Vangelo della V settimana di Pasqua
Commento di Paolo Curtaz


Sempre con voi

Lunedì della V settimana di Pasqua
At 14,5-18   Sal 115   Gv 14,21-26: Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa

Martedì della V settimana di Pasqua
At 14,19-28   Sal 144   Gv 14,27-31: Vi do la mia pace.

Mercoledì della V settimana di Pasqua
At 15,1-6   Sal 121   Gv 15,1-8: Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto.

Giovedì della V settimana di Pasqua
At 15,7-21   Sal 95   Gv 15,9-11: Rimanete nel mio amore, perché la vostra gioia sia piena.

Venerdì della V settimana di Pasqua
At 15,22-31   Sal 56   Gv 15,12-17: Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Sabato della V settimana di Pasqua
At 16,1-10   Sal 99   Gv 15,18-21: Voi non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo.

Domenica 10 Maggio (DOMENICA – Bianco)
VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 8,5-8.14-17   Sal 65   1Pt 3,15-18   Gv 14,15-21: Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito.


Lunedì della V settimana di Pasqua
Gv 14,21-26: Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa.

Gesù pone un’unica condizione per entrare in comunione con il discepolo: che questi sia disposto ad amare e a farsi amare. Fin qui tutto bene, penserete voi. È vero. Ma, troppo spesso, il sentimento dell’amore è quanto di più vago possiamo immaginare. Oggi l’amore e, in particolare, l’innamoramento, è al centro della nostra attenzione; quasi sempre, però, decliniamo l’amore solo nella sua componente emotiva. Gesù è categorico: l’amore si dimostra nell’osservanza dei precetti. Il comandamento, nel Vangelo, diventa la forma dell’amore, l’esplicitazione del sentimento. Se un amico dice di essermi molto legato e di volermi bene e mi telefona solo due volte all’anno, ho ragione di dubitare della sua amicizia! Se amiamo veramente Dio, se da lui ci sentiamo amati, allora concretizziamo questo amore coltivando la nostra vita spirituale. So per esperienza che questo compito è impegnativo e, a volte, non sappiamo bene come muoverci. Gesù stesso ci offre una soluzione: il dono dello spirito Santo che ci permette attraverso la preghiera e la meditazione di capire cosa e come fare per restare fedeli al Signore.

Martedì della V settimana di Pasqua
Gv 14,27-31: Vi do la mia pace.

Gesù ci dona la sua pace che, specifica, non è come quella che dona il mondo. Sappiamo bene quanto la nostra vita sia segnata dalla violenza, potremmo costruire una nostra storia personale in cui i conflitti internazionali segnano un terribile calendario. Molti di noi hanno vissuto gli entusiasmanti anni della fine della guerra fredda, del crollo del muro di Berlino, e speravano in una nuova era di pace. Noi cristiani abbiamo pregato e manifestato per chiedere la fine dei conflitti. A volte un senso di amarezza spegne la nostra speranza. L’uomo non imparerà mai! Perciò Gesù parla di una pace che non viene dal mondo che, cioè, non consiste nella mediazione e nel compromesso, ma che è frutto di una pacificazione interiore. In ciascuno di noi dimora una radice di violenza che può esplodere e riversarsi contro gli altri. L’incontro con Dio fa pace in ciascuno di noi. Diventiamo capaci di amare, di amarci con l’amore che ci proviene da Dio. Il cristiano, quindi, è un pacifista perché è pacificato nel suo profondo, perché vede la storia e gli uomini in maniera diversa. Incontrando Dio autenticamente impariamo a diventare costruttori di pace.

Mercoledì della V settimana di Pasqua
Gv 15,1-8: Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto.

