VI Pasqua

  • Prima lettura – Atti degli Apostoli 8,5-8.14-17
    In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo… E vi fu grande gioia in quella città.
  • Seconda lettura –  Prima lettera di san Pietro 3,15-18
    Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto…
  • Vangelo – Giovanni 14,15-21
    Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».


Tra la dimora e la strada
Antonio Savone

Tra la dimora e la strada: sono i due ambiti nei quali ci trattiene quest’oggi una liturgia della Parola che ci invita a vivere non a scompartimenti.

Tra la dimora e la strada… un’esperienza di sconfinamento tra ciò che sperimenti nel profondo del tuo cuore e ciò che sei chiamato a tradurre mentre sei per via.

Pensati così i credenti, come persone che si lasciano abitare dal Signore e dal suo Spirito e nello stesso tempo come persone che non temono di stare in cammino.

Tanto, troppo nostro stare lungo la strada, nella vita, non ha un luogo di interiorità, non attinge a ragioni profonde che facciano sì che i passi siano un pellegrinaggio e non un vagabondare.

Penso anzitutto al nostro mondo relazionale. Quanti i gesti senza contenuti e senza verità: parole di cortesia senza cortesia, parole di saluto senza accoglienza, gesti di amore senza amore, gesti di vita senza fecondità!  Quanto vivere fisicamente insieme e col cuore altrove, senza più i riti del cuore ma solo adempimenti formali!

Penso poi all’esperienza ecclesiale: spesso pronti a organizzare eventi esterni senza essere capaci di gustare e vivere la presenza del Signore. Come se bastasse proporre iniziative e nello stesso tempo lasciare la propria casa, quella del cuore, vuota. Quanta mentalità aziendale, quante parole usate e urlate, quanti gesti che non nascono da un cuore che si lascia plasmare da quel Dio che ha scelto di porre la sua dimora in chi, ascoltando la sua voce, gli apre appena arriva e bussa.

Chi ha fatto almeno una volta l’esperienza dell’amore sa che può vivere della presenza dell’altro anche quando l’altro non c’è.  Riesce a stare nella vita con uno sguardo riconciliato solo chi ha qualcuno di cui può dire: tu sei davvero tutto per me. Tu sai che non vivi più per te stesso bensì per qualcun altro. Ma non è possibile – ci ripete la liturgia di questa domenica – annunciare con la bocca, nella vita, qualcuno che hai smesso di adorare dentro di te: adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori. Non è possibile vivere alla luce della memoria dell’altro nella tua vita, se hai smesso di custodirlo nel tuo cuore. Quanta illusione da parte nostra di essere segno di qualcuno che forse abbiamo estromesso. Come se bastassero solo dei segni esterni, un abito o dei riti!

Come dovette essere diversa la presenza di Filippo – di cui ci narra la pagina di Atti – se ad un certo punto l’autore può attestare che vi fu gioia nella città. Filippo aveva trovato un cuore aperto, disponibile in persone di per sé escluse dalla possibilità di accedere a un’esperienza di vita nuova. Ma è anche vero che la sua stessa presenza era una presenza che lasciava il segno. Penso alla mia presenza: quale segno lascia?

Filippo stava fuggendo a motivo di una persecuzione ma la sua presenza diventa il segno di un Dio che inaspettatamente apre strade nuove in spazi insperati. Paradossalmente, un’esperienza di rifiuto permetterà un nuovo inizio grazie ad un uomo all’apparenza fuori dagli schemi ma con un cuore ben radicato nel Signore.

Quando il cuore è abitato comprendi che sei chiamato a stare lungo la strada con uno stile ben preciso: con dolcezza e rispetto. Mai urlando, neanche le cose di Dio. Mai offendendo. Mai brandendo la fede come fosse una spada. Mai con declamazioni ipocrite ma con una vita che ha il gusto del vangelo. Questo restituisce gioia. Anche nelle nostre città.

Se ti lasci impregnare dello Spirito di Gesù, del suo modo di vivere, del suo modo di amare, tu diventi la dimora di Dio in mezzo agli uomini. Ecco la dimora di Dio! Si dovrebbe poter dire di me, di te. Una dimora mobile, itinerante, proprio come lo era stata la tenda della presenza di Dio mentre accompagnava il cammino di Israele e proprio come lo fu la carne di Gesù.

