Esercizi spirituali di Quaresima per il Papa e la Curia Romana
Ariccia, 6-11 marzo 2016
Tema: Le nude domande del Vangelo
Predicatore: Ermes Ronchi

Prima meditazione
IL CAMMINO SPIRITUALE
I PASSO: IL RITORNO AL CUORE
Vorrei dire a ciascuno, e dirci l’un l’altro: Benvenuto a te e a tutto ciò che porti. Per dare e ricevere una cordialità non giudicante, ma includente, così che questi giorni siano sotto il segno della prossimità, in questo luogo che ci ospita e che sarà casa e chiesa comune, per la preghiera, la riflessione e anche il riposo. Gli esercizi devono essere riposanti e sereni.
Auguro grandi occhi per la bellezza dei luoghi, se appena il meteo ci assiste.
– Presentazione mia: Io, Servo di Maria, friulano del “confine illirico” (Ippolito Nievo), dalle colline di vigneti e di boschi, contadino inurbato, migrante in Milano, in una comunità di 8 frati.
La mia chiesa sta nel cuore di Milano, dove tutto gira attorno all’economia, finanza, banche, effimero della moda, ristoranti. La mia è una parrocchia virtuale, 150 persone residenti la notte, 10.000 di giorno lavorano nel territorio. E decine di senza tetto dormono sotto i portici.
Chiesa, carità, cultura. Tre C. In chiesa c’è sempre un confessore ad accogliere più lacrime che peccati, c’è anche un banco dell’accoglienza, con una persona per informazioni dialoghi ecc: nell’anonimato della grande città, entra, qualcuno ti accoglie.
Vita un po’ da scrittore, e un po’ da ladro. Sempre di corsa. Sono tornato da poco dalla Mongolia, la più giovane chiesa del mondo, 20 anni soltanto, chiesa sorgiva, nascente, esercizi con i missionari della Consolata, padri e suore: il loro motto: sussurrare il vangelo al cuore dell’Asia. Non gridarlo. Attraverso non i grandi mezzi, ma con piccoli gesti di carità.
Il predicatore degli esercizi non sono io, è lo Spirito Santo, l’Amico comune in mezzo a noi ha ancora qualcosa da dirci.
Io vi propongo il silenzio in questi giorni, più esattamente di custodire il silenzio. Non si tratta di fare silenzio. Il silenzio c’è già, è naturale, non è da fare o creare, esiste già, a noi spetta non interromperlo, ma custodirlo. Il silenzio non è assenza di parole, è il grembo della Parola.
– C’è un silenzio ancora più difficile che il tacere tra noi: è staccarci dai cellulari, da internet (il nostro guinzaglio elettronico; in media un italiano guarda il suo telefonino circa 150 volte al giorno… Se guardasse così tanto il fratello, il marito o la moglie, il figlio negli occhi, quanti problemi superati, quanta gioia in più e profondità… Darsi una disciplina: ad es. lo lascio in camera, lo apro solo dopo cena… questi social ci fanno vivere la vita degli altri, ci portano fuori da noi stessi. Un adolescente che fa parte di gruppi riceve 1200 sms al giorno, tra watshapp, facebook, twitter, sono tutte parole che vengono da fuori, non da dentro).
Silenzio ha uno scopo preciso: ritrovarsi, stupirsi, ascoltare.
Ritrovarsi e vedere che cosa abita il cuore. Noi siamo ciò che ci abita.
Salvare lo stupore. Invece del gossip. Lo stupore che lo Spirito parla ancora.
Ascoltare: fino a che parli non ascolti… Facciamo silenzio non per amore del silenzio, ma per amore della parola.
La fontana pubblica
Ascolta il mio rimprovero e il mio consiglio.
Se ti dai anima e corpo alle cose esterne, trascurando completamente la contemplazione, debbo, in questo, lodarti? Nemmeno per sogno. E credo che nessuno lo farebbe. Almeno tra quei che han letto quelle parole di Salomone: “quel che si perde in agire si acquista in sapienza”.
