La salvezza della polvere
Massimo Recalcati
la Repubblica – 21 maggio 2026
Per gentile concessione dell’autore
Nessun altro tempo come il nostro, dopo la tragedia immane della Seconda guerra mondiale, ha sollevato con così grande angoscia il tema della salvezza. Ne usciremo vivi? E come? Sono domande che ricorrono e che non smettiamo di porci dimenticandoci però che nessuno di noi ne potrà davvero uscire vivo. L’essere umano è, infatti, destinato a finire nella polvere dalla quale proviene. È una verità inappellabile che si trova pronunciata anche dal testo biblico per bocca di Qoèlet.
Se anche ai conflitti più aspri e irragionevoli, alla precarietà e al disagio sociale, alla crisi economica si potrebbero trovare delle soluzioni possibili, resta il fatto inamovibile che nessuno potrà uscirne vivo da quaggiù: la polvere che noi siamo ritornerà irreversibilmente alla polvere. Il punto è che questa verità viene costantemente rimossa dagli esseri umani.
Anzi si potrebbe dire che l’uomo non sia solo un animale mortale – cosciente, come tale, diversamente dagli altri animali, della necessità della sua fine –, ma che sia un animale mortale costantemente impegnato nella rimozione individuale e collettiva del reale della morte. Solo la malattia e la sofferenza gli ricordano questo reale dalla cui presa vorrebbe sfuggire o semplicemente dimenticare. Altrimenti gli esseri umani dedicano il loro tempo ad occultare questo trauma. Lo fanno inventando filosofie o religioni come se fossero dei rimedi, provando a distrarsi in ogni modo, nel divertissement di ogni genere, nel culto igienista del proprio corpo sempre in forma, nel rifarlo attraverso la chirurgia estetica per scongiurare i segni del suo decadimento, nelle passioni più diverse che sembra mettano tra parentesi, seppur momentaneamente, la nostra fine, nell’immaginare le voci nell’aldilà, nel sacrificarsi senza riserve per il proprio lavoro o per i propri ideali. Ma il modo più inverosimile e al tempo stesso drammaticamente più umano per stornare il pensiero della morte è quello dell’ammazzarsi reciprocamente. Può accadere per diverse ragioni. Per puro prestigio, per denaro, per sete di potere. La storia degli uomini è la storia delle loro continue guerre.
Siamo solo una “masnada di assassini” dichiarava senza speranza Freud di fronte alla tragedia della Prima guerra mondiale. Nessuna vicenda come quella della guerra rivela la stoltezza più profonda dell’umano. La guerra sposta sul nemico l’angoscia collettiva di fronte alla nostra fine? Si tratterebbe, come teorizzava già Franco Fornari, del rigetto paranoico del lutto. Anziché confrontarsi con l’ineluttabilità della nostra morte si dà la morte a qualcun altro. E se provassimo invece a cambiare il nostro modo di vedere le cose? Se provassimo a vedere nel carattere inaggirabile della morte quello che ci unisce come umani non potremmo trovare proprio in questo trauma il fondamento più sincero di una possibile fratellanza o sorellanza? Non sarebbe questo il più vero magistero di Giobbe? Ricordiamo la sua vicenda. Egli è l’uomo giusto che il Dio biblico vuole mettere alla prova togliendogli tutto. La sua fede resisterà o sarà spazzata via lasciando il posto al risentimento e alla rivendicazione? Troppo facile credere che la rettitudine sia sempre premiata con la fortuna.
Proviamo invece a smuovere le cose, pensa il suo Dio sollecitato dal demonio. Proviamo a vedere come l’uomo giusto reagisce di fronte alla perdita, alla malattia e alla caduta. Proviamo a vedere cosa accade se ogni forma di giustizia retributiva venisse scossa alle sue fondamenta. La fede può resistere di fronte all’ingiustizia e all’insensatezza del dolore? Ma se davvero provassimo a prendere sul serio la lezione di Giobbe non ci perderemmo nella lotta fratricida dell’uno contro l’altro, se ci ricordassimo insieme a lui della polvere che portiamo nella nostra carne non rigonfieremmo il petto della superbia e dell’insulto, dell’aggressione e della costante imputazione rivolta verso l’altro. Se ci ricordassimo di Giobbe potremmo trovare forse davvero una via di salvezza. Non quella che rimuove la morte ma, al contrario, quella che il riconoscimento della nostra morte potrebbe rendere possibile.
Si rilegga in questa luce anche La peste di Camus. In gioco non è come ritenne ingiustamente Sartre nella sua lettura una “morale da crocerossina”, ma un’etica della misericordia che riguarda il riconoscimento di chi cade come nostro fratello e nostra sorella. Il disprezzo aristocratico nei confronti di quest’etica non considera che la nostra destinazione mortale ci rende tutti bisognosi di cura, che senza la presenza dell’altro saremmo già polvere ancora prima di morire. Lo dichiara ancora una volta Qoelet: «guai a chi cade ed è solo!». Se tutto è un “soffio”, se la vita è una breve corsa sotto al sole, non dovremmo credere meno alla guerra? Se riconoscessimo davvero il nostro comune destino mortale potremmo davvero essere fratelli e sorelle. Mentre la pulsione di morte che domina la spinta alla guerra conduce verso la distruzione di ogni legame nel nome dell’Uno contro l’Altro, ricordarsi della nostra polvere dovrebbe mostrarci quanto la nostra vita dipenda dall’esistenza di questi legami, quanto il tempo sempre breve che ci resta da vivere meriterebbe di essere dedicato a qualcosa di più grande che non alla spinta a distruggere. Di fronte alla tragedia della peste gli uomini descritti da Camus si riconoscono fratelli e sorelle rispetto all’assurdità del male che li colpisce. Solo non dimenticare la nostra polvere potrebbe salvarci, se non dalla morte, almeno dall’orrore dalla guerra di tutti contro tutti.