La linfa’ che alimenta la nostra vita è la presenza del Maestro Gesù che abbiamo scelto come pastore. Nient’altro ci può dare forza, serenità, luce, gioia e pace nel cuore. Solo restando ancorati a lui possiamo portare frutti, crescere, fiorire. Senza di lui, niente. Orientiamo con forza e gioia, continuamente, la nostra strada verso la pienezza del vangelo. Gesù ci chiede di dimorare, di rimanere, di stare. Non come frequentatori casuali, ma come assidui frequentatori della sua Parola. Gesù ci chiede di dimorare in lui. Dimora, non andare ad abitare altrove, resta qui accanto al Maestro. Dimora: nel più profondo del tuo cuore lascia che il silenzio ti faccia raggiungere dall’immensa tenerezza di Dio. Senza di me non potete fare nulla, dice Gesù. Cerchi la gioia? Cercala in Dio, vivila in lui, stagli unito, incollato, come il tralcio alla vite. La linfa vitale proviene da lui e da lui solo e da questa unione scaturisce l’amore. I cercatori di Dio che si sono fatti discepoli del Nazareno non hanno il futuro assicurato, né la loro vita è esente da fragilità e peccato, né vengono risparmiati dalle prove che la vita (Non Dio!) ci presenta.

Giovedì della V settimana di Pasqua
Gv 15,9-11: Rimanete nel mio amore, perché la vostra gioia sia piena.

Il lungo discorso che Gesù fa dopo l’ultima cena è un crescendo di teologia e di compassione, di misericordia e di stupore. L’evangelista Giovanni pone in queste pagine il testamento spirituale del Signore e la sintesi del discorso che Gesù fa è una sola: ci invita a dimorare, a restare, a perdurare nel suo amore. Lo diamo per scontato, ma così non è. Nella storia dell’umanità la religione ha avuto spesso a che fare con la morale, con il culto, con la regola. Quasi mai con l’amore. La novità straordinaria del cristianesimo è, appunto, la rivelazione di un Dio che ama e che, amandoci, ci permette di esistere. Gesù ammette con entusiasmo e coinvolgimento di amare noi suoi discepoli. Siamo amati! Anche se non ce ne accorgiamo, anche se fatichiamo a lasciarci amare, nonostante i nostri limiti e i nostri peccati, siamo amati! Dimorare nell’amore significa, allora, fare continua memoria di questo amore senza limiti. Tutto il resto viene dopo: le norme, indispensabili per dare forma all’amore, il culto, luogo dell’incontro con l’amato, la morale, che è l’esplicitazione concreta della nostra nuova vita. Siamo amati: dimoriamo nell’amore

Venerdì della V settimana di Pasqua 
Gv 15,12-17: Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Un solo comando, un solo precetto. Uno. Spazzate via le seicentotredici mitzvoth che il pio israelita doveva osservare. E anche le dieci parole donate da Mosè sul Sinai. E anche il doppio comandamento consegnatoci dai Sinottici. Secondo Giovanni Gesù dona un unico comandamento e lo fa durante il lungo discorso che precede l’arresto, un intenso testamento spirituale da mandare a memoria. Un solo comando: amarci dell’amore con cui siamo amati dal Signore. Imitare il suo amore nelle nostre relazioni, chiederci, davanti ad una scelta da operare, un’azione da compiere, cosa avrebbe fatto il Signore al nostro posto. Siamo stati scelti dalla tenerezza di Dio per diventare suoi testimoni, per raccontare ad ogni uomo la novità di un Dio che si dona e che dona la vita. Questo amore riponiamolo al centro della nostra predicazione, della nostra catechesi, di ogni azione pastorale perché sia il motore e l’anima della Chiesa. Solo così potremo rendere vivo e credibile il vangelo: rendendolo attuale e vivo con l’amore che ci doniamo.

Sabato della V settimana di Pasqua
Gv 15,18-21: Voi non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo.