Lui se ne va ma la sua presenza non viene meno grazie a coloro che si lasciano animare dal suo stesso Spirito. La sua presenza non è legata ai toni urlati dell’arroganza o dell’esibizione. Il ricordo della sua presenza, il segno che lo si ama davvero è legato ai gesti di chi ha attenzione per chiunque, al gesto di chi ha cura di una ferita, al gesto di chi ha occhi per la stanchezza dell’altro, al gesto di chi sta nella vita con passione, con disponibilità, con il cuore e non con il calcolo.

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Facciamo fatica a tenere insieme amore e comandamento. Eppure si tratta di due modi per esprimere il grado di appartenenza a qualcuno: infatti, adempiere i desideri di chi abbiamo amato è il solo modo per custodire la comunione con lui.

Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com


Nella pagina evangelica di questa domenica ascoltiamo la promessa dello Spirito santo, lo Spirito Consolatore, fatta da Gesù ai discepoli durante i suoi «discorsi di addio» (cf. Gv 13,31-16,33).

Dopo averli confortati nell’imminenza del suo distacco da loro e averli esortati a pregare il Padre nel suo Nome, Gesù dice ai suoi discepoli: «Se mi amate osserverete i miei comandamenti», spiegando con chiarezza: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama». Gesù sta riecheggiando la concezione biblica espressa, per esempio, nel salmo 119, una lunga celebrazione dei comandi di Dio e della gioia che si sperimenta nell’osservarli: «Io trovo la mia gioia nei tuoi comandi, li amo molto … Tu sai che io amo i tuoi precetti, Signore, per il tuo amore fammi vivere» (Sal 119,47.159). Sì, il credente gioisce nel compiere la volontà del Dio che lo ama e che egli ama, e non desidera altro che metterla in pratica con tutte le sue forze. È in questo senso che il discepolo amato potrà scrivere: «Questo è l’amore di Dio: osservare i suoi comandamenti» (1Gv 5,3). Anche Gesù, amando il Padre, ne ha osservato i comandamenti.

Ma qui c’è qualcosa di più, c’è un ulteriore e decisivo approfondimento: Gesù Cristo ha chiesto a chi lo seguiva non solo l’amore per la volontà di Dio, non solo l’amore per il suo messaggio, ma anche l’amore per lui, per la sua persona! È lui che va ascoltato, conosciuto e amato al di sopra di tutto, è amando lui che possiamo amare Dio «con tutto il cuore, la mente e le forze» (cf. Dt 6,5)! Sì, se c’è questo intenso rapporto di amore personale con lui, allora diventa quasi naturale osservare i suoi comandamenti, cioè vivere da cristiani…

Strettamente legata alla comunione che nasce da questo amore personale per Gesù Cristo è la promessa dello Spirito santo fatta da Gesù: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce». Finché Gesù è sulla terra è lui il Consolatore, il difensore, il «chiamato accanto» (cf. 1Gv 2,1) al credente per sostenerlo e donargli la sua vita. Ma ora che sta per compiere il suo esodo pasquale, prevedendo le difficoltà che i discepoli conosceranno in un mondo ostile, intercede presso il Padre affinché invii lo Spirito, l’altro Consolatore. Lo Spirito di verità avrà il compito di rendere testimonianza a Cristo, abilitando il cristiano a rendere questa stessa testimonianza fino alla morte (cf. Gv 15,26-27); soccorrerà il cristiano nell’ora del processo intentato contro di lui dalla mondanità (cf. Gv 16,18-11). E tutto questo guidandolo alla piena verità, ossia ricordandogli tutte le parole di Gesù e portandolo ad assumerle in profondità (cf. Gv 14,26; 16,13), diventando cioè principio di vita interiore«lo Spirito dimora presso di voi e sarà in voi».

