Tempos novos è stato il giornale della Commissione Pastorale della Terra del Maranhão, dal 1974 al 1994. All’epoca credevamo davvero di vivere in tempi nuovi di speranze realizzate e di rivoluzione. Oggi viviamo, però, in tempi nuovi, ma nella direzione opposta rispetto alle novità su cui scommettevamo.

La teologia della liberazione ha chiuso?
di: Flavio Lazzarin
30 aprile 2026
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Abbiamo coltivato un sogno

Non sono poche le persone con cui abbiamo recentemente dialogato sulle attuali congiunture politiche ed ecclesiali. Sono fratelli e sorelle, compagni di “viaggio”, settantenni e ottantenni, le cui biografie sono state segnate, fin dagli anni ’60 del secolo scorso, da lotte radicali per la giustizia nella Patria Grande, da una Chiesa ispirata dagli eventi e dai documenti del Concilio Vaticano II e della Conferenza di Medellín.[1]

Guardando alla nostra Chiesa, figlia di Medellín e nipote di Aparecida,[2] recentemente attraversata dalla profetica primavera di papa Francesco, continuiamo a testimoniare i sorprendenti cambiamenti negli scenari ecclesiastici, che – presenti, ma più riservati prima e durante il pontificato di Francesco – oggi sono sfacciati, prepotenti ed egemonici.

Condividiamo il nostro stupore e la nostra incapacità di capire come tutto possa essere cambiato e continui a cambiare, a un ritmo parossistico e accelerato.

Ricordando, come esempio la nostra esperienza, come presbiteri fidei donum di Mantova, inviati al Maranhão, Brasile, siamo da tempo obbligati a dichiarare che la Chiesa popolare delle Comunità Ecclesiali di Base, che – a partire dalle profezie di don Claudio Bergamaschi e di don Maurizio Maraglio – abbiamo accompagnato a São Mateus e nella Diocesi di Coroatá, non esiste più.

Ci sono ancora alcuni fratelli e sorelle che rimangono fedeli a quella spiritualità della liberazione: una manciata di anziani militanti, alcuni dei quali, più giovani, sono ancora impegnati in movimenti sociali contadini.

Ovviamente, non è solo un fenomeno locale, perché, con ovvie specificità, è ciò che accade in tutte le Chiese latinoamericane. Le stesse persone che lottavano per la vita, la terra, la giustizia, i diritti, ispirate dalla presenza del Gesù risorto, il Messia liberatore, hanno voltato pagina e, come se nulla fosse rimasto di decenni di Cebs, CPT e pastorali popolari, sono tornate alla vecchia espressione devozionale, che ripropone arcaismi e tradizioni della cristianità coloniale.

Questo fenomeno è stato accompagnato – o anticipato – dal ritorno ostinatamente fedele ad una pastorale giuridica, clericale e sacramentalista, con vescovi e clero – non tutti, grazie al cielo – sempre più caratterizzati dall’abito talare, lussuosi paramenti liturgici e omelie e sermoni privi di valore biblico e teologico. Non manca poi, in settori significativi del cattolicesimo brasiliano, la paranoia anticomunista e l’esplicito allineamento politico con la destra neofascista.

La liberazione è nascosta nella sconfitta

Potremmo cadere nella tentazione di non riconoscere il dramma della sconfitta di un progetto ecclesiale in cui abbiamo investito i migliori anni della nostra vita e coltivare una nostalgia sterile e malinconica. Oppure limitarci all’affermazione che nulla è stato inutile e che, se potessimo tornare indietro nel tempo, ci comporteremmo allo stesso modo, con la stessa radicalità. In breve, è chiaro che non pensiamo di pentirci di ciò che abbiamo fatto.

Inoltre, non è una cosa seria e corretta accusare gli ex compagni di lotta di revisionismo e di tradimento.

Ed evitiamo di ripetere, in un’esplosione di pessimismo amaro e disilluso, ciò che diceva quel vecchio parroco italiano, le cui convinzioni e pratiche pastorali furono contraddette dal Concilio: «Sono nato troppo tardi. Avrei dovuto nascere, vivere e morire, molto tempo fa. Così non sarei stato costretto a vivere questa disgrazia».

In assenza di atteggiamenti nostalgici, rinunciatari e pessimisti, dovremmo accettare la chiamata della Grazia, che ci dice che la liberazione è nascosta nella sconfitta, che la sequela di Gesù si esprime pienamente solo nella sconfitta.

I sepolcri di Claudio e Maurizio nella chiesa parrocchiale di São Mateus e la memoria di Aurora, Pedrinho Piaba, Pedro da Vaca, Alonso Silvestre, Elias Ximenes sono profezie di fedeltà al Dio dei poveri e ai poveri di Dio, ma anche sacramenti delle loro sconfitte. E della sconfitta del sogno di Medellín.

Grazia e sconfitta si incontrano e possiamo riconoscerle nella storia, nella psicologia, nello spirito di ciascuno di noi, che forse avevamo la presunzione di possedere le chiavi della sequela, dell’ortoprassi e dell’ortodossia.

La pagina di Luca che può accompagnare queste riflessioni è quella che parla del pianto di Gesù mentre scendeva dal pendio del Monte degli Ulivi, tra gli Osanna che la folla cantava a Dio. Quando vide la città, pianse per essa, dicendo: Se anche tu avessi capito oggi cosa può portarti la pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi! Arriveranno giorni in cui i nemici apriranno trincee, vi assedieranno e vi schiacceranno da ogni parte. Ti schiacceranno insieme ai tuoi figli, e non lasceranno una pietra su un’altra in te, perché non hai riconosciuto il momento in cui sei stata visitata (Lc 19,41-44).

Rimane l’amore profetico e martiriale

In breve, di fronte alla sconfitta, non cercheremo più di confinarci nella difesa egocentrica della nostra visione pastorale e teologica, perché ciò che è in gioco non sono discorsi e posizioni ideologiche, ma solo l’agape profetico e martiriale.

Questa posizione non è assolutamente un invito al cinismo, contrabbandato come prudenza pacifica ed equilibrata di coloro che “fanno di ogni erba un fascio” in nome della pace e della nonviolenza. Continueremo a esporci pubblicamente, affrontando i seguaci disumani del sistema tempio-mercato-impero-caserma e scommettendo non su vittorie politiche definitive ma sulla presenza degli innegabili segni amorosi del Regno inaugurato da Gesù di Nazareth.

Una possibile sintesi di questa prospettiva ci è offerta da Pedro Casaldáliga che, molti anni fa, davanti a coloro che celebravano il funerale della teologia della liberazione e chiedevano ironicamente cosa ne fosse rimasto, affermò: «Ci sono ancora i poveri e Dio».


[1] Il 24 agosto 1968 Paolo VI inaugurava la seconda Conferenza generale dell’episcopato latino-americano. Le sessioni di lavoro si tennero presso il seminario di Medellín (Colombia), dal 26 agosto al 6 settembre. Medellín è considerata l’unico esempio di ricezione sinodale e collegiale del Vaticano II nel continente latino-americano.

[2] La V conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, o Conferenza di Aparecida, ha avuto luogo nella città brasiliana di Aparecida dal 13 maggio 2007 al 31 dello stesso mese.