Quanto è vero ciò che dice il Signore! Quante volte lo verifichiamo nella nostra vita! Quando parliamo del Vangelo, molte persone non ci danno retta, ci deridono, passiamo per dei matti! Certo, se siamo delle persone false ed incoerenti non siamo credibili… Ma se, con onestà e passione, cerchiamo di annunciare il regno di Dio e non veniamo accolti ma derisi, è perché chi ci ascolta non ha ancora conosciuto il Signore Gesù. Quando il nostro cuore si apre all’accoglienza dell’infinita tenerezza del Dio di Gesù, allora tutto cambia. Le parole ascoltate e ritenute fantasia diventano esperienza bruciante. Anche i limiti della Chiesa, che vanno riconosciuti ed ammessi, sono interpretati in una chiave diversa. E Dio sovrasta con la sua pacata ed intensa compassione ogni errore, ogni peccato, ogni stanchezza… Non scoraggiamoci, allora, se sperimentiamo l’incomprensione. Altri fratelli e sorelle, purtroppo, sperimentano una vera e propria persecuzione in molti paesi del mondo. Il Signore ci sostiene e ci accompagna dimorando nel suo amore possiamo sopportare questo ed altro…

L’uomo vive d’amore dal suo primo respiro fino all’ultimo. Amato, si sente protetto ed accettato. Amando, sente di appartenere e trova un senso ad offrirsi. Poiché l’amore non può restare chiuso nel suo cuore; esso pervade il quotidiano. L’amore che si porta all’uomo spinge ad impegnarsi. L’amore che si porta a Dio si manifesta nella considerazione che si ha dei suoi comandamenti. Si manifesta anche nella giustizia, nel rispetto della vita, nell’azione per la riconciliazione dei popoli e per la pace. Le conseguenze dell’amore che si porta a Dio possono prendere l’aspetto di un lavoro, perfino di una lotta.
Lavoro e lotta sembrano spesso esigere troppo dall’uomo e superare le sue forze. Egli vede le sue debolezze ed ha voglia di rinunciare, ma quando lavoro e lotta sono le conseguenze dell’amore, conferiscono all’esistenza un respiro profondo, mettono la vita in un contesto più vasto e la rendono importante tanto sulla terra quanto in cielo.
Cose apparentemente infime acquistano un significato quando sono il risultato dell’amore per Dio. Ogni buona azione, anche quella che facciamo senza pensare a Dio, è in relazione all’amore che gli portiamo.
Ogni atto di amore, anche quando sembra minimo – come quando si porge un bicchiere d’acqua a qualcuno che ha sete – assume un significato per l’eternità.
Noi ci chiediamo spesso: che cosa rimarrà del nostro mondo?
È vero che crediamo di poter vivere e risuscitare grazie all’amore di Dio, con tutto ciò che è esistito grazie a questo amore che non si è accontentato di restare sentimento: contatti, relazioni, avvenimenti, cose. Quando risusciteremo, tutto un mondo risusciterà con noi, un mondo fatto di amore responsabile. Sarà magnifico: una “terra nuova”, che abbiamo il diritto di chiamare anche un “cielo nuovo”.

Il buio della notte è stato squarciato dalla luce pasquale che continua ad illuminarci nel cammino. Perché – non so se l’avete notato – queste domeniche, la liturgia, continua a chiamarle domeniche di Pasqua (e non “dopo” Pasqua).

– Bisogna che me ne vada…

E continuiamo il cammino, meditando ancora su quel bellissimo e solenne discorso di Gesù, semplice e maestoso allo stesso tempo, iniziato domenica scorsa. Oggi, per la prima volta, Gesù annuncia la venuta dello Spirito Santo. Vuole rassicurare i suoi, che – anche se Lui deve andarsene per compiere l’imperscrutabile disegno del Padre – non li lascerà soli ma: “Pregherò il Padre affinché Egli vi dia un altro Consolatore che rimanga con voi per sempre”. Lo Spirito viene anche definito il Paraclito che significa colui che è chiamato accanto: L’ad vocatum, colui che rende Dio presente, vicino; e “rimarrà con voi per sempre”. Lo Spirito può rimanere per sempre e potrà far
capire dal di dentro le verità annunciate da Gesù, mentre Gesù se ne deve andare: “Bisogna che me ne vada, se no non verrà a voi lo Spirito, ma quando me ne sarò andato, verrà a voi lo Spirito di verità”. Finché Gesù era sulla terra, tante verità rimasero incomprensibili ai suoi stessi discepoli perché Gesù non poteva che parlare dall’esterno, mentre il suo Spirito, penetrerà nelle profondità dei cuori e “vi insegnerà ogni cosa”.