L’azione non ci guadagna nulla dal non essere prevenuta dalla contemplazione. Vuoi essere interamente a disposizione di tutti, come colui che si fece tutto a tutti; e sta bene. Lodo la tua generosità: a patto, però, che sia completa. Se tu te ne escludi, come può essere tale? Non sei un uomo anche tu? Se la tua generosità vuol essere perfetta, dal momento che abbraccia tutti, abbracci anche te.
Altrimenti, come dice il Signore, cosa ti gioverà guadagnare il mondo intero, se perdi, poi, te stesso?
Perciò, se tutti ti possiedono, possiediti anche tu.
Perché solo tu dovresti rimaner privo del dono di te? Fino a quando sarai uno spirito che si effonde senza ritorno?
Tu accogli tutti, perché non accogli, a tua volta, te stesso? Sei debitore dei saggi e degli stolti, solo a te non devi nulla? I dotti e gli ignoranti, i liberi e gli schiavi, i ricchi e i poveri, gli uomini e le donne, i vecchi e i giovani, gli ecclesiastici e i laici, i giusti e i peccatori, tutti han su di te la loro parte. Il tuo cuore è una fontana pubblica, dove tutti han diritto di bere. Tu solo devi rimanerne in un angolo assetato?
Non restare privo di ciò che ti spetta.
Scorrano fin per le piazze le acque della tua generosità. Ci si dissetino pure gli uomini e le greggi. Offri da bere anche ai cammelli di Abramo, come Rebecca. Insieme con gli altri, però, accosta anche tu le labbra alla sorgente del cuore. “Lo straniero non ci beva” sta scritto. E saresti proprio tu lo straniero? E per chi non lo sei se sei straniero per te stesso? E chi è cattivo con sé, con chi sarà buono?
Ricordati, quindi, di rientrare in te: non dico sempre, non dico spesso, ma, almeno, qualche volta. Tutti si servono di te: insieme con gli altri, o, per lo meno, dopo gli altri, servitene anche tu.
(Bernardo, Considerazioni 1. V, c. 5)
Gli esercizi spirituali sono un tempo per ricordarsi di rientrare in sé, per accostare le labbra alla sorgente del cuore, per non essere straniero a te stesso, per essere buoni con se stessi.
Giorni in cui ti spogli del ruolo sociale o ecclesiale, non conti per i compiti che svolgi, per gli incarichi che hai, ma per quello che sei nel cuore.
Non per ciò che fai, ma per come lo fai. Puoi essere pastore, o soltanto un pecoraio.
- Dio ama gli avverbi più che non i verbi. Il come vale più del ciò. I due spiccioli della vedova più delle ricche offerte dei ricchi. Dipende da quanto cuore c’è dentro (San Gaspare Bertoni, fondatore degli Stimmatini).
- Nel nostro lavoro non contano i risultati ma quanto amore metti in ciò che fai (Madre Teresa).
- Il cammino spirituale è incamminarsi “solus ad Solum”, cercare dove abita, e stare soli davanti all’Unico’ (S. Bruno Certosino).
Iniziamo salendo quattro gradini del castello interiore, chiamati ad essere testimoni della bellezza in un mondo privo di musica spirituale (Habermas), a essere avversari dell’assurdo e profeti del significato (Ricoeur), avendo ancora nel cuore la notte di Parigi del 13 novembre.
I passo:
Il ritorno al cuore.
Un detto ebraico racconta che in principio Dio creò il punto di domanda e lo depose nel cuore dell’uomo: “Adamo dove sei?”, che indirizzata a me suona: a che punto è la tua vita? Dove stai andando?
In principio del Vangelo anche Gesù depone un punto di domanda nei discepoli. Le prime parole che pronuncia nel Vangelo di Giovanni sono una domanda “Che cosa cercate?”.
Le rivolge anche a noi, adesso, qui. L’amico comune in mezzo a noi ha ancora parole di vita da dirci. E la prima parola è:
“Che cosa cercate?” prime parole pronunciate dal Gesù storico in Giovanni;
le prime del Cristo risorto, nel giardino, sono “Donna chi cerchi?”.
