indicando un compimento che non deriva da una divinizzazione tecnologica, ma da quella operata dalla grazia di Dio ricevuta in Cristo» (n. 126).
In questo senso, la vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due modi di costruire: un progresso che serve la persona e i popoli, oppure un progresso che li piega a logiche di potere.
Nel capitolo quarto («Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà») è indicata la direzione in cui si deve collocare lo sviluppo tecnologico. Non la paura ma la visione positiva che un nuovo mondo è possibile.
La ricerca della verità e la comunicazione vanno messe a servizio del bene comune e della maggiore consapevolezza. Preziosa è qui l’indicazione che serva una «ecologia della comunicazione» (nn. 137-138), per informare e non per disinformare.
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Di grande rilievo i richiami alle potenzialità educative dell’IA e l’attenzione da porre da parte delle famiglie ai rischi dell’adescamento, dello sfruttamento, del ricatto, soprattutto verso i minori (nn. 141-142). Sui temi del lavoro e dell’occupazione, la visione della Chiesa è chiara ed il papa la richiama con perspicacia e realismo.
Una saggezza di grande importanza quando si osserva che «servono strumenti capaci di adattamento: modelli articolati, sperimentazioni locali, redistribuzioni progressive, nuovi diritti di accesso ai beni essenziali. Senza inseguire un’armonia astratta, si tratta di costruire forme concrete di convivenza umana nella trasformazione» (n. 153).
Il capitolo si chiude con alcuni importanti passaggi sull’importanza della lotta contro tutte le forme di schiavitù della società moderna. E con il richiamo al fatto che anche la Chiesa nel suo percorso storico ha avuto un percorso di conversione, che lentamente e solo nel Novecento – ma con forza – ha assunto un impegno deciso a favore del riconoscimento di tutti i diritti umani, come cartina al tornasole della bontà di una visione equa della politica, dell’economia, dello sviluppo sociale (nn. 170-181).
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Infine, nel capitolo quinto («La cultura della potenza e la civiltà dell’amore»), l’analisi diventa proposta. Leone XIV riprende e approfondisce in modo sistematico le denunce dei conflitti e della mentalità di sopraffazione e violenza che tante volte ha ribadito nel primo anno di pontificato, attraverso discorsi e pubbliche prese di posizione.
La «cultura della potenza» (n. 188), nota il papa, si sostanzia nella crisi del multilateralismo, nei conflitti di oggi che sembrano inarrestabili, in una sorta di «riabilitazione della guerra» (n. 190), cui è funzionale una perdita della memoria storica. Come se, insomma, non ci fosse che il conflitto come strada di soluzione dei problemi.
La tecnologia volentieri si pone a servizio di questa logica, dietro la quale si nasconde una volontà di profitto senza limiti. Non così per la Chiesa, che indica puntualmente i criteri etici da utilizzare.
«Non basta invocare genericamente l’etica: occorre indicare puntuali criteri di discernimento. Il primo riguarda la responsabilità personale. Quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione. Per questo la catena delle responsabilità deve restare identificabile e verificabile: chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi impiega deve poter rendere conto delle proprie scelte. Il secondo criterio riguarda il tempo del giudizio morale. L’IA tende a comprimere i tempi decisionali; ma, in guerra, decisioni irreversibili non possono avere come criteri supremi rapidità ed efficienza. Il terzo criterio è la distinzione e la protezione dei civili. Ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione dei bersagli e l’impiego della forza non possono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese» (n. 199).
Nell’attuale mentalità, che ci vorrebbe portare ad una sorta di «normalizzazione del conflitto» (n. 208), cui si piega la disinformazione, la facile strumentalizzazione, la demonizzazione dell’avversario, la Chiesa indica un’altra strada, quella della «civiltà dell’amore», già segnata dal santo papa Giovanni Paolo II (nn. 210-228), rilanciando il dialogo, la convivenza pacifica, la ricerca di soluzioni condivise, il multilateralismo in politica, ed anche la misericordia reciproca. La spiritualità di cui abbiamo bisogno, sottolinea il papa, è basata sull’unione con Cristo. È eucaristica. Non è una prospettiva intimista ma seria e concreta.
«L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone» (n. 235).
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Al termine del percorso, papa Leone XIV riprende la vicenda di Neemia con cui ha aperto l’Enciclica: la convergenza verso un progetto comune. E la visione della speranza si concretizza nel canto del Magnificat per diventare «tessitori di speranza nel nostro mondo» (n. 245).
Pregio del documento è senz’altro avere mostrato in modo plastico come i princìpi della Dottrina Sociale siano criteri utili per verificare la bontà delle scelte che vengono compiute. Ad esempio quando si riferisce ad
«aziende e piattaforme, che definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche. La sussidiarietà chiede che tali processi non si impongano dall’alto in modo opaco e unilaterale, ma siano orientati al bene comune mediante trasparenza, responsabilità e forme reali di partecipazione (verifiche indipendenti, trasparenza sugli algoritmi, accesso equo ai dati, strumenti di ricorso)» (n. 71).
Sul piano etico, sarebbe interessante sviluppare un dialogo, a partire dall’Enciclica, con chi sta lavorando in questo senso. Ad esempio sabato 23 maggio, alla vigilia della pubblicazione del documento papale, in un’ampia intervista il filosofo Luciano Floridi, a proposito del potere degli algoritmi e della responsabilità etica, notava che:
«un algoritmo di selezione del personale che scarta sistematicamente i candidati con un certo cognome è il prodotto di scelte di design, di dati di addestramento, di applicazioni contingenti e molte altre circostanze e operazioni; magari nessuno fra i progettisti e gli utenti ha voluto la discriminazione. Per descrivere questo tipo di male serve un’etica delle architetture, attenta a configurazioni, soglie, parametri e distribuzione del controllo. L’intenzione, però, non scompare: si sposta a monte, si articola nelle decisioni dei committenti, dei progettisti, dei regolatori che hanno scelto di approvare o di non controllare. Il male artificiale non assolve nessuno; richiede solo di guardare in posti diversi da quelli in cui l’etica della tradizione era abituata a cercare i responsabili» (La Stampa-Tuttolibri, 23 maggio 2026, pp. 4-5).
Infine, nell’Enciclica il discorso di papa Francesco al G7 sull’IA del 2024, pure importante, è citato solo una volta nel n. 83. Non ci sono riferimenti alla Rome Call for AI Ethics del 2020, promossa dalla Pontificia Accademia per la Vita, che è il primo e finora unico documento vaticano dedicato a delineare, in breve, aspetti concreti per una visione etica applicata agli algoritmi. In quell’occasione si coniò il termine algoretica, oggi entrato nell’uso comune (e nelle parole nuove dell’Accademia della Crusca), di cui manca un riferimento nell’Enciclica.