Gesù rassicura poi i suoi discepoli, come aveva già fatto in precedenza (cf. Gv 14,3): «Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi». Allora, nel giorno della sua venuta nella gloria, si rivelerà se siamo stati suoi discepoli: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi». Da che cosa lo sapremo? Ce lo dice Gesù stesso: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Questa inabitazione, questa circolazione di vita tra il Padre, il Figlio e il cristiano resa possibile dallo Spirito, si manifesta concretamente nell’oggi attraverso la pratica dei comandamenti, «carne» del nostro amore. E, in estrema sintesi, è visibile dalla nostra capacità di vivere il comandamento che riassume tutti gli altri, il «comandamento nuovo» lasciatoci da Gesù: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 13,34; 15,12).

Da questo amore, versato nei nostri cuori dallo Spirito (cf. Rm 5,5), siamo e saremo riconosciuti quali discepoli di Gesù: «chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui», ora nel quotidiano e poi nell’ultimo giorno.

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Adorare Dio nei nostri cuori
Don Angelo Casati 

Questo essere l’uno nell’altro. Quanta intimità. Anche con Dio, anche con Gesù. Può essere che qualcuno abbia ascoltato -annota un autore- con un malcelato senso di fastidio queste parole di Gesù: “Sembra roba da suore e non delle più giovani, qualcosa che fa venire in mente un cristianesimo tutto giocato nel primato, ignaro delle fatiche e delle angosce dell’umanità, al di fuori dei problemi che affliggono la gente”. (D. Pezzini).

Lo Spirito -diceva Gesù- voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi… “Io sono nel Padre e voi in me e io in voi”. A prima vista sì, possiamo ritenere eccessivamente intimistiche queste parole di Gesù, che richiamano un’altra dimora, una dimora meno pensata e di cui ci si preoccupa meno. Ci preoccupa di più la dimora esteriore, la dimora della casa -la casa edificio-. Non dico che non contino: noi dovremmo lavorare per una società che permetta a tutti di abitare una casa. Ma c’è un’altra dimora, altrettanto importante, starei per dire più importante, tanto che se non c’è questa, la dimora interiore, anche la dimora esteriore perde di calore e di luminosità. Ed è l’altro. Pensate, l’altro come dimora. Se si è in una casa, anche bella, ma chi vive con te fisicamente, è fuori con i suoi pensieri, non ha dimora in te, che vita è? che casa è? Questo per dire che quando Gesù ci parla di lui che dimora in noi e di noi che dimoriamo in lui, non ci dice cose così astratte, ma cose che si avvicinano molto all’esperienza dell’amore, che è un dimorare uno nell’altro fisicamente e spiritualmente e l’altro è diventato tua dimora. Certo potremmo usare altre immagini: mi sono venute alla mente le immagini del Cantico dei Cantici, che ho ascoltato, sempre con emozione, giorni fa, a un matrimonio.

E ho pensato che in qualche misura -se sta questo discorso- potrebbero essere riferite anche al rapporto dei discepoli con il Signore.

“Mettimi come sigillo sul. tuo cuore come sigillo sul tuo braccio Perché forte come la morte è l’amore… Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo”. (Ct. 8, 6-7)

Questa esperienza per cui l’altro -il tuo amato, la tua amata o anche Dio- è diventato quasi parte di te che è come se fosse scritto -scritto in modo incancellabile- nel tuo cuore, come se fosse scritto sulla tua pelle, per sempre.

Gesù parla di una dimora in lui e di un suo dimorare in noi. E così ci fa avvertiti che la fede -la fede in lui- non è semplicemente qualcosa di razionalistico, non è semplicemente fatto di testa, ma anche di cuore e chiede spazi, anche spazi di cuore, gli spazi della relazione.

Era bellissimo l’invito che apriva oggi la lettera di Pietro: “Carissimi, adorate il Signore Cristo, nei vostri cuori”.

Oggi, qua e là, la si sente nell’aria questa accusa: “Voi preti ci avete insegnato ad adorare Dio nelle chiese, non ci avete insegnato ad adorare Dio nei nostri cuori”.

Sì, nel silenzio del cuore. E sentire che lui, il Signore, la sua Parola, prende dimora in te. E sentire che anche questa relazione con il Signore chiede tempo, ha bisogno di essere alimentata, come ogni altra vera relazione.