Che cosa cercate? Chi cerchi? Le prime parole rivolte ad ogni uomo, dal Gesù terreno e dal Cristo risorto, sono:
1) delle domande, 2) parlano di ricerca.
Qui è posta la definizione dell’uomo: noi siamo creature di domanda e di ricerca, creature di desiderio, con punti di domanda germoglianti nel cuore.
Ricerca di qualcosa: che cosa cercate?
La ricerca nasce dal desiderio, e dall’inquietudine per una assenza.
Uno si guarda dentro e vede di cosa ha bisogno.
Di trovare la ragione ultima per una esistenza nella consistenza, nell’orientamento e con la prospettiva di un approdo.
Cerco tre cose: consistenza, cerco orientamento, cerco un punto di arrivo: questo è il mio desiderio, questo è il mio bisogno, questa la ragione ultima del cercare e se trovi, hai davvero trovato la perla preziosa, il tesoro nascosto che apre la tua vita, e perfino la tua morte, al senso, e li strappa all’angoscia del nonsenso.
Allora diventi avversario dell’assurdo e profeta di significato.
Questa ragione in cui sta la vita è nell’esperienza cristiana un chi preciso: “Donna chi cerchi? Cerco Gesù, il Signore. Dove l’avete posto?” E’ Lui la roccia, Dio mia roccia canta Anna la madre di Samuele; è lui la ragione forte e felice del mio andare.
Io credo in Dio, perché? Perché Dio è stato la cosa più bella che io ho incontrato nella mia vita. Seguire Cristo è stato l’affare migliore della mia vita. Come Paolo: Per me vivere è Cristo. Mi manca la vita se tu mi manchi.
Questa è l’esperienza che il prete racconta. L’esperienza cristiana è la mia vita come casa fondata sulla roccia. Roccia è il Signore e la sua Parola, radice delle mie radici, cielo del mio cuore, fondamento.
Con questa semplice domanda: che cosa cercate? Gesù fa capire che a noi manca qualcosa. La ricerca nasce da una assenza.
Che cosa mi manca? Di che cosa sento il vuoto? Mi manca salute, prestigio, stima? Mi manca cuore, amicizie, denaro, successo, la famiglia che sognavo? Mi mancano la gioventù, entusiasmo, il senso della vita? Una parrocchia più grande e più ricca, più ricettiva?
Il Signore domanda: dov’è la tua fame e la tua sete? Di che cosa ti senti privo? Siamo qui, convocati dalla nostra povertà a cercare Dio che è ricchezza in cerca della nostra povertà.
Che cosa cercate? Ripete a noi il Signore, a noi riuniti in questa sala domanda: cosa siete venuti a cercare qui, in questi giorni?
Cercare. La fede è la storia di due mendicanti, uno d’amore, Dio; l’altro d’amore, l’uomo.
Un giovane molto ricco che va dal Signore e gli pone la grande domanda: “Maestro, che cosa mi manca ancora?”
Gesù è il maestro del desiderio che insegna desideri più alti delle cose, ci insegna a non accontentarci, insegna fame di cielo, il morso del più. Mentre tanti attorno a noi, mentre una vocina dentro di noi sussurra “accontentati, ma che cosa vai cercando ancora, ma non ti basta quello che fai? In fondo non sei un cattivo prete, non sei poi così male rispetto a quello e a quell’altro…”. Un banale tirare allo sconto.
Gesù salva la grandezza del desiderio, lo salva dalla depressione, dal rimpicciolimento. Salvezza: dilatare; peccato: rimpicciolire, restringere, atrofia del vivere.
Nascosta nelle prime parole di Gesù c’è una beatitudine dimenticata: “Beati voi che siete insoddisfatti, che sentite il morso del più, perché diventerete cercatori di tesori”.
Con questa domanda Gesù non si rivolge alla tua intelligenza e non si rivolge neanche alla tua volontà. Il maestro del cuore Gesù si rivolge innanzitutto al tuo desiderio, e pone le sue mani sante dentro il tessuto profondo del tuo essere.
