Ci sono testi che passano quasi inosservati e altri che segnano una svolta. La Rerum Novarum, di cui nei prossimi giorni ricorderemo i 135 anni della pubblicazione, appartiene alla seconda specie. Non perché abbia mutato immediatamente le strutture economiche del suo tempo, ma perché ha incrinato una distanza: quella tra il Vangelo e la storia concreta degli uomini, tra la fede e le condizioni reali del lavoro.

Daniele Rocchetti  
7 Maggio 2026
Per gentile concessione di
https://labarcaeilmare.it

Bernanos e una “idea semplice”: il lavoro non è una merce

La famosa enciclica di Leone XIII, voi la leggete tranquillamente, coll’orlo delle ciglia, come una qualunque pastorale di quaresima. Alla sua epoca, piccolo mio, ci è parso di sentirci tremare la terra sotto i piedi. Quale entusiasmo! Ero, in quel momento, curato di Norenfontes, in pieno paese di miniere. Quest’idea così semplice che il lavoro non è una merce, sottoposta alla legge dell’offerta e della domanda, che non si può speculare sui salari, sulla vita degli uomini come sul grano, lo zucchero o il caffè, metteva sottosopra le coscienze, lo credi? Per averla spiegata in cattedra alla mia buona gente son passato per un socialista e i contadini benpensanti m’hanno fatto mandare a Montreuil, in disgrazia. D’essere in disgrazia me ne infischiavo un bel po’, renditene conto. Ma sul momento…”  Così scrive Bernanos nel suo famoso Diario di un curato di campagna (Milano 1978, p. 82).

Quella “idea così semplice” — che il lavoro non è una merce — segna l’inizio di qualcosa di radicalmente nuovo: il momento in cui la Chiesa smette di osservare la modernità da una posizione difensiva e decide di entrarvi, assumendone le contraddizioni come luogo teologico. È qui che nasce ciò che oggi chiamiamo “dottrina sociale della Chiesa”: non un sistema astratto, ma un Vangelo che prende corpo nella storia. Uno spazio preciso del magistero pontificio: l’insieme delle encicliche e dei documenti dedicati alla questione sociale.

Più che un sistema compiuto, essa è un percorso: un pensiero che cresce nel tempo, attraversando soglie storiche e culturali sempre nuove (e tra un paio di settimane vedremo quelle affrontate da papa Leone XIV nell’enciclica annunciata). La prima di queste soglie è proprio quella inaugurata da Leone XIII: l’uscita da una posizione di estraneità nei confronti del mondo moderno. Dopo decenni segnati da diffidenza e contrapposizione, la Chiesa si misura direttamente con le trasformazioni in atto. Le “cose nuove” — le rerum novarum — non sono un tema tra gli altri, ma il luogo concreto in cui il Vangelo è chiamato a incarnarsi.

Le “cose nuove” di papa Leone”, il XIII

E quali sono queste “cose nuove”? Sono i tratti della rivoluzione industriale: lo sviluppo impetuoso della tecnica, la nascita della grande fabbrica, la trasformazione dei rapporti tra padroni e operai, la concentrazione della ricchezza accanto alla diffusione della miseria, l’emergere di una coscienza operaia più vigile e organizzata. In breve, ciò che esplode è un conflitto sociale inedito per ampiezza e profondità. La “questione operaia” è il volto più drammatico di questo processo. Non è soltanto un problema economico, ma una questione umana complessiva: riguarda il lavoro, ma anche la vita, la salute, la famiglia, la dignità. Il lavoro perde progressivamente il suo carattere personale e comunitario per diventare funzione della produzione. L’operaio è esposto all’instabilità del mercato, a ritmi disumani, a condizioni di vita precarie. La dipendenza non è solo economica, ma esistenziale.

In questo contesto, le reazioni non tardano: nascono forme di organizzazione operaia, si diffondono scioperi e rivendicazioni, emergono ideologie contrapposte — il liberalismo economico e il socialismo — che propongono letture radicalmente diverse della società. La Chiesa si trova così davanti a una sfida che non può più essere elusa.

La Rerum Novarum rappresenta la prima risposta organica a questa sfida. Essa non si limita a denunciare, ma propone criteri di giudizio e orientamenti di azione. Il punto di partenza è tanto semplice quanto decisivo: il lavoro non è una merce, perché l’uomo non è una cosa. Da qui discende il primato della persona sulla logica economica. Su questa base, l’enciclica afferma alcuni principi destinati a diventare strutturali nella dottrina sociale: il diritto dei lavoratori ad associarsi, la legittimità dell’intervento dello Stato a tutela dei più deboli, il dovere di garantire condizioni di vita dignitose, la condanna dello sfruttamento. La questione sociale entra così stabilmente nell’orizzonte della responsabilità ecclesiale.

Un documento dalla portata “storica”

Il valore del documento è, prima ancora che nelle soluzioni concrete, nel mutamento di prospettiva che introduce. La Chiesa riconosce che la fede non può restare ai margini delle dinamiche economiche e sociali, ma è chiamata a illuminarle dall’interno. In questo senso, la Rerum Novarum segna l’avvio di una nuova coscienza: il Vangelo non è estraneo alla storia, ma prende posizione dentro di essa.

Non mancano, certo, limiti significativi. La lettura dell’ingiustizia resta in larga misura affidata alla responsabilità individuale, senza cogliere fino in fondo le dinamiche strutturali del sistema economico. La critica al socialismo si concentra sull’ideologia, senza distinguere adeguatamente tra dottrina e movimento storico. Permangono inoltre schemi legati a un ordine sociale precedente, che faticano a interpretare la complessità del mondo industriale.

Non tanto un insegnamento quanto uno stile

Eppure, proprio in questa tensione tra intuizioni profetiche e condizionamenti storici si coglie la natura della dottrina sociale: non un blocco monolitico, ma un cammino.

Dopo Leone XIII, questo cammino proseguirà attraverso nuove tappe: il tentativo di una “terza via” tra liberalismo e socialismo, l’apertura dialogica con il mondo moderno nel Novecento, fino alla distinzione più matura tra ideologie e movimenti storici.

Ciò che nasce con la Rerum Novarum dunque non è soltanto un insegnamento sociale, ma uno stile: quello di una Chiesa che accetta di lasciarsi interrogare dalla storia e che, dentro le sue contraddizioni, cerca vie concrete di giustizia.

È il Vangelo che, senza perdere la sua radicalità, sceglie di farsi storia. Perché lì il nostro Dio si fa trovare.

Daniele Rocchetti
Sono sposato con Renata, padre di Francesco, Davide e Benedetta, nonno di Gabriele e Alessandro. Ho studiato teologia convinto che serva la Bibbia e il giornale per decifrare il confuso presente. Gli amici, i libri e i viaggi mi hanno tenuto compagnia. Sono guida di Terra Santa, direttore artistico della rassegna “Poeti Sociali” di Verona e della Fiera dei Librai di Bergamo. Curo per le ACLI nazionali il talk quindicinale dei “Dialoghi dello Spirito”