Certo le parole di Gesù – sulla dimora interiore – potrebbero essere fraintese in senso intimistico. Ma se le leggiamo nel loro contesto, ci accorgiamo che Gesù subito le colloca nell’orizzonte concretissimo dell’accogliere e osservare i suoi comandamenti, in primis il comandamento dell’amore fraterno. “Chi accoglie i miei comandamenti” – dice Gesù – “e li osserva, questi mi ama”. Vedete: i comandamenti… devono diventare un fatto di cuore.

Mi colpiva ancora una volta il verbo osservare. Noi lo abbiamo appiattito nel senso di una osservanza esteriore. Ma osservare non significa anche guardare con attenzione, indugiare con lo sguardo, con la voglia di interpretare?

I comandi del Signore non come parole solo da eseguire, ma da osservare e scrutare.

Don Angelo Casati
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Lo Spirito dà vita e gioia e spinge alla Missione
Romeo Ballan, MCCJ

Un clima di addio si respira nel lungo discorso-conversazione-preghiera di Gesù con i suoi amici dopo l’Ultima Cena (Vangelo): abbondano le emozioni, ricordi, domande, timori… Ma su tutto ciò prevale la promessa rassicurante del Maestro: “Non vi lascerò orfani: verrò da voi” (v. 18); il Padre vi darà un altro Consolatore… per sempre (v. 16). Gesù promette “lo Spirito della verità” (Gv 14,17; 16,13); lo presenta come difensore e Paràclito (Gv 16,7-11), come dono a chi prega (Lc 11,13), come perdono dei peccati (Gv 20,22-23), come Spirito che grida in noi “Abbà, Padre!” (Rom 8,15). Insomma, lo Spirito che Gesù promette ai discepoli è un vero “Paràclito” (v. 16): parola di uso forense per indicare una ‘persona chiamata per stare accanto’ (v. 17) come soccorritore, protettore, difensore. Quindi una presenza amica, una compagnia intima e affettuosa.

Egli è Spirito d’amore in seno alla Trinità e dentro ciascuno di noi; è nuovo principio di vita morale nell’osservanza dei comandamenti. Infatti, non basta presentare la legge morale perché questa sia osservata. La pura legge è come la segnaletica sulle strade: indica la direzione giusta, ma è incapace di muovere l’auto; occorre un motore. Gesù oltre ad indicarci la via, ci comunica anche la sua forza, il suo Spirito, per procedere verso la meta. Per amore! Si osserva la legge con uno Spirito differente: come espressione e segno d’amore! Nella gratuità e reciprocità (v. 21).

Lo Spirito anima la missione dei discepoli, presso tutti i popoli, come si vede nella Pentecoste, fino ai confini della terra (cfr. Atti 1,8). Lo si vede anche nella fondazione della Chiesa in Samaria (I lettura), che è la seconda comunità (dopo Gerusalemme), e sarà seguita da Antiochia e altre. Agli inizi della comunità di Samaria troviamo un diacono, Filippo (v. 5): egli vi arriva fuggendo dalla persecuzione dopo l’uccisione di Stefano, predica Cristo, è ascoltato con interesse, vi compie prodigi, battezza, c’è “grande gioia in quella città” (v. 8). Sono i segni iniziali di una comunità di fede, che più tardi riceverà il suggello degli Apostoli Pietro e Giovanni con il dono dello Spirito Santo (v. 17). Anche la fondazione di Antiochia ha inizi simili, per opera di cristiani dispersi dopo la medesima persecuzione; gli apostoli vi arriveranno in seguito.

La storia della Chiesa missionaria è piena di vicende simili; quasi tutte le comunità cristiane iniziano con l’opera di laici: un catechista, una famiglia, alcune religiose, un gruppo di laici e laiche (la ‘Legione di Maria’, per esempio, e altri). Solo più tardi arrivano il sacerdote e il vescovo, con i sacramenti dell’iniziazione cristiana e l’organizzazione ecclesiale. Un caso emblematico è quello degli inizi della Chiesa in Corea (sec. XVIII): alcuni laici coreani, di ritorno dalla Cina, dove avevano trovato la fede cristiana e il battesimo, portarono con sé libri cristiani e cominciarono ad annunciare il Vangelo di Gesù. Soltanto alcuni decenni più tardi arrivarono in Corea il primo sacerdote dalla Cina e i primi missionari dalla Francia.