Che cosa cercate significa: “Quali sono i vostri desideri più veri”. E la parola, allora, discende come una spada nel punto di congiunzione tra anima e spirito, perché le nostre azioni nascono lì da bisogni e da desideri, lì si genera il nostro comportamento, lì deve scendere il Vangelo, la lieta notizia.
Gesù non chiede innanzitutto ai suoi discepoli immolazioni sull’altare del dovere, non chiede per prima cosa sforzo, rinuncia o sacrificio; ti chiede prima di tutto di rientrare nel cuore, di comprenderlo, di conoscere cosa desideri di più, di che cosa hai più bisogno, cosa ti appaga profondamente, che cosa accade nel tuo intimo. Ascoltare il cuore. Abbracciarlo. Accostare le labbra alla sorgente del cuore e bere (S. Bernardo).
Quella che gli esegeti chiamano la ‘regola d’oro’: “Fai agli altri ciò che desideri che gli altri facciano a te”, nasce così. In questa contrazione prodigiosa della sua Legge, tu capirai ciò che devi dare agli altri solamente quando avrai capito ciò che desideri per te.
Ciò che fa bene a te questo impara a dare all’altro. La parola che fa bene davvero, il sorriso non finto, la stretta di mano da uomo, non da funzionario distratto.
Vuoi per te misericordia, amore, comprensione, giustizia, rispetto? Questo tu darai agli altri! Ma solo se avrai prima ascoltato le domande del cuore.
Che cosa cercate? è la domanda che san Benedetto rivolgeva ai postulanti: “Restino tre giorni alla porta del monastero e poi gli si chieda una sola cosa, anzi due: primo se sono liberi, se non sono schiavi, e secondo: Si revera Deum querit, se davvero cerca Dio”.
Dio ha desiderio che noi abbiamo desiderio di Lui: “Deus sitit sitiri”, Dio ha sete che noi abbiamo sete di Lui. Desidera essere desiderato. (C.C.C. 2560)
Perché siamo qui in questo luogo bellissimo? Non per adempiere a un dovere, non per evitare brutte figure (magari con sua eccellenza), non per tranquillizzare la nostra coscienza, ma per desiderio di Dio.
Vita vera è solo quella mossa dal desiderio, la paura invece paralizza.
Nasciamo come esseri appassionati.
La nostra vita, e lo può testimoniare ciascuno, non avanza per ordini o divieti, ma per una passione. Non avanza per colpi di volontà, ma per attrazione.
Io sono cristiano per attrazione: Quando sarò innalzato sulla croce attirerò tutti a me.
La vita non avanza per ingiunzioni, ma per seduzioni. E la passione, l’attrazione, la seduzione da che cosa nascono?
Da una bellezza, almeno intravista. La passione per Dio nasce dall’aver scoperto la bellezza di Cristo.
La regola, la legge, il ‘nomos’ della bellezza è l’amore. bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo.
Dio non ci attira perché onnipotente, non ci seduce perché eterno o perfetto; per queste cose lo si può anche ammirare, perfino obbedire, ma non amare.
Dio ci seduce con il volto e la storia di Cristo, l’uomo dalla vita buona bella e beata. Lui è la bella notizia che dice: è possibile vivere meglio, per tutti. E il vangelo ne possiede la chiave.
San Paolo confessa: Corro perché conquistato. Chi di noi lo può confessare senza arrossire?
I saggi camminano, i giusti corrono, gli innamorati volano (detto medievale).
La vita avanza, corre, vola perché conquistata, perché qualcosa o qualcuno ti ha rubato il cuore, ti ha appassionato e ti attira.
La prima domanda del cuore che vi lascio stasera: io per che cosa mi appassiono? Ho passione per Dio?
La verità sono mani, occhi e cuore che ardono, non idee o dottrina.
Per che cosa arde la mia vita?
Perfino fede, speranza, carità non sono nozioni, sono espressioni passionali o non sono niente. Anzi secondo Kierkegaard: ‘La fede è nell’infinita passione per l’esistente’. Passione per la vita e per colui che ne è la sorgente.