Lidia Maggi 
19 maggio 2026
https://riforma.it

Pentecoste, ovvero 50 giorni dopo. 

Dopo che cosa? Dopo la gloriosa fuoriuscita dalla casa di schiavitù. 
Finalmente persone libere, non più soggette ai capricci del faraone. La Pasqua è un grido di gioia per la liberazione inattesa. Miriam e Mosè intonano canti di vittoria che danno forma al sentire della gente liberata. 

Un’esplosione di gioia, destinata a breve esistenza, subito rimpiazzata dalle preoccupazioni per l’acqua e il cibo: bello sentirsi liberi ma poi bisogna sopravvivere. Fin dal giorno dopo, passata la sbornia dei festeggiamenti, si profila la questione: ed ora che facciamo? Che ce ne facciamo della libertà acquisita? Domanda lacerante, perché è più facile rompere le catene che impediscono ai piedi di muoversi che tracciare la strada su cui poi procedere. Per non parlare dell’indicibile desiderio di tornare indietro, la tentazione inconfessabile che, forse, si stava meglio in Egitto. 

Cinquanta giorni dopo sono altre le acque da attraversare: quelle agitate dei cuori dove si abbattono le onde spaventose del dubbio, del sospetto, insieme ai demoni che imperversavano in Egitto, primo tra tutti il fascino della forza, del potere che esalta gli uni e schiaccia gli altri. Che ce ne facciamo della libertà raggiunta? La usiamo per prendere il potere e rifare l’Egitto in un’altra terra, con gli ex oppressi nella veste degli oppressori? “Non bastava che Israele uscisse dall’Egitto; bisognava che l’Egitto uscisse da Israele”. Cinquanta giorni dopo si delinea il bivio, alle pendici del monte Sinai. Proprio lì, il popolo sente una parola alternativa a quella udita fino ad allora. Oltre le parole del faraone, e anche oltre le urla di esultanza delle persone liberate, una parola dall’alto, che delinea un modo inedito di abitare la terra. Cinquanta giorni dopo, il popolo riceve la Torà. E da allora farà memoria di quel dono nella festa di Pentecoste. Giorno che pone di fronte alla sfida di abitare la terra in un altro modo. Festa dal retrogusto amaro, come denunciano i profeti, a causa delle infinite smentite di quelle solenni parole. 

Come se ogni generazione dovesse pensarla alla stregua di un evento non ancora compiuto, che sarà sempre cinquanta giorni dopo le nostre presunte vittorie. 

Nel misurarsi con questa sfida perenne, un discepolo di Gesù, Luca, narra l’evento fondatore della comunità messianica. Cinquanta giorni dopo un’altra pasqua. Di nuovo, l’irrompere di una parola altra, che narra le meraviglie di Dio a fronte delle ingiustizie dei potenti. Non tanto istruzioni per l’uso. Non è questione di informazioni – se fosse questo, a noi basterebbe l’intelligenza artificiale; è un evento di comunicazione, nel quale la parola tesse legami di senso che danno forma al “comune” – questa è la sfida del comunicare! Quella che risuona non è la lettera morta di una parola pietrificata, imbalsamata. È una parola-seme, che incontra i terreni esistenziali di una pluralità di soggetti, che dicono il mondo in lingue differenti, ma che sentono che quella parola è in grado di aprire all’inedito la propria lingua. 

Cinquanta giorni dopo, quando gli alleluia pasquali si sono esauriti, mentre si continuano a piantare croci sui tanti Golgota della storia, si ripropone l’esigenza di una parola altra, insieme a quello spirito divino che la strappa dall’uso retorico e la ripropone come parola viva, pasquale. Che assurdità aver separato la parola dallo Spirito, aver dato vita a chiese della parola e chiese carismatiche! Cinquanta giorni dopo la Pasqua di Gesù risuona una parola fin da subito consegnata al popolo, democratizzata. Parola che lo Spirito rende udibile per tutte e tutti, così da dare vita ad una comunità carismatica, antidoto alle istituzioni gerarchiche, al patriarcato e alle dittature. 

Parola che attesta la rimozione definitiva delle tante pietre che chiudono la vita nei sepolcri. E che mette in guardia dall’essere rinchiusa, a sua volta, come se fosse un talento da sotterrare, per nobili motivi di custodia del deposito, per sottrarla ai movimenti della storia e definirla una volta per tutte. 

Lo Spirito ne fa moneta di scambio, tesoro che va speso, non conservato sottovuoto. Cinquanta giorni dopo, le discepole e i discepoli di Gesù sono posti di fronte alla sfida di fare memoria della sua parola per provare a viverla, per mettersi in gioco seguendo il vento dello Spirito, dando la parola a quanti si sono trovati – a volte, loro malgrado – a condividere il sogno di Gesù, dove è Dio a regnare. 

A Pentecoste si rinnova la sfida dell’esodo verso una terra che rimane sempre promessa. In questo cammino, che ci sta tutto di fronte, si incontra un’umanità plurale, che dice il mondo in modi differenti. La chiesa testimone di parole vive, grazie allo Spirito, mette la parola alla prova della vita e la vita alla luce della parola. La pluralità che la costituisce non dovrà essere semplice giustapposizione di individualità autoreferenziali ma espressione del sogno divino che nessuna forma è in grado di esaurire.