La Chiesa è una comunità di credenti in Cristo, i cui membri – come i destinatari della lettera di Pietro (II lettura) – sono “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (v. 15). Nelle pagine degli Atti si respira la freschezza missionaria caratteristica delle prime comunità cristiane. Una freschezza e un ardore che diventano contagiosi e che non si possono né si devono occultare. A ragione si afferma che “i cristiani sono ridicoli quando occultano ciò che li rende interessanti” (Card. J. Daniélou). La Chiesa del Risorto è una comunità missionaria, portatrice di un messaggio di vita, gioia e speranza da annunciare a tutti i popoli, come dichiara il Concilio: “La comunità dei discepoli di Cristo è composta di uomini, i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti” (GS 1).


Siamo soliti immaginare lo Spirito come un qualcosa di invisibile, di intangibile, tutto l’opposto di ciò che è materiale, ma questo modo di intenderlo non è biblico. Lo Spirito è molto reale, è un soffio, un alito forte. Dio è Spirito in quanto in lui esiste una forza travolgente e incontenibile, simile al vento impetuoso.

Il sogno dell’uomo è di poter essere reso partecipe di questo Spirito.

I rabbini insegnavano che nell’uomo ci sono due inclinazioni: una cattiva che nasce al momento del concepimento e una buona che si manifesta soltanto all’età di tredici anni. La cattiva inclinazione esercita il suo potere sin da quando l’uomo è in embrione e può dominarlo fino a settanta e anche ottant’anni. Come poterle resistere?

I rabbini davano questi suggerimenti: “Dio ha creato la cattiva inclinazione ed ha creato la Toràh, la Legge, come antidoto ad essa. Se vi occuperete della Toràh non cadrete in suo potere”. “Se una tentazione spregevole vi viene incontro, trascinatela fino alla casa dove si studia la Toràh”. “Quando vi occupate della Toràh la vostra cattiva inclinazione è data in vostro potere e non voi in potere del male”.

Si sbagliavano. La Toràh è come la segnaletica: indica la direzione giusta, ma non muove la macchina. Questa ha bisogno di una forza motrice che la porti a destinazione.

Gesù non ha insegnato solo “la via”, ha comunicato il suo Spirito, la sua forza per raggiungere la meta.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Crea in noi Signore un cuore nuovo, infondi in noi il tuo Spirito santo ”.

Prima Lettura (At 8,5-8.14-17)

5 Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo. 6 E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. 7 Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati. 8 E vi fu grande gioia in quella città.
14 Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni.
15 Essi discesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; 16 non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. 17 Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

Per cinque o sei anni dopo la morte di Gesù, la Chiesa non si diffuse al di fuori della città di Gerusalemme. Gli apostoli non avevano ancora compreso che il vangelo doveva essere annunciato in tutto il mondo. Quest’apertura universalistica fu provocata da un avvenimento drammatico: la persecuzione che si scatenò contro la giovane comunità dopo la morte di Stefano (At 8,1-4), persecuzione che non colpì indistintamente tutti i cristiani, ma solo il gruppo degli ellenisti dei quali abbiamo parlato la scorsa domenica. Gli ebrei-cristiani e gli stessi apostoli furono invece lasciati in pace; i giudei ritenevano che con loro si potesse ancora ragionare, si mostravano infatti rispettosi e fedeli alla legge di Mosè e alle tradizioni, mentre gli ellenisti costituivano un pericolo per la struttura religiosa giudaica.

I cristiani perseguitati fuggirono da Gerusalemme e si dispersero per tutte le città della Palestina, qualcuno cercò rifugio in casa di parenti o amici residenti all’estero, in Siria e in altre province dell’impero romano.

Ovunque giungevano, questi fuggiaschi annunciavano ai fratelli giudei la buona notizia della risurrezione di Cristo. Ad Antiochia qualcuno cominciò a parlare di Gesù anche ai pagani. Fu l’inizio di un’era nuova per la Chiesa che cessò di essere legata unicamente a Israele e iniziò ad aprirsi agli altri popoli, a coloro che non erano discendenti di Abramo.

La lettura di oggi racconta ciò che accadde a Filippo.