– Quante cose non dette…

E quante volte Gesù disse: “Avrei ancora tante cose da dirvi”, ma non le disse proprio perché i suoi non avendo ancora ricevuto lo Spirito, non erano in grado di capirle.
Questo Spirito Consolatore è lo stesso Spirito di Gesù che – finché era sulla Terra – era come racchiuso dentro di Lui, ma quando, sulla Croce, il velo della Sua carne si squarciò, questo Spirito fu effuso sull’intera umanità.
Per Gesù, la parola spirare, non significa solo emettere l’ultimo respiro, ma significa effondere lo Spirito sul mondo intero, come il sole che illumina ed entra in ogni casa; basta che apriamo le finestre. E’ questo il regime della Nuova alleanza e dei cieli aperti, mentre invece nell’Antico Testamento, lo Spirito era mandato per particolari missioni, a qualche profeta, ma non era effuso su tutti. Mentre ora discende su tutti e questo scendere diventa condiscendenza.
Ed è la luce che guida la Chiesa e questa brilla di luce riflessa. I Padri amavano paragonare la Chiesa alla luna che, nella notte del mondo, non brilla di luce propria, ma riflette l’unico Sole.
San Cirillo d’Alessandria diceva: “Vorrei cantare un inno alla morte della Chiesa, perché essa, come il Suo Sposo, vive quando muore”. Gesù morente e perdente sulla Croce, è proprio allora che ha realizzato la massima vittoria. La cosa che maggiormente conta, non è la realizzazione visibile, il successo ecc., ma perdere la vita, servire sotto la croce. “Se il chicco di grano non muore…”
Il cammino doloroso prepara il destino glorioso.
Domenica scorsa avevamo visto Filippo che chiedeva a Gesù:” Mostraci il Padre e ci basta! Chi ha visto me ha visto il Padre”. Ma ora Gesù se ne và. E si preoccupa che qualcun altro continui a rendere presente il Padre: “Non vi lascerò orfani”…

– La grazia della miopia…

Anche noi, quando siamo affaticati oppressi e stanchi, diremmo volentieri: mostraci il Padre e ci basta! Basterebbe sì, per far sparire tutte le nostre stanchezze e oppressioni. Ma, se non ci è dato di vedere il Padre, anche a noi è stato promesso lo Spirito! E quando, assetati di Dio, chiediamo di fare l’esperienza del Suo Spirito, non ci sarà negato perché “chiunque chiede lo Spirito, lo riceverà”.
Anzi è l’unica preghiera che il Vangelo ci dice che sarà esaudita infallibilmente. Di nessun’altra preghiera siamo assicurati che sarà esaudita così come la chiediamo, ma se chiediamo lo Spirito Santo siamo certissimi di essere esauditi.
Facciamo dunque le vere domande e diciamo con Kierkegaard: “Signore donaci occhi miopi per tutte le cose che passano, ma donaci chiarezza per tutto ciò che non passa”.
Pensiero Sai chi sono i più grandi e i più veloci annunciatori di Dio che giungono fino ai confini del mondo?
Ebbene chi lo annuncia alla grande e alla velocità della luce, e senza pronunciare neanche una parola, e giunge fino ai confini del mondo, è il sole, seguito dalla luna, dalle stelle dal giorno e dalla notte. “I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera sua. Il giorno al giorno ne affida il messaggio, la notte alla notte ne trasmette notizia. Non è linguaggio e non sono parole di cui non si oda il suono. Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola”.

Materiale ripreso da:
http://www.lachiesa.it