Ho partecipato con Renata alla messa vespertina di Pasqua. Davanti a noi c’era un giovane, di almeno trent’anni, in carrozzina: una disabilità grave, pesante. Accanto a lui, sua madre, presente in ogni gesto, attenta e paziente. Il giovane aveva in mano un pupazzo, talvolta beveva dal biberon, talvolta lanciava grida. La madre per tutto il tempo l’ha accarezzato e calmato, senza stancarsi mai. Ogni suo gesto era cura, atto di dedizione.

Daniele Rocchetti
9 Aprile 2026
Per gentile concessione di
https://labarcaeilmare.it
Una Pasqua al vivo
Quell’immagine mi ha colpito come un frammento vivo della croce: dolore innocente, fragilità estrema, totale affidamento. Come il Venerdì Santo, sembrava un tempo sospeso. Non c’era illusionismo, solo realtà dura e vera. Eppure, in quell’attesa dolorosa e lancinante, in alcuni tratti perfino disturbante, c’era qualcosa che mi parlava di resurrezione: la forza della vita che resiste al dolore, la fedeltà di un amore che non cede.
La scena era una silenziosa preghiera, testimonianza di speranza incarnata. Il dolore evidente e manifesto non era fine, ma pareva promessa di redenzione. Pasqua, per me, prendeva forma lì, tra le mani della madre e gli occhi del figlio.
Qualcosa di “totalmente altro”
Osservando quella scena, mi è tornato alla mente un lungo dialogo di Max Horkheimer pubblicato tanti anni fa dall’editrice Queriniana: La nostalgia del totalmente altro (1972). Filosofo marxista eterodosso, Horkheimer esprimeva in quel testo una profonda critica alla ragione strumentale: secondo lui, la razionalità moderna si è trasformata in un pensiero tecnico e calcolante, incapace di rispondere alle domande etiche e spirituali. Nel libro, che ho riletto molte volte, Horkheimer esplorava il desiderio umano di qualcosa che trascenda il mondo così com’è: un “totalmente altro” capace di ridare senso alla vita e alla giustizia.
Per lui, dichiaratamente non credente, la nostalgia e l’esigenza di postulare la resurrezione erano espressioni di una tensione etica: l’uomo non può accettare il male e la sofferenza come ultimi atti definitivi. Horkheimer mostrava così che la filosofia può servire a resistere al cinismo e a mantenere viva la speranza, custodendo l’idea che il male non abbia l’ultima parola.
Uno sguardo sul mistero della sofferenza
In quei pensieri, mi sovveniva un altro testo, potente e personale. Stavolta scritto da un grande (e purtroppo dimenticato) filosofo cristiano: Emmanuel Mounier. Lettere sul dolore. Uno sguardo sul mistero della sofferenza (Bur, 2012) è il titolo del libro, scritto facendo i conti, da credente, con la malattia gravissima di sua figlia Françoise, colpita da encefalite e rimasta in uno stato vegetativo per tutta la vita. Mounier mostra come il dolore dei legami più profondi — il dolore di un figlio, di una figlia — non sia mai solo tragedia privata, ma scuola di presenza, cura e responsabilità.
Il dolore innocente, l’amore che non cede, la fedeltà alla vita diventano una testimonianza concreta che anche la sofferenza più pura può essere attraversata senza perdere dignità e speranza. Ed è proprio qui, nella profondità del legame con chi soffre, che si apre la chiave della resurrezione: non come astratta promessa, ma come possibilità viva, tangibile, che trasforma il dolore in luce. Mounier ci ricorda che il dolore non è mai fine a sé stesso: custodito, amato, accolto, diventa seme di vita nuova, promessa di redenzione e speranza radicale.
Per attraversare la sofferenza, senza retorica
E in questo senso, la Pasqua ci parla di verità profonde: come scrive Dietrich Bonhoeffer, Gesù non ci libera dal dolore, ma nel dolore. Il mistero pasquale ci mostra che anche la sofferenza più lancinante — quella del giovane visto in chiesa, quella di Françoise e dei tanti disperati del nostro tempo — può essere attraversata.
La vita, l’amore e la giustizia non sono mai vinte dalla morte. Il dolore innocente diventa luogo di rivelazione, il gesto d’amore diventa preghiera viva, e la resurrezione si mostra come speranza concreta che trasforma la fragilità in forza, la croce in luce.
Ma, per favore, diciamolo sottovoce. Senza retorica. E magari con gesti di cura. Come quelli della mamma del giovane in carrozzina.
Daniele Rocchetti
Sono sposato con Renata, padre di Francesco, Davide e Benedetta, nonno di Gabriele e Alessandro. Ho studiato teologia convinto che serva la Bibbia e il giornale per decifrare il confuso presente. Gli amici, i libri e i viaggi mi hanno tenuto compagnia. Sono guida di Terra Santa, direttore artistico della rassegna “Poeti Sociali” di Verona e della Fiera dei Librai di Bergamo. Curo per le ACLI nazionali il talk quindicinale dei “Dialoghi dello Spirito”