Di lui abbiamo già sentito parlare la scorsa domenica: era uno dei sette che erano stati scelti per servire i poveri, un ellenista dunque che, per non fare la fine di Stefano, si era diretto verso il nord e, giunto in Samaria, aveva cominciato a predicare il vangelo e a battezzare coloro che aderivano alla fede.

Lo Spirito accompagnava l’opera di questo primo missionario dando forza alle sue parole e confermando con segni il suo annuncio. La vita della gente di quella città cambiò radicalmente e tutti furono colmi di gioia (vv. 5-8).

La seconda parte della lettura (vv. 14-17) mette in scena gli apostoli Pietro e Giovanni che vanno a visitare i battezzati di Samaria. Questa visita nasce dalla necessità di mantenere unite alla Chiesa madre di Gerusalemme le nuove comunità che cominciano a sorgere. Al loro arrivo, i due apostoli impongono le mani ai nuovi cristiani per comunicare loro lo Spirito.

Viene da chiedersi: com’è possibile che i samaritani, battezzati da Filippo, non avessero ricevuto lo Spirito? Questo dono non è forse conferito proprio mediante il battesimo?

Certamente. I samaritani avevano ricevuto lo Spirito nel momento del battesimo. Tuttavia questa presenza divina in loro non aveva provocato quelle straordinarie manifestazioni esteriori che erano solite verificarsi nei primi tempi della Chiesa. Le richiamiamo: i battezzati cominciavano a parlare lingue diverse, a profetizzare, a essere rapiti in estasi. Subito dopo aver ricevuto l’imposizione delle mani da parte di Pietro e di Giovanni, questi fenomeni accaddero anche fra i Samaritani.

Luca riferisce questo episodio per far comprendere che le nuove comunità sorgono ovunque, spontaneamente, là dove viene annunciato il vangelo, ma esse non devono crescere, svilupparsi, vivere in modo completamente autonomo e indipendente. È necessario che stabiliscano legami di comunione con la Chiesa universale, solo allora in esse lo Spirito si manifesterà in pienezza.

Seconda Lettura (1Pt 3,15-18)

15 Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, 16 con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. 17 È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male.
18 Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.

Dopo aver toccato il tema della schiavitù, il predicatore sente che i suoi ascoltatori hanno bisogno di una parola illuminante sulla situazione dolorosa che la comunità sta vivendo. Come un incendio è scoppiata la persecuzione che, più o meno violenta, continuerà per circa duecentocinquant’anni. I neofiti devono sapere che li attendono tempi difficili, non devono essere sorpresi, come se si trattasse di qualcosa di imprevisto, di inatteso, di strano (1 Pt 4,12). “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù – assicura infatti anche Paolo – saranno perseguitati” (2 Tm 3,12). Come si dovranno comportare i discepoli con chi li dileggia e si fa beffe della loro fede?

Anzitutto sono invitati a prendere coscienza del fatto che Cristo è vicino a loro, li accompagna, è nel loro cuore (v. 15). Non è contro di loro che si è scatenato l’odio, ma contro il Signore.

Devono essere sempre pronti a rispondere a chi chiede ragione della speranza che li anima. Da qui la necessità di fondare su basi solide, su convinzioni profonde la propria fede. È fragile, precaria, incerta quella che si regge sulle emozioni passeggere, su intimismi devozionali, su entusiasmi miracolistici. Solo quando fa riferimento alla parola di Dio essa è ferma, salda, incrollabile (Rm 10,17). Chi la possiede non ha difficoltà a darne una giustificazione e a dimostrare che essa conduce a scelte di vita serie, affidabili, sagge.

Pietro indica anche come dare le risposte ai non credenti.

Sia quando sono interrogati da privati cittadini, sia quando sono chiamati a rispondere a pubblici ufficiali, i cristiani devono evitare ogni parola offensiva, poco rispettosa, irriverente. Il loro linguaggio deve sempre essere ispirato a “dolcezza, rispetto, retta coscienza” (v. 16). La polemica, l’aggressività, la violenza verbale aiutano a prevalere in una discussione, ma non dispongono le persone ad accogliere la proposta evangelica, che è l’unico obiettivo cui il discepolo deve mirare (vv. 16-17).

Il brano si conclude ricordando l’esempio di Cristo: anch’egli ha sofferto per aver praticato la giustizia, i suoi discepoli non possono certo attendersi un destino diverso (Mt 10,25).

Vangelo (Gv 14,15-21)

15 “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. 16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. 21 Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”.

Videocommento

Anche il vangelo di oggi, come quello della scorsa domenica, è tratto dal primo dei tre discorsi di addio pronunciati da Gesù durante l’ultima cena.

I discepoli hanno capito che Gesù sta per lasciarli, sono tristi e si chiedono come potranno continuare ad essergli uniti e ad amarlo se egli se ne va.

Gesù promette di non lasciarli soli, senza protezione e senza guida; dice che pregherà il Padre ed egli “invierà un altro Paraclito” che rimarrà per sempre con loro (v. 16). È la promessa del dono di quello Spirito che Gesù possiede in pienezza (Lc 4,1.14.18) e che sarà effuso sui discepoli.

Gesù chiarisce (vv. 15.17) che lo Spirito può essere accolto solo da coloro che sono in sintonia con lui, con i suoi progetti, con le sue opere di amore. Il mondo non può riceverlo.

Chi è questo mondo al quale non è destinato lo Spirito? I pagani, i lontani, chi non appartiene al gruppo dei discepoli, i membri di altre religioni?

Per mondo Gesù non intende le persone, ma quella parte del cuore dell’uomo – di ogni uomo – in cui regna la tenebra, il peccato, la morte. Là dove si celano odi, concupiscenze, passioni sregolate… lì è presente il mondo, con il suo spirito, opposto a quello di Cristo. Lo ricorda Paolo ai corinti che si lasciavano guidare dalla sapienza degli uomini: “Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio” (1 Cor 2,12).

Lo Spirito riceve due nomi. È chiamato Consolatore (Paraclito) e Spirito della verità. Sono le due funzioni che egli esercita nei credenti.

Consolatore non è una buona traduzione del greco parákletosParaclito è un termine preso dal linguaggio forense e indica colui che è chiamato accanto.

Anticamente non c’era l’istituzione degli avvocati; ogni imputato doveva difendersi da solo, cercando di portare testimoni che lo scagionassero dalle accuse. Accadeva a volte che qualcuno, pur non essendo colpevole, non riuscisse a provare la propria innocenza oppure che, pur avendo commesso il crimine, meritasse il perdono. Per costui rimaneva un’ultima speranza: che in mezzo all’assemblea ci fosse un uomo onorato da tutti per la sua integrità morale e che questa persona irreprensibile, senza pronunciare alcuna parola, si alzasse e andasse a porsi al suo al fianco. Questo gesto equivaleva ad un’assoluzione. Nessuno più avrebbe osato chiedere la condanna. Questo “difensore” era chiamato… “paraclito”, cioè, “colui che è chiamato a fianco di chi si trova in difficoltà”.

Il senso di questo primo titolo è dunque quello di protettore, soccorritore, difensore.

Gesù promette ai discepoli un altro paraclito, perché ne hanno già uno, egli stesso, come spiega Giovanni nella sua prima lettera: “Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un paraclito presso il Padre: Gesù Cristo giusto” (1 Gv 2,1).

Gesù è paraclito in quanto nostro avvocato presso il Padre, non perché ci difende dalla sua ira, provocata dalle nostre colpe (il Padre sta sempre dalla nostra parte, come Gesù), ma perché ci protegge contro il nostro accusatore, il nostro avversario, il peccato. Il nemico è il peccato e Gesù sa come confutarlo, come ridurlo all’impotenza.

Il secondo paraclito non ha il compito di sostituire il primo, ma di svolgere una nuova missione, infatti è inviato assieme a Gesù che “ritorna” in mezzo ai suoi (v. 18). Gesù non è andato via, ha semplicemente cambiato tipo di presenza, non più quella fisica, ma quella da Risorto. Un modo nuovo il suo di stare a fianco dei discepoli, infinitamente più reale – pur nella sua invisibilità – più duraturo, illimitato rispetto a prima.

Lo Spirito è paraclito perché viene in soccorso dei discepoli nella loro lotta contro il mondo, cioè contro le forze del male (Gv 16,7-11).

Giovanni richiama ai cristiani delle sue comunità questa verità affinché, in mezzo alle difficoltà della vita, non si scoraggino, non disperino, non perdano la serenità, la pace del cuore, la gioia. Il discepolo crede nell’assistenza dello Spirito e non teme, non si abbatte nemmeno quando deve ammettere che in lui esistono ancora tante miserie spirituali, tante debolezze, tante cattive inclinazioni. È convinto della forza del Paraclito ed è sicuro di non uscire sconfitto.

Il secondo titolo – che enuncia un’altra funzione del Paraclito – è Spirito della verità.

La sua opera a servizio della verità si esplica in vari modi.

Cominciamo dal più semplice. Tutti sappiamo cosa accade quando una notizia passa di bocca in bocca: è soggetta a deformazioni, si altera a tal punto da divenire irriconoscibile.

Il messaggio di Gesù è destinato a tutti gli uomini, deve essere predicato fino alla fine del mondo. Chi ci assicura che non si corromperà, che non subirà interpretazioni devianti? Umanamente l’impresa appare disperata, ma abbiamo la certezza che tutti potranno attingere alla sorgente pura del vangelo, perché nella Chiesa, incaricata di annunciarlo, è operante la forza dello Spirito della verità, promesso da Gesù.

Il suo servizio alla verità non si limita a questa parte che potremmo chiamare negativa. Egli non impedisce soltanto che si introducano errori nella trasmissione del messaggio di Cristo. Egli svolge un’altra funzione, positiva: introduce i discepoli nella pienezza della verità.

Ci sono verità che Gesù non ha esplicitamente trattato o che non ha sviluppato in tutti i dettagli, perché i discepoli non erano ancora in grado di capirle (Gv 16,12-15). Egli sapeva che, lungo i secoli, sarebbero sorti problemi e interrogativi nuovi. Dove si sarebbero potute trovare le risposte autentiche, conformi al suo pensiero?

Anche a questo livello Gesù promette l’intervento dello Spirito: egli è incaricato di introdurre il discepolo alla scoperta di tutta la verità. Non dirà nulla di nuovo o di contrario rispetto a lui, aiuterà a cogliere fino in fondo, fin nelle ultime conseguenze, il suo messaggio.

Da qui nasce il dovere dei cristiani di rimanere aperti agli impulsi dello Spirito che rivela sempre cose nuove. Egli è, per sua natura, colui che rinnova la faccia della terra (Sal 104,30).

 È un peccato contro lo Spirito (e molto grave! Cf. Mt 12,31) opporsi al rinnovamento, rifiutare le innovazioni che favoriscono la vita delle comunità, che avvicinano a Cristo e ai fratelli, che accrescono la gioia e la pace, che aiutano a pregare meglio, che liberano i cuori da inutili paure.

Chi rimane caparbiamente affezionato a tradizioni religiose ormai desuete e logore, chi non si impegna diligentemente nello studio della parola di Dio, chi non accetta l’aggiornamento di riti, formule, gesti liturgici, chi dà risposte vecchie a problemi nuovi, chi non accoglie con gioia le scoperte dell’esegesi biblica, tutti costoro si collocano in opposizione allo Spirito della verità.

Il termine verità ha per l’evangelista Giovanni un significato ancora più profondo: indica Dio stesso che si manifesta in Gesù. Egli è la verità (Gv 14,6) perché in lui si realizza la totale rivelazione di Dio. Menzogna è rifiutare lui, fare una scelta di vita contraria alla sua. Satana, il nemico della verità, il “padre della menzogna” (Gv 8,44), è tutto ciò che allontana da Cristo.

Lo Spirito agisce in modo opposto: introduce nella “verità”, agisce nell’intimo di ogni uomo e fa sì che, liberamente, si inclini a scegliere Cristo, aderisca alla sua proposta. È come un vento che solleva verso l’alto e porta in modo irresistibile alla salvezza.

È difficile immaginare che l’impulso di questo Spirito non riesca a introdurre ogni uomo nella verità. Perché lasciarsi anche soltanto sfiorare dal dubbio che il mondo – che è ancora presente in ognuno noi – sia più forte di quest’impulso divino alla vita?

Per gentile concessione di
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