
di Marco Campedelli
19 Maggio 2026
Per gentile concessione di
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«Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del giorno, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?”, fece un altro…».
È il racconto dell’uomo folle, preso dal paragrafo 25 della Gaia Scienza di Nietzsche.
«“Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò, – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi i suoi assassini!”».
Nietzsche riprende l’immagine di Diogene, che cerca l’uomo e cambia l’oggetto della ricerca: Dio. Lo fa correre a mezzogiorno, con la lanterna accesa in pieno sole. Non è per l’autore, questo, un matto scappato dal manicomio, ma il vero filosofo, l’illuminato, quello che si fa le domande più vere, senza sconti, e che arrivano di solito troppo presto, per una società che non vuole farsi domande e non vuole scendere dalla giostra dell’irresponsabilità.
«Cerco Dio! Cerco Dio!».
La piazza ride. «Si è perso? Si è imbarcato? È emigrato?». Forse oggi nei drammi collettivi che viviamo si potrebbe dire forse sì, si è imbarcato e non è mai giunto in porto, si è inabissato nel mare insieme a migliaia di altri: donne, bambini e uomini. Sì, è emigrato, non ha lavoro, né casa, né diritti, né dignità, e rimane invisibile ai più, proprio come Dio.
Il folle filosofo li inchioda: «Dio è morto. Dio resta morto. E noi lo abbiamo ucciso». Accogliamo il testo di Nietzsche come una provocazione salutare, fastidiosa e necessaria, in un tempo in cui il nome di Dio riappare invocato come protettore di politiche e di economie, di guerre che per giustificarsi hanno bisogno di nuovi messia. La parola “Dio” è una delle più pervasive ma intraducibili e impenetrabili della storia. Uno dei nomi più usati, strumentalizzati, traditi.
Se noi fossimo davanti a questa tomba di Dio annunciata dall’uomo folle, la domanda che dovremmo porci non è se Dio è morto, ma quale Dio è morto. Quale Dio sarebbe stato messo nella fossa, quale Dio abbiamo ucciso?
Se è morto il dio dei troni e delle spade, il dio dei cannoni e delle guerre, il dio maschio-padrone consacratore di un sistema patriarcale, che uccide ed esclude le donne, il dio contabile dei peccati, il dio che una certa religione ha trasformato in colui che vieta la felicità, il dio della cupidigia finanziaria, il dio degli abusi di potere, lo stesso che copre gli abusi nella Chiesa, il dio della prosperità che oggi predica Trump, che benedice i ricchi e volta la faccia ai poveri… allora abbiamo fatto bene ad ucciderlo, prima che lui uccidesse noi, prima che ci condannasse in nome di un calcolato e indotto senso di colpa all’eterna infelicità.
Ma se avessimo ucciso l’altro Dio? Quello che abita nel profondo di noi e possiamo chiamare l’alito, lo spirito divino? Quello che non appiattisce il mondo ma lo colora ogni giorno, lo rinnova? Quello o quella, che perde l’onnipotenza per far spazio al mondo? Quello o quella che passa, come scrive l’Apocalisse, ad asciugare ogni lacrima, quello o quella che tutela le differenze, che difende i diritti, che ribalta dai troni i prepotenti e innalza fino alle stelle i piccoli e gli ultimi, quello o quella che è la più fidata complice della nostra felicità? Allora dovremmo scavare con le mani in quella fossa, e sentire se il suo cuore batte ancora. E se fosse un cuore di donna? Forse è quel “pezzettino di Dio”, come ha scritto nei suoi diari Etty Hillesum a Westerbork prima di arrivare ad Auschwitz, che è dentro di noi. E che nel massimo del disumano, come capitò a lei, ci permette di restare umani.
Se muore quel Dio, muore anche l’ultimo sostegno di umano che ci resta. Un “Axis mundi”, come lo intendeva il giovane mistico e studioso delle Religioni padovano Alberto Cardin, che congiunge il cielo e la terra.
Allora si aprono di nuovo le domande dell’uomo folle che evocano le stesse che Dio pone all’uomo nel libro di Giobbe: come abbiamo potuto vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l’intero orizzonte?
Ma c’è un’altra domanda dell’uomo folle che ci provoca, quando dice che, dopo essere stato al mercato, entra in diverse chiese e grida ancora che Dio è morto, che la religione lo ha ucciso. È arrestato, portato al comando di polizia, e interrogato risponde: «Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?». La religione è diventata tomba di Dio quando si è sentita proprietaria del divino, quando al posto di liberare le coscienze le ha umiliate e azzittite, La più grande contraddizione della religione è stata aver diviso il corpo dallo spirito. E tutti e due, corpo e spirito, corpo e anima hanno pianto. Quando ha dichiarato che il piacere è un peccato. Quando ha scelto il potere, sbarazzandosi di Dio, proprio di lui o di lei per sempre.
Cosa fare allora?
Qualunque sia il nostro credo, la nostra cultura, non dovremmo rinunciare al divino che è in noi; al respiro, l’alito che è in noi. Non rinunciare al vento che sostiene il nostro volo.
Quando si parla di spiritualità si tende a pensare a qualcosa di intimo, di personale, di individuale e non di comunitario, di politico. Ma forse oggi serve un nuovo “respiro costituente”, una comunità pneumatica, una convivialità delle differenti spiritualità, che provocano una rinascita del mondo.
Ivan Illich visionario filosofo e teologo del Ventesimo secolo, anche lui forse una “riedizione” dell’uomo folle, parla dell’elogio della Cospirazione. Scrive che nella liturgia del I sec. la “cospiratio” era uno dei momenti cruciali dell’eucaristia. «La cospiratio, il bacio sulla bocca, divenne il gesto liturgico solenne con cui i partecipanti all’azione del culto condividevano il loro respiro. Esso venne a significare la loro unione nell’unico Santo Spirito». In questo senso ho pensato che quando Gesù muore in croce e si dice “spirò” si potrebbe forse dire “cospirò”. Serve dunque una nuova cospirazione dell’umanità? Νοn solo riconoscere l’uno nell’altro, l’una nell’altra, ma anche serve che ogni popolo riconosca nell’altro popolo la presenza dello Spirito, oltre e contro ogni teocrazia e oppressione?
E allora cosa è necessario? Far tornare il bacio perduto, vietato, tradito nel cuore della storia?
Nella Leggenda del grande inquisitore di Dostoevskij si racconta che dopo 1.500 anni Cristo torna di nuovo sulla terra a Siviglia e la Santa inquisizione lo fa arrestare e lo mette in prigione. «Perché sei tornato? Sei venuto a rovinarci?». E dopo un interminabile interrogatorio, in cui l’inquisitore rievoca e riprende le tentazioni del profitto, del prodigio e del potere e a cui il prigioniero oppone resistenza in nome della libertà – un tempo in cui il divino prigioniero resta muto –, il Grande inquisitore alla fine quasi sopraffatto dal suo assordante silenzio gli apre le porte della prigione: «Vattene e non tornare mai più, mai più…», e Lui, il Cristo cosa fa? Gli si avvicina e gli dà un bacio sulla bocca. Su quelle languide e avvizzite labbra del cardinale novantenne… Ad una religione morta e oppressa dal potere, senza più spirito, Cristo risponde con un bacio, con una danza dello spirito. Ultima chiamata alla divina cospirazione?
Se una cospirazione è possibile si fa insieme. Allora diventa un atto di sublime Resistenza dell’umano contro il disumano. A partire da qui, oggi, nelle nostre meravigliose e spigolose differenze. Lo ricordava Carlo Maria Martini: il problema non è se crediamo o non crediamo ma se pensiamo o non pensiamo o, potremmo dire… se respiriamo o non respiriamo, se siamo disposti insomma a darlo ancora quel bacio sulla bocca o rinunciarvi per sempre.
Camminare dunque e cercare insieme. Ecco perché a sigillo di queste parole mettiamo una poesia di un appassionato e inquieto ricercatore, un uomo dello Spirito, un maestro di libertà, David Maria Turoldo:
Fratello ateo, nobilmente pensoso,
alla ricerca di un Dio che io non so darti,
attraversiamo insieme il deserto.
Di deserto in deserto andiamo
oltre la foresta delle fedi,
liberi e nudi verso
il Nudo Essere
e là
dove la Parola muore
abbia fine il nostro cammino
(Il testo riprende l’intervento di Marco Campedelli dell’8 maggio 2026 all’incontro Desiderio di spiritualità, presso il Teatro alle Stimate, Verona, in dialogo con Vito Mancuso. L’incontro è stato organizzato da «Natura